L'ESPRESSO n°6 - 7 gennaio 2002
L'illusione di Mani
Pulite (1992-2002)
La vera
storia di Tangentopoli
di Enrico Arosio,
Gianni Barbacetto, Antonio Carlucci, Peter Gomez, Leo Sisti, Marco Travaglio
Vincitori e vinti
17 febbraio 1992: l'arresto di Mario Chiesa. Le sue confessioni scatenano un
terremoto: detenuti eccellenti, drammatici suicidi, partiti dissolti, crolli
finanziari, nuove elezioni... Retroscena di una rivoluzione. Incompiuta.
di Antonio Carlucci, Peter Gomez e Leo Sisti
Il camion si ferma in Piazza di San Macuto, accanto all'ingresso secondario del
palazzo che ospita gli uffici delle commissioni parlamentari. È sabato 30
maggio 1992. Nel giro di un'ora una trentina di pacchi sigillati finiscono nelle
stanze riservate alla Commissione per le autorizzazioni a procedere, lo storico
ombrello di protezione per deputati e senatori sotto inchiesta da parte della
magistratura. Le carte contengono verbali di interrogatorio, documenti bancari,
ordini di custodia cautelare a decine. E una relazione introduttiva di 57 pagine
con la quale si chiede di poter indagare su sei parlamentari: i socialisti Carlo
Tognoli e Paolo Pillitteri, storici sindaci di Milano; il democristiano Severino
Citaristi, uomo ombra delle finanze Dc; il repubblicano Antonio Del Pennino,
emblema ambrosiano dell'Edera; il socialdemocratico Renato Massari, che dal Sole
nascente è appena transitato al partito di Bettino Craxi: il comunista Gianni
Cervetti, leader indiscusso dei miglioristi del partito.
A rivolgersi al Parlamento sono quattro pubblici ministeri di Milano. Il capo
della procura Francesco Saverio Borrelli, il suo vice Gerardo D'Ambrosio e i
sostituti Gherardo Colombo e Antonio Di Pietro. In 73 giorni, i quattro hanno
messo a fuoco la più grande macchina di corruzione sistematica e capillare mai
scoperta in Italia: in funzione da anni con lo scopo di finanziare illecitamente
i partiti politici e spesso arricchire i loro leader. Il dossier della
magistratura è la foto di quella che viene battezzata Tangentopoli. E i
protagonisti dell'indagine sono subito eroi popolari: il pool di Mani pulite.
La prima pietra che rotolando ha innescato la rovinosa frana si identifica in un
ingegnere milanese dalla faccia furbetta e i modi autoritari di chi vuole
sottolineare il suo potere. Si chiama Mario Chiesa e aspira a diventare sindaco
di Milano. Viene arrestato il 17 febbraio 1992 dal capitano dei carabinieri
Roberto Zuliani, il braccio destro di Di Pietro in tutta la prima fase. Che oggi
ricorda: "Fotocopiai le banconote della tangente che doveva essere pagata e
le firmai con le mie iniziali ZR. Quelle banconote vennero in seguito restituite
al legittimo proprietario e fecero il giro d'Italia. Per una rivista di
numismatica sono diventate oggetto di collezione".
Se nel resto d'Italia è un illustre sconosciuto, a Milano Chiesa è un nome che
conta: nell'amministrazione pubblica, in quanto capo del Pio Albergo Trivulzio,
la Baggina, metà ospedale, metà ospizio per gli anziani; nella politica, perché
è un craxiano di ferro che controlla migliaia di voti attraverso i quali può
far eleggere chi vuole in consiglio comunale del quale anche lui ha fatto parte
ed è stato perfino assessore. Chiesa finisce a San Vittore con l'accusa di aver
preteso una mazzetta da 14 milioni. "Un mariuolo" lo definisce
semplicemente Craxi.
Ma Chiesa è molto, molto di più. Basta vedere il suo livello di vita, basta
chiedere alla moglie separata quanto pretende di alimenti e si capisce che
stipendio di manager e flusso di uscite finanziarie non vanno d'accordo. Antonio
Di Pietro, ex poliziotto arrivato in magistratura, lo rivolta come un calzino,
ma Chiesa rifiuta sdegnato ogni invito a spiegare le sue attività. È muro
contro muro, fino a quando non saltano fuori una quindicina di miliardi nascosti
in Svizzera (conti Levissima e Fiuggi). Allora Chiesa cambia atteggiamento e
parla. Di se stesso e degli altri, politici e imprenditori: "Eravamo un
partito autofinanziato e siamo diventati il partito delle clientele e dello
scambio tra occupazione del potere e lobby economiche".
È come una diga che si rompe. Di Pietro e gli altri del pool (si aggiungono uno
dopo l'altro Piercamillo Davigo, Francesco Greco, Paolo Ielo, mentre le loro
richieste di arresti e perquisizioni finiscono quasi tutte nelle mani del
giudice per le indagini preliminari Italo Ghitti) aprono fascicoli su fascicoli.
Finiscono sotto inchiesta (e qualche volta in cella) Walter Armanini (mazzette
sui lavori ai cimiteri), Alfredo Mosini (lavori pubblici e forniture agli
ospedali), Michele Colucci (corsi di formazione e Cee), Luigi Martinelli
(discariche), Giovanni Manzi (aeroporti), Loris Zaffra (ecologia e urbanistica).
Ricorda Rocco Stragapede, ispettore della polizia stradale che era l'ombra di Di
Pietro: "Non ho mai pensato di aver davanti dei delinquenti. Per me che
vengo dalla strada i delinquenti sono un'altra cosa: questa era gente
importante, che dirigeva imprese con centinaia di dipendenti. Man mano che,
accanto a Di Pietro, assistevo agli interrogatori, capivo che gli indagati
sapevano di aver violato la legge, ma in un certo senso non si rendevano conto
di essere anche andati contro il codice penale. Finire coinvolti significava per
loro soprattutto una brutta figura. Si sentivano tutti amareggiati per quello
che avrebbero dovuto dire ad amici e parenti".
Cantano gli imprenditori.
All'inizio, a svelare i traffici sono soprattutto gli imprenditori, piccoli e
grandi. Quando capiscono che la procura marcia come uno schiacciasassi, e si
accorgono che raccontare al pool il sistema delle tangenti fa loro evitare la
galera (o la riduce a pochi giorni) si mettono in fila davanti alle stanze dei
sostituti procuratori. Sono durissimi e circostanziati: si dichiarano tutti
concussi, ma pochi saranno in grado di dimostrare la loro estraneità e
innocenza, mentre la gran parte (vedi schema qui sopra) sceglierà la via del
patteggiamento o sarà condannata. L'elenco di imprenditori corruttori e
concussi vede sconosciuti titolari di aziende come amministratori di società di
importanza nazionale: Cogefar, Simontacchi, Impregilo, Astaldi, Coop.
A ruota seguono gli amministratori di società pubbliche scelti dai partiti.
Anche loro cantano. E come se cantano. Roberto Mongini, installato dalla Dc alla
vicepresidenza degli aeroporti milanesi ricorda così il primo interrogatorio di
Di Pietro: "Esordì con queste parole: "La conosce la storia dei
quattro vasetti? Nel primo ci sono gli inquisiti che collaborano, nel secondo
quelli che non sanno nulla, nel terzo chi dice e non dice. Nel quarto ci sono
gli zanza, i furbi, quelli che fanno finta di raccontare senza raccontare
niente. Lei è nel quarto vasetto. Però, caro Mongini, il re degli zanza sono
io"".
Puntualmente, la descrizione del rapporto tra aziende appaltatrici e partiti
mette a fuoco la figura di coloro che per conto delle formazioni politiche
curano la spartizione delle tangenti e l'approvvigionamento ai partiti. Il
record degli avvisi di garanzia, dei processi spetta a Severino Citaristi, da
sempre democristiano, signore silenzioso e dai bei modi. Plurindagato è lo
scomparso cassiere nazionale del Psi Vincenzo Balzamo. I rampanti gestori delle
finanze occulte più giovani finiscono uno dopo l'altro in galera: Maurizio
Prada, Gianstefano Frigerio e Augusto Rezzonico, tutti dc; Sergio Redaelli e
Oreste Lodigiani, socialisti. La maggior parte di loro contribuisce a svelare la
spartizione di appalti e la fissazione delle percentuali. Tutti fanno sempre un
richiamo ai costi della politica, come obbligo a piegarsi al meccanismo
corruttore. Solo Frigerio, per mesi, fa finta di cadere dalle nuvole: "La
materia in esame non ha mai suscitato in me alcun interesse".
La fontana di Bettino.
Cadono anche i collettori di tangenti che facevano riferimento personale a
Bettino Craxi: gli architetti Silvano Larini e Claudio Dini tra i primi. Larini
è considerato una chiave di accesso privilegiata ai segreti finanziari di Craxi.
Ma non solo. "Un giorno Di Pietro mi chiese della "questione
fontana". Pensavo alludesse a un deputato di Bergamo, invece voleva sapere
se fosse vero che Bettino aveva fatto smontare e trasportare nella sua casa di
Hammamet una fontana che era a Milano in Piazza Castello", dice oggi.
Nel castello di Tangentopoli non figurano solo gli uomini della formazione
governativa del pentapartito. A Milano governano anche i comunisti. I fari
dell'indagine inquadrano pure alcuni uomini che contano: Luigi Carnevale,
vicepresidente della metropolitana; Roberto Cappellini, segretario cittadino,
Epifanio Li Calzi, ex assessore ai lavori pubblici del Comune, Sergio Soave, ex
sindacalista Cgil ed ex numero due della Lega delle cooperative in Lombardia. È
Carnevale a mettere gli ex comunisti sulla graticola. Con questa ammissione
preliminare distrugge l'equazione Pci-Partito delle Mani pulite: "Solo
nell'ambito della metropolitana ho avuto a che fare con il famigerato problema
delle tangenti. Ho trovato un sistema ormai collaudato, secondo il quale, in
linea di massima praticamente tutti i vincitori di appalti corrispondevano una
tangente del 3 per cento, che poi venne portata al 4 per cento".
Nelle prime settimane dell'inchiesta, mentre cresce il favore popolare e
politico intorno al lavoro del pool, non c'è istituzione pubblica milanese e
lombarda che resti fuori: il Comune, la Regione, gli ospedali, la Metropolitana,
la Sea (gestisce gli aeroporti). I magistrati scelgono però di non toccare
nessun politico con incarichi parlamentari. Ad aprile sono previste le elezioni
politiche nazionali e non vogliono da una parte essere accusati di interferenza,
dall'altra mettere in moto meccanismi di reazione tali da intralciare la loro
marcia veloce verso verità di malaffare occultate per anni. Tanto che gli
avvisi di garanzia ai primi parlamentari (e alcuni arresti eccellenti) vengono
decisi solo nel momento in cui si chiudono le urne.
Così anche la consegna del dossier al Parlamento con le richieste di
autorizzazioni a procedere prende più tempo del previsto perché ogni volta che
il quadro sta per essere definito saltano fuori nuove storie, nuove mazzette. Ma
quel lungo lavoro di raccolta di prove, di testimonianze, di conferme bancarie,
si rivelerà di fatto abbastanza inutile. Perché il fiume in piena è tale che
il 10 luglio il Parlamento avvia le procedure per abolire quella parte
dell'articolo 68 della Costituzione che prevedeva la guarentigia del voto in
commissione per il via libera a un'indagine contro un deputato o un senatore.
I primi segnali che il partito dei finanziamenti illegali e delle mazzette vuole
provare a organizzare una resistenza arrivano il 26 giugno quando finisce in
carcere Andrea Parini, il segretario regionale del Psi. "È un nuovo caso
Tortora", accusano i più esaltati. "È totalmente estraneo alle
accuse", precisano i più accorti. Non sanno che Parini, insieme a una
lettera di dimissioni dal partito e di autosospensione dall'assemblea regionale,
ha messo a verbale questa frase: "Ho preso i soldi da Martinelli, però
pensavo che fosse un regalo". Oggi Parini è un avvocato, è entrato nelle
file dei Ds e, dopo un'assoluzione per concussione e una prescrizione per i
soldi passati al partito, ricorda: "Certo, lo vedevamo tutti che c'erano
dei politici che avevano atteggiamenti gaglioffi, giravano con la macchinona e
con la puttana al fianco. Non abbiamo fatto niente per evitare che ci
trascinassero nel baratro. Avrei dovuto agire contro di loro con metodi
stalinisti per cacciarli dal Psi, sarebbe stato comunque meglio che far finta di
nulla".
Monetine all'Hotel Raphael.
Passano un paio di mesi. la reazione più forte arRIVA dopo il suicidio del
deputato socialista Andrea Moroni. Una tragedia che coagula un piccolo ma
combattivo partito anti Mani pulite dietro lo slogan del garantismo negato. Il
povero Moroni lascia un lungo messaggio scritto in cui difende se stesso e la
sua militanza politica. Dove si legge: "Se vuoi contare in politica devi
portare soldi al partito".
Tutta la seconda parte del 1992 trascorre in attesa di un evento annunciato dai
fatti: l'avviso di garanzia a Bettino Craxi. Che arriva il 15 dicembre. Il
segretario socialista reagisce da par suo, bolla l'inchiesta come un complotto
di giudici comunisti: le toghe rosse. Del resto, solo pochi mesi prima, Craxi
aveva rivendicato in Parlamento (3 luglio) la politica dei finanziamenti
illeciti invitando gli altri segretari di partito a raccontare i loro. Ma
quell'avviso di garanzia - e la seguente richiesta di autorizzazione a procedere
- segna l'inizio della fine di Craxi: prima le dimissioni dalla segreteria del
Psi (11 febbraio 1993); poi, le monetine che gli vengono lanciate all'uscita
dell'Hotel Raphael, la sua dimora romana. La reazione popolare al voto negativo
della Camera per l'autorizzazione a procedere (29 aprile 1993) rischia di far
naufragare il governo appena nato di Carlo Azeglio Ciampi.
Craxi non resta l'unico leader a finire sotto il tiro della magistratura. Il
1993 è l'anno nero dei big di partito che cadono uno dopo l'altro come birilli.
I socialisti Claudio Martelli e Gianni De Michelis (oggi riciclato come
consigliere di politica estera di Silvio Berlusconi), il repubblicano Giorgio La
Malfa (sopravvissuto passando con il centro-destra), i liberali Renato Altissimo
e Francesco De Lorenzo, i democristiani Paolo Cirino Pomicino (oggi commentatore
politico sui giornali del centro-destra) e Arnaldo Forlani, allora segretario
del partito, la cui incriminazione fu annunciata dall'arresto del suo portavoce
Enzo Carra (viene processato per direttissima per falsa testimonianza e l'arrivo
in Tribunale in manette sarà seguito da un coro di proteste per l'inutilità
palese della misura coercitiva), il faccendiere comunista Primo Greganti e
quello multipartito Francesco Pacini Battaglia.
Stessa sorte per alcuni big dell'industria e della finanza: si presentano
spontaneamente (e fanno ammissioni importanti) l'amministratore Fiat Cesare
Romiti come l'azionista di maggioranza del gruppo Espresso Carlo De Benedetti
(finisce in cella per una notte quando l'inchiesta milanese approda a Roma).
Altri subiscono l'onta delle manette: Gabriele Cagliari dell'Eni (arrestato per
le mazzette Eni-Sai, inchiesta milanese ma parallela a quella del pool, si
uccide in cella il 20 luglio), Salvatore Ligresti (assicurazioni e costruzioni),
Giuseppe Garofano della Montedison. Finisce in carcere anche un giudice: Diego
Curtò, strumento consapevole, e ben ripagato, delle manovre intorno a Enimont,
dimostrando che anche la categoria dei magistrati ha degli esponenti di punta
nel partito delle bustarelle.
L'entità delle mazzette portate alla luce arriva a cifre astronomiche, saltano
molti depositi clandestini custoditi nelle banche estere, con molti indagati che
riconsegnano i soldi in cambio della libertà. Fino alla "madre di tutte le
tangenti", i 150 miliardi legati alle manovre intorno a Enimont.
In tre giorni, due suicidi eccellenti.
L'inchiesta Enimont porta un'altra tragedia dopo quella di Cagliari: il suicidio
di Raul Gardini (23 luglio) a poche ore da una consegna concordata nell'ufficio
di Di Pietro. "Sono convinto ancora oggi che Gardini avesse deciso di
togliersi la vita indipendentemente dalle notizie Ansa che anticipavano le
dichiarazioni di un suo stretto collaboratore sul caso Enimont", è il
ricordo dell'avvocato Marco De Luca. Dentro il calderone Enimont finisce anche
Alessandro Patelli, il cassiere della Lega di Umberto Bossi, un partito che
dall'inizio sostiene rumorosamente Mani pulite. "Per andare in carcere, mi
ero messo un maglione comprato da mia madre al mercato. Di Pietro viene a
interrogarmi, mi guarda e dice: "Sicuramente quei soldi non te li sei messi
in tasca tu. Qui arriva gente vestita di cachemire"", ricorda oggi
Patelli, che dopo un passaggio nelle fila di Forza Italia ha fondato una sua
lega.
Lo sconquasso aveva creato la speranza che fossero vicini grandi cambiamenti. A
cominciare dall'estensione di Mani pulite nelle più grandi città italiane per
finire al rinnovo della classe dirigente messa fuori combattimento dalle
inchieste. "È certo che il pool, sia pure forzando la legge, ha scoperto
il sistema di corruzione tra imprese e politica. Ci aspettavamo che altre
procure si sarebbero messe in moto. Ma le uniche inchieste aperte da altre
procure sono legate all'invio di atti da parte di Milano per ragioni di
competenza", è la constatazione dell'avvocato Vittorio D'Aiello. E anche
sull'arrivo del nuovo ceto politico, la vera novità del 1994 si chiama Silvio
Berlusconi, il padrone di Mediaset che deve le sue fortune al legame a doppio
filo con Craxi (lo andò a trovare la sera in cui il segretario socialista si
vide respingere la richiesta di autorizzazione a procedere). A febbraio fonda
Forza Italia e quando, in primavera, vince le elezioni è ancora incerto se
sostenere o meno il pool: per esempio, invita Di Pietro a entrare nel suo
governo.
E Di Pietro si toglie la toga.
Berlusconi è da tempo nel mirino di Mani pulite. Il fratello Paolo è dal 1993
sotto inchiesta, la Fininvest visitata dalla Finanza i cui vertici finiscono poi
nelle indagini per aver preso soldi anche da quella azienda in cambio di
benevolenza negli accertamenti fiscali. E il 21 novembre, mentre Berlusconi
presidente del Consiglio sta per inaugurare un summit internazionale a Napoli,
viene informato di un avviso di garanzia per corruzione. Da quel giorno, è il
muro contro muro con il pool e soprattutto contro Di Pietro che da ipotetico
ministro si trasforma nell'icona da abbattere. La fine del 1994 si gioca tutta
intorno allo scontro su Berlusconi. E la benzina sul fuoco sono le dimissioni di
Di Pietro dalla magistratura il 6 dicembre: lo fa platealmente dopo aver
concluso la requisitoria al processo sulle tangenti per Enimont. Ma commette
l'errore di non raccontare apertamente perché ha deciso di mollare. Ai più
spiega il gesto con la stanchezza. A un avvocato, solo due mesi prima, le aveva
anticipate spiegando che lo faceva essendo arrivato finalmente a coloro che
gestivano i conti esteri di Craxi, ricchi di decine di milioni di dollari frutto
della corruzione. Ad altri fa intuire che sa di avere alle calcagna un gruppo di
persone, tutti sodali dei fratelli Berlusconi, che gli vogliono far pagare
alcune leggerezze, poco consoni per un magistrato che vuole apparire
integerrimo: una macchina superscontata, un telefonino con il conto pagato da
un'azienda, un appartamento a prezzo di favore nel centro di Milano anni prima,
un prestito restituito in fretta quando già sta per grandinare. A molti non
sfugge che Di Pietro già parla come un leader politico.
Mani pulite si trasforma per oltre due anni e mezzo in un dramma teatrale dove i
protagonisti sono due. Da una parte Di Pietro con lo strascico di indagini
penali che lo vedranno protagonista regolarmente prosciolto. Dall'altra
Berlusconi con la sua corte di fedelissimi: Marcello Dell'Utri, storico braccio
destro, Cesare Previti, l'avvocato di fiducia, Giancarlo Foscale, cugino di
Berlusconi, Giorgio Vanoni, depositario dei segreti finanziari esteri della
Fininvest, Massimo Maria Berruti, ex ufficiale della Finanza, ingaggiato per
allestire la costellazioni di società nei paradisi fiscali. Si scioglie come
neve al sole l'unanimismo, reale o fittizio che aveva contraddistinto la prima
fase di Mani pulite. E la battaglia, la cui data di inizio può essere il secco
no del pool di Mani pulite al decreto sulla carcerazione preventiva del 13
luglio 1994, il cosiddetto salvaladri, si trasferisce in tutto il paese. A
cominciare dal Parlamento per finire nei media. Racconta il "cronista del
tram" Paolo Brosio, allora in forza al Tg4 di Emilio Fede: "All'inizio
dell'inchiesta Fede voleva sempre andare in onda. E quando c'eravamo gli indici
di ascolto salivano, registravano picchi veri e propri. Quando poi Mani pulite
coinvolse Silvio Berlusconi e alcuni manager della Fininvest, Fede si preoccupò,
divenne ansioso. Mi chiamava e mi ripeteva: "Sei sicuro?". Finché una
volta, in diretta, il Gabibbo mi venne vicino chiedendomi perché, a differenza
di Andrea Pamparana del Tg5, non avevo fatto i nomi dei dirigenti Fininvest
raggiunti da un ordine di custodia. Fede "spense" il video, pensava
che volessi farmi pubblicità con il Gabibbo. Perfino Alba Parietti, che allora
conduceva "Striscia la notizia", mi difese. E Fede le fece una
scenata".
Il teste Omega racconta.
L'avviso di garanzia a Berlusconi è la spallata finale alle trame già in atto
da tempo all'interno della sua coalizione e del suo governo. Ma quello che
arriva in pochi mesi rende sempre più incandescente il clima. Lo spettro di
Berlusconi si chiama Stefania Ariosto. Lui la conosce bene. Ci è andato insieme
a cena, in vacanza, alle feste perché è la fidanzata di Vittorio Dotti, uno
degli avvocati Fininvest elevato al rango di deputato e presidente del gruppo
parlamentare di Forza italia. Lei racconta il sistema di potere e di corruzione
del mondo berlusconiano. Soprattutto la pratica che se qualcosa non si può
ottenere facilmente da un giudice, lo si compra. "Feci quello che ritenevo
giusto, rispondere alle domande che i magistrati mi ponevano", commenta
oggi l'Ariosto: "Ma solo tempo dopo, visto il modo in cui sono stata
trattata, mi sono accorta che non ero stata io a tradire. Il vero traditore si
chiama Dotti: ha tradito Berlusconi come suo avvocato e suo parlamentare e ha
tradito me che ero la sua donna. Comunque, ancora oggi rifarei quello che ho
fatto".
I racconti del "teste Omega" hanno prodotto i processi Sme-toghe
sporche, Lodo Mondadori e Imi-Sir. Contengono non solo le testimonianze
dell'Ariosto, ma una valanga di documenti contabili e bancari che per la procura
provano gli episodi di corruzione addebitati a Berlusconi (da altri processi il
Cavaliere è uscito grazie a un'assoluzione o grazie alla prescrizione del
reato) e a Previti. Ma le udienze vanno avanti a fatica, tra eccezioni e
cavilli. Commenta l'avvocato D'Aiello: "Per anni, un legale serio, che ha
rispetto di se stesso, è sempre stato un filtro tra le aspettative del cliente
e i discorsi giuridicamente possibili. Oggi vedo avvocati che fanno i portavoce
dei loro clienti e che in aula dibattono del sesso degli angeli, snaturando la
propria funzione".
Questo accade oggi, a 10 anni dal 17 febbraio 1992, ogni volta che c'è udienza.
La tensione sale. E le lancette dell'orologio della storia girano all'indietro.
Sembra quasi di essere tornati a quel 30 maggio, quando i primi dossier
arrivarono in Parlamento. E riaffiora il desiderio che, per risolvere i
conflitti su Mani pulite, si debba ripristinare il vecchio ombrello protettivo
dei politici: l'autorizzazione a procedere.
Mito a perdere.
Antonio Di Pietro - Era la stella del pool. Un eroe nazionale. Poi gettò la
toga e scese in politica. Oggi è rimasto solo
di Enrico Arosio
Nel 1994, al culmine dell'inchiesta Mani Pulite, Giorgio Bocca così descriveva
nel suo libro "Il sottosopra" il rustico eroe della questione morale:
"Ha reso grandi servizi all'Italia questo Di Pietro, dal suo scanno ha
fatto uscire come un prestigiatore le viscere fetide del paese". Antonio Di
Pietro, il magistrato di punta del pool di Milano, era il vincente per
eccellenza. Tifavano per lui l'alta borghesia e gli operai di Mirafiori, i
postfascisti e i boy-scout. Era l'uomo più popolare della Repubblica. In
quell'anno fatale il suo indice di fiducia toccò l'83 per cento, misurò l'Abacus,
un valore stellare. Nel '96, ministro dell'Ulivo, era ancora alto: 75 per cento.
Nel '98, quando fondò il suo partito, scese al 54. Oggi, 2002, è crollato al
42. Molto è cambiato in Italia: la classe dirigente, le forme-partito, l'etica
civile. Ma un fatto è emerso. La giustizia ha perso uno straordinario
magistrato, la nazione non ha guadagnato un grande politico.
Cominciamo con un'istantanea. Quella dell'Italia dei Valori, il movimento
fondato da Di Pietro nel 1998, prima di aderire ai Democratici di Prodi (e poi
uscirne con fragore). Un milione 400 mila voti, un soffio meno di quel 4 per
cento che garantisce la rappresentanza parlamentare. L'unico eletto, al Senato,
Valerio Carrara presidente dell'Associazione cacciatori di Oltre il Colle
(Bergamo), saluta tutti e s'iscrive al gruppo misto. Incredibile. "Avevo
portato 8.300 voti", spiega oggi, "e non mi invitarono nell'esecutivo
del partito. Volevano che lavorassi sul territorio, senza neppure un grazie. Con
Di Pietro non ci siamo mai più visti né sentiti". Il movimento traballa.
Alle amministrative in Sicilia l'Italia dei Valori si riduce all'1 per cento;
fiasco anche alle suppletive nel Molise. Nel tempo sono svaniti i contatti con
Carlo Ripa di Meana, Mario Capanna, Leoluca Orlando. S'è raffreddato Paolo
Flores d'Arcais, che fu schietto ammiratore dell'ex pm. Rompono con Di Pietro il
cognato Gabriele Cimadoro, il montanelliano Federico Orlando, il senatore Elio
Veltri. Da ultimo, l'atleta Pietro Mennea, coordinatore in Puglia, fattosi
"comprare da Berlusconi", si mormora, per candidarsi a sindaco di
Barletta con una lista civica appoggiata da Forza Italia. "Sono uscito dal
movimento di comune accordo con Di Pietro dopo un cordiale colloquio", ha
dichiarato Mennea. Strano. Ai transfughi, una volta, Di Pietro dava del
traditore.
Uno stallo preoccupante, per un partito fondato, confluito, rifondato eppure
tutt'altro che fasullo. L'Italia dei Valori si è presentata alle politiche nel
98 per cento delle circoscrizioni, una prestazione formidabile; misurato in
voti, è il sesto partito italiano; ha sostenitori e volontari anche nelle
province minori. "I nostri delegati che eleggono i quadri dirigenti sono 15
mila", vuol rassicurare Giorgio Calò, già coordinatore milanese, tra gli
ultimi a resistere, "i responsabili regionali si riuniscono una volta al
mese, Di Pietro è sempre in movimento. E il 17 febbraio, decennale di Mani
Pulite, affittiamo il Palalido di Milano per una grande manifestazione
nazionale".
E lui, il capo? Febbrile e sempre più solo. "L'ho visto per l'ultima volta
il 6 dicembre a Roma, dove ho fatto un intervento durissimo", racconta Elio
Veltri: "Bisognava costruire un vero patto di opposizione subito dopo le
elezioni. Invece nulla. Non ascolta più nessuno. Ma quando s'è visto un
partito politico che si regge su un uomo solo?". Forse la risposta è: ai
tempi dell'Uomo Qualunque di Giannini (36 deputati alla Costituente e rapido
declino) o del movimento Comunità di Adriano Olivetti (un deputato nel 1958,
idem). Persino la Lega di Umberto Bossi, un talebano del verticismo, dopo il '92
si è data un minimo di struttura. Di Pietro no, lui è rimasto un "faso
tuto mi", come dicono i veneti. Gli ex colleghi del pool di Milano l'hanno
rivisto poche settimane fa, per il nuovo anno giudiziario, dopo una eclisse
lunghissima; l'abbraccio con il procuratore Borrelli è parso a molti un gesto
mediatico.
Il tema delle alleanze è forse il più scabroso. Sulla doppia linea politica
("da soli" o "in accordo con l'Ulivo") l'Italia dei Valori
si spaccò in Toscana l'anno scorso, anticipando la crisi attuale. Oggi troviamo
Di Pietro nel gruppo liberaldemocratico del Parlamento europeo, amico degli
amici di quell'Arturo Parisi che dall'aprile 2000, quando il nostro negò la
fiducia al governo Amato, pareva il suo peggior nemico. Per mesi ribadisce il
"corriamo da soli", poi va a fare il gentilissimo ai congressi dei
Verdi e dei Comunisti italiani. La Margherita gli rimane odiosa, un dispensario
per riciclati, ma a Palazzo Marino, contro il sindaco Albertini sull'emergenza
inquinamento, l'Italia dei Valori vota compatta con la Margherita. Per non dire
le gaffes. Come quella del dipietrista Giovanni Roma che al ballottaggio tra
Walter Veltroni e Antonio Tajani appoggia quest'ultimo (verrà neutralizzato). O
quando, nel gennaio 2001, alla sede romana dell'Europarlamento, Di Pietro invita
anche Roberto Bigliardo, ex fascista campano della Fiamma Tricolore. Ma che ci
azzecca? Dov'è la linea?
Certo, dalla sinistra Di Pietro ha preso una fregatura storica. Dopo averlo
candidato al Mugello (alle suppletive contro Giuliano Ferrara), nel 2001 i Ds
cancellano lui e Veltri dai collegi uscenti. La Quercia manda a ramengo il
disegno di legge sul conflitto d'interessi cui Di Pietro teneva tanto. E dieci
giorni prima della chiusura delle liste, Veltri viene inviato da Piero Fassino
per chiedere ai Ds di ritirare le liste-civetta, con l'offerta di non candidare
l'Italia dei Valori in 25 collegi marginali, dove i voti sommati di Ulivo e Di
Pietro avrebbero battuto la destra. Troppo tardi, gli vien detto.
Grande confusione sotto il cielo. Di Pietro apprezza D'Alema quando difende i
magistrati, ma ricorda che nel '95 lo stesso D'Alema gli dava del reazionario.
Propone a Ds e Margherita l'iniziativa comune sull'ineleggibilità dei candidati
con sentenze passate in giudicato e un comitato referendario contro la legge sul
falso in bilancio e quella sulle rogatorie. Ma il 9 gennaio dal suo sito web (antoniodipietro.org)
dedica al presidente Ds un editoriale che attacca con "Caro D'Alema,
smettila di bistrattare Mani pulite", se la prende con "la sinistra
accolturata e salottiera", la sua "pilatesca equidistanza",
"la decadente Margherita" e intima: "Non mettertici anche tu ad
intorpidire le acque (sic)". Irma Gramatica geme nella tomba.
Chi non è più con lui non ha rimpianti. "Il Di Pietro politico? Non
m'interessa proprio", così Gabriele Cimadoro, il cognato, che fu
costretto, da sottosegretario all'Industria, a votare contro il governo Amato,
ed è tornato alla sua agenzia immobiliare Helvetia a Bergamo e attivo in Forza
Italia. Chi gli è fedele accende ceri: "Spero sappia capitalizzare le
risorse di chi è rimasto con lui contro ogni opportunità personale, in nome
della legalità e della trasparenza nella pubblica amministrazione", così
Massimo Donadi, avvocato veneziano, coordinatore del Veneto. Sospira Aldo
Ferrara, ex coordinatore in Toscana dimessosi l'anno scorso: "Fondare un
partito solo sul giustizialismo non basta".
Gli ex colleghi del pool tacciono prudenti. Sanno, come Charlie Chan, che
"lingua può impiccare uomo più velocemente di corda". Il Di Pietro
vincente, del resto, a volte riaffiora. Causa dopo causa, con le oltre cento
querele fatte a politici e giornali ha già raccolto quasi 500 mila euro. E
pochi sanno che dopo l'11 settembre ha offerto la sua sede nazionale di Busto
Arsizio per ospitare gli agenti di polizia schierati d'emergenza alla Malpensa.
Senza farsi pubblicità. Un bel gesto. Come negli anni d'oro.
Il diario segreto del pool.
I consigli di Scalfaro. I timori di Craxi. Le offerte di Berlusconi... In un
libro, i giudici ricordano.
di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio
Retroscena, documenti inediti, testimonianze di tutti i protagonisti. A fine
febbraio Feltrinelli manda in libreria la prima ricostruzione completa degli
anni di Tangentopoli: "C'era una volta Mani Pulite". Nelle oltre 500
pagine del libro, Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio affrontano
con rigore tutti i passaggi politico-giudiziari che hanno scandito il passaggio
dalla prima alla seconda Repubblica. "L'Espresso" pubblica alcuni
brani estratti dalle testimonianze dei magistrati del pool.
Sui contatti con Scalfaro nel '92, prima che il presidente affidasse l'incarico
di formare il governo a Giuliano Amato e non a Craxi.
Francesco Saverio Borrelli: "Ci fu un contatto telefonico diretto. Fui
chiamato a Roma dall'allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro il
quale mi chiese un aggiornamento sui fatti della nostra inchiesta. In quel
momento la persona di Craxi non era stata neppure sfiorata dalle indagini. Certo
si potevano fare ipotesi, c'erano illazioni giornalistiche al riguardo, ma non
c'era ancora nulla a suo carico. Semmai nelle indagini sul Pio Albergo Trivulzio
era emerso il nome di suo figlio Bobo. Nel senso che Chiesa aveva finanziato la
sua campagna elettorale. Comunque Bobo Craxi non fu nemmeno iscritto sul
registro degli indagati. Rimase lì, come in freezer in attesa di eventuali
sviluppi [...] Il presidente Scalfaro voleva ragguagli su Bettino Craxi allora
favorito per la presidenza del Consiglio, poiché i giornali avevano già fatto
il nome del figlio di Craxi. Ricordo che Scalfaro era piuttosto preoccupato, la
voce tradiva una certa ansia: come se fosse preoccupato di ritrovarsi poi presto
in una situazione difficile. E il mondo politico sperava che all'esito delle
elezioni seguisse un incarico di governo a Craxi.
"Così il presidente mi fece capire che la sua domanda era finalizzata a
questo obiettivo [...] Io, ovviamente, non ho risposto, non mi sono azzardato a
dare alcun consiglio, né alcuna indicazione valutativa, ho solo esposto la
situazione. Mi sono limitato a comunicare che non c'era alcuna indagine aperta
su Craxi".
Quando la Fininvest appoggiava Mani pulite.
Borrelli: " È vero che i giornali e le reti Fininvest erano molto
favorevoli al nostro operato. Ma io incontrai Berlusconi per la prima volta solo
nei primi mesi del '94, uscendo dall'ufficio del Procuratore generale Giulio
Catelani, con il quale avevo ancora buoni rapporti [più avanti Catelani
sollecitò una serie di ispezioni ministeriali contro il pool; nda]. Vidi
arrivare questo signore che mi si presentò: "Dottor Borrelli, io sono
Silvio Berlusconi, buongiorno". All'epoca di questo incontro, qualcosa era
già successa: c'era l'indagine sulle discariche in cui era coinvolto il
fratello, e qualcuno aveva già parlato di "guerra" tra la Procura di
Milano e il gruppo Fininvest, perciò, incrociandolo nel corridoio,
scherzosamente gli chiesi: "Non c'è guerra fra di noi, dottor Berlusconi?",
e lui rispose: "No, no assolutamente, per carità!". Credo che
Berlusconi portò a Catelani un opuscolo con il programma di Forza Italia che
distribuiva in quel periodo per la campagna elettorale. Dopo essere stato da
Catelani, ricordo che Berlusconi si diresse dall'Avvocato generale dello Stato,
che allora era De Luca. Anche a lui lasciò il suo programma elettorale. A me
non lo lasciò. Non so se avesse preso appuntamento con Catelani. Con De Luca
sicuramente no, si trovava a passare. Io ebbi la sensazione che dopo questo
contatto fra Berlusconi e Catelani nella procura generale fosse un po' cambiato
il vento. Come se Berlusconi fosse riuscito con il suo carisma ad affascinare
Catelani. Del resto lo stesso Di Pietro, nella primavera del 1994, allorché
ebbe il suo primo contatto con Berlusconi che gli offrì un ministero, ci riferì
che il Cavaliere era una persona particolare, che sapeva conquistare la simpatia
degli interlocutori".
Sul presunto trattamento di favore a Pacini Battaglia.
Piercamillo Davigo: "Con Pacini Battaglia non abbiamo usato la mano
leggera. Ha goduto di un trattamento assolutamente analogo a quello di altri
indagati. Nel momento in cui si è presentato in Italia spontaneamente e con le
sue dichiarazioni ci ha svelato tutta una serie di episodi fino a quel punto
sconosciuti, sono cessate le esigenze di custodia cautelare nei suoi confronti.
Certo, oggi l'esperienza di Mani pulite ci dice che quasi mai gli indagati ci
hanno detto tutto. Ma la tortura non è prevista dal nostro ordinamento. Noi per
farlo parlare non potevamo mica picchiarlo...".
Sull'amministratore delegato della Fiat Cesare Romiti.
Davigo: "Con Romiti c'era uno stupore reciproco. Noi eravamo stupiti di
ritrovarci di fronte lui; lui era stupito di trovarsi di fronte a noi. Ma la
nostra fu una meraviglia positiva, soprattutto per il significato che la sua
presentazione rivestiva in quel periodo. Era un messaggio preciso a tutto il
mondo imprenditoriale e anche politico: se uno come Romiti collabora e invita a
collaborare con la magistratura, allora tutti gli altri industriali devono
riflettere bene. E magari capire che non c'è più ragione per tacere, nessuna
alternativa alla collaborazione. Ecco: il fatto che Romiti venisse da noi fu il
segno della svolta. Ricordo anche certe frasi e certi sguardi di Chiusano: non
sempre riusciva a capirci. Talvolta ci guardava come marziani...".
Oggi Davigo sa però che il memoriale di Romiti era tutt'altro che completo.
"Sì, ma noi allora come potevamo saperlo? Potevamo avere qualche dubbio,
ma non potevamo certo arrestare Romiti in base a una semplice impressione. E poi
in quel memoriale c'era il conto Sacisa e molti altri fatti che noi non avevamo
ancora scoperto. Da quel momento cominciarono anche a presentarsi manager di
aziende del gruppo, a riferire su tangenti pagate. Successivamente però
accertammo anche fatti ulteriori, di cui Romiti e i suoi manager non ci avevano
parlato. Per esempio, le tangenti della Rinascente alla Guardia di
Finanza": saranno scoperte nella primavera del 1994, insieme a quelle della
Fininvest e di altre decine di società milanesi. "Sulle tangenti che era
venuto a rivelarci, Romiti era credibile", ragiona Davigo, "sul resto,
sulla visione generale del problema, da lui ridotto alla concussione che la
classe politica esercitava sulle grandi imprese, gli credevamo molto meno:
difficile costringere un grande gruppo a pagare tangenti, se non vuole pagarle.
Lui negava di averne mai saputo niente, e noi questo non potevamo crederlo. Che
della corruzione spicciola, della tangentina singola non sapesse nulla, è
possibile e forse anche probabile. Ma sulle questioni di sistema e sui grandi
finanziamenti ai partiti nutrivamo seri dubbi. Io non ho mai creduto alla tesi,
non solo romitiana, che le grandi imprese fossero concusse, cioè taglieggiate
contro la loro volontà: se le cose fossero davvero andate così, non si
spiegherebbe il loro comportamento conseguente; se la Fiat era concussa, perché
non è corsa a denunciare i suoi concussori all'indomani dello scoppio di Mani
pulite?".
Quando Berlusconi voleva Di Pietro ministro.
Antonio Di Pietro: "Sul momento interpretai quell'offerta del Cavaliere
come un tentativo di depotenziare il pool, "annettersi" i consensi di
Mani pulite e archiviare una stagione che tutto sommato, fino a quel momento,
gli aveva procurato solo vantaggi, portandolo a Palazzo Chigi al posto dei suoi
vecchi padrini che gli costavano un occhio della testa. Oggi, col senno di poi,
è facile che le motivazioni di quell'offerta fossero ancora meno nobili e ancor
più interessate: da tre settimane avevamo arrestato il maresciallo Nanocchio,
il primo dei finanzieri corrotti dalla Fininvest. Noi ancora non lo sapevamo, da
chi prendevano i soldi Nanocchio e i suoi compari. Ma Berlusconi e famiglia sì.
Ovvio che si preoccupassero di trovarmi qualcos'altro da fare...". Oggi Di
Pietro è pentito di quel no: "Col senno di poi, penso spesso a quel che
avremmo potuto combinare di buono Davigo e io entrando insieme nel governo. Si
sarebbe pentito mille volte, il Cavaliere, di averci invitati. Perché dalla
stanza dei bottoni avremmo potuto affondare meglio il bisturi nel sistema della
corruzione. E in quel periodo Berlusconi non avrebbe potuto fermarci. Forse, con
Davigo alla Giustizia e me all'Interno, non ci sarebbero stati i dossier contro
i magistrati. Forse Mani pulite non sarebbe stata bloccata, ma incentivata.
Forse sarebbe cambiata la storia d'Italia". Chissà.
Accuse al pool? Nessun accanimento, solo indagini.
Fu guerra civile? Colpo di Stato? Ecco cosa dicono i tribunali.
E un ministro britannico.
di MarcoTravaglio
Guerra civile, colpo di Stato, accanimento giudiziario, manette facili, processi
politici, Berlusconi perseguitato, "comunisti" salvati dalle
"toghe rosse". Se ne sono dette e scritte tante su Mani pulite. Ma
tutte queste accuse non sono rimaste nell'aria: sono confluite in specifiche
denunce, che hanno originato due ispezioni ministeriali straordinarie (promosse
dai ministri Alfredo Biondi e Filippo Mancuso), 14 procedimenti disciplinari e
una sessantina di indagini penali a Brescia su Di Pietro e gli altri uomini del
pool, inquisiti per reati gravissimi (compreso l'attentato agli organi
costituzionali)
Tutto si è concluso con proscioglimenti e archiviazioni che hanno smentito nel
merito quelle accuse. E così i ricorsi opposti in vari paesi europei contro le
rogatorie inoltrate dalla Procura di Milano: tutti respinti. Ecco, in
dichiarazioni e atti ufficiali, come quelle accuse sono state smontate.
Il pool Mani Pulite ha abusato della custodia cautelare per estorcere
confessioni?
Dalla relazione finale dei quattro ispettori inviati dal ministro Alfredo
Biondi, resa nota il 15 maggio '95: "Nessun rilievo può essere mosso ai
magistrati milanesi, i quali non paiono aver esorbitato dai limiti imposti dalla
legge nell'esercizio dei loro poteri (.). Non si è riscontrata un'apprezzabile
e significativa casistica di annullamenti delle decisioni che hanno dato luogo a
quelle detenzioni (.). I provvedimenti custodiali sono stati spesso suffragati
(.) dall'ulteriore e decisiva prova della confessione dell'indagato.
Né è risultato che tali confessioni siano state in seguito ritrattate perché
rese sotto la minaccia dell'ulteriore protrarsi della detenzione (.). Non è
possibile ascrivere quelle confessioni alle "condizioni fisiche e
psicologiche disumane" nelle quali si sarebbero venuti a trovare molti
indagati, alcuni dei quali suicidatisi, condizioni cui fa riferimento l'on.
Sgarbi: non è stata mai segnalata l'applicazione di regimi detentivi
differenziati e inaspriti rispetto alla generalità dei casi".
C'è stato accanimento contro la Fininvest?
Dalla relazione degli ispettori inviati da Biondi:"Il dottor Confalonieri
sembra desumere dal solo fatto che sono state promosse indagini a carico di
persone in qualche modo collegate al gruppo Fininvest un fumus persecutionis a
prescindere da concrete censure al comportamento degli inquisiti (.). Gli
inquirenti hanno fornito risposte esaurienti e documentate su tutte le questioni
sollevate: (.) le indagini "sono state condotte nei confronti di persone
fisiche ben determinate" (.).
Ugualmente gratuita (è) l'affermazione secondo cui si sarebbero pretese, per
evidenti scopi politici, chiamate in correità calunniose nei confronti del
presidente del Consiglio (.). Il lamentato accanimento investigativo,
espressione di una pretesa strumentalizzazione politica del potere giudiziario,
non ha trovato alcun riscontro nelle attività di indagine della Procura di
Milano (.). Sono risultate pretestuose le censure ai magistrati del pool mosse
da Berlusconi (.) doglianze prive di qualsiasi pregio".
È vero che le indagini sul gruppo Berlusconi iniziarono dopo la sua
"discesa in campo"?
Dall'ordinanza di archiviazione della denuncia di Berlusconi contro il pool,
emessa dal gup bresciano Carlo Bianchetti il 15 maggio 2001: "L'esame del
prospetto riassuntivo delle iniziative giudiziarie in corso nei confronti suoi e
di altri esponenti Fininvest, prodotto dall'on. Berlusconi ai Pm bresciani (.)
chiarisce che, al momento in cui egli aveva annunciato la volontà di
partecipare alla competizione elettorale a capo di un movimento politico da lui
fondato (26 gennaio '94), la Procura di Milano aveva già avviato svariati
procedimenti per fatti concernenti lui e/o le sue aziende (proc. pen. relativi
a: false fatturazioni in Publitalia, tangenti Vigano e Verzellesi, All Iberian,
discariche Cerro Maggiore e Pioltello), compiendo tra il 27 febbraio '92 e il 20
luglio '93 ben 25 accessi presso le diverse sedi Fininvest nonché presso
Publitalia, al fine di eseguirvi perquisizioni, accertamenti, o per acquisirvi
documenti (.).
Non potendosi avallare con ragionevole sicurezza l'ipotesi più maliziosa, si può
affermare conclusivamente che l'impegno politico del denunciante e le indagini
ai suoi danni non si pongono tra loro in rapporto di causa-effetto; la
prosecuzione di indagini già iniziate, e l'avvio di ulteriori indagini
collegate, in nessun modo possono connotarsi come "attività giudiziaria
originata dalla volontà di sanzionare" il sopravvenuto impegno politico
dell'indagato, e a tal fine diretta.".
È vero che l'invito a comparire spedito a Berlusconi il 21 novembre '94,
mentre presiedeva il vertice anti-crimine di Napoli, provocò la caduta del suo
primo governo un mese dopo?
Dall'ordinanza del gup Carlo Bianchetti (15 maggio 2001): "Alla causazione
del cosiddetto "ribaltone" è stata sostanzialmente estranea la
vicenda dell'invito a presentarsi, dal momento che, secondo la testimonianza
dell'allora ministro Maroni, la decisione della Lega Nord di
"sfiduciare" il Governo Berlusconi (decisione che era stata
determinante nella caduta dell'Esecutivo) era stata formalizzata il 6 novembre
1994, e perciò due settimane prima; trovava comunque le sue radici in un
insanabile contrasto tra la Lega Nord e gli altri partiti del Polo delle Libertà
risalente a fine agosto '94, allorché l'on. Bossi era venuto a sapere
dell'intenzione del Capo del Governo di "andare alle elezioni anticipate in
autunno"".
Quello per i fondi neri del comparto estero Fininvest (All Iberian) è un
processo politico?
Dal discorso pronunciato il 23 ottobre 1996 dal ministro dell'Interno britannico
Simon Brown, di fronte alla Regina per spiegare il diniego al ricorso degli
avvocati di Berlusconi contro la consegna delle carte sui conti esteri Fininvest:
"Se ben capisco l'argomentazione dei richiedenti (la Fininvest), essi
sostengono che l'azione giudiziaria in corso in Italia per donazioni illecite di
10 miliardi al signor Craxi è politica, e che le accuse di falso contabile
(...) sarebbero reato connesso.
Le donazioni politiche illegali sono un reato politico?
Non sono d'accordo. A me sembra piuttosto un reato contro la legge ordinaria
promulgata per garantire un corretto ordinamento del processo democratico in
Italia - reato in nulla diverso, diciamo, dal votare due volte alle elezioni
(...). Il reato in questione è stato commesso per influenzare la politica del
governo: non si pagano clandestinamente grosse somme di denaro a un partito
politico senza uno scopo (...).
Non accetto in nessun modo che il desiderio della magistratura italiana di
smascherare e punire la corruzione nella vita pubblica e politica, e il
conflitto che ciò ha creato tra i giudici e i politici in quel paese, operi in
modo tale da trasformare i reati in questione in reati politici. È un uso
scorretto del linguaggio definire la campagna dei magistrati come improntata a
"fini politici", o le loro azioni nei confronti del signor Berlusconi
come persecuzione politica. Al contrario, tutto ciò che ho letto su questo caso
suggerisce che la magistratura stia dimostrando una giusta indipendenza politica
dall'esecutivo ed equanimità nel trattare in modo eguale i politici di tutti i
partiti (...).
(Il reato) non è intrinsecamente politico, né lo diviene nel caso che l'autore
del reato speri di cambiare la politica del governo comprando influenza
politica, e neanche se il potere giudiziario, perseguendo lui, spera di ripulire
la politica. Nessuno degli argomenti dei richiedenti riesce a persuadermi in
nulla che i reati in questione siano politici. Non riesco proprio a vedere i
pagatori corrotti della politica come i "Garibaldi di oggi", o
cercatori di libertà, o "prigionieri politici"".
È vero che nell'inchiesta Mani Pulite ci furono abusi e forzature?
Dalla relazione degli ispettori del ministro Biondi: "I rilievi negativi,
solo ipotizzati o anche effettivi, non possono incidere più di tanto sugli
enormi meriti di un'inchiesta che rimarrà una pietra miliare nella storia
giudiziaria del nostro Paese, essendo servita a recuperare legalità e
trasparenza nelle istituzioni e nella politica".