ARTICOLI DEL GIORNO
In questa pagina sono inseriti gli articoli, pubblicati negli ultimi giorni, su fatti di particolare importanza. Non costituiscono necessariamente l'aggiornamento più recente del sito, ma sono soltanto una selezione degli articoli fra i più attuali di cui si consiglia in modo particolare la lettura. L'elenco completo delle notizie è pubblicato, invece, nella pagina "Giorno dopo giorno" e nelle altre sezioni del sito.
Il
premier italiano è il primo leader occidentale a far visita al presidente
bielorusso
a cui rivolge parole di stima: "Il consenso della sua gente è sotto gli occhi di
tutti"
Berlusconi va da Lukashenko e lo elogia
Casini: "Sbigottito, venga in Parlamento"
ROMA -
Silvio Berlusconi va in visita e in Bielorussia, e sulle sue manifestazioni di
stima e amicizia per presidente Alexander Lukashenko in Italia scoppia la
polemica.
"Grazie a lei e alla sua gente che so che la ama, e questo è dimostrato anche
dai risultati elettorali, che sono sotto gli occhi di tutti": così il premier
conclude la sua trasferta nel paese ex sovietico, rivolgendosi a un capo di
Stato la cui leadesrhip è considerata non certo un trionfo di democrazia. In
quindici anni al potere, infatti, Lukashenko, bollato come l'ultimo dittatore
d'Europa, non ha mai ricevuto la visita di un presidente dei paesi occidentali.
Ed è proprio Berlusconi a rompere l'isolamento diplomatico in cui era caduto il
paese fin dal 1994, dopo le numerose violazioni dei diritti umani.
''Possiamo dare inizio a relazioni industrali ed economiche'', dice il capo del
nostro governo, promettendo al presidente bielorusso la prossima visita di una
delegazione di industriali italiani. ''Abbiamo lavorato per raggiungere un certo
livello di cooperazione fra i due paesi e le nostre compagnie più importanti'',
gli fa eco Lukashenko, che in passato ha ricevuto a Minsk solo leader politici
anti-occidentali, come il colonnello Gheddafi, il presidente venezuelano Chavez
e quello iraniano Ahmadinejad.
E in Italia scoppia la polemica. A innescarla è il leader dell'Udc Pier
Ferdinando Casini: "Aveva destato in me già profonda meraviglia - dichiara - il
fatto che il nostro sia stato il primo capo di un governo occidentale ad andare
in visita ufficiale in Bielorussia. Ma era niente in confronto allo
sbigottimento di oggi nel leggere gli elogi del nostro premier. A questo punto
ritengo doveroso che Berlusconi venga in Parlamento - e su questo rivolgerò una
richiesta formale al presidente della Camera Gianfranco Fini - per illustrare su
quali basi si poggi e a quali linee si ispiri la nuova politica estera
italiana".
(30 novembre 2009)
Un'altra giornata drammatica nella capitale, nuova manifestazione e scontri
Il tam tam dei blog parla molte vittime. Appello di Obama: "Basta azioni
violente"
Iran, disordini e spari tra la folla
Moussavi: "Pronto al martirio"
Il
leader dei riformatori si lancia in una critica senza precedenti a Khamenei
E ai suoi dice: "Se mi arrestano sciopero generale a oltranza per paralizzare il
Paese"
TEHERAN -
"Si sentono gli spari, c'è gente". Verso sera, mentre le testimonianze si
accavallano, arriva la notizia dell'uso di armi da fuoco - e perfino di acido -
contro i dimostranti, che non credono alle vittoria elettorale del presidente
uscente Mahmud Ahmadimejad. E c'è chi, sui blog, parla di numerose vittime.
Altri testimoni raccontano che il candidato sconfitto, Mir Hossein Mussavi, è
sceso in strada con i manifestanti, affermando di voler continuare la protesta e
di essere "pronto al martirio". Criticando duramente l'ayatollah Khamenei. E
accusando ancora una volta i vincitori di brogli "pianificati da mesi", come ha
scritto in una lettera inviata al Consiglio dei Guardiani della Costituzione.
In un sabato costellato da notizie che i giornalisti indipendenti - ai quali è
stato vietato avvicinarsi ai luoghi delle manifestazioni - non sono in grado di
verificare personalmente, sono testimoni anonimi e blogger a raccontare quanto
sta accadendo nella capitale iraniana. Molti riferiscono che ci sono stati
feriti, altri - citati anche da alcune agenzie di stampa - parlano di due morti,
altri ancora di decine di vittime.
Gli scontri/1. Fin dall'alba, centinaia di poliziotti antisommossa si
sono dispiegati in piazza Enghelab (centro della città, teatro degli ultimi
raduni) e nella via che porta a piazza Azadi, a circa quattro chilometri di
distanza. Per ore migliaia di dimostranti hanno cercato inutilmente di
raggiungere la piazza: poi si sono divisi in gruppi relativamente piccoli
prendendo strade secondarie ma a questo punto sono cominciati gli scontri con la
polizia. I testimoni hanno raccontato che la polizia antisommossa è intervenuta
con lacrimogeni, idranti e manganelli per disperdere le centinaia di
manifestanti filo-Mussavi, specie davanti all'università di Teheran. Qualcuno ha
detto di aver visto del fumo; altri dell'acido lanciato dagli elicotteri; altri
ancora agenti armati appostati sui tetti.
Gli scontri/2.
Le stesse testimonianze parlano di manifestanti arrivati sul posto avvolti nel
sudario bianco, per mostrare di essere pronti a morire da martiri. "La polizia
ha usato idranti con acqua che bruciava", ha detto una ragazza, raccontando che
i poliziotti antisommossa, con caschi e bastoni, erano spalleggiati da miliziani
integralisti che, a bordo di motociclette, inseguivan i contestatori in tutto il
quartiere, anche nei vicoli: "Non fanno domande ... Colpiscono chiunque si
diriga verso la piazza". Sul fronte opposto, un testimone ha detto di aver visto
alcuni miliziani (Basiji) buttati giù dalle loro moto e picchiati da
manifestanti che scagliavano pietre contro i poliziotti e che hanno anche
incendiato alcuni cassonetti. Un edificio usato dai sostenitori di Ahmadinejad è
stato dato alle fiamme. Qui la polizia ha sparato in aria. Alcuni ragazzi
presenti hanno raccontato di forti percosse ricevute dagli agenti, e di aver
visto numerose persone arrestate.
Attentato suicida. Sempre oggi, a Teheran, un attentatore suicida si è
fatto esplodere vicino al mausoleo dedicato a Khomeini, ed è morto; due persone
sono rimaste ferite.
Le critiche a Khamenei. Quel che è certo, è che Moussavi è pronto al
peggio: in caso di un suo arresto, ha chiesto ai suoi sostenitori di iniziare
uno sciopero generale a tempo indeterminato, per paralizzare il Paese. E in una
lettera pubblicata sul suo sito Moussavi ha criticato pesantemente - pur senza
nominarlo esplicitamente - la guida spirituale del Paese, l'ayatollah Ali
Khamenei (che ieri aveva legittimato la vittoria di Ahmadinejad) accusandolo di
voler imporre un nuovo sistema politico nel paese. Sono le critiche più pesanti
mai arrivate dal mondo politico iraniano a Khamenei.
L'appello di Obama. Il presidente degli Stati Uniti ha rivolto un appello
al governo iraniano, affinchè siano fermate "tutte le azioni ingiuste e
violente". Per guadagnarsi il rispetto globale, ha aggiunto. l'Iran deve
"governare attraverso il consenso" e non facendo ricorso "alla coercizione".
(20 giugno 2009)
Il
testo dell'inchiesta sull'operazione condotta alla fine del 2008
Ban Ki-moon: non è una sentenza. Ora passa al voto del Consiglio di sicurezza
"A Gaza furono colpiti i civili"
il rapporto Onu accusa Israele
di VINCENZO NIGRO
ROMA
- Con una lettera al presidente di turno del Consiglio di sicurezza dell'Onu, il
segretario generale Ban Ki-moon ha presentato una sintesi del rapporto sui "nove
incidenti più gravi" accaduti durante l'operazione "Cast Lead" decisa da Israele
alla fine del 2008 per fermare il lancio dei razzi Kassam da Gaza. Dal 27
dicembre al 19 gennaio 2009, data della tregua fra Israele e Hamas, molte scuole
ed edifici dell'Onu a Gaza vennero colpite durante i combattimenti: dipendenti
dell'Onu, ma anche civili rifugiati all'interno di scuole ed edifici delle
Nazioni Unite furono uccisi o feriti da proiettili della IDF (Israel Defence
Force).
Nella lettera con cui accompagna il rapporto fatto avere ieri al Consiglio di
Sicurezza, Ban Ki-moon precisa che "il Board of Inquiry creato per questa
investigazione non è una istituzione giudiziaria o una corte di giustizia, non
riscontra fatti legali e non considera questioni di rispetto della legge".
Questo per spiegare che il rapporto, non provenendo da un organismo giudiziario
delle Nazioni Unite, non ha valore di "condanna" o "assoluzione" ai sensi della
legislazione internazionale.
Ma la ricostruzione fatta dagli esperti Onu guidati da Ian Martin comunque
accusa Israele di una serie di "gravi offese", innanzitutto di uso
sproporzionato della forza e di aver colpito deliberatamente civili e
istituzioni Onu.
Israele ha collaborato seriamente con il Board degli investigatori: durante il
mese di febbraio il ministero degli Esteri e l'esercito israeliano hanno
incontrato più volte la commissione d'inchiesta, mettendo a disposizione
fotografie aeree, informazioni di intelligence e permettendo colloqui con
ufficiali e soldati coinvolti in Cast Lead. Per questo, in vista della
pubblicazione del rapporto e avendo capito di che tipo di lavoro si trattava, il
ministero degli Esteri israeliano l'altroieri ha inviato all'Onu il suo nuovo
segretario generale, Yossi Gal.
Dopo aver offerto il massimo della collaborazione, Israele si aspettava un
rapporto che analizzasse anche il comportamento dei miliziani di Hamas, cosa che
sarebbe stata possibile utilizzando il materiale di intelligence che era stato
offerto al Board. Ma il rapporto non analizza nessun caso sospetto in cui sia
stato coinvolto Hamas. Gli unici casi presi in esame sono i 9 episodi in cui
l'Onu è stata colpita da Israele.
Si parte dal bombardamento della scuola femminile UNRWA di Khan Younis del 29
dicembre, per passare a quello della scuola elementare di Gaza City del 5
gennaio, alla scuola di Jabalya (6 gennaio), per arrivare ai morti provocati dai
proiettili contro la scuola elementare di Beit Lahia (17 gennaio).
Con la sua missione al Palazzo di Vetro l'ambasciatore Gal sarebbe riuscito a
limitare i danni politici per il suo paese, tanto che anche in una conferenza
stampa tenuta per presentare il rapporto Ban Ki-moon ha confermato che il testo
non ha valore giudiziario.
Lo studio del rapporto impegnerà gli esperti per parecchio tempo: ognuno dei
nove episodi contestati ad Israele dovrà essere analizzato passo dopo passo. Ma
per quasi tutti, ad iniziare dai proiettili caduti sulla scuola UNRWA di Jabalya
per finire ai mezzi e alle ambulanze Onu colpite, il giudizio degli esperti Onu
è duro per Israele: uso eccessivo della forza, uso della forza indiscriminato
contro i civili, attacchi a sedi Onu pur sapendo che si trattava di edifici
delle Nazioni Unite.
Ieri un diplomatico Usa ha spiegato alla stampa israeliana che "a parte l'accusa
formale di crimini di guerra, questo rapporto ha tutto per mettere in imbarazzo
Israele, è senza precedenti nella sua gravità nei confronti di Gerusalemme:
potrebbe costituire un serio problema per molti anni se il testo verrà accettato
nella sua versione finale".
Secondo fonti diplomatiche, mentre era a Roma impegnato negli incontri con il
governo italiano, il ministro degli Esteri di Israele Avigdor Lieberman avrebbe
telefonato a Ban chiedendo di rinviare la pubblicazione del rapporto e di
modificare alcuni dei passaggi più duri, protestando poi perché il comportamento
di Hamas non è stato preso in considerazione neppure marginalmente.
Per Israele il problema adesso è che il rapporto non venga approvato dal
Consiglio di Sicurezza: gli Stati Uniti potrebbero bloccare il voto con il loro
veto come hanno fatto altre volte, ma bocciare un testo di una commissione Onu,
in questa fase politica, per l'amministrazione Obama sarebbe assai delicato.
(6 maggio 2009)
Ministeri di Parigi e Berlino contro le dichiarazioni di Benedetto XVI
E la Commissione Ue: "Il condom è essenziale contro la malattia"
Francia e Germania criticano il Papa sull'Aids
"Preoccupano frasi sul preservativo"
Ma la Santa Sede ribadisce la posizione: "Puntare sul profilattico non è la via migliore"
PARIGI
- Suscitano forti polemiche le parole del papa
sull'uso del preservativo.
"Grandissima preoccupazione" è stata espressa oggi dal ministero degli Esteri
francese per "le conseguenze" sulla lotta contro l'Aids delle frasi pronunciate
dal Pontefice durante il suo viaggio in Africa: "La Francia esprime la sua più
viva inquietudine per le consequenze delle dichiarazioni di Benedetto XVI", ha
dichiarato il portavoce del ministero Eric Chevallier. Gli fa eco Berlino: "I
preservativi salvano la vita, tanto in Europa quanto in altri continenti",
affermano in un comunicato stampa congiunto il ministro della Salute Ulla
Schmidt, e della Cooperazione economica e dello sviluppo, Heidemarie
Wieczorek-Zeul. E mentre la Spagna annuncia che invierà un milione di
preservativi in Africa e invita il pontefice a fare mea culpa, Bruxelles
aggiunge: il preservativo "è uno degli elementi essenziali nella lotta contro
l'Aids e la Commissione Ue ne sostiene la diffusione e l'uso corretto", afferma
il portavoce del commissario Ue agli aiuti umanitari Louis Michel.
Particolarmente dura la posizione di Parigi: "Anche se non è nostro compito
giudicare la dottrina della Chiesa, crediamo che tali dichiarazioni mettano a
rischio le politiche della salute pubblica e gli imperativi di protezione della
vita umana", ha detto Chevallier. A sollevare le polemiche sono state le parole
del Papa che ieri ha dichiarato che non si poteva risolvere il problema
dell'Aids con "la distribuzione dei preservativi", e che, al contrario "questi
aggravano il problema".
Anche il direttore esecutivo del Fondo mondiale per la lotta contro
l'Aids, Michel Kazatchikine, ha espresso la sua profonda indignazione a Radio
France Inter. "Queste parole sono inaccettabili. E' una negazione dell'epidemia.
E fare tali dichiarazioni in un continente che è sfortunatamente quello più
colpito dalla malattia, è assolutamente incredibile", ha commentato, concludendo
"Chiedo che queste parole vengano ritirate, in modo chiaro".
Anche il governo di Berlino sottolinea come i preservativi svolgano un ruolo
decisivo nella lotta all'Aids: "Una moderna cooperazione allo sviluppo deve dare
ai poveri l'accesso ai mezzi di pianificazione familiare e tra questi rientra in
particolare anche l'impiego dei preservativi; tutto il resto sarebbe
irresponsabile", conclude il comunicato dei ministri tedeschi.
Nonostante le polemiche, la Santa Sede conferma la posizione. "La Chiesa - si
legge in una nota - concentra il suo impegno non ritenendo che puntare
essenzialmente sulla più ampia diffusione di preservativi sia in realtà la via
migliore". Il Santo Padre, precisa padre Federico Lombardi, direttore della sala
stampa della Santa Sede, "ha ribadito le posizioni della Chiesa Cattolica e le
linee essenziali del suo impegno nel combattere il terribile flagello
dell'Aids", che si concentrano sull'educazione alla responsabilità delle persone
nell'uso della sessualità e con il riaffermare il ruolo della famiglia e del
matrimonio; con la ricerca di cure efficaci accessibili al maggior numero di
persone e con l'assistenza umana e spirituale ai malati. "Queste - riafferma il
portavoce vaticano - sono le direzioni in cui la Chiesa concentra il suo impegno
non ritenendo che puntare essenzialmente sulla più ampia diffusione di
preservativi sia in realtà la via migliore, più lungimirante ed efficace per
contrastare il flagello dell'Aids e tutelare la vita umana".
(18 marzo 2009)
Terza visita di un Pontefice nel continente africano dopo Paolo VI e Giovanni
Paolo II che si recò 16 volte
Camerun e Angola saranno le tappe di Benedetto XVI: "In questa crisi ci vuole
etica"
Viaggio in Africa del Papa: non mi sento solo
"E l'Aids non si vince con preservativi"
Unica strada efficace quella di un rinnovo spirituale e umano nella sessualità
YAOUNDÉ
- Benedetto XVI è arrivato nel pomeriggio a Yaoundé, capitale del Camerun, prima
tappa del viaggio in Africa dove si fermerà una settimana. E' la sua prima
visita nel continente africano, la terza di un pontefice dopo Paolo VI (che si
recò solamente una volta in Uganda) e Giovanni Paolo II che invece andò 16 volte
e visitò 42 dei 53 Stati del continente.
Appena sceso dalla scaletta dell'aereo, Benedetto XVI è stato accolto dal
presidente del Camerun, Paul Biya, che indossa un elegante completo nero, e
dalla moglie Chantal Biya, che veste un vestito rosa con cappello. La banda
musicale ha eseguito i due inni, quello vaticano e quello camerunense, prima dei
discorsi del Papa e di Biya.
Durante il viaggio il Pontefice ha parlato con i giornalisti affrontando le
questioni e i temi che affronterà in questa visita. A cominciare dall'epidemia
di Aids che "non si può superare con la distribuzione dei preservativi che, anzi
aumentano i problemi". Il Papa ha indicato come unica strada efficace quella di
un "rinnovo spirituale e umano" nella sessualità.
Il Papa ha ricordato che la chiesa cattolica fa tanto in Africa contro l'Aids.
"E' una tragedia che non si può superare solo con i soldi, non si può superare
con la distribuzione di preservativi, che anzi aumentano i problemi". Serve
invece, ha proseguito, un comportamento umano morale e corretto e una grande
attenzione verso i malati: "soffrire con i sofferenti".
Papa Ratzinger ha poi definito ridicolo il "mito della sua solitudine". "Non mi
sento solo in alcun modo", ha aggiunto dicendo di essere circondato da amici,
collaboratori e vescovi. Il Papa ha risposto a una domanda sulla sua presunta
solitudine dopo la
crisi scoppiata in Vaticano
dopo la revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani.
Il Papa ha poi detto che la chiesa in Africa è vicina ai poveri e ai
sofferenti, ma non è esente da peccati e deve purificarsi. Rispondendo a chi gli
chiedeva se oltre alla quantità sia necessaria anche la qualità nella presenza
cattolica nel continente nero, il Papa ha osservato che anche la chiesa non è
"una società perfetta". Piuttosto che la purificazione delle strutture - ha
indicato - occorre però "una purificazione dei cuori".
Benedetto XVI ha anche parlato dell'aggressività dei nuovi movimenti
protestanti: "E' vero - ha ammesso - in Africa ci sono problemi con le sette.
Noi non annunciamo miracoli o prosperità, al contrario di loro". Tuttavia, ha
spiegato, queste nuove chiese sono "molto instabili" e il cattolicesimo può
fronteggiarle grazie alla sua struttura e alla sua unità. "Abbiamo una rete - ha
concluso - che supera il tribalismo".
Durante la conferenza stampa a bordo dell'aereo in viaggio verso la capitale del
Camerun, il Papa ha poi lanciato un appello alla solidarietà internazionale
perché non lasci sprofondare l'Africa sotto il peso della crisi economica.
Benedetto XVI ha però ribadito che il mondo della finanza e dell'economia devono
ritrovare la centralità dell'etica. "Questa crisi economica - ha osservato - è
il prodotto di un deficit dell'etica". Benedetto XVI ha anche annunciato che di
questo parlerà nella sua prossima enciclica. "Era quasi pronta - ha rivelato -
ma poi è intervenuta la recessione globale e abbiamo dovuto rilavorarci proprio
per offrire un messaggio all'umanità in questa congiuntura".
(17 marzo 2009)
DOBBIAMO AGGIUSTARE L’IMMAGINE DISTORTA CHE ABBIAMO DI HAMAS
di
WILLIAM SIEGHART
Gaza è una società laica dove la gente ascolta musica pop, guarda la tv, e
molte donne camminano per strada senza il velo.
La settimana scorsa ero a Gaza. Mentre ero lì ho incontrato una ventina di
poliziotti che partecipavano a un corso in gestione dei conflitti. Erano
ansiosi di sapere se gli stranieri si sentivano al sicuro da quando Hamas era
al governo. “Sì, certamente!” ho risposto. Senza dubbio gli ultimi 18 mesi
hanno visto una relativa calma per le strade di Gaza; nessun uomo armato per le
strade, niente più rapimenti. Hanno sorriso pieni di orgoglio e ci hanno
salutato con un arrivederci.
Meno di una settimana dopo tutti questi uomini erano morti, uccisi da un
razzo israeliano durante una cerimonia di passaggio di grado. Erano “uomini
armati e pericolosi di Hamas” ? No, erano poliziotti disarmati, impiegati
pubblici uccisi non durante un “campo di addestramento militante” ma nella
stessa stazione di polizia al centro di Gaza City usata dagli Inglesi, dagli
Israeliani e da Fatah durante il periodo in cui questi guidavano il paese.
Questa distinzione è cruciale perché mentre le terrificanti scene di Gaza e
Israele vengono trasmesse nei nostri schermi televisivi, si sta combattendo
anche una guerra fatta di parole che sta oscurando la nostra comprensione della
realtà dei fatti.
Chi o cosa è Hamas, il movimento che il ministro della Difesa israeliano Ehud
Barak vorrebbe annientare come se fosse un virus? Perchè ha vinto le elezioni
palestinesi e perché permette che vengano sparati razzi su Israele?
La storia degli ultimi tre anni di Hamas rivela come l'incomprensione
riguardo a questo movimento da parte dei governi di Israele, degli Stati Uniti
e Regno Unito ci abbia condotto alla situazione brutale e disperata in cui
siamo.
La storia comincia circa tre anni fa quando “Cambiamento e Riforma”, il
partito politico di Hamas, ha inaspettatamente vinto le prime elezioni libere e
regolari del mondo arabo, in una piattaforma politica che vedeva la fine della
corruzione endemica e il miglioramento dei quasi inesistenti servizi pubblici
nella Striscia di Gaza. Contro un'opposizione divisa questo partito
apparentemente religioso si è impresso nella comunità a prevalenza laica tanto
da guadagnare il 42 per cento dei voti.
v I palestinesi hanno votato per Hamas perchè hanno pensato che Fatah, il
partito del governo che hanno bocciato, li ha delusi. Nonostante la rinuncia
alla violenza e il riconoscimento dello Stato d'Israele, Fatah non ha
realizzato uno Stato palestinese.
v E' essenziale sapere questo per capire la cosiddetta posizione di rifiuto
di Hamas. Che non riconoscerà Israele o rinuncerà al diritto di resistere
finchè non sarà sicuro dell'impegno mondiale a raggiungere una soluzione per la
questione palestinese.
Nei cinque anni in cui ho visitato Gaza e la Cisgiordania ho incontrato
centinaia di politici e di sostenitori di Hamas. Nessuno di loro ha professato
lo scopo di islamizzare la società palestinese, in stile talebano. Hamas conta
troppo sui votanti laici per fare questo. La gente ascolta ancora la musica
pop, guarda la televisione e le donne ancora scelgono se indossare il velo o
no.
La leadership politica di Hamas è probabilmente la più qualificata nel mondo.
Può vantare nelle sue file più di 500 laureati col titolo di dottorato, la
maggioranza fatta di professionisti della classe media (dottori, dentisti,
scienziati, e ingegneri).
La maggior parte della leadership di Hamas si è formata nelle nostre
università è non ha maturato nessun odio ideologico contro l'Occidente. E' un
movimento basato sul malcontento, dedicato ad affrontare l'ingiustizia compiuta
sul suo popolo. Ha coerentemente offerto una tregua di dieci anni per fornire
uno spazio di respiro per poter risolvere un conflitto che continua ormai da
pià di 60 anni.
La reazione di Bush e Blair alla vittoria di Hamas nel 2006 è la chiave
dell'orrore di oggi. Invece di accettare il governo democraticamente eletto,
hanno finanziato un tentativo di rimuoverlo con la forza; addestrando e armando
i gruppi di combattenti di Fatah per rovesciare militarmente Hamas e imporre ai
Palestinesi un governo nuovo e non eletto da loro. Come se non bastasse, 45
membri del Parlamento di Hamas sono ancora detenuti nelle prigioni
israeliane.
v Sei mesi fa il governo israeliano ha accettato una tregua, mediata
dall'Egitto, con Hamas. In cambio del cessate il fuoco Israele ha acconsentito
all'apertura dei valichi e permesso il libero flusso dei beni essenziali dentro
e fuori da Gaza. I lanci di razzi sono terminati ma i valichi non sono stati
mai totalmente aperti, e la popolazione di Gaza ha iniziato a morire di fame.
Questo devastante embargo non è una vittoria della pace.
Quando gli occidentali chiedono che cosa abbiano in mente i leader di Hamas
quando ordinano o permettono il lancio di razzi su Israele, non stanno
comprendendo la posizione dei palestinesi. Due mesi fa le Forze di Difesa
israeliane hanno rotto la tregua entrando a Gaza e cominciando di nuovo il
ciclo di uccisioni.
Dal punto di vista palestinese ogni giro di razzi lanciati è una risposta
agli attacchi israeliani. Dal punto di vista israeliano è il contrario. Ma cosa
significa quando Barack parla di distruzione di Hamas? Significa uccidere il 42
per cento dei palestinesi che hanno votato per esso? Significa rioccupare la
Striscia di Gaza da cui Israele si è ritirato così dolorosamente tre anni fa? O
significa separare in modo permanente i palestinesi di Gaza e quelli della
Cisgiordania, politicamente e geograficamente?
E per coloro il cui mantra è la sicurezza di Israele, quale sorta di minaccia
costituiscono i tre quarti di un milione di giovani che stanno crescendo a Gaza
con un odio implacabile contro chi li riduce alla fame e li bombarda?
E' stato detto che questo conflitto è impossibile da risolvere. In realtà, è
davvero semplice. Il vertice delle mille persone che governano Israele
(politici, generali e lo staff della sicurezza) e il vertice dei palestinesi
islamisti non si sono mai incontrati. Una pace che sia tale richiede che questi
due gruppi si siedano insieme senza pregiudizi. Ma gli eventi di questi giorni
sembra abbiano reso ciò più improbabile che mai. Questa è la sfida per la nuova
amministrazione di Washington e per i suoi alleati europei.
William Sieghart
Fonte: www.timesonline.co.uk
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ANNA TORO
Il
reportage. 1200 palestinesi sono morti perché Hamas allestisse
uno spettacolo grottesco: il suo debutto sulla scena internazionale
da “la Repubblica”
Gaza, la collina della vergogna
"Contro di noi ogni sopruso"
dal nostro inviato GUIDO RAMPOLDI
GAZA
- La collina ha un nome mite: Hai el-Zaitun, il Posto delle Olive. Molteplice è
l'origine della sua sfortuna. Hai el-Zaitun è alla periferia di Gaza, e
dall'alto domina la città. Ma non meno di questa posizione strategica è stata
fatale ai suoi abitanti la coincidenza di interessi tra Hamas e il governo
Olmert, poiché a entrambi una guerra conveniva. In ogni caso, due settimane fa,
nel pieno della battaglia di Gaza, ad Hai el-Zaitun trentacinque palestinesi
sono stati uccisi dagli israeliani.
E le testimonianze dei sopravvissuti concordano: alcuni sono stati ammazzati a
sangue freddo, quando si erano già arresi.
A Hai el-Zaitun vivevano i membri di un grande clan palestinese, i Samuni (Samooni
secondo la trascrizione inglese). Abitavano15 edifici di due o tre piani sparsi
per un'area di circa tre ettari. Avevano olivi, orti, anatre, un allevamento di
galline e una piccola moschea. I tank israeliani e la fanteria arrivarono lassù
nei primi giorni di gennaio e si attestarono tra le case. E' probabile che uno o
più Samuni abbiano sparato sui soldati. Ma neppure questo giustificherebbe quel
che accadde in seguito.
La collina adesso è immersa in un fetore di galline morte. Sulla sabbia pressata
dai cingoli dei carri armati si svolge da due giorni un andirivieni di
sopravvissuti, impegnati a tentare di recuperare qualcosa dalle case, tutte
colpite da pallottole e da granate, le più totalmente distrutte.
Atia Samuni, 47 anni, e suo figlio Ahmed, 4 anni, morirono in questa palazzina a
tre piani, un edificio rudimentale di cemento nudo, con un tetto di lamiera,
stanze senza porta e al piano terra, sabbia per pavimento. La moglie di Atia,
Zeinat, non ricorda esattamente quale giorno fosse, probabilmente il 3 gennaio.
Gli israeliani spararono una granata contro la casa, distruggendone una parte.
Poi entrarono all'interno. Quasi tutti gli abitanti, venti in tutto, si era
radunati in una stanza di tre metri per tre, con stuoie sulla sabbia. "Chi è il
proprietario?, gridarono i soldati. Allora mio marito avanzò con le mani
alzate", mi racconta Zeinat Samuni. "Era sulla porta quando gli israeliani lo
ammazzarono con una pallottola tra gli occhi. Cadde all'indietro, in questa
stanza. Poi gli israeliani ci mitragliarono".
e pallottole ferirono cinque palestinesi, tra i quali i due figli di Zeinat
Samuni: un neonato e Ahmed, il bambino di quattro anni. "Li sentivamo ridere,
mentre rovistavano nella stanza accanto, per rubare quel che avevamo. Quando
diedero fuoco ai materassi, il fumo invase questa stanza e non riuscivamo a
respirare. In nome di tutti i libri sacri, li invocammo, lasciateci vivere, per
pietà. Infine ci puntarono le loro luci laser e ci ordinarono di spostarci nella
cucina. Fatemi prendere mio marito, dissi. Ma non vollero. Più tardi accadde
qualcosa che non so, perché uscirono dalla casa. Provai a uscire anch'io, Ahmed
perdeva molto sangue, ma i soldati presero a sparare fin quando non rientrai.
Allora chiamai la Croce Rossa, gli ospedali. Mi dissero che non potevano mandare
un'ambulanza, gli israeliani avevano già ammazzato due autisti. Mio figlio morì
di emorragia. Vede quella striscia rossa sulla parete? Quello è il sangue del
mio povero bambino".
Secondo altre donne Samuni che trovo ad Hai al-Zaitun, almeno un altro
palestinese sarebbe stato ammazzato a sangue freddo. Quando ne raccontano, sono
inarrestabili come un fiume in piena. Si erano rifugiati in 80 in una palazzina
prossima alle casa di Ahmed Samuni, quando gli israeliani ordinarono di uscire,
prima con un razzo di avvertimento, poi con un altoparlante. "Strappammo strisce
di lenzuola bianche, e agitando quelle sulla testa uscimmo. Gridavamo "Katàn,
katàn", bambini, e mostravamo i nostri figli. Eppure ci spararono. Da quella
casa, la vede? Ammazzarono un uomo e ne ferirono altri due".
Ricorre in questi racconti il saccheggio delle case. I soldati trasformarono in
"centro di interrogatorio" la casa di Assad al Samuni, 50 anni, poliziotto, e
per primo interrogarono lui, disteso su assi poggiate su una branda, bendato e
legato con manette di plastica. Volevano sapere chi apparteneva ad Hamas, in
quella zona. Nel frattempo perquisirono la casa e trovarono il bottino - qualche
oggetto d'oro e circa 4000 euro in dinari giordani - in un cassetto segreto
dell'armadio. Rubarono anche gli 800 shekel che Mahmud al Samuni, 11 anni, aveva
nascosto tra i vestiti. E questo ora indispone Mahmud molto più del fatto che
quando andava in cucina, per prendere cibo per il resto della famiglia, aveva
sempre un mitra puntato nella schiena: "Avevo impiegato un anno per metterli
insieme, accidenti!".
Hai al-Zaitùn è una Mi-Lai israeliana? Recitavano, quelle donne straziate dal
dolore? Non è difficile verificare se questi racconti sono veri. Israele
sostiene che nell'offensiva mai il comportamento dei suoi soldati è stato
disonorevole. Però rifiuta per principio un'inchiesta internazionale (nel caso
affidata alla Corte penale internazionale) e ignora i dettagliati rapporti
dell'americana Human Rights Watch, la più attendibile organizzazione per i
diritti umani. Val la pena di rileggere un'indagine condotta da Hrw sulla
penultima offensiva israeliana a Gaza, l'operazione Inverno Caldo, condotta a
cavallo tra il febbraio e il marzo 2008, e conclusa con l'uccisione di 102
palestinesi, per la metà civili. Secondo Hrw i soldati israeliani si macchiarono
di "gravi violazioni, incluso l'uccisione di un ferito trasportato in ambulanza,
l'uccisione di due conducenti di carretti trainati da asini, il ferimento con
armi da fuoco di due prigionieri. Tutti questi incidenti sono avvenuti in aree
saldamente in controllo delle Forze armate israeliane". Che tra i soldati
israeliani ve ne sia qualcuno dal grilletto facile, è da mettere nel conto,
considerando l'asprezza dello scontro e la sua durata. Ma secondo Hrw la
questione è un'altra. "Un problema centrale è stato l'impunità" (rispetto alle
leggi internazionali) che Israele accorda ai suoi militari. Hrw cita questo
esempio: dopo "Inverno Caldo" Israele ha aperto indagini su tre furti che
chiamavano in causa suoi soldati, ma non su presunti assassinii. Va da se che
l'impunità distrugge i codici di un esercito. Anche di un esercito come quello
israeliano, che trent'anni fa era il più etico (e il più motivato) del pianeta.
Ovviamente Hrw è durissima anche con Hamas, di cui condanna nei termini più
nitidi i metodi di lotta. Se poi si aggiunge l'indifferenza di europei e
americani alle violazioni più plateali, non sorprende che lo scontro
arabo-israeliano abbia un carattere così sregolato. Poiché considera il nemico
"terrorista, nazista e genocida", ciascuno dei contendenti si accorda il diritto
di derogare dalle leggi di guerra ed è tentato di puntare tutto sulla soluzione
militare. Anche per questo è possibile che il cessate-il-fuoco non duri. Tanto
più perché Hamas ora sembra ubriacata da quello che considera un successo.
L'esito finora inconcludente dell'offensiva israeliana ieri ha permesso
all'organizzazione fondamentalista di dichiarare la vittoria. Davanti alle
cineprese di molte tv, due incappucciati, entrambi capi delle Brigate Qassam,
hanno millantato di aver ucciso 49 israeliani, uno in più dei loro guerrieri
"martirizzati nello scontro" e di essere pronti ad attaccare il nemico se nel
tempo di una settimana non uscirà completamente dalla Striscia e non riaprirà il
confine. In quel caso "la guerra ricomincerà", con "nuove sorprese" perché la
"nostra capacità militare non è stata indebolita" e le Brigate Qassam sono in
grado di elevare la qualità tecnologica della propria missilistica. I due
incappucciati hanno concluso con un avvertimento ad Israele: "Non riuscirete a
concludere la pace ai vostri termini". Oltre milleduecento palestinesi sono
morti anche perché Hamas potesse allestire questo spettacolino grottesco e
velleitario, il suo debutto sulla scena internazionale. Un palcoscenico su cui
conta di restare a qualsiasi prezzo.
(20 gennaio 2009)
LE IDEE, da “la Repubblica”
Israele parli anche con Hamas
di DAVID GROSSMAN
Come le volpi del racconto biblico di Sansone, legate per la coda a un'unica
torcia in fiamme, così noi e i palestinesi ci trasciniamo l'un l'altro, malgrado
la disparità delle nostre forze. E anche quando tentiamo di staccarci non
facciamo che attizzare il fuoco di chi è legato a noi - il nostro doppio, la
nostra tragedia - e il fuoco che brucia noi stessi. Per questo, in mezzo
all'esaltazione nazionalista che travolge oggi Israele, non guasterebbe
ricordare che anche quest'ultima operazione a Gaza, in fin dei conti, non è che
una tappa lungo un cammino di violenza e di odio in cui talvolta si vince e
talaltra si perde ma che, in ultimo, ci condurrà alla rovina.
Assieme al senso di soddisfazione per il riscatto dello smacco subito da Israele
nella seconda guerra del Libano faremmo meglio ad ascoltare la voce che ci dice
che il successo di Tsahal su Hamas non è la prova decisiva che lo Stato ebraico
ha avuto ragione a scatenare una simile offensiva militare, e di certo non
giustifica il modo in cui ha agito nel corso di questa offensiva. Tale successo
prova unicamente che Israele è molto più forte di Hamas e che, all'occasione,
può mostrarsi, a modo suo, inflessibile e brutale.
Allo stesso modo il successo dell'operazione non ha risolto le cause che l'hanno
scatenata. Israele tiene ancora sotto controllo la maggior parte del territorio
palestinese e non si dichiara pronto a rinunciare all'occupazione e alle
colonie. Hamas continua a rifiutare di riconoscere l'esistenza dello Stato
ebraico e, così facendo, ostacola una reale possibilità di dialogo. L'offensiva
di Gaza non ha permesso di compiere nessun passo verso un vero superamento di
questi ostacoli. Al contrario: i morti e la devastazione causati da Israele ci
garantiscono che un'altra generazione di palestinesi crescerà nell'odio e nella
sete di vendetta. Il fanatismo di Hamas, responsabile di aver valutato male il
rapporto di forza con Tsahal, sarà esacerbato dalla sconfitta, intaserà i canali
del dialogo e comprometterà la sua capacità di servire i veri interessi
palestinesi.
Ma quando l'operazione sarà conclusa e le dimensioni della tragedia saranno
sotto gli occhi di tutti (al punto che, forse, per un breve istante, anche i
sofisticati meccanismi di autogiustificazione e di rimozione in atto oggi in
Israele verranno accantonati), allora anche la coscienza israeliana apprenderà
una lezione. Forse capiremo finalmente che nel nostro comportamento c'è qualcosa
di profondamente sbagliato, di immorale, di poco saggio, che rinfocola la fiamma
che, di volta in volta, ci consuma.
È naturale che i palestinesi non possano essere sollevati dalla responsabilità
dei loro errori, dei loro crimini. Un atteggiamento simile da parte nostra
sottintenderebbe un disprezzo e un senso di superiorità nei loro confronti, come
se non fossero adulti coscienti delle proprie azioni e dei propri sbagli. È
indubbio che la popolazione di Gaza sia stata "strozzata" da Israele ma aveva a
sua disposizione molte vie per protestare e manifestare il suo disagio oltre a
quella di lanciare migliaia di razzi su civili innocenti. Questo non va
dimenticato. Non possiamo perdonare i palestinesi, trattarli con clemenza come
se fosse logico che, nei momenti di difficoltà, il loro unico modo di reagire,
quasi automatico, sia il ricorso alla violenza.
Ma anche quando i palestinesi si comportano con cieca aggressività - con
attentati suicidi e lanci di Qassam - Israele rimane molto più forte di loro e
ha ancora la possibilità di influenzare enormemente il livello di violenza nella
regione, di minimizzarlo, di cercare di annullarlo. La recente offensiva non
mostra però che qualcuno dei nostri vertici politici abbia consapevolmente, e
responsabilmente, afferrato questo punto critico.
Arriverà il giorno in cui cercheremo di curare le ferite che abbiamo procurato
oggi. Ma quel giorno arriverà davvero se non capiremo che la forza militare non
può essere lo strumento con cui spianare la nostra strada dinanzi al popolo
arabo? Arriverà se non assimileremo il significato della responsabilità che gli
articolati legami e i rapporti che avevamo in passato, e che avremo in futuro,
con i palestinesi della Cisgiordania, della striscia di Gaza, della Galilea, ci
impongono?
Quando il variopinto fumo dei proclami di vittoria dei politici si dissolverà,
quando finalmente comprenderemo il divario tra i risultati ottenuti e ciò che ci
serve veramente per condurre un'esistenza normale in questa regione, quando
ammetteremo che un intero Stato si è smaniosamente autoipnotizzato perché aveva
un estremo bisogno di credere che Gaza avrebbe curato la ferita del Libano,
forse pareggeremo i conti con chi, di volta in volta, incita l'opinione pubblica
israeliana all'arroganza e al compiacimento nell'uso delle armi. Chi ci insegna,
da anni, a disprezzare la fede nella pace, nella speranza di un cambiamento nei
rapporti con gli arabi. Chi ci convince che gli arabi capiscono solo il
linguaggio della forza ed è quindi quello che dobbiamo usare con loro. E siccome
lo abbiamo fatto per così tanti anni, abbiamo dimenticato che ci sono altre
lingue che si possono parlare con gli esseri umani, persino con nemici giurati
come Hamas. Lingue che noi israeliani conosciamo altrettanto bene di quella
parlata dagli aerei da combattimento e dai carri armati.
Parlare con i palestinesi. Questa deve essere la conclusione di quest'ultimo
round di violenza. Parlare anche con chi non riconosce il nostro diritto di
vivere qui. Anziché ignorare Hamas faremmo bene a sfruttare la realtà che si è
creata per intavolare subito un dialogo, per raggiungere un accordo con tutto il
popolo palestinese. Parlare per capire che la realtà non è soltanto quella dei
racconti a tenuta stagna che noi e i palestinesi ripetiamo a noi stessi da
generazioni. Racconti nei quali siamo imprigionati e di cui una parte non
indifferente è costituita da fantasie, da desideri, da incubi. Parlare per
creare, in questa realtà opaca e sorda, un'alternativa, che, nel turbine della
guerra, non trova quasi posto né speranza, e neppure chi creda in essa: la
possibilità di esprimerci.
Parlare come strategia calcolata. Intavolare un dialogo, impuntarsi per
mantenerlo, anche a costo di sbattere la testa contro un muro, anche se, sulle
prime, questa sembra un'opzione disperata. A lungo andare questa ostinazione
potrebbe contribuire alla nostra sicurezza molto più di centinaia di aerei che
sganciano bombe sulle città e sui loro abitanti. Parlare con la consapevolezza,
nata dalla visione delle recenti immagini, che la distruzione che possiamo
procurarci a vicenda, ogni popolo a modo suo, è talmente vasta, corrosiva,
insensata, che se dovessimo arrenderci alla sua logica alla fine ne verremmo
annientati.
Parlare, perché ciò che è avvenuto nelle ultime settimane nella striscia di Gaza
ci pone davanti a uno specchio nel quale si riflette un volto per il quale, se
lo guardassimo dall'esterno o se fosse quello di un altro popolo, proveremmo
orrore. Capiremmo che la nostra vittoria non è una vera vittoria, che la guerra
di Gaza non ha curato la ferita che avevamo disperatamente bisogno di medicare.
Al contrario, ha rivelato ancor più i nostri errori di rotta, tragici e
ripetuti, e la profondità della trappola in cui siamo imprigionati.
Traduzione di A. Shomroni
(20 gennaio 2009)
Rapporto di Amnesty International (aggiornamento al 14 gennaio 2009)
Il collasso umanitario della Striscia di Gaza
Rapporto aggiornato al 14 gennaio, a cura di Adalah -- The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel, Amnesty International Israel Section, Bimkom -- Planners for Planning Rights, B'tselem -- The Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories, Gisha -- Legal Center for Freedom of Movement, Hamoked -- Center for Defence of the Individual, Physicians for Human Rights - Israel Public Committee Against Torture in Israel e Yesh Din -- Volunteers for Human Rights.
Introduzione
Questo documento è aggiornato al 14 gennaio, diciannovesimo
giorno della campagna militare israeliana nella Striscia di Gaza.
La dimensione del collasso umanitario della Striscia di Gaza è in crescita.
Molti feriti non stanno ricevendo alcuna cura medica, il loro trasferimento
verso gli ospedali è impedito, i team medici vengono attaccati mentre cercano di
portare soccorsi e il sistema sanitario, in particolare gli ospedali, è al
collasso. Le infrastrutture elettriche, idriche e fognarie sono in uno stato di
parziale crollo, che impedisce alla popolazione di Gaza l'accesso all'acqua
potabile e la espone al rischio di infezioni contagiose con le acque reflue che
invadono i centri abitati.
Danni al sistema sanitario e impedimenti all'evacuazione dei feriti
Le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato sei casi in cui i soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro team di operatori sanitari; 12 operatori sanitari sono stati uccisi e 17 feriti.
Sono stati documentati almeno 15 casi di attacchi contro strutture mediche, tra cui un deposito di forniture medicinali, tre cliniche mobili, un centro di salute mentale, le mura e le finestre di tre ospedali pubblici e numerosi veicoli di soccorso. Attacchi diretti hanno colpito l'ospedale europeo e quello di Dura, una struttura dell'UNRWA e la clinica Safha al-Harazin a Shuja'iya.
I ritardi nel coordinamento tra l'esercito israeliano e i team sanitari oscillano tra le 2 e le 10 ore. Nella maggior parte dei casi, l'esercito non risponde affatto alle richieste. Le organizzazioni per i diritti umani sono a conoscenza di casi relativi a oltre 100 civili intrappolati per più di 24 ore, compresi decine di feriti, senza alcuna assistenza medica e, in alcuni casi, senza cibo né acqua. Una famiglia di 21 persone (compresi sei feriti) ha atteso sette giorni che l'esercito autorizzasse la Croce rossa a evacuarla. Due famiglie hanno atteso oltre 36 ore.
Il sistema sanitario di Gaza è al collasso totale dopo più di un anno e mezzo di blocco continuo: si evidenziano una grave mancanza di strumenti e medicine, la carenza di personale qualificato e l'assenza di competenze ed esperienze professionali per trattare i casi più gravi. Secondo il ministero della Salute palestinese, gli strumenti, le attrezzature e i medicinali di cui Israele ha permesso l'ingresso nella Striscia di Gaza coprono solo il 30 per cento delle effettive necessità.
Nella Striscia di Gaza vi sono 2050 posti letto (1500 negli ospedali pubblici e 550 nelle cliniche private). L'unità di terapia intensiva dell'ospedale di Shifa è passata da 12 a 30 letti. Dal 1° gennaio l'unità è al completo, nonostante dal 6 gennaio ogni giorno siano stati trasferiti cinque pazienti in Egitto. Il trattamento dei degenti cronici, compresi i malati di cancro, quelli affetti da epatite e quelli in dialisi, è stato sospeso quasi completamente a causa della mancanza di posti letto e di medici disponibili.
Dal 27 dicembre 2008, è stato sollecitato il trasferimento in ospedali fuori dalla Striscia di Gaza di 850 pazienti cronici e centinaia di feriti. Solo tre feriti e poche decine di degenti sono stati trasferiti in Israele, 250 sono stati evacuati in Egitto attraverso il valico di Rafah. Dal 6 gennaio, nessun altro paziente è stato trasferito in Israele per ricevere cure mediche.
Dal 3 al 10 gennaio l'ospedale di Shifa e gli altri ospedali pubblici di Gaza hanno operato senza fornitura di elettricità, ricorrendo a generatori. Dal 10 gennaio l'ospedale di Shifa ha ricevuto forniture di elettricità per 8 - 12 ore al giorno. In media, nel mese di gennaio, gli altri ospedali della Striscia di Gaza hanno ricevuto elettricità per 4 - 8 ore al giorno, ricorrendo per il restante tempo ai generatori. In un caso, l'ospedale Al-Quds è rimasto senza alcuna fornitura di elettricità e a seguito della rottura del generatore le macchine salva-vita si sono fermate del tutto.
Pazienti curati nelle case sono esposti a rischi maggiori a causa della mancanza di elettricità, che impedisce l'uso regolare dei macchinari a corrente elettrica.
Attacchi alle infrastrutture elettriche, idriche e fognarie
Le linee elettriche, le pompe dell'acqua, i sistemi di fognatura e quelli di raccolta e trattamento dei rifiuti sono stati danneggiati dai bombardamenti. I combattimenti ancora in corso nella Striscia di Gaza impediscono gran parte delle riparazioni, data la mancanza di condizioni di sicurezza concordate con l'esercito israeliano. Lo stesso vale per il trasporto del carburante. In assenza di energia elettrica, è impossibile pompare l'acqua e trattare i rifiuti.
Nei 14 mesi che hanno preceduto la sua campagna militare, Israele ha impedito la fornitura di prodotti vitali, svuotando la Striscia di Gaza di carburante, cibo, medicine e pezzi di ricambio che oggi sarebbero necessari per fronteggiare le conseguenze dei combattimenti. Si registra una grave carenza di carburante necessario per far funzionare le centrali elettriche così come i generatori. Analoga carenza si evidenzia per quanto riguarda i pezzi di ricambio e gli strumenti necessari per effettuare riparazioni e manutenzione.
Oltre mezzo milione di persone è completamente tagliato fuori dall'accesso all'acqua potabile, soprattutto a Gaza City e in altre zone del nord della Striscia di Gaza, a causa dei danni provocati dai bombardamenti e dell'impossibilità di procedere a riparazioni in assenza di condizioni di sicurezza coordinate con i militari israeliani e della mancanza di pezzi di ricambio. A Beit Hanoun, Beit Lahiya, Jabaliya e in alcune zone di Gaza City i sistemi di fognatura non funzionano affatto. Dal 3 gennaio è impossibile intervenire sulle fognature di Beit Hanoun, colpite dai bombardamenti col risultato che le acque di scolo hanno refluito in tutta la zona.
Israele sta impedendo ai tecnici dell'Autorità dell'acqua di raggiungere l'impianto per il trattamento delle acque di scolo di Gaza City. Dal 3 gennaio i liquidi continuano ad affluire verso l'impianto che però non viene svuotato per l'assenza di personale che possa farlo funzionare. Il 10 gennaio uno dei principali contenitori di acque di scolo è stato bombardato, col risultato che le acque hanno invaso la zona.
Israele sta impedendo altresì l'accesso all'impianto di Beit Lahiya, dove c'è il rischio di fuoriuscita delle acque. Nonostante le organizzazioni internazionali avessero chiesto di non colpire quest'area, il 10 gennaio è stata nuovamente bombardata. Se vi sarà la fuoriuscita prevista, saranno a rischio la salute e la stessa vita di circa 10.000 persone.
L'Autorità dell'acqua della Striscia di Gaza ha bisogno di materiali che stanno scarseggiando, come cloro, tubi, valvole ecc. Molti di essi sono stati ordinati mesi fa, ma il loro ingresso non è stato ancora autorizzato.
Per quanto riguarda la corrente elettrica, almeno un quarto del milione di residenti di Gaza City vive senza elettricità da 18 giorni. In qualunque momento del giorno, fino a un milione di persone rimangono senza luce e questo rende difficile fare rifornimento di acqua, usare apparecchiature mediche, conservare e congelare cibi e riscaldare le abitazioni.
Sei delle due linee ad alto voltaggio, che forniscono energia elettrica da Israele e dall'Egitto, non sono funzionanti a causa dei bombardamenti subiti. Dal 10 gennaio la centrale elettrica di Gaza lavora solo al 38 per cento della sua capacità, producendo solo 30 megawatt al giorno. Di conseguenza, la Striscia di Gaza sta ricevendo solo il 48 per cento dell'elettricità necessaria. Si stima, peraltro, che a causa delle interruzioni sulla linea elettrica, la fornitura che arriva a destinazione sia ancora inferiore.
La quantità di gasolio industriale disponibile presso la centrale elettrica ammonta a 500.000 litri, necessari per far muovere tre turbine al massimo per un giorno. Altri 369.000 litri sono stati trasferiti verso il lato palestinese del terminale di Nahal Oz, ma non possono giungere alla centrale elettrica per mancanza di sicurezza.
La notte tra il 12 e il 13 gennaio, l'esercito israeliano ha bombardato i magazzini della Compagnia elettrica di Gaza, causando enormi danni ai trasformatori, ai cavi, a strumenti di disconnessione a basso voltaggio e a ulteriore attrezzatura. Israele aveva autorizzato l'ingresso di questo materiale e di pezzi di ricambio solo quattro giorni prima, dopo averlo negato per mesi.
Un collasso umanitario prevedibile
Negli ultimi 14 mesi Israele ha deliberatamente e significativamente limitato l'ingresso di carburante nella Striscia di Gaza, nell'ambito della decisione presa dal governo il 19 settembre 2007 che autorizzava misure punitive contro i residenti di Gaza. Anziché dare seguito al suo dovere di fornire alla popolazione i necessari prodotti umanitari prima dell'avvio della campagna militare, Israele ha privato la Striscia di Gaza del carburante, del cibo e delle attrezzature necessarie ad affrontare le gravi conseguenze dei combattimenti.
Nei due mesi precedenti la campagna militare, Israele ha rafforzato la chiusura dei varchi e ha privato deliberatamente la Striscia di Gaza del diesel industriale necessario a produrre elettricità, impedendo il suo trasferimento attraverso il terminale di Nahal Oz. In quei due mesi, Israele ha consentito il passaggio solo del 18 per cento del carburante necessario a far funzionare la centrale elettrica di Gaza, che costituisce solo il 28 per cento della quantità di diesel industriale che la Corte suprema aveva ordinato di fornire.
Da oltre tre mesi Israele impedisce la fornitura dei pezzi di ricambio richiesti dalla Compagnia di distribuzione elettrica per portare avanti le sue attività ordinarie. Nel momento in cui viene redatto questo documento, pezzi di ricambio sono bloccati al varco di Karni e al porto di Ashdod.
da "la Repubblica"
Tra le vittime nel sud della Striscia intere famiglie, molti bambini
"Ci avevano detto di restare chiusi dentro per la nostra sicurezza"
In 110 ammassati in una casa e bombardati
l'Onu denuncia il massacro di 30 civili
Il racconto di un ragazzo sopravvissuto, che ha perso madre e fratelli. Nel quartiere almeno 50 morti, si scava tra le macerie
GAZA -
"Abu Salah è morto, sua moglie è morta. Abu Tawfiq è morto, suo figlio è morto e
anche sua moglie. Mohammed Ibrahim è morto, e sua madre è morta. Ishaq e Nasar
sono morti. Tanta gente è morta". Ahmed Ibrahim Samouni ha tredici anni è quel
che gli tocca raccontare è un massacro, la distruzione di gran parte della sua
stessa famiglia e di altre decine di persone che come lui sono rimasti 24 ore
chiusi in una casa che doveva essere il loro rifugio ed è diventata una
trappola.
Ammassati in casa e poi bombardati. Sono morti così almeno una trentina di
palestinesi in un'unica casa a Zeitoun, quartiere a sud di Gaza City. "Uno dei
più gravi episodi dall'inizio delle operazioni", denunciano le Nazioni Unite. Le
vittime del bombardamento del quartiere arriverebbero almeno a cinquanta. Tra le
macerie si cercano ancora decine di dispersi, secondo i soccorritori il bilancio
è destinato a salire.
Il 4 gennaio scorso, raccontano testimoni oculari citati dal Coordinamento degli
Affari umanitari dell'Onu (Ocha), centodieci persone, oltre la metà bambini,
sono stati radunati in un edificio a un piano dai militari dell'esercito
israeliano.
Da un giorno l'esercito era penetrato via terra, e sono stati proprio i soldati
a raccomandare ai civili di restare chiusi dentro "per la loro stessa
sicurezza". Il giorno dopo, la casa è stata sottoposta a un violento
bombardamento. Tra le vittime, sedici membri della famiglia Samouni, sette
donne, tre bambini e tre uomini. Sono stati i sopravvissuti della famiglia a
ricostruire l'accaduto con le agenzie dell'Onu e i volontari di B'Tselem,
l'organizzazione per la difesa dei diritti umani israeliana.
Due membri della famiglia hanno raccontato che domenica mattina, dopo i pesanti
bombardamenti della notte, decine di loro parenti erano stati riuniti dai
militari e gli era stato ordinato di rimanere chiusi in casa mentre erano in
corso perquisizioni porta a porta. Ahamad Talal Samouni, 23 anni, ha raccontato
che la famiglia era stata riunita dai soldati armati nella casa di cemento
appartenente a uno dei membri del clan. "I soldati ci hanno detto di non uscire.
Avevamo fame. Non c'era latte per i bambini, medicine per i piccoli che stavano
male".
Poco prima dell'alba di lunedì, tre uomini della famiglia hanno deciso di
lasciare la casa per andare a prendere altri parenti e portarli dentro, ha
raccontato Meysa Samouni, 19 anni, a B'Tselem. Mentre stavano per uscire un
colpo d'artiglieria ha centrato l'ingresso, uccidendo uno di loro. Subito dopo
una grande esplosione ha devastato il tetto e fatto tremare tutto l'edificio.
Lei è caduta a terra, coprendo sua figlia con il corpo. "Tutto era coperto di
polvere e fumo. Sentivo gridare e piangere. Quando il fumo si è diradato ho
visto decine di corpi, almeno trenta, e una ventina di feriti". Sua figlia aveva
perso tre dita di una mano. Lei e sua figlia sono state soccorse dai soldati,
medicate e fatte uscire di casa. Ma mentre usciva ha visto che i soldati avevano
già occupato la casa e avevano bendato e legato una trentina di uomini.
Wael Samouni, che nel bombardamento ha perso tre figli piccoli, ha raccontato ai
funzionari dell'Onu la dinamica dell'episodio. Con i giornalisti della Reuters
ha parlato suo figlio tredicenne, Ahmed Ibrahim, dal letto di ospedale dove è
ricoverato per le ferite. Un racconto chiaro e agghiacciante, che esce con voce
flebile, e comincia dal giorno prima, da quel che successe in casa loro.
"Dormivamo tutti in una stanza", ricorda. "Eravamo tutti addormentati quando i
carri armati e gli aeroplani hanno cominciato a colpire. Un proiettile ha
raggiunto la nostra casa, grazie a dio non siamo rimasti feriti. Siamo corsi
fuori e c'erano quindici uomini... Atterravano dagli elicotteri sui tetti delle
case". I soldati, racconta Ahmed, percuotevano le persone e le costringevano a
entrare tutti in una casa.
Il giorno dopo la casa è stata bombardata, la madre di Ahmed è morta, con tre
suoi fratelli. Ahmed ha cercato di tenere in vita i suoi tre fratellini più
piccoli e di aiutare i feriti che giacevano in mezzo ai cadaveri. "Non c'era
acqua, non c'era pane, niente da mangiare", ricorda il bambino. "Mi sono alzato,
avevo bendato la mia ferita e mi sono trascinato fuori per prendere l'acqua
cercando di ripararmi dai tiri dei carriarmati e degli aeroplani. Sono andato
dai vicini e ho cominciato a chiamarli finché non sono quasi svenuto. Ho portato
indietro cinque litri d'acqua".
Quando gli operatori della Mezzaluna Rossa e della Croce Rossa hanno finalmente
ottenuto il permesso di accedere alla zona hanno trovato bambini ancora
abbracciati alle madri morte, troppo deboli per mettersi in piedi, e feriti tra
i corpi. Alcuni dei cadaveri riportavano anche colpi d'arma da fuoco oltre alle
ferite del bombardamento, indicazione di un possibile intervento ravvicinato o
successivo dei soldati.
"Abbiamo cominciato a chiamare: 'C'è nessuno vivo in questa casa? - racconta un
medico palestinese che era tra i soccorritori - e abbiamo sentito le voci dei
bambini". I piccolo stavano morendo di fame, aggiunge.
Il quartiere di Zeitoun avevano già subito distruzioni considerevoli tra il
primo e il 3 gennaio, e l'esercito aveva negato alla Croce Rossa l'accesso alla
zona per evacuare i feriti dopo il bombardamento della casa.
I soccorritori della Croce rossa avevano ricevuto richieste d'aiuto fin da
sabato ma non hanno avuto accesso alla zona fino a ieri. "Ci sono ancora persone
tra le macerie - ha detto al Washington Post Khaled Abuzaid, autista di
ambulanza della Croce Rossa - Ma senza acqua o elettricità sono sicuro che
moriranno".
Abuzaid conferma che, oltre a bloccare loro l'accesso, i soldati israeliani li
avevano preavvertiti che non avrebbero potuto portare sul luogo del
bombardamento macchine fotografiche, radio o telefonini - tutte attrezzature
standard per le squadre di soccorso.
I blocchi di terra costruiti dai bulldozer israeliani hanno impedito il
passaggio delle ambulanze. I feriti più gravi sono stati caricati sui carretti
trainati dagli asini. Chi ha potuto muoversi a piedi ha raggiunto il centro
abitato più vicino, a due chilometri di distanza, e da lì i feriti sono stati
trasportati in veicoli civili agli ospedali della zona. Tre bambini, il più
piccolo aveva cinque mesi, sono morti al loro arrivo all'ospedale.
L'accesso al quartiere rimane ristretto. La Croce Rossa e la Mezzaluna rossa
sono tornate oggi durante la tregua di tre ore e hanno soccorso 103 persone che
erano rimaste intrappolate senza cibo né acqua in tre case nello stesso isolato
dell'abitazione dei Samouni.
L'Ocha non accusa l'esercito israeliano di aver agito deliberatamente, ma ha
chiesto l'apertura di un'inchiesta. La Croce Rossa internazionale ha accusato
l'esercito israeliano di "non rispettare gli obblighi imposti dalla legge
umanitaria internazionale circa le garanzie di soccorso e cura dei feriti". "I
militari erano consapevoli della situazione - aggiunge Allegre Pacheco,
vice-direttore dell'Ocha - ma non hanno assistito i feriti. Né hanno permesso a
noi o alla Mezzaluna rossa di soccorrerli.
In una risposta scritta, l'esercito israeliano afferma di lavorare in
coordinamento con le organizzazioni di aiuto umanitario "per garantire
assistenza ai civili" e che "in alcun modo ha colpito intenzionalmente dei
civili".
(9 gennaio 2009)
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato, con l'unica astensione degli Stati Uniti, una risoluzione che chiede l'immediato cessate il fuoco ed esorta a permettere la distribuzione di aiuti umanitari. Hamas e Israele hanno respinto la risoluzione. L'Onu denuncia un gravissimo e deliberato massacro di civili a Gaza: "In 110 radunati in una casa poi bombardata. Almeno 30 vittime, molti bambini"
di Vittorio
Arrigoni
REPORTAGE DA GAZA
|
Non si uccidono così neanche i gattini (da Il Manifesto
del 08.01.2009)
GAZA CITY
«Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola» mi dice
Jamal, chirurgo dell'ospedale Al Shifa, il principale di Gaza, mentre un
infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di
cartone, coperti di chiazze di sangue.
«Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra
sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e l'ultimo miagolio soffocato».
Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua. «Cerca ora di immaginare cosa
accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione
giustamente sdegnata dell'opinione pubblica mondiale, le denunce delle
organizzazioni animaliste...». Jamal continua il suo racconto e io non riesco a
spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi.
«Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola,
decine di bambini, e poi l'ha schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E
quali sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere
animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati».
A questo punto il dottore si china verso una scatola e me la scoperchia davanti.
Dentro ci sono gli arti mutilati, braccia e gambe, dal ginocchio in giù o interi
femori, amputati ai feriti provenienti dalla scuola delle Nazioni unite Al
Fakhura di Jabalia, più di cinquanta finora le vittime. Fingo una telefonata
urgente, mi congedo da Jamal, in realtà mi dirigo verso i servizi igienici, mi
piego in due e vomito. Poco prima mi ero intrattenuto in una discussione con il
dottor Abdel, oftalmologo, circa i rumors, le voci incontrollate che da giorni
circolano lungo tutta la Striscia, secondo le quali l'esercito israeliano ci
starebbe tirando addosso una pioggia di armi non convenzionali, vietate dalla
Convenzione di Ginevra. Cluster bombs e bombe al fosforo bianco. Esattamente le
stesse che l'esercito di Tsahal utilizzò nell'ultima guerra in Libano, e
l'aviazione statunitense a Falluja, in violazione delle le norme internazionali.
Dinnanzi all'ospedale Al Auda siamo stati testimoni, e l'abbiamo filmato,
dell'utilizzo di bombe al fosforo bianco, a circa cinquecento metri da dove ci
trovavamo, troppo lontano per essere certi che sotto gli Apache israeliani ci
fossero dei civili, ma troppo tremendamente vicino a noi. Il Trattato di Ginevra
del 1980 prevede che il fosforo bianco non debba essere usato direttamente come
arma di guerra nelle aree civili, ma solo come fumogeno o per l'illuminazione.
Non c'è dubbio che utilizzare quest'arma sopra Gaza, una striscia di terra dove
si concentra la più alta densità abitativa del mondo, è già un crimine a priori.
Il dottor Abdel mi ha spiegato che all'ospedale Al Shifa non hanno la competenza
militare e medica per comprendere se alcune delle ferite di cadaveri che hanno
esaminato siano state prodotte effettivamente da proiettili al fosforo bianco. A
detta sua però, in venti anni di mestiere, non ha mai visto casi di decessi come
quelli verificatisi all'ospedale nelle ultime ore. Mi ha raccontato di traumi al
cranio, con fratture a vomere, mandibola, osso zigomatico, osso lacrimale, osso
nasale e osso palatino che indicherebbero l'impatto di una forza immensa con il
volto della vittima. Quello che secondo lui è del tutto inspiegabile è la totale
assenza di globi oculari, che anche in presenza di traumi di tale entità
dovrebbero rimanere al loro posto, almeno per tracce, all'interno del cranio.
Invece stanno arrivando negli ospedali palestinesi cadaveri senza più occhi,
come se qualcuno li avesse rimossi chirurgicamente prima di consegnarli al
coroner.
Israele ci ha fatto sapere che da oggi ci è generosamente concessa una tregua
dei suoi bombardamenti di 3 ore al giorno, dalle 13 alle 16. Queste
dichiarazioni dei vertici militari israeliani vengono apprese dalla popolazione
di Gaza con la stessa attendibilità riservata ai leader di Hamas quando
dichiarano di aver fatto strage di soldati nemici. Sia chiaro, il peggior nemico
dei soldati di Tel Aviv sono gli stessi combattenti sotto la stella di Davide.
Ieri una nave da guerra al largo del porto di Gaza ha visto un nutrito gruppo di
guerriglieri della resistenza palestinese che si muoveva compatto intorno a
Jabalia e ha cannoneggiato. Erano invece dei loro commilitoni, risultato: 3
soldati israeliani uccisi, una ventina i feriti.
Alle tregue sventolate da Israele qui non ci crede ormai nessuno, e infatti alle
14 di oggi Rafah era sotto l'attacco degli elicotteri israeliani, e a Jabalia
l'ennesima strage di bambini: tre sorelline di 2, 4, e 6 anni della famiglia
Abed Rabbu. Una mezz'ora prima sempre a Jabilia ancora una volta le ambulanze
della mezzaluna rossa sotto attacco. Eva e Alberto, miei compagni dell'Ism,
erano sull'ambulanza, e hanno videodocumentato l'accaduto, passando poi i video
e le foto ai maggiori media.
Hanno gambizzato Hassan, fresco di lutto per la morte del suo amico Araf,
paramedico ucciso due giorni fa mentre soccorreva dei feriti a Gaza city. Si
erano fermati a raccogliere il corpo di un moribondo agonizzante in mezza alla
strada, sono stati bersagliati da una decina di colpi sparati da un cecchino
israeliano. Un proiettile ha colpito alla gamba Hassan, e ridotto un colabrodo
l'ambulanza. Siamo arrivati a quota 688 vittime, 3070 feriti, 158 i bambini
uccisi, decine e decine i dispersi. Solo nella giornata di ieri si sono contati
83 morti, 80 dei quali civili. Il computo delle vittime civile israeliane,
fortunatamente, è fermo a quota 4.
Recandomi verso l'ospedale di Al Quds dove sarò di servizio sulle ambulanze
tutta la notte, correndo su uno dei pochi taxi temerari che zigzagando ancora
sfidano il tiro a segno delle bombe, ho visto fermi ad un angolo di strada un
gruppo di ragazzini sporchi, coi vestiti rattoppati, tali e quali i nostri
sciuscià del dopoguerra italiano, che con delle fionde lanciavano pietre verso
il cielo, in direzione di un nemico lontanissimo e inavvicinabile che si fa
gioco delle loro vite. La metafora impazzita che fotografa l'assurdità di questi
tempi e di questi luoghi.
Restiamo
umani.
di Alessandro Robecchi
(da Il Manifesto del 4.1.2009)
VOI SIETE QUI
Telefonia militare
Buongiorno, shalom. Sono il telefonista dell'esercito israeliano di turno dalle
8 alle 21. Lavoro noioso. Mi danno una lista di numeri di telefono di Gaza, io
li chiamo e gli dico: ehi, gente, tra cinque minuti vi tiriamo un missile. Al
resto pensano i ragazzi dell'aviazione. È un lavoro nuovo, ne parlano tutti i
giornali del mondo. All'inizio c'è stata un po' di confusione amministrativa per
capire se ero in forze all'esercito o all'ufficio propaganda, e sono stato tre
giorni senza buoni pasto. Seccante. Secondo la nostra propaganda, siamo in grado
di ammazzare un signore barbuto in casa sua, senza svegliare i bambini che
dormono nella stanza accanto. Certe volte non si svegliano proprio più. Quindi
nessuna emergenza umanitaria, l'unico problema è che crollano i muri della casa.
Lo so che i missili intelligenti non li abbiamo inventati noi, ma è una scemenza
che viene utile quando li tiri. Insomma, io telefono a questi palestinesi, ma la
cosa è più complicata di quanto sembri. Certe volte è occupato, certe volte non
sentono il telefono perché stiamo bombardando la casa di fianco. Certe volte non
li chiamo neanche, o faccio degli scherzi telefonici, o sbaglio numero apposta.
Dopotutto è irrilevante che io telefoni oppure no, basta che lo dicano i
telegiornali. Poi hanno deciso: sono in forze all'ufficio propaganda, e i buoni
pasto sono arrivati subito. Comunque, non è un lavoro pesante, e rischio pure di
diventare famoso: mi sto ritagliando tutti gli articoli che dicono quanto siamo
bravi a avvisare la gente prima di ammazzarla. È una cosa che dà soddisfazione.
Ma scusate, ho chiacchierato troppo, ora devo lavorare. Pronto? Chi sei? Passami
mamma... papà è in casa? In che stanza? Va bene, dì a mamma che avete sei minuti
per lasciare il palazzo. Quattro, anzi... forse uno... Pronto? Pronto?
di
Vittorio Arrigoni * - GAZA CITY
REPORTAGE
L'INVASIONE DOPO LE BOMBE (da Il Manifesto del 4.1.2009)
Mentre scrivo i carri armati israeliani sono entrati nella «Striscia». La
giornata è iniziata allo stesso modo in cui è finita quella che l'ha preceduta,
con la terra che continua a tremare sotto i nostri piedi, il cielo e il mare,
senza sosta alcuna, a tremare sulle nostre teste, sui destini di un milione e
mezzo di persone che sono passate dalla tragedia di un assedio, alla catastrofe
di bombardamenti che fanno dei civili il loro bersaglio predestinato. Il posto è
avvolto dalle fiamme, cannonate dal mare e bombe dal cielo per tutta la mattina.
Le stesse imbarcazioni di pescatori che scortavamo fino a qualche giorno fa in
alto mare, ben oltre le sei miglia imposte da Israele come assedio illegale
criminoso, le vedo ora ridotte a tizzoni ardenti. Se i pompieri tentassero di
domare l'incendio, finirebbero bersagliati dalle mitragliatrici degli F16, è già
successo ieri.
Dopo questa massiccia offensiva, finito il conteggio dei morti, se mai sarà
possibile, si dovrà ricostruire una città sopra un deserto di macerie. Livni
dichiara al mondo che non esiste un'emergenza umanitaria a Gaza: evidentemente
il negazionismo non va di moda solo dalle parti di Ahmadinejad. I palestinesi su
una cosa sono d'accordo con la Livni, ex serial killer al soldo del Mossad (come
mi dice Joseph, autista di ambulanze): più beni alimentari stanno davvero
filtrando all'interno della Striscia, semplicemente perché a dicembre non è
passato pressoché nulla, oltre la cortina di filo spinato tesa da Israele. Ma
che senso realmente ha servire pane appena sfornato all'interno di un cimitero?
L'emergenza è fermare subito le bombe, prima ancora dei rifornimenti di viveri.
I cadaveri non mangiano, vanno solo a concimare la terra, che qui a Gaza non è
mai stata così fertile di decomposizione.
I corpi smembrati dei bimbi negli obitori invece dovrebbero nutrire i sensi di
colpa, negli indifferenti, verso chi avrebbe potuto fare qualche cosa. Le
immagini di un Obama sorridente che gioca a golf sono passate su tutte le
televisioni satellitari arabe, ma da queste parti nessuno si illude che basti il
pigmento della pelle a marcare radicalmente la politica estera statunitense.
Ieri (venerdì, ndr) Israele ha aperto il valico di Herez per far evacuare tutti
gli stranieri presenti a Gaza. Noi, internazionali della Ism, siamo gli unici a
essere rimasti. Abbiamo risposto oggi (ieri, ndr) tramite una conferenza stampa
al governo israeliano, illustrando le motivazioni che ci costringono a non
muoverci da dove ci troviamo. Ci ripugna che i valichi vengano aperti per
evacuare cittadini stranieri, gli unici possibili testimoni di questo massacro,
e non si aprano in direzione inversa per far entrare i molti dottori e
infermieri stranieri che sono pronti a venire a portare assistenza ai loro
eroici colleghi palestinesi.
Non ce ne andiamo perché riteniamo essenziale la nostra presenza come testimoni
oculari dei crimini contro l'inerme popolazione civile ora per ora, minuto per
minuto. Siamo a 445 morti, più di 2.300 feriti, decine i dispersi. Settantatré,
al momento in cui scrivo, i minori maciullati da bombe. Al momento Israele conta
tre vittime in tutto. Non siamo fuggiti come ci hanno consigliato i nostri
consolati perché siamo ben consci che il nostro apporto sulle ambulanze come
scudi umani nel dare prima assistenza ai soccorsi potrebbe rivelarsi
determinante per salvare vite. Anche ieri un'ambulanza è stata colpita a Gaza
City, il giorno prima due dottori del campo profughi di Jabaliya erano morti
colpiti in pieno da un missile sparato da un Apache. Personalmente, non mi muovo
da qui perché sono gli amici ad avermi pregato di non abbandonarli. Gli amici
ancora vivi, ma anche quelli morti, che come fantasmi popolano le mie notti
insonni. I loro volti diafani ancora mi sorridono.
Ore 19.33, ospedale della Mezza Luna Rossa, Jabaliya. Mentre ero in collegamento
telefonico con la folla in protesta in piazza a Milano, due bombe sono cadute
dinanzi all'ospedale. I vetri della facciata sono andati in pezzi, le ambulanze
per puro caso non sono rimaste danneggiate. I bombardamenti si sono fatti ancora
più intensi e massicci nelle ultime ore, la moschea di Ibrahim Maqadme, qui
vicino, è appena crollata sotto le bombe: è la decima in una settimana. Undici
vittime per ora, una cinquantina i feriti. Un'anziana palestinese incontrata per
strada questo pomeriggio mi ha chiesto se Israele pensa di essere nel medioevo,
e non nel 2009, per continuare a colpire con precisione le moschee come se fosse
concentrato in una personale guerra santa contro i luoghi sacri dell'islam a
Gaza.
Ancora un'altra pioggia di bombe a Jabaliya, e alla fine sono entrati. I cingoli
di carri armati che da giorni stazionavano al confine, come mezzi meccanici a
digiuno affamati di corpi umani, stanno trovando la loro tragica soddisfazione.
Sono entrati in un'area a nord-ovest di Gaza e stanno spianando case metro per
metro. Seppelliscono il passato e il futuro, famiglie intere, una popolazione
che scacciata dalle proprie legittime terre non aveva trovato altro rifugio che
una baracca n un campo profughi.
Siamo corsi qui a Jabaliya dopo la terribile minaccia israeliana piovuta dal
cielo venerdì sera. Centinaia e centinaia di volantini lanciati dagli aerei
intimavano l'evacuazione generale del campo profughi. Minaccia che si sta
dimostrando purtroppo reale. Alcuni, i più fortunati, sono scappati all'istante,
portandosi via i pochi beni di valore, un televisore, un lettore dvd, i pochi
ricordi della vita che era in una Palestina perduta una sessantina di anni fa.
La maggioranza non ha trovato alcun posto dove fuggire. Affronteranno quei
cingoli affamati delle loro vite con l'unica arma che hanno a disposizione, la
dignità di saper morire a testa alta.
Io e i miei compagni siamo coscienti degli enormi rischi a cui andiamo incontro,
questa notte più delle altre; ma siamo certo più a nostro agio qui nel centro
dell'inferno di Gaza, che agiati in paradisi metropolitani europei o americani,
che festeggiando il nuovo anno non hanno capito quanto in realtà siano causa e
complicità di tutte queste morti di civili innocenti.
*Attivista dei diritti umani dell'Ism
di Mustafa
Barghouthi*
LETTERA DA
RAMALLAH
La morale dei cacciabombardieri (da Il
Manifesto del 31.12.2008)
E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua. Non era un
assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato
dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la differenza tra la pace e la
guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a
quale conto si addebitano? Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca
l'elettricità in sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili - ma
come si chiama, quando manca tutto il resto? E leggerò sui vostri giornali,
domani, che tutto questo è solo un attacco preventivo, solo legittimo,
inviolabile diritto di autodifesa. La quarta potenza militare al mondo, i suoi
muscoli nucleari contro razzi di latta, e cartapesta e disperazione.
E mi sarà precisato naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i
civili - e d'altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che
chiacchierano di Palestina, qui all'angolo della strada, sono per le leggi
israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale, una forza
combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come entità nemica, e
senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele?
Se l'obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas. Arrivate a bordo
dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate
poi a strangolare l'esercizio della democrazia - ma quale altra opzione rimane?
Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa. Non è il fondamentalismo, a
essere bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al
fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce
gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza di dialogo, la
lucidità di ragionare il coraggio di disertare - non è un attacco contro il
terrorismo, questo, ma contro l'altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva
missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per
assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la
racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.
E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi processo di
pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui parlare. E
effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati dietro otto metri
di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map
è solo l'ennesima arma di distrazione di massa per l'opinione pubblica
internazionale? Quattro pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare
gli attacchi terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà
alcuna azione che possa minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli
attacchi contro i civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il
diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è
un processo di pace, mentre l'unica mappa che procede sono qui intanto le terre
confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti allargati -
perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La fine
dell'occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti gli stati
arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione? Qualcuno, lì, per caso
ascolta, dall'altro lato del Muro?
Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri
giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l'indifferenza. Ed è solo
questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di
danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita - solo una vertigine
di infinito abbandono e smarrimento. Europei,americani e anche gli arabi -
perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale
egiziana, al sigillo di Rafah? - siamo semplicemente soli. Sfilate qui,
delegazione dopo delegazione - e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole
restano nell'aria, come sugheri sull'acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non
siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo
favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi,
domandate cosa potete fare per noi. Una scuola?, una clinica forse? delle borse
di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la generosa
solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia - sanzioni, sanzioni
contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello
squilibrio, partigiani dei vincitori - no, sarebbe antisemita. Ma chi è più
antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant'anni, fino a
sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che
un Muro marca un ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse
antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è
antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza,
sull'ultima razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati
infine gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l'esatto opposto,
sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata
sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro
l'altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la
complicità della sinistra e la miopia della destra.
So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna autodifesa,
nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo apartheid - e
genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino
oppure no al millimetro le definizioni delicatamente cesellate dal diritto
internazionale, il suo aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non
sono che l'ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei
vincitori. La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro
silenzio, il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a
un altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?
* Parlamentare palestinese, leader del partito di sinistra Mubadara
(L'Iniziativa)
Traduzione di Francesca Borri
La
richiesta è stata presentata dalla Francia: "La sua approvazione
porterebbe "alla gogna" gli Stati che non riconoscono le unioni gay"
Depenalizzazione dell'omosessualità
No del Vaticano alla proposta Onu
Poi la Santa Sede: "Non difendiamo la pena di morte contro i gay"
CITTA' DEL VATICANO
- E' scontro tra Onu e Vaticano. La Santa Sede boccia, con decisione, il
progetto di una depenalizzazione universale dell'omosessualità. Un' iniziativa
presa dalla presidenza di turno francese dell'Unione europea, e accolta da tutti
i 27 Paesi della Ue. Immediato il "no" della Santa Sede: "Gli stati che non
riconoscono l'unione tra persone dello stesso sesso come 'matrimonio' - dice
monsignor Celestino migliore - verranno messi alla gogna e fatti oggetto di
pressioni". Affermazioni che scatenano una serie di reazioni polemiche che, in
serata, provocano una nuova presa di posizione del Vaticano. Che, però, nella
sostanza è tutt'altro che una retromarcia. "Nessuno vuole difendere la pena di
morte per gli omosessuali", afferma padre Federico Lombardi che ricorda come
altri 150 paesi non abbiano aderito alla proposta - ma la proposta cerca di
'introdurre una dichiarazione di valore politico che si puo' riflettere in
meccanismi di controllo in forza dei quali ogni norma che non ponga esattamente
sullo stesso piano ogni orientamento sessuale, puo' venire considerata contraria
al rispetto dei diritti dell'uomo''. In pratica il rischio paventato è che gli
Stati che non riconoscono le unioni gay vengano "mesi alla gogna".
Toni non dissimili da quelli usati da monsignor Migliore che parla di "una
dichiarazione di valore politico" che aggiunge "nuove categorie protette dalla
discriminazione senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e
implacabili discriminazioni".
Durissima la replica dell'associazione Arcigay: "È di una gravità
inaudita che il Vaticano, e quindi, la Chiesa cattolica tutta, si adoperi
affinché questa richiesta non passi e, si prefigura come un vero e proprio atto
di condanna a morte contro i milioni di gay e di lesbiche che hanno la sfortuna
di abitare in paesi sanguinari".
L'Arcigay ricorda che in decine di Paesi del mondo sono previste sanzioni,
torture, pene e persino l'esecuzione capitale contro le persone omosessuali. "La
scusa per cui la richiesta francese non dovrebbe passare perché da quel momento
gli stati che non riconoscono le unioni gay sarebbero messi all'indice, -
conclude l'Arcigay - non solo non ha alcun senso, ma è una studiata e cinica
bugia per nascondere ciò che realmente il Vaticano vuole: mantenere la pena di
morte e il carcere per le persone omosessuali".
(1 dicembre 2008)
Il
sottosegretario Mantovano: "Non ci fu alcun complotto, fiducia alla Polizia"
Agnoletto (Rifondazione): "Stabilita l'impunità per le forze dell'ordine"
Diaz, polemiche dopo la sentenza
Il Pdl esulta, la sinistra: "Vergogna"
Il
Comitato verità e giustizia: "I condannati dovrebbero essere sospesi dal
servizio"
Forza Nuova: "Vergognoso. Le istituzioni non devono più coprire i macellai"
GENOVA -
"E' morta la giustizia" continua a ripetere un ragazzo fuori dal tribunale di
Genova dove da poco è stata emessa la sentenza per quello che è stato definito
"il massacro della Diaz". Una sentenza, come ovvio, destinata a dividere, con il
centrodestra ad esultare e le vittime di quei giorni infuriate e deluse.
Per il governo il primo a parlare è il sottosegretario all'Interno Alfredo
Mantovano che sottolinea: "Le responsabilità penali sono individuali, non è
stato ordito alcun complotto. La polizia di Stato merita la gratitudine di
tutti". Insomma a fare quel macello sono stati Canterini, all'epoca capo del VII
nucleo (la Celere, in sostanza) ed i suoi uomini ma senza altre responsabilità.
Sulla stessa falsariga Pierferdinando Casini all'epoca dei fatti presidente
della Camera per il centrodestra. "Al vertice della Polizia - dice Casini ci
sono stati e ci sono autentici galantuomini e servitori delle istituzioni. Il
tentativo di criminalizzare, per i fatti del G8 di Genova, i vertici delle forze
dell'ordine si è rivelato per quello che era: un'autentica persecuzione".
Di tutt'altro tenore i commenti di quelli che alla Diaz stavano dalla parte di
chi manganellate e insulti le ha prese. Luca Casarini parla di nuova amnistia.
"In questo paese, si è fatta un'amnistia a senso unico su Genova - dice l'ex
leader dei Disobbedienti - nei confronti di dirigenti della polizia e del potere
politico. E invece ci si è accaniti sui capri espiatori che sono i manifestanti,
condannati pesantemente dallo stesso tribunale". Secco Vittorio Agnoletto,
europarlamentare di Rifondazione: "Da oggi in poi questa sentenza
stabilisce la totale impunità per le forze dell'ordine". Per il Pdci si tratta
di una "sentenza vergognosa". "Pagano sempre i sottoposti, mai i capi", ha detto
Oliviero Diliberto.
"Nessuno degli imputati oggi è presente in aula. Era un loro dovere stare di
fronte al tribunale ed alle parti civili", ha detto Enrica Bartesaghi,
presidente del Comitato verità e giustizia per Genova che è anche parte civile
per i danni subiti dalla figlia, percossa nella scuola Diaz. "I poliziotti
condannati dovrebbero essere sospesi dal servizio", ha aggiunto. "Le condanne
per i fatti di Bolzaneto - ha proseguito Enrica Bartesaghi - ci sono state ma
nessuno è stato sospeso compreso il medico della caserma che continua a fare il
suo lavoro".
Parla di sentenza "vergognosa" anche il coordinatore nazionale di Forza Nuova
Paolo Caratossidis. "Non ci resta altro che pensare che i vertici della polizia
e dei servizi in Italia sono praticamente intoccabili", ha aggiunto Caratossidis.
Pur essendo "una formazione politica lontana anni luce da coloro che furono
vittime delle angherie degli agenti alla Diaz, - ha sottolineato - quello che è
successo nella scuola non è stato in Italia un fatto isolato. Le istituzioni non
devono più coprire i macellai".
(13 novembre 2008)
Sette anni dopo i fatti di Genova, il verdetto del tribunale: chiesti 80 anni,
condannati 24
Tra indulto e prescrizione, nessuno in prigione. I ministeri dovranno risarcire
i danni
G8, a Bolzaneto non fu tortura
Solo 15 condannati, trenta assolti
La Procura: "Qualcosa di grave nella caserma è successo. Mai più fatti del genere"
ROMA
- A sette anni dalle violente nel "carcere provvisorio" di Bolzaneto, i giudici
di Genova pronunciano la sentenza contro i 44 ufficiali, guardie carcerarie e
medici imputati di aver sottoposto a sevizie più di duecento no global. Dopo
dieci ore di camera di consiglio, il verdetto cancella l'ipotesi di crudeltà e
tortura sostenuta dalla Procura. Assolve trenta imputati, ne condanna solo 15.
Contro una richiesta di poco meno di 80 anni di reclusione, i giudici ne hanno
inflitto solo 24 e, grazie alla prescrizione e all'indulto, nessuno dei
condannati finirà in galera.
LE RICHIESTE DEI PM E LA SENTENZA
Alessandro Perugini, l'ex numero 2 della Digos genovese, imputato in un
altro procedimento perchè sorpreso dall'obiettivo di un fotografo mentre tirava
un calcio in faccio ad un adolescente, la Procura aveva chiesto tre anni e
mezzo. E' stato condannato a 2 anni e 4 mesi. Un altro vice-questore genovese,
Anna Poggi, è stato condannato a 2 anni e 4 mesi contro i 3 anni e mezzo
richiesti dal pm. Giacomo Toccafondi, il medico coordinatore del servizio
sanitario a Bolzaneto, ha subito una condanna ad un anno e 2 mesi contro i 3
anni e mezzo richiesti dall'accusa. La sentenza più pesante è stata inflitta a
Antonio Gugliotta, l'ispettore di polizia penitenziaria responsabile
della sicurezza nella caserma: cinque anni, come richiesto dall'accusa, per aver
picchiato con il manganello i giovani no global. Accolta la richiesta della
Procura anche per Massimo Pigozzi l'agente accusato di aver lacerato la
mano ad uno degli arrestati: 3 anni e 2 mesi contro i 3 anni e 11 mesi richiesti
dai pm.
Risarcimenti per quindici milioni. Tra gli assolti, l'attuale generale
della polizia penitenziaria, Oronzo Doria, all'epoca dei fatti
colonnello, che la Procura voleva condannato a 3 anni e mezzo. Condannato il
ministero degli Interni e quello della Giustizia a pagare i danni materiali e
morali subito dalle parti civili. In media, settantamila euro per ognuno delle
209 vittime accertate. In totale circa quindici milioni di euro.
La Procura: "Qualcosa di grave è successo".
Laconico e imbarazzato il commento della Procura alla sentenza shock: "E' stato
riconosciuto che qualcosa di grave nella caserma di Bolzaneto è successo", ha
detto il pm Vittorio Ranieri Miniati che, insieme a Patrizia Petruzziello, ha
sostenuto l'accusa. "Il tribunale - ha proseguito il magistrato - ha ritenuto di
assolvere diversi imputati. Leggeremo la sentenza e valuteremo se fare appello.
E' stata comunque riconosciuta l'accusa di abuso d'autorità".
"Mai più fatti del genere". Dura era stata la
requisitoria
della Procura: un elenco infinito e raccapricciante di "sofferenze fisiche e
morali" inflitte senza "nessuna giustificazione": "Le persone erano arrestate;
la guerriglia urbana era finita da tempo. Nessuno di loro - aveva spiegato la
Procura ai giudici - si era ribellato o aveva fatto resistenza. Erano inermi".
Eppure mancò "rispetto, e il riconoscimento dei diritti". Picchiati; umiliati;
messi a carponi e fatti abbaiare come cani; offesi; costretti a stare ore su una
gamba sola; rapati o insultati. "Speriamo - aveva concluso la requisitoria il
pubblico ministero - che nel nostro Paese non si ripetano mai più fatti del
genere".
(14 luglio 2008)
La
ricostruzione, in 600 pagine, dei fatti accaduti tra il 21 e il 22 luglio
Secondo i pm, ci furono torture. La corte non lo ha riconosciuto
Bolzaneto, il "girone infernale"
dove il diritto era sospeso
GENOVA
- Nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 la caserma di Bolzaneto, dove furono
condotte le persone arrestate nei giorni del G8, è stata descritta dai pm "Un
girone infernale" e un luogo di tortura fisico e psichico.
Secondo l'accusa sarebbero avvenuti episodi di vera e propria tortura che
avrebbero violato la dignità umana e i più significativi diritti alla persona.
Anche in infermeria, medici e agenti avrebbero inflitto vessazioni agli
arrestati feriti.
I pm, nella loro lunga requisitoria, raccolta in una memoria di 600 pagine,
affermarono che nella "caserma di Bolzaneto furono inflitte alle persone fermate
almeno quattro delle cinque tecniche di interrogatorio che, secondo la Corte
Europea sui diritti dell'uomo, chiamata a pronunciarsi sulla repressione dei
tumulti in Irlanda negli Anni Settanta, configurano 'trattamenti inumani e
degradanti'".
L'accusa però, non potendo contestare il reato di tortura, che non esiste nel
nostro ordinamento, ha scelto di chiedere per i vertici apicali preposti alla
struttura l'art.323 (abuso d'ufficio) oltre alla violazione della convenzione
per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, abuso
d'autorità nei confronti di persone arrestate o detenute, minacce, ingiurie,
lesioni. Il tribunale di Genova, con la sua sentenza, ha evidentemente deciso
I reati contestati saranno tutti prescritti nel 2009, ma le eventuali condanne
consentiranno alle parti civili di chiedere un risarcimento o ottenere già oggi
una provvisionale, chiesta da tutti i loro legali.
Nel "girone infernale", descritto dai pm, c'erano ragazzi e ragazze picchiati,
tenuti ore e ore in piedi con le mani alzate, accompagnati in bagno e lasciati
con le porte aperte, insultati, spogliati, derisi e minacciati di guai peggiori,
tra cui la sodomizzazione, un salame usato come manganello, una mano divaricata
e spezzata.
Le ragazze erano chiamate "troiè, "puttane" come accadde a Sara Bartezaghi a cui
agenti dissero anche, ricordando la morte di Carlo Giuliani: "Ne abbiamo
ammazzato uno, ne dovevamo ammazzare cento". C'è poi la testimonianza di
Massimiliano A.,
36 anni, napoletano, disabile al cento per cento."Gli agenti mi hanno
preso in giro - ha raccontato al processo - per la mia bassa statura,
insultandomi con 'Nano buono per il circo', 'Nano di merda', 'Nano pedofilo'".
Il pm ha ricordato che Massimiliano per un'ora non riuscì a farsi accompagnare
in bagno, per cui si fece addosso i suoi bisogni e rimase sporco a lungo perchè
gli impedirono di pulirsi.
Un altro episodio riguarda Katia L., minacciata dagli agenti di farle fare la
stessa fine di Sole (Maria Soledad Rosas), l'anarchica argentina che si suicidò
in carcere dopo la morte del compagno, entrambi arrestati nell'ambito
dell'inchiesta sugli attentati contro la Tav in Valle Susa. La ragazza si sentì
male e vomitando sangue venne portata in infermeria dove un medico le
somministrò dell'ossigeno. Al rifiuto della ragazza di sottoporsi ad una
iniezione il medico la liquidò:"Vai pure a morire in cella".
(14 luglio 2008)