da La pagina di Vicio

Articoli tratti da "la Repubblica"

EDITORIALE

Il prestigio infranto
della giustizia italiana

di GIUSEPPE D'AVANZO

 

Si può immaginare che Silvio Berlusconi se la goda come mai se l'è goduta negli ultimi quattordici anni di conflitto frontale con la magistratura. Mai Berlusconi e con Berlusconi tutti coloro che hanno in odio il controllo giurisdizionale hanno avuto un giorno di così vittoriosa, piena, gratificante gioia come questo giovedì 4 dicembre 2008. È una data da annotarsi perché sotto questa luna la magistratura, come ordine (potere) dello Stato, autonomo e indipendente da qualsiasi altro potere, raggiunge il punto più basso del suo prestigio istituzionale; livelli infimi di attendibilità, di rispetto di se stessa, di ossequio alle regole.

Si infligge da sola, come in preda a una follia autodistruttiva, un'umiliazione che lascerà tracce durevoli. Coinvolge nella mischia, ingaggiata irresponsabilmente da due procure (Salerno, Catanzaro) anche il capo dello Stato. Giorgio Napolitano chiede notizie e, se non segreti, atti dell'inchiesta che i due uffici, come bambini prepotenti e irresponsabili, si sequestrano e controsequestrano accusandosi reciprocamente di reato.

Non c'è nessuno che si salva in questa storia, da qualsiasi parte si guardi. La procura di Salerno indaga, su denuncia di Luigi De Magistris, sugli ostacoli che hanno impedito al magistrato di concludere le inchieste Why Not e Poseidone. Mette sotto accusa i procuratori di Catanzaro; il procuratore generale della Cassazione che ha promosso il provvedimento disciplinare contro De Magistris; il sostituto procuratore generale che ha sostenuto l'accusa al palazzo dei Marescialli; il vicepresidente del consiglio superiore e, nei fatti, l'intero Consiglio.

Con un decreto di perquisizione di 1.700 pagine (1.700!) porta via da Catanzaro i fascicoli delle inchieste ancora in corso. La procura di Catanzaro replica che l'iniziativa è "un atto eversivo". Mette sott'inchiesta, a sua volta, le toghe di Salerno per abuso d'ufficio e interruzione di pubblico servizio e si riprende i fascicoli. Il presidente della Repubblica, dinanzi all'inerzia di una procura generale della Cassazione, si muove. Con un'iniziativa senza precedenti e, secondo alcuni addetti impropria, chiede a Salerno notizie utili sull'inchiesta (contro Catanzaro) e più tardi lo stesso fa con Catanzaro (contro Salerno).

 

Ci sarà tempo e modo per affrontare nel merito il groviglio di questioni sollecitate da questo pasticcio. In queste ore di sconcerto, è forse utile ricordare che le inchieste di De Magistris, un generoso magistrato lasciato colpevolmente isolato in un opaco ufficio giudiziario, sono state valutate nel tempo da un giudice per le indagini preliminari, da un tribunale del riesame, dalla Corte di Cassazione. Sempre De Magistris ha avuto torto. Circostanza sufficiente per concludere, come in passato, che le sue inchieste sono eccellenti e attendibili ricostruzioni "giornalistiche" di un sistema di potere, ma un fragile quadro penale. Per di più, messo insieme con mosse "abnormi". O per lo meno giudicate tali, e censurate, dal procuratore generale della Cassazione, dal plenum del Csm, dalla Corte di Cassazione (respinge il ricorso di De Magistris).

È una sequela di giudizi inequivocabili che la procura di Salerno cancella con un colpo di spugna come se fosse dinanzi al più gigantesco dei complotti. Senza attardarsi a dirci, finalmente, se le inchieste di De Magistris sono fondate o deboli (e magari dandosi da fare per rafforzarle, se incompiute), Salerno fa leva sulle accuse di De Magistris per partire lancia in resta contro Catanzaro con un decreto di perquisizione di 1.700 pagine.

Ora un cittadino qualsiasi pensa che il magistrato che firma un decreto come quello, alto due spanne, di migliaia di pagine, non vuole chiudere davvero l'inchiesta. Pretende solo che si sappia di quali ingredienti, ancora tutti da accertare, sia fatta l'inchiesta. Vuole un'eco pubblica ingrassata dalle suggestioni e non da fatti accertati e documentati. Chiede soltanto pubblicità e, al di fuori del processo, prima di un processo, una condanna pubblica per i coinvolti, quale che sia il loro coinvolgimento. Deve essere questo che consiglia a Salerno di sequestrare le carte e non di chiedere, più utilmente e pacificamente, una copia degli atti.

Catanzaro, dal suo canto, non è da meno. Avrebbe potuto rivolgersi alla procura generale della Cassazione (il più alto livello della funzione requirente) e sollevare un conflitto di competenza. Preferisce lo scontro aperto. Per sedarlo interviene Napolitano.

Sono ore di smarrimento per chi ha fiducia nella funzione giudiziaria. Un ufficio essenziale dello Stato di diritto pare affidato a bande che si fanno la guerra in modo così estremo e furioso da coinvolgere anche l'arbitro. Del tutto irresponsabilmente, stracciano ogni apparenza di decoro, di leale collaborazione istituzionale, ogni traccia di rispetto delle regole e delle sentenze già scritte. Un cittadino non può che pensare che la sua libertà personale, i suoi beni, la sua reputazione sono affidati a una consorteria scriteriata e incosciente. Non può che prendere atto che il "potere diffuso" della giurisdizione è fallito come si è rivelato una rovina la gerarchizzazione degli uffici. Non può che concludere che la magistratura (per l'imprudenza o l'arroganza di pochi) appare non consapevole che autonomia e indipendenza si declinano con responsabilità o si perdono per sempre.

Mentre Berlusconi si starà stropicciando le mani dalla soddisfazione, e il ministro Alfano si fa subito avanti con una proposta di riforma bipartisan, quel cittadino dovrà chiedersi se ora prevarrà almeno il buon senso prima che nei palazzi di giustizia appaia il cartello di "chiuso per fallimento".
(5 dicembre 2008)

 

 

 

IL RETROSCENA/ Ecco cosa hanno detto gli esponenti degli uffici giudiziari
di Salerno e Catanzaro ascoltati dalla Prima commissione di Palazzo dei marescialli

Le dichiarazioni dei magistrati in guerra
Agli atti anche la castità di un giudice

di ALBERTO CUSTODERO

 

ROMA - Dottor Apicella, che bisogno c'era di parlare del voto di castità dell'ex presidente dell'Anm, Simone Luerti, nel decreto di perquisizione degli uffici giudiziari di Catanzaro? E che bisogno c'era di perquisire gli zainetti dei bambini che stavano per andare a scuola: i figli del pm Salvatore Curcio? Ed è vero che quel pm è stato perquisito con metodi "invasivi"?". I commissari del Csm hanno sottoposto il procuratore generale di Salerno, Luigi Apicella, a un vero fuoco di fila di domande per sapere cosa l'ha spinto a perquisire i suoi colleghi catanzaresi con modalità che lo stesso vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, ha definito "sconcertanti".

I commissari di Palazzo dei Marescialli hanno domandato ad Apicella se fosse vero che - come denunciato dal procuratore di Catanzaro Enzo Jannelli - durante la perquisizione avvenuta nell'abitazione privata del sostituto procuratore Curcio alle sei del mattino la polizia giudiziaria di Salerno avrebbe intimato al magistrato di alzare la maglietta del pigiama. E di abbassare i pantaloni.

Ma il procuratore capo di Salerno, Luigi Apicella, ha detto di non sapere se Curcio sia stato fatto denudare. In compenso, ha spiegato il perché della perquisizione negli zainetti dei suoi figli minorenni. "Fra i libri di scuola di quei bambini - ha detto Apicella - cercavamo i telefonini del padre". "Ma come - ha obiettato un commissario - non vi bastavano i tabulati telefonici e le intercettazioni?". "No - ha replicato il pg - volevamo accertarci che non avessero altri cellulari a noi sconosciuti".

I commissari di Palazzo dei Marescialli hanno sottoposto ad un vero e proprio interrogatorio i due principali protagonisti di questa vicenda: il procuratore di Catanzaro e il pg di Salerno. Dal primo hanno voluto sapere il motivo che l'ha spinto a disporre il ri-sequestro degli atti dell'indagine Why not che erano appena stati sequestrati dall'autorità giudiziaria salernitana innestando in quel mondo la guerra fra le due procure. Con il grottesco risultato che nella procura di Catanzaro gli atti cui sono stati apposti i sigilli sono piantonati da due carabinieri: uno di Catanzaro, l'altro di Salerno. E viceversa.

 

"Sì, è vero - ha risposto Jannelli - ho ordinato il ri-sequestro di quelle carte perché non volevo che mi impedissero di completare l'indagine Why not che è quasi giunta al termine". La difesa di Jannelli s'è conclusa in breve tempo.

Quella di Apicella, invece, è durata di più. Al procuratore generale di Salerno - titolare di un'indagine nei confronti dei magistrati di Catanzaro scaturita dalle denunce dell'ex pm Luigi De Magistris - le contestazioni dei commissari della Prima commissione sono state incalzanti. "Perché - gli è stato chiesto - nel decreto di perquisizione di 1700 pagine sono stati inseriti voluminosi atti dell'inchiesta Why not, svelando notizie coperte dal segreto istruttorio? Perché sono stati inseriti dati che non c'entrano nulla con l'indagine sui magistrati catanzaresi, come la scheda personale del componente del Csm Anedda e notizie tutelate dalla privacy (l'allusione è alla scelta della castità-ndr) sull'ex presidente dell'Anm Luerti?".

A tutte queste domande, Apicella ha risposto sempre nello stesso modo: "Perché con tutto questo volevo motivare il sequestro degli atti. Se qualcosa non va, si può anche sbagliare". "Ma ha saputo - gli ha contestato un commissario - che le 1700 pagine del decreto di sequestro sono state pubblicate su Internet?". "No - ha risposto Apicella - ma farò qualche accertamento. E, se del caso, aprirò un fascicolo". Apicella è stato comunque invitato a disporre il "ritiro" del documento dal web.

E' stato poi il turno di Jannelli: "La banca dati del consulente Genchi contiene dati su personalità molto importanti. È per questo che non la volevo consegnare ai colleghi di Salerno senza prima sapere a che cosa gli servisse". "Ora capisco - ha aggiunto con un bisticcio di parole - che il procedimento di Salerno è nato per fare il processo al nostro modo di fare il processo Why not".

A questo proposito, il procuratore di Catanzaro s'è abbandonato ad uno sfogo, parlando anche in generale della situazione giudiziaria del suo ufficio: "Da quando lo dirigo, ho dovuto misurarmi con problemi che non esistono in nessuna parte d'Italia, un muro di omertà da Salerno verso la procura di Catanzaro. Nei nostri uffici ho trovato una realtà molto particolare, nella quale ogni magistrato si sentiva solo e isolato".

Jannelli rivela poi al Csm una "scoperta". "Durante la mia permanenza a Catanzaro - ha riferito - sono venuto a conoscenza che la procura di Paola stava svolgendo una indagine parallela alla nostra, quasi un doppione di Why not".

E' stato il procuratore generale di Salerno, Lucio Di Pietro, a chiarire alcuni retroscena della lite fra la sua procura e quella di Catanzaro. "Quando i nostri uffici hanno chiesto gli atti a Catanzaro - ha spiegato il pg Di Pietro - Jannelli ci ha opposto il segreto istruttorio rivendicando la competenza ad indagare. È per questo che è poi stato iscritto nel registro degli indagati".

Quando gli è stato fatto notare che con il sequestro degli atti è stata di fatto bloccata l'indagine in corso a Catanzaro, il pg di Salerno non ha smentito il fatto. Ma ha spiegato di aver saputo della perquisizione martedì. "Mi sono trovato le 1700 pagine del decreto sulla scrivania la mattina stessa delle operazioni - ha spiegato - . Ho iniziato a studiarle allora. Ma non ho ancora finito di leggerle".
(7 dicembre 2008)

 

 

 

In magistratura dal '95, ha inquisito politici, imprenditori e magistrati
Il nome dell'ex pm di Catanzaro dietro Why not, Poseidone e Toghe lucane

De Magistris e le tre inchieste
Tre anni di battaglia e veleni

di BRUNO PERSANO

 

ROMA - "Sin dal 2005 è stato messo in atto il tentativo di sottrarmi le inchieste sui rapporti tra politica e affari. E l'atto di inizio, è stata l'ispezione inviata alla procura di Catanzaro dall'allora ministro della Giustizia Castelli". Lo disse il magistrato in un'audizione davanti al Csm dopo l'avocazione dell'inchiesta Why Not da parte del Pg di Catanzaro. Parole forti e polemiche pronunciate da una toga dalla storia controversa.

Quarantun anni, napoletano verace, in magistratura dal 1995, De Magistris è stato prima alla procura di Napoli poi a quella di Catanzaro abbandonata all'inizio dell'anno su ordine del Csm per il Tribunale di Napoli.

Il suo è legato in maniera indissolubile a tre indagini: Why not, Poseidone e Toghe lucane, tre inchieste in cui il magistrato inquisì uomini politici, imprenditori e magistrati accusandoli di essere mischiati con i poteri oscuri della mafia e della massoneria.

Poseidone. L'inchiesta Poseidone, dal nome del dio greco delle acque, risale al maggio 2005. Fu avviata sul sospetto di un presunto illecito uso di 200 milioni di euro affidati dall'unione europea all'Italia per risolvere il problema della depurazione delle acque in Calabria. Partendo da un relazione della Corte dei Conti sull'inquinamento delle coste e la gestione degli impianti di depurazione nei comuni della fascia tirrenica, l'ex pm indagò dodici persone, tra cui il potente politico locale di An Domenico Basile, assessore uscente all'Ambiente; l'ex presidente "azzurro" della Regione Calabria, Giuseppe
Chiaravalloti; Lorenzo Cesa, segretario dell'Udc; il senatore di FI Pittelli; il generale della Guardia di Finanza Lombardo. Il fascicolo fu poi revocato a De Magistris e affidato ad altro magistrato che chiese l'archiviazione per Cesa, il senatore Pittelli, e il generale Lombardo.

Why not. Il nome Why not deriva dal nome di una società di lavoro interinale di Lamezia Terme che forniva lavoratori specializzati nel settore informatico. Sono le parole di una lavoratrice a dare il via alle indagini che sospettano un gruppo di potere trasversale tenuto insieme dalla loggia massonica "San Marino" che avrebbe influito sull'utilizzo di finanziamenti e l'assegnazione di appalti.

Nell'inchiesta restano coinvolti, insieme a politici locali e alti ufficiali della GdF, l'ex ministro della giustizia Clemente Mastella e l'ex premier Romano Prodi, ai tempi dell'inchiesta presidente della Commissione europea. Avrebbero avuto - secondo le indagini - contatti telefonici con l'imprenditore del settore Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle Opere in Calabria, al centro anche dell'inchiesta "Poseidone". Il Pg di Catanzaro sottrasse anche questa indagine a De Magistris per presunta incompatibilità. Decisione che suscitò reazioni durissime da parte dell'ex pm: "Cacciano chi indaga. Siamo tornati ad un ordinamento giudiziario gerarchizzato proprio dell'
epoca fascista".

Toghe lucane. L'ultima indagine sulle
Toghe lucane ripropone ancora una volta il teorema politica, magistratura, potere economico. L'ultimo atto dell'ex sostituto procuratore di Catanzaro fu la conclusione dell'indagine. Che coinvolse 33 personaggi di rilievo di Potenza e Matera accusati di avere condizionato l'attività giudiziaria e le istituzioni della Basilicata. Tra gli indagati, deputati (Filippo Bubbico); magistrati (Vincenzo Tufano, pg a Potenza, Gaetano Bonomi, sostituto procuratore; Felicia Genovese, ora giudice del Tribunale di Roma; Giuseppe Chieco, procuratore della Repubblica di Matera; Iside Granese, già presidente del tribunale di Matera); funzionari pubblici (Michele Cannizzaro, marito della Genovese, già direttore generale dell'Azienda ospedaliera San Carlo di Potenza), ufficiali dei carabinieri ed ex questiori.

Il trasferimento. Su
richiesta dell'allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, il Csm, dopo un'indaginie interna e l'audizione dell'ex pm, ha ordinato il trasferimento del magistrato a Napoli, cambiandogli anche la funzione, da requirente a giudicante. La notizia giunse il giorno successivo alle dimissioni del ministro Mastella.
(4 dicembre 2008)

  

 

Nelle tre ore di audizione davanti ai consiglieri di Palazzo dei marescialli
il pm ha parlato di eventi che dimostrerebbero dei tentativi di sottrargli le carte

Why Not, De Magistris al Csm
"Inchieste a rischio dal 2005"

Il magistrato ha confermato i suoi sospetti sul procuratore capo Lombardi
e ha annunciato di aver "presentato ricorso in Cassazione contro l'avocazione"

 

ROMA - Sin dal 2005 è stato messo in atto il tentativo di sottrarre al pm di Catanzaro Luigi De Magistris le sue inchieste sui rapporti tra politica e affari. E l'atto di inizio, è stata l'ispezione inviata alla procura di Catanzaro dall'allora ministro della Giustizia Castelli. Questo quanto avrebbe ha sostenuto il magistrato in più di tre ore di audizione, segretata, davanti al Csm. Il magistrato ha anche annunciato di aver "presentato ricorso in Cassazione contro l'avocazione dell'inchiesta Why Not".

Chiamato a rispondere dai consiglieri di Palazzo dei marescialli delle sue dichiarazioni alla stampa su collusioni tra politica, affari e magistratura, il pm avrebbe parlato di una concatenazione di eventi che dimostrerebbero dei tentativi di sottrargli l'inchiesta da un paio d'anni, riservandosi di corroborare le sue affermazioni con una serie di documenti che ha già inviato alla procura di Salerno e che entro il 10 novembre farà arrivare anche al Csm.

Quanto ai suoi rapporti con la stampa, il pm ha innanzitutto chiarito di essersi dovuto esporre pubblicamente nel momento in cui gli è stato chiaro che non era possibile toccare gli intrecci tra pubblica amministrazione e affari. E ha confermato i suoi sospetti sul procuratore capo Mariano Lombardi che avrebbe informato il senatore di Forza Italia Giancarlo Pittelli di una perquisizione a suo carico nell'ambito dell'inchiesta Poseidone. Come pure avrebbe ribadito i suoi dubbi sul procuratore aggiunto Salvatore Murone, anch'egli amico di Pittelli. Anche a questo proposito il magistrato ha annunciato che manderà al Csm una consulenza affidata al perito Gioacchino Genchi sullo studio di flussi telefonici, che dimostrerebbe la fuga di notizie sull'inchiesta e che è già stata consegnata alla procura di Salerno.

Ai consiglieri del Csm, il magistrato avrebbe anche parlato delle varie avocazioni di inchieste subite, compresa quella più recente sulla Why not, contro la quale ha presentato ricorso alla procura generale della Cassazione, spiegando di essersi sentito colpito nella sua professionalità. E avrebbe anche spiegato che al di là di Lombardi e di Murone i suoi rapporti sono buoni con tutti i colleghi della procura. Rispondendo alle domande dei consiglieri, il pm di Catanzaro avrebbe infine escluso di avere rapporti confidenziali con alcuni giornalisti.

"Sono sereno, mi affido al Csm", ha detto Luigi De Magistris a conclusione dell'audizione. Il magistrato ha anche detto di aver "presentato ricorso in Cassazione contro l'avocazione dell'inchiesta Why Not decisa dalla procura generale di Catanzaro". "I magistrati - ha poi aggiunto il pubblico ministero - devono poter parlare in alcuni momenti, non ritengo di aver violato il codice etico". "Piuttosto bisogna chiedersi - ha sottolineato - perché si è arrivati al punto di aspettare che un magistrato denunciasse pubblicamente alcuni fatti gravi".

La Commissione proseguirà domani la sua istruttoria con le audizioni del procuratore di Salerno Luigi Apicella, del presidente della Corte d'appello e di quello del Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Catanzaro. Ma non prenderà decisioni su De Magistris, prima del 10 novembre; termine ottenuto dal pm per mettere insieme la documentazione che intende presentare al Csm.
(29 ottobre 2007)

 

  

Intervista al pm di Catanzaro a cui la procura generale ha avocato l'inchiesta
dopo l'iscrizione al registro degli indagati del ministro Clemente Mastella

De Magistris:"Mi cacciano perchè indago
Così torniamo all'epoca fascista"

"Oggi il tema in gioco è se tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge
Faccio le corna, ma dopo che mi hanno tolto le inchieste resta solo l'eliminaziione fisica"
di ATTILIO BOLZONI
FRANCESCO VIVIANO

 

Ha appena saputo. E comincia a parlare: "Siamo alla magistratura degli Anni Trenta, siamo tornati a un ordinamento giudiziario gerarchizzato proprio dell'epoca fascista". Il sostituto procuratore Luigi De Magistris sceglie con cura le parole, prova a stare calmo nonostante tutto quello che gli sta rotolando addosso. Dice: "Prima mi tolgono l'inchiesta Poseidone, poi il tentativo di allontanamento, poi ancora l'avocazione dell'inchiesta Why Not, faccio le corna ma dopo rimane solo l'ipotesi della soppressione fisica". Il magistrato è nella sua casa di Catanzaro. Risponde a tutte le domande che può. Da qualche minuto ha avuto notizia dalle agenzie di stampa che gli hanno "tolto" anche l'altra indagine, si sfoga: "Stento a crederci, mi sembra una barzelletta".

Che costa sta accadendo dottor De Magistris?
"Il dato è quello dell'impossibilità materiale di svolgere il proprio ruolo. Se è vero, se è vero perché io non ho ancora ricevuto alcuna notifica, ci avviamo al crollo dello stato di diritto. E un altro punto nevralgico è quello dell'articolo 3 della Costituzione che qui si sta mettendo in gioco: i cittadini italiani sono tutti uguali davanti alla legge?"

Tutti i cittadini italiani sono uguali davanti alla legge?
"Se uno arresta chi fa la tratta di esseri umani o i trafficanti di droga gli arrivano i telegrammi e gli applausi, gli dicono che è il magistrato più bravo d'Italia. Ma poi viene cacciato quando indaga sulla pubblica amministrazione. Cosa significa allora? A questo punto la partita non può essere più - visto che il tema è così alto - trasferite o non trasferite De Magistris. Io pongo un altro problema: un magistrato così può rimanere in magistratura. E io, così lo so fare il magistrato, anche se mi mandano a Bolzano o a Novara o a Cagliari. Questo è il tema che è in gioco nel Paese: se un magistrato può continuare a indagare su tutti i cittadino o no".

Lei cosa sa di questa avocazione?
"Di ufficiale nulla. Ma se la ragione è quella sull'omessa astensione nel conflitto con il ministro, questo è un fatto senza precedenti. In questo caso la magistratura, intesa come potere diffuso sul territorio, perde completamente la sua autonomia".

Sembra che il procuratore generale Dolcino Favi abbia motivato il suo provvedimento per l'articolo 412, cioè l'avocazione delle indagini preliminari per mancato esercizio dell'azione penale o per la non archiviazione nei termini stabiliti dalle legge.
"Se è così, è ancora peggio. Le indagini preliminari sono in corso e quella norma può intervenire solo quando scadono i termini delle indagini. Le mie indagini erano in pieno svolgimento. Quindi, quella norma, è completamente inapplicabile".

Si sentirebbe allora in grado di affermare che c'è stata una forzatura, se fosse andata davvero così?
"Se fosse andata così, sarebbe un eufemismo dire che c'è stata una forzatura. E poi, poi io in queste ore mi sono fatto una domanda: come è che la notizia dell'iscrizione nel registro degli indagati di Mastella, una notizia così riservata, è uscita su Libero? Io credo che faccia parte di una vera strategia della tensione. Prima la fuga di notizie su Prodi, poi la revoca delle indagini, poi l'articolo di Libero che è servito a scatenare un processo mediatico per arrivare all'avocazione. Senza questa fuga di notizie su Mastella, non sarebbe accaduto tutto questo. E poi il procuratore generale non potrebbe sapere della notizia di Mastella, è vietato dalla legge. Di quella iscrizione lo può sapere il procuratore della repubblica, il procuratore aggiunto. Il procuratore generale non può conoscere le indagini. E la velocità del suo provvedimento mi ha lasciato esterrefatto".

De Magistris, cosa farà adesso?
"Scriverò a chi di dovere, questa avocazione è un ulteriore tassello di ciò che mi sta accadendo da tre anni a questa parte".

Si rivolgerà al Csm? Denuncerà tutto a un'altra procura?
"Investirò più di un'autorità. Indagavo su un sistema di potere e mi hanno spogliato di tutte le inchieste".

Ci spieghi meglio..
"Il segnale che hanno lanciato è molto chiaro: la magistratura non può più indagare in alcune direzioni. Questo è evidente. Poi è anche la conferma di come una parte del potere giudiziario sta dentro il sistema. Una parte della magistratura è funzionale a certi sistemi oggetto di investigazioni, è fondamentale capire questo. Ecco perché si pone in discussione l'agibilità democratica all'interno della magistratura. Da un lato c'è un ritorno alla magistratura degli Anni Trenta, con segni sintomatici di quel periodo del prefascismo e del fascismo. E cioè la possibilità del ministro di trasferire in via cautelare dei magistrati. Si ritorna al periodo in cui il potentino del paese, il signorotto che chiede l'allontanamento del pretore che magari dava fastidio e poi arrivavano gli ispettori e in una settimana quel pretore lo cacciavano via. Si torna alla magistratura ipergerarchizzata, l'avocazione senza alcuna giustificazione, la magistratura in una posizione di avvilimento totale. Immaginate il messaggio che sta passando in questo momento nei confronti di tutti i colleghi".

Si rimprovera qualcosa nel suo lavoro?
"Io ho un rispetto assoluto delle forme, io ritengo che un magistrato per raggiungere risultati deve innanzitutto rispettare la procedura penale. Detto questo, è ovvio e scontato che chi lavora in queste condizioni possa fare errori. Io non mi rimprovero nulla. Ma sono consapevole di aver potuto fare errori, di aver potuto sbagliare. E' umano, ovvio. Che poi abbia fatto errori è tutto da vedere. Io ho subito in questi mesi un processo pubblico senza potermi difendere".

L'iscrizione del ministro Mastella può aver accelerato l'avocazione dell'altra sua inchiesta?
"Sta nei fatti mi pare. Poi parleranno le carte, ma mi pare assolutamente verosimile".

C'è, come dire, una tempistica ritorsiva?
"Io questo non lo posso dire. Però mettendo insieme i fatti... Un'altra cosa mi sembra incredibile: io stavo facendo un percorso di indagine molto lineare e all'improvviso si inserisce una richiesta di trasferimento del ministro che poi - sembrerebbe - è stata utilizzata per dire tu ti dovevi astenere perché c'era la richiesta di trasferimento. Quindi arriviamo al punto che si equipara una richiesta di trasferimento d'ufficio con un atto istituzionale a una specie di denuncia presentata da un indagato. C'è inimicizia, devi astenerti. Una cosa veramente incredibile. E' senza precedenti. Che cosa dovevo fare di fronte a quella richiesta? Dovevo fermarmi, dovevo chiudere le mie indagini? La logica era quella: io dovevo fermare le mie indagini in quella direzione".

O girare le spalle, far finta di non vedere...
"Voglio dire un'altra cosa sul messaggio che stanno mandando. Se io dovessi essere trasferito il magistrato che mi verrà a sostituire cosa farà, come si comporterà? Sa già che, se dovesse seguire le mie orme, andrebbe incontro a un provvedimento disciplinare. Cosa altro deve pensare? O mi fermo o mi tolgono l'indagine. Ecco perché parlo di fine di autonomia e dell'indipendenza della magistratura. E lo dico a ragion veduta. Così non si può più andare avanti, così non ci sono più gli spazi per questo lavoro. E come si fa?".

Lei è diventato, suo malgrado, anche punto di riferimento per un Sud che vuole liberarsi da certi poteri poco trasparenti. Ha qualcosa da dire a quei ragazzi che manifestano per non farla cacciare? Cosa vorrebbe dire a quei giovani calabresi e a tutti gli altri che credono nell'autonomia della magistratura?
"Io innanzitutto credo che questa mobilitazione sia sui diritti e sulla giustizia e non su un giustizialismo o provocata dalla voglia di un tintinnio di manette, di monetine tirate. Questa è una differenza importante con il 1992. Bisogna capire quale è la posta in gioco, questa non è più una questione solo di Luigi De Magistris. Sono convinto che c'è una consapevolezza dei propri diritti, che oggi c'è una grande maturità democratica. Ho ammirazione per quei ragazzi".

Come si sente davvero, cosa prova dentro nel momento che deve lasciare le sue inchieste?
"In una regione che ha decine e decine di magistrati che si trovano in una situazione di opacità assoluta, si va a colpire con tutti i mezzi chi sta cercando di fare un po' di chiarezza sul fiume di finanziamenti pubblici che sono arrivati...
".
(21 ottobre 2007)