Italia (Rapporto annuale 2008)
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Repubblica italiana
Capo di Stato:
Giorgio Napolitano
Capo del governo: Romano Prodi
Pena di morte: abolizionista per tutti i reati
Popolazione: 58,2 milioni
Speranza di vita: 80,3 anni
Mortalità infantile sotto i 5 anni (m/f): 6/6‰
Alfabetizzazione adulti: 98,4%
Diverse persone hanno ricevuto ordini di espulsione che, se portati a termine, avrebbero potuto configurarsi come refoulement (respingimento forzato verso paesi in cui un soggetto è esposto al rischio di essere sottoposto a gravi violazioni dei diritti umani), e almeno una persona è stata maltrattata mentre era in custodia dopo essere stata espulsa dall'Italia. Non sono cessate le segnalazioni di maltrattamenti compiuti da agenti di polizia e le autorità italiane non hanno introdotto meccanismi efficaci per il riconoscimento delle responsabilità delle forze dell'ordine. Le autorità hanno discriminato i rom e il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura (CAT) ha criticato diversi aspetti della situazione dei diritti umani del paese. L'Italia non ha inserito il reato di tortura nel proprio codice penale e, nonostante alcuni miglioramenti legislativi, continua a non essere dotata di una legge organica sul diritto d'asilo.
"Guerra al terrore"
Le autorità italiane non hanno collaborato pienamente alle indagini sulle violazioni dei diritti umani nel contesto della "guerra al terrore" e sono state criticate dal Parlamento europeo per il loro coinvolgimento nel programma di rendition.
***Rendition
*Il 16 febbraio un
giudice a Milano ha rinviato a giudizio sette cittadini italiani, quasi tutti
agenti del Servizio per le informazioni e la sicurezza militare (SISMI), per il
rapimento di Abu Omar. Di nazionalità egiziana e residente in Italia, Abu Omar
fu prelevato nel 2003 in una via di Milano e trasferito in Egitto nell'ambito
del programma di rendition condotto dagli Stati Uniti d'America. Al suo arrivo
in Egitto, Abu Omar fu immediatamente arrestato e, secondo quanto da lui
dichiarato, sottoposto a tortura; è stato rilasciato l'11 febbraio 2007 senza
alcuna accusa. Nel luglio 2006 la Procura di Milano aveva avanzato una richiesta
di estradizione nei confronti di 26 cittadini statunitensi accusati di
coinvolgimento nella rendition, poi formalmente incriminati nella stessa
decisione del 16 febbraio. Alla fine del 2007 il ministro della Giustizia non
aveva ancora inviato alle autorità degli Stati Uniti la richiesta di
estradizione per i 26 cittadini statunitensi, la maggior parte dei quali si
ritiene fossero agenti della statunitense Central Intelligence Agency (CIA).
Nel mese di aprile la Corte Costituzionale ha dichiarato ammissibile il ricorso
per «conflitto di attribuzione» presentato dal governo italiano. Il governo
aveva sostenuto che, nel raccogliere alcune delle prove nel procedimento contro
le persone accusate di essere responsabili della rendition di Abu Omar, la
magistratura si fosse avvalsa di poteri che, secondo la Costituzione, non le
appartenevano. Il 18 giugno il processo è stato sospeso in attesa dei risultati
dell'esame della Corte Costituzionale e, a fine anno, non era ancora ripreso.
*In una risoluzione sul presunto impiego di paesi europei da parte della CIA per
il trasporto e la detenzione illegale di prigionieri, a febbraio il Parlamento
europeo ha condannato la rendition del cittadino italiano Abou Elkassim Britel,
arrestato in Pakistan nel marzo 2002 dalla polizia pakistana, interrogato da
agenti statunitensi e pakistani e successivamente consegnato alle autorità
marocchine. Il ministero dell'Interno italiano avrebbe collaborato con servizi
segreti stranieri sul caso di Abou Elkassim Britel dopo il suo arresto in
Pakistan.
Decreto Pisanu
L'Italia ha mantenuto
la normativa prevista dalla Legge 155/05, il cosiddetto "decreto Pisanu",
riguardante misure urgenti per la lotta al terrorismo, che prevede l'espulsione
di migranti, regolari o irregolari, senza tutela efficace contro il rimpatrio
forzato in paesi in cui potrebbero essere sottoposti a gravi violazioni dei
diritti umani. La legge non richiede che la persona deportata sia stata
condannata o accusata di un reato di natura terroristica. L'espulsione può
essere ordinata dal ministro dell'Interno o, su sua delega, da un prefetto. La
legge non prevede l'intervento di un giudice né per convalidare l'ordine di
espulsione, né per autorizzarne l'esecuzione. È possibile ricorrere al giudice
contro l'ordine di espulsione, ma l'appello non sospende l'esecuzione della
stessa. Nelle osservazioni conclusive rese note il 18 maggio, il Comitato delle
Nazioni Unite contro la tortura ha raccomandato che l'Italia si attenga
totalmente all'art.3 della Convenzione contro la tortura, relativo al
refoulement. Il Comitato ha espresso particolare preoccupazione per il decreto
Pisanu.
*Il 4 gennaio, Cherif Foued Ben Fitouri è stato espulso dall'Italia verso la
Tunisia ai sensi del decreto Pisanu. Secondo l'ordine di espulsione, è stato
allontanato dal paese poiché conosceva persone appartenenti a gruppi islamisti
che si supponeva stessero progettando azioni terroristiche. In Tunisia è stato
trattenuto in isolamento presso il ministero dell'Interno. Il 16 gennaio è stato
trasferito in un carcere militare. Secondo informazioni ricevute da Amnesty
International, durante la detenzione egli è stato sottoposto a tortura e ad
altre forme di maltrattamenti. A fine anno era ancora detenuto in Tunisia.
*Il 29 maggio le autorità italiane hanno chiesto al governo tunisino di fornire
rassicurazioni diplomatiche che Nassim Saadi, una volta espulso dall'Italia e
deportato in Tunisia, non sarebbe stato sottoposto a trattamenti contrari
all'art.3 della Convenzione europea sui diritti umani, che vieta la tortura e i
trattamenti inumani o degradanti. L'8 agosto 2006 il ministro dell'Interno aveva
ordinato l'espulsione in Tunisia di Nassim Saadi il quale, il 14 settembre 2006,
si era appellato alla Corte europea per i diritti umani per la sospensione
dell'espulsione. La Corte aveva emesso un provvedimento ad interim e
l'espulsione era stata sospesa fino a nuovo avviso.
Forze di polizia e di sicurezza; maltrattamenti in carcere
L'Italia ha
continuato a non dotarsi di un meccanismo efficace per il riconoscimento delle
responsabilità delle forze dell'ordine. Si sono verificate irregolarità nei
procedimenti legali contro agenti delle forze dell'ordine accusati di violazioni
dei diritti umani. Un ragazzo, Gabriele Sandri, è stato colpito a morte da un
agente delle forze dell'ordine. Una seconda persona, Aldo Bianzino, è morta in
carcere in circostanze che, a fine anno, erano oggetto di inchieste giudiziarie.
Sono state emesse le prime sentenze di risarcimento, da parte del giudice
civile, per i maltrattamenti compiuti dalla polizia durante il summit del G8 di
Genova del 2001.
*Il 19 ottobre ha avuto inizio il processo contro quattro agenti di polizia
accusati dell'omicidio colposo di Federico Aldrovandi, morto a Ferrara il 25
settembre 2005 dopo essere stato fermato dai quattro agenti. Durante le indagini
preliminari, erano spariti e quindi riapparsi campioni di sangue raccolti sul
luogo in cui Federico Aldrovandi era morto, mentre sono apparse alterate le
registrazioni di telefonate ai servizi di emergenza effettuate la notte del
decesso.
*Secondo le segnalazioni ricevute, durante un incontro di calcio allo Stadio
Olimpico di Roma, il 4 aprile agenti delle forze dell'ordine hanno impiegato
forza eccessiva per interrompere uno scontro potenzialmente violento tra tifosi
delle squadre AS Roma e Manchester United. Le immagini e le dichiarazioni
rilasciate dai testimoni ad Amnesty International mostravano tra i 60 e i 100
agenti di polizia italiani entrare nella porzione di stadio occupata dai tifosi
inglesi e picchiarli duramente con i manganelli. Diverse vittime hanno riferito
di essere state ripetutamente colpite dagli agenti mentre giacevano a terra,
oppure sulla testa o sulla schiena da dietro. A fine anno alcuni dei feriti non
erano ancora guariti completamente, mentre ad alcuni era stata diagnosticata una
parziale invalidità che li accompagnerà per tutta la vita.
***Processi in relazione agli eventi del G8
Sono proseguiti i
processi contro agenti delle forze di polizia che presero parte a operazioni di
mantenimento dell'ordine pubblico a margine del summit G8 di Genova nel luglio
2001. È stato stimato che più di 200.000 persone abbiano partecipato a
manifestazioni contro la globalizzazione per le strade di Genova nei giorni
immediatamente precedenti e durante il summit.
*Il 17 gennaio si è appreso che erano sparite prove chiave riguardanti il
processo a carico di 29 agenti di polizia incriminati, tra l'altro, per violenza
e fabbricazione di prove false in relazione al raid alla scuola Diaz. La
questura di Genova ha affermato che tali prove potrebbero essere state
«distrutte per errore».
*Ad aprile ed agosto il giudice civile ha condannato il ministero dell'Interno a
versare rispettivamente 5.000 euro di risarcimento a Marina Spaccini e 18.000
euro a Simona Coda Zabetta le quali, a Genova, furono picchiate da agenti di
polizia.
*A marzo, la Corte europea per i diritti umani ha dichiarato ammissibile il
ricorso presentato per il caso di Carlo Giuliani, che venne colpito a morte da
un carabiniere durante le manifestazioni contro il G8. L'inchiesta in Italia era
stata chiusa nel maggio 2003, quando il giudice per le indagini preliminari
aveva stabilito di non procedere contro il carabiniere poiché, secondo il
giudice, questi aveva sparato per autodifesa e la traiettoria del proiettile era
stata deviata da un calcinaccio lanciato da un manifestante.
Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura
Il 18 maggio il CAT ha diffuso le proprie Osservazioni conclusive sull'Italia, in cui ha raccomandato che l'Italia inserisca nel diritto interno il reato di tortura e adotti una definizione di tortura che copra tutti gli elementi contenuti nell'art.1 dell'omonima Convenzione. Il CAT ha anche raccomandato che tutti gli agenti delle forze dell'ordine siano adeguatamente equipaggiati e addestrati all'impiego di mezzi non violenti e che ricorrano alla forza e alle armi da fuoco soltanto quando è strettamente necessario e in maniera proporzionata. Il CAT ha evidenziato le continue segnalazioni di uso eccessivo della forza e maltrattamenti compiuti da agenti delle forze dell'ordine. In merito al riconoscimento delle responsabilità degli agenti che ricorrono a un uso sproporzionato e non necessario della violenza, il CAT ha raccomandato che l'Italia «rafforzi le proprie misure per garantire indagini immediate, imparziali ed efficaci in merito alle denunce di tortura e maltrattamenti commessi da agenti delle forze dell'ordine».
Diritti di migranti e rifugiati
Nonostante alcuni
miglioramenti legislativi, l'Italia ha continuato a non avere una legge
sull'asilo, specifica e organica, in linea con quanto prevede la Convenzione
delle Nazioni Unite sui rifugiati.
Una proposta di legge governativa sull'immigrazione, approvata il 24 aprile dal
Consiglio dei ministri, prevedeva modifiche relative alla detenzione dei
migranti, nell'ambito di linee guida di riforma del testo unico
sull'immigrazione n. 286/98 (la c.d. legge Turco-Napolitano) così come
modificato dalla legge n. 189/02 (conosciuta come legge Bossi-Fini). Le linee
guida comprendevano regole sui minori non accompagnati, la detenzione e
l'espulsione. Il ministero dell'Interno ha emanato una direttiva che richiede ai
prefetti di consentire l'accesso dell'UNHCR, di «organizzazioni umanitarie e
internazionali», di organizzazioni non governative locali e di giornalisti nei
centri di permanenza temporanea per richiedenti asilo e immigrati irregolari.
Nelle proprie Osservazioni conclusive del 18 maggio il CAT ha dichiarato che
l'Italia deve adottare misure efficaci per garantire che la detenzione di
richiedenti asilo e altri cittadini stranieri sia applicata soltanto in
circostanze eccezionali o come ultima risorsa e, comunque, per il più breve
periodo possibile, nonché per garantire che il controllo giudiziario della
detenzione di tali persone venga condotto dai tribunali in modo più efficace.
Discriminazione e rom
Il 2 novembre è
entrato in vigore un decreto legge urgente che ha reso possibile alle autorità
italiane motivare l'espulsione di cittadini dell'Unione Europea sulla base di un
pericolo per la sicurezza pubblica. Tale decreto legge non è conforme alla
Direttiva europea 2004/38/EC e appare essere specificamente mirato ai cittadini
romeni di etnia rom come reazione all'omicidio di una donna compiuto a Roma, di
cui è stato accusato un uomo descritto come un rom proveniente dalla Romania.
Nelle due settimane successive all'approvazione del decreto legge, sono state
espulse 177 persone.
Nel mese di maggio, i sindaci di Roma e Milano hanno sottoscritto i cosiddetti
"patti di sicurezza". Durante tutto l'anno le autorità italiane hanno intrapreso
sgomberi su larga scala di comunità rom, in violazione degli standard
internazionali sui diritti umani. Nel corso dell'anno diversi esponenti politici
di primo piano hanno usato un linguaggio discriminatorio.
Missioni e rapporti di Amnesty International
Delegati di Amnesty
International si sono recati in Italia ad aprile e a ottobre.
Europe and Central Asia: Summary of Amnesty International's
concerns in the region. January-June 2007 (EUR 01/010/2007)
Italy: a briefing to the UN Committee against Torture (EUR 30/03/2007)
La situazione dei diritti umani in Italia
Tortura, maltrattamenti e responsabilità delle forze di polizia
Anche la XV
legislatura ha lasciato immutate le lacune relative all'attuazione della
Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura (CAT): l'Italia resta priva di
uno specifico reato di tortura nel codice penale e da più parti sono state
autorevolmente segnalate le ricadute di questo inadeguato quadro legale sulla
possibilità che le forze di polizia rispondano effettivamente del proprio
operato.
Il rischio di impunità è aggravato dalla mancanza di forme di identificazione
dei singoli agenti di polizia durante le operazioni di ordine pubblico e
dall'assenza di organismi indipendenti di monitoraggio. L'Italia non si è ancora
dotata di un'istituzione nazionale di monitoraggio sui diritti umani e di un
organismo indipendente di controllo sull'operato della polizia e non ha ancora
ratificato il Protocollo opzionale alla CAT, il quale imporrebbe l'adozione di
meccanismi di prevenzione.
Questo quadro desolante viene da anni segnalato da Amnesty International (AI)
alle autorità competenti e nel corso del 2007 è stato nuovamente oggetto delle
raccomandazioni del Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura.
Genova G8 2001: procedimenti in corso
Sono proseguiti i
processi per le violenze commesse nel corso del G8 del 2001 da agenti di
polizia, personale sanitario e agenti di polizia penitenziaria, denunciate in
quei giorni ed emerse successivamente.
A marzo 2007, la Corte europea per i diritti umani ha dichiarato ammissibile il
ricorso presentato per il caso di Carlo Giuliani, che venne colpito a morte da
un carabiniere durante le manifestazioni. L'inchiesta in Italia era stata chiusa
nel maggio 2003, quando il giudice per le indagini preliminari aveva stabilito
di non procedere contro il carabiniere poiché, secondo il giudice, questi aveva
sparato per autodifesa e la traiettoria del proiettile era stata deviata da un
calcinaccio lanciato da un manifestante.
Nel processo per le violenze contro 93 manifestanti nell'irruzione alla "scuola
Diaz" (complesso scolastico Diaz-Pascoli-Pertini) risultano imputati 28 agenti e
funzionari di polizia, tra cui Francesco Gratteri, attuale Direttore della
direzione centrale anticrimine della Polizia di Stato e Giovanni Luperi, ora a
capo di un dipartimento all'Aisi (ex Sisde). Durante le udienze succedutesi
negli ultimi mesi sono emersi elementi scioccanti relativi alle violenze
denunciate e sono stati descritti gli effetti delle stesse sulla vita delle
vittime. All'udienza del 13 giugno 2007, un funzionario di polizia imputato nel
processo, diversamente da quanto dichiarato in precedenza, ha ammesso di aver
assistito a gravi violenze perpetrate dagli agenti nel corso dell'irruzione e ha
richiamato il ricordo di una ragazza con gravi lesioni alla testa, da lui vista
giacere in terra in una pozza di sangue. Il 6 luglio 2007 sono state depositate
le registrazioni delle comunicazioni telefoniche tra gli agenti di polizia
impegnati nelle operazioni e la centrale operativa del 113. In una di queste,
riportata dai media, si sente un'agente di polizia dire: "Ero a caricare le
zecche (...) speriamo che muoiano tutti (...) tanto uno è già...1-0 per noi".
Altre conversazioni telefoniche fanno riferimento ai feriti durante l'irruzione
alla scuola Diaz.
Nel medesimo procedimento si sono verificate irregolarità nella conservazione di
prove chiave per l'accertamento di responsabilità delle forze di polizia.
All'udienza del 17 gennaio 2007 si è infatti appreso che le bottiglie molotov,
portate secondo l'accusa alla scuola Diaz dalla polizia per giustificare gli
arresti, erano sparite mentre si trovavano sotto sequestro; alcuni giorni dopo
la questura di Genova ha dichiarato che potrebbero essere state distrutte "per
errore". Sono inoltre emersi indizi che hanno condotto, nel marzo 2008, alla
richiesta di rinvio a giudizio per incitamento alla falsa testimonianza di
Gianni De Gennaro, Capo della polizia all'epoca dei fatti. L'udienza preliminare
nel corso della quale si deciderà sul rinvio a giudizio inizierà il 16 giugno.
Gianni De Gennaro è stato Capo di Gabinetto del ministro dell'Interno Amato ed è
stato recentemente nominato Direttore del Dipartimento delle informazioni per la
sicurezza (ufficio di coordinamento dei servizi di intelligence).
Nel processo per le violenze nel carcere di Bolzaneto sono imputati 45 tra
agenti e funzionari di polizia (incluso l'allora vice Questore di Genova
Alessandro Perugini), agenti e funzionari di polizia penitenziaria e medici, per
violenze nei confronti degli oltre 250 manifestanti transitati dal carcere in
stato d'arresto o di fermo. A marzo 2008 i pubblici ministeri hanno presentato
le proprie richieste al giudice, con una significativa requisitoria. Secondo i
pubblici ministeri, il trattamento delle persone a Bolzaneto è stato "di
oggettiva vessazione nei confronti di tutti i detenuti e per tutto il periodo
della loro permanenza presso il sito" e ha violato il divieto di tortura e
maltrattamenti previsto dalla Convenzione europea dei diritti umani. Oltre alle
violenze fisiche, i pubblici ministeri hanno ritenuto offensive della dignità
"le costrizioni ad ascoltare o pronunciare o gridare slogan, inni o motivi
inneggianti al nazismo ed al fascismo in particolare". Le memorie dei pubblici
ministeri hanno segnalato che, in mancanza di un reato specifico
nell'ordinamento penale, è difficile ricondurre i fatti che costituirebbero
tortura nelle fattispecie ordinarie. I reati contestati agli imputati sono:
abuso di autorità contro arrestati o detenuti, abuso d'ufficio, ingiuria,
violenza privata, minacce, percosse e lesioni personali (e omissione di referto
per i medici). I pubblici ministeri hanno sottolineato l'assoluta necessità di
introdurre il reato di tortura nell'ordinamento italiano.
Ad aprile e agosto 2007 il giudice civile ha condannato il ministero
dell'Interno a versare rispettivamente 5.000 euro di risarcimento a Marina
Spaccini e 18.000 euro a Simona Coda Zabetta, le quali furono picchiate da
agenti di polizia mentre manifestavano. Il ministero dell'Interno ha proposto
appello contro entrambe le sentenze.
Contrariamente a quanto richiesto da AI al fine di evitare il diffondersi di un
clima di impunità, nessuno dei funzionari e agenti imputati nei processi è stato
sospeso dal servizio. Diversi di loro sono stati, di fatto, promossi.
I reati con cui sono perseguiti gli agenti di polizia sono soggetti a
prescrizione e lo scorrere del tempo porta con sé il forte rischio che i
processi si chiudano senza che nessuno venga ritenuto penalmente colpevole, né
di fatto punito, per gli atti commessi nel luglio 2001.
Val di Susa 2005: procedimento in corso
Ad agosto 2007 il giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Torino ha rigettato la richiesta del pubblico ministero di archiviare il procedimento aperto dalle denunce presentate da 20 persone, relative ad atti di violenza da parte delle forze di polizia intervenute in Val di Susa nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2005. In quell'occasione, alcune centinaia di agenti di polizia intervennero per far sgomberare circa 100 persone che manifestavano contro la costruzione di un collegamento ferroviario ad alta velocità. Secondo quanto riferito, i dimostranti furono aggrediti e picchiati, alcuni di essi durante il sonno. Il pubblico ministero aveva chiuso le indagini chiedendo l'archiviazione sulla base dell'affermazione che gli agenti accusati non potessero essere identificati, mentre il giudice ha chiesto un supplemento di indagine.
La morte di Federico Aldrovandi: procedimento in corso
Il 19 ottobre 2007 ha avuto inizio il processo contro quattro agenti di polizia accusati dell'omicidio colposo di Federico Aldrovandi, morto a Ferrara il 25 settembre 2005 dopo essere stato fermato dai quattro agenti. Durante le indagini preliminari, erano spariti e quindi riapparsi campioni di sangue raccolti sul luogo in cui Federico Aldrovandi era morto, mentre sono apparse alterate le registrazioni di telefonate ai servizi di emergenza effettuate la notte del decesso.
La morte di Aldo Bianzino e di Gabriele Sandri
Il 14 ottobre 2007
Aldo Bianzino, un falegname di 44 anni, è morto nel carcere di Capanne a
Perugia, dove era stato condotto in stato d'arresto due giorni prima assieme
alla sua compagna. La morte è avvenuta in circostanze oggetto di inchieste
giudiziarie. Nel febbraio 2008 il pubblico ministero ha chiesto l'archiviazione
del caso, sulla quale si attende il pronunciamento del giudice.
L'11 novembre 2007 Gabriele Sandri, un ragazzo di 26 anni, è stato ucciso da un
colpo d'arma da fuoco esploso da un agente della polizia stradale, mentre si
trovava in uscita da un autogrill in auto con alcuni amici, assieme i quali era
diretto a Milano per seguire la partita della sua squadra in trasferta. Sul caso
sono in corso indagini da parte della magistratura.
Erosione dei diritti umani nella "guerra al terrore": le scelte dell'Italia
Nel corso del 2007 e della prima metà del 2008 le scelte dell'Italia circa il rispetto dei diritti umani nell'ambito della lotta al terrorismo si sono mosse lungo linee analoghe a quelle percorse negli anni precedenti. La politica del sospetto applicata alle espulsioni e una tenace riluttanza a fare chiarezza sugli abusi commessi in nome della "guerra al terrore" hanno caratterizzato l'approccio delle autorità di governo. In quest'ambito, l'Italia ha anche contribuito a mettere a rischio la tenuta del principio internazionale che impone il divieto assoluto di tortura.
Rendition
Il governo Italiano
non ha collaborato pienamente alle indagini degli organismi internazionali che
hanno accertato precise responsabilità dell'Italia nelle rendition
(trasferimenti illegali di persone da un paese all'altro, generalmente
culminanti in arresti arbitrari, sparizioni, detenzione senza processo e
tortura).
Tre casi di rendition denunciati da un'indagine del Parlamento europeo chiamano
in causa l'Italia: Abu Omar (rapito a Milano nel 2003), Maher Arar (condotto nel
2002 verso la Siria da un volo Cia per Amman con scalo a Ciampino) e Abou El
Kassim Britel (cittadino Italiano arrestato in Pakistan nel 2002 e tuttora
imprigionato in Marocco). L'indagine, realizzata dalla Commissione temporanea
del Parlamento europeo (Tdip), ha condotto il 30 gennaio 2007 alla pubblicazione
del rapporto sul "presunto utilizzo di paesi europei da parte della Cia per il
trasporto e la detenzione illegali di persone" (relatore: on. Claudio Fava)
secondo il quale tra il 2001 e il 2005 gli aerei legati alla CIA hanno fatto
scalo almeno 1245 volte nei paesi europei. Il rapporto ha documentato che gli
aerei della Cia hanno fatto scalo in Italia 46 volte, toccando 15 aeroporti:
Pisa, Roma, Sigonella (Catania), Napoli, Bari, Firenze, Venezia, Palermo,
Milano, Brindisi, Cagliari, Catania, Olbia, Genova, Montichiari (Brescia). Le
autorità di governo responsabili dei servizi segreti al momento dell'indagine
(Governo Prodi: on. Enrico Micheli, allora Sottosegretario alla presidenza del
Consiglio e on. Enzo Bianco, allora presidente del Comitato parlamentare di
controllo sui servizi segreti) e quelle del precedente Governo Berlusconi
(Gianni Letta, allora Sottosegretario alla presidenza del Consiglio) hanno
rifiutato di incontrare la commissione, scelta deplorata dal Parlamento Europeo
nella risoluzione del 14 febbraio 2007.
L'8 giugno 2007 l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (Pace) ha
adottato il secondo rapporto del Senatore Dick Marty sulle "detenzioni segrete e
i trasferimenti illegali di detenuti che coinvolgono Stati membri del Consiglio
d'Europa". Anche questo documento critica le scelte del governo italiano in
merito all'accertamento della verità sul rapimento di Abu Omar.
I casi di Abu Omar, Maher Arar, Abou El Kassim Britel
Le indagini della
magistratura italiana e l'avvio del processo sul coinvolgimento di funzionari di
intelligence italiani e statunitensi nella rendition di Abu Omar stanno
contribuendo a svelare la verità per mezzo della giustizia.
Il 16 febbraio 2007 il giudice Caterina Interlandi, accogliendo la richiesta dei
pubblici ministeri Armando Spataro e Ferdinando Pomarici, ha rinviato a giudizio
26 cittadini Usa per lo più presunti agenti della Cia e 7 funzionari del Sismi
per il rapimento dell'imam egiziano Abu Omar, prelevato a Milano il 17 febbraio
2003 e trasferito in Egitto, ove è stato detenuto arbitrariamente e, secondo
quanto da lui dichiarato, sottoposto a torture. Tra i funzionari Italiani
rinviati a giudizio, Nicolò Pollari e Marco Mancini, rispettivamente direttore e
alto funzionario del Sismi al momento del rapimento. Il maresciallo dei
carabinieri Luciano Pironi e il giornalista Renato Farina, diversamente
coinvolti, hanno patteggiato la pena, mentre altri funzionari, per i quali era
stata chiesta l'archiviazione, sono stati successivamente rinviati a giudizio.
Due giorni prima del rinvio a giudizio, l'allora presidente del Consiglio Romano
Prodi ha promosso un ricorso per conflitto di attribuzioni davanti alla Corte
costituzionale, sostenendo che la Procura di Milano avesse invaso i poteri
attribuiti al governo, apprendendo documenti coperti da segreto di stato e
ottenendo l'autorizzazione a intercettare utenze telefoniche del Sismi. Un
ricorso simile è stato presentato nei confronti del Giudice per le indagini
preliminari. Nei due ricorsi si chiede rispettivamente l'annullamento della
richiesta di rinvio a giudizio e del decreto che dispone il giudizio.
Procedimento analogo e opposto è stato promosso nei confronti del governo dalla
Procura.
L'8 giugno 2007 si è aperto il processo penale, ma dopo pochi giorni il giudice
ha deciso di sospenderlo in attesa della decisione della Corte costituzionale,
così accogliendo una richiesta presentata da Pollari e dagli altri imputati. La
sospensione, non obbligatoria, è stata motivata con ragioni di economia
processuale, in considerazione della potenziale inutilizzabilità di alcune prove
a seguito del giudizio costituzionale. La Corte costituzionale ha dichiarato
ammissibili i ricorsi e ha fissato un'udienza per gennaio 2008, poi rinviata
all'ultimo momento apparentemente in vista di una possibile "risoluzione
concordata del conflitto" tra Governo e Procura, sinora non realizzatasi. In
seguito, l'udienza di discussione dei tre citati ricorsi innanzi alla Corte
Costituzionale è stata fissata per l'8 luglio 2008.
Il 19 marzo 2008 il giudice di Milano ha deciso che il processo per il rapimento
di Abu Omar dovesse ripartire. Il riavvio del processo agli agenti statunitensi
e italiani accusati di coinvolgimento in questo paradigmatico caso di rendition
rappresenta un importante passo in avanti per l'accertamento della verità e
delle responsabilità. Il 13 maggio 2008 si è tenuta un'udienza nel corso della
quale è stata ascoltata la moglie di Abu Omar, Nabila Ghali e il giudice ha
ammesso a testimoniare Romano Prodi e Silvio Berlusconi. La prossima udienza è
prevista per il 28 maggio.
Gli imputati statunitensi sono tutti contumaci e il ministro della Giustizia
durante la XV Legislatura, Clemente Mastella, non ha mai risposto alla richiesta
della Procura di Milano di inoltrare al Governo Usa le richieste di estradizione
dei 26 agenti, nonostante sollecitazioni giuntegli in tal senso dal Parlamento
europeo, dal Consiglio d'Europa e da AI, organizzazione i cui rappresentanti il
ministro non ha voluto incontrare.
Con la citata risoluzione del 14 febbraio 2007, il Parlamento europeo ha
deplorato "il fatto che il generale Nicolò Pollari, già direttore del Sismi,
abbia nascosto la verità" alla Commissione e si è rammaricato che il rapimento
di Abu Omar abbia messo a rischio le indagini sulla rete terroristica a cui Abu
Omar era collegato. Dal canto suo, l'Assemblea parlamentare del Consiglio
d'Europa (Pace) ha criticato la scelta del governo Italiano di ostacolare la
ricerca della verità sul caso di Abu Omar attraverso l'invocazione del segreto
di stato e ha stigmatizzato la scelta dell'Italia di preservare "ad ogni costo"
le relazioni con gli Usa.
Il Parlamento europeo ha inoltre deplorato il coinvolgimento dell'Italia nella
rendition di Maher Arar, cittadino canadese di origini siriane condotto in Siria
con un volo della Cia per la Giordania, che fece scalo a Ciampino l'8 ottobre
del 2002. In Siria Maher Arar è stato detenuto per un anno e ripetutamente
torturato; diverso tempo dopo la liberazione e il ritorno in Canada ha ottenuto
le scuse e un risarcimento dal suo governo per quanto accadutogli. Da
informazioni pubblicamente disponibili, sul caso risulta essere in corso
un'indagine della procura di Roma.
Oggetto dell'indagine del Parlamento europeo anche il caso di Abou El Kassim
Britel, cittadino italiano arrestato in Pakistan nel marzo 2002 dalla polizia
pakistana, interrogato da agenti statunitensi e pakistani e successivamente
consegnato alle autorità marocchine. Secondo la documentazione trasmessa alla
Commissione dall'avvocato di Britel, dopo l'arresto il ministero dell'Interno
italiano era stato in "costante cooperazione" con i servizi segreti stranieri.
Abou El Kassim Britel è tuttora detenuto in Marocco. Le indagini della
magistratura italiana nei suoi confronti si sono chiuse senza alcuna
incriminazione.
Gli effetti delle espulsioni antiterrorismo del "decreto Pisanu" e l'intervento della Corte europea dei diritti umani
Nonostante le
richieste del Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura (Conclusioni del 18
maggio 2007), l'Italia ha mantenuto pressoché immutate le norme sull'espulsione
contenute dalla Legge 155/05, il cosiddetto "decreto Pisanu", riguardante misure
urgenti per la lotta al terrorismo. Esse prevedono l'espulsione di migranti
regolari e irregolari sulla base di una vaga definizione del rischio da essi
posto ( "fondati motivi di ritenere" che la loro "permanenza nel territorio
dello Stato possa in qualsiasi modo agevolare organizzazioni o attività
terroristiche") e senza tutela efficace contro il rimpatrio forzato in paesi in
cui rischiano la tortura e altre violazioni gravi. La legge non presuppone
necessariamente che la persona espulsa sia stata condannata o accusata di un
reato - di natura terroristica o meno - né che l'espulsione venga convalidata da
un giudice. Il ricorso contro l'espulsione non ne sospende l'esecuzione.
Il 28 febbraio 2008 la Corte europea dei diritti umani ha definitivamente
annullato il provvedimento di espulsione nei confronti del cittadino tunisino
Nassim Saadi, emesso dall'Italia nell'agosto 2006 sulla base del "decreto
Pisanu" e allora sospeso in via cautelare e urgente dalla stessa Corte.
Quest'ultima, nel definire il caso, ha ritenuto che dai rapporti di AI, ritenuti
credibili, coerenti e corroborati da numerose altre fonti, emerge "un rischio
concreto" che Saadi sarebbe sottoposto a tortura o ad maltrattamenti in caso di
rientro in Tunisia. L'allora ministro Mastella si era recato nel maggio 2007 in
Tunisia per chiedere c.d. "assicurazioni diplomatiche" che Nassim Saadi non
sarebbe stato sottoposto a tortura e maltrattamenti, "assicurazioni" poi
prodotte nel procedimento a suffragio della richiesta alla Corte di non
annullare l'espulsione. L'Italia aveva inoltre sostenuto, con il supporto del
Regno Unito intervenuto nel giudizio, che nella valutazione sull'espulsione il
rischio corso dalla persona di essere sottoposta a tortura e altri abusi dovesse
essere controbilanciato dal rischio posto da questa. La Corte ha rigettato
questa teoria del "bilanciamento" e ha riaffermato la natura assoluta del
divieto di tortura e altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti, principio
messo a rischio (nella sua stessa essenza e non soltanto rispetto al tema
dell'espulsione) dalle tesi sostenute dall'Italia.
Nonostante ripetute richieste di AI, l'allora ministro dell'Interno Amato non ha
annullato l'espulsione da lui emessa nei confronti di Cherif Foued Ben Fitouri,
rimpatriato in Tunisia il 4 gennaio 2007 sulla base delle norme del pacchetto
Pisanu. Dopo l'arrivo in Tunisia Ben Fitouri, che ha moglie italiana e tre
bambine, è stato trattenuto in detenzione segreta per oltre 12 giorni e in
seguito incarcerato e sottoposto a processo sulla base della legge
antiterrorismo tunisina. Secondo informazioni ricevute da AI egli è stato
sottoposto a tortura e maltrattamenti mentre sua moglie e le sue bambine, in
Italia, hanno scontato gli effetti della sua prolungata assenza.
Rom e migranti: discriminazione, xenofobia e provvedimenti sulla "sicurezza"
Nel corso del 2007 e della prima metà del 2008, diversi esponenti politici locali e nazionali hanno usato un linguaggio discriminatorio nei confronti dei rom e dei migranti. Nello stesso periodo si sono susseguiti provvedimenti dichiaratamente a protezione della "sicurezza", in realtà prevalentemente orientati a facilitare l'espulsione dei cittadini dell'UE e dei migranti irregolari.
Discriminazione e xenofobia
Il 31 ottobre 2007 è
stata aggredita e uccisa a Roma una donna di 47 anni, Giovanna Reggiani;
dell'omicidio è accusato un cittadino rumeno, da alcuni ritenuto appartenere
alla minoranza rom. All'episodio sono subito seguite dichiarazioni di esponenti
politici locali e nazionali che alludevano a responsabilità collettive di
minoranze e gruppi di migranti.
Nelle ore immediatamente successive al crimine, gli organi di informazione hanno
riportato le dichiarazioni del segretario del Partito Democratico e allora
sindaco di Roma Walter Veltroni, secondo le quali "prima dell'ingresso della
Romania nell'Unione europea, Roma era la metropoli più sicura del mondo", e
ancora: "Se si sta in Europa bisogna starci a certe regole: la prima non può
essere quella di aprire i boccaporti e mandare migliaia di persone da un Paese
europeo all'altro".
In un'intervista rilasciata il 4 novembre successivo l'on. Gianfranco Fini,
presidente di Alleanza Nazionale, ha dichiarato: "C'è chi non accetta di
integrarsi, perché non accetta i valori e i principi della società in cui
risiede" e ha così risposto alla giornalista che gli chiedeva se si stesse
riferendo ai rom: "Sì, mi chiedo come sia possibile integrare chi considera
pressoché lecito e non immorale il furto, il non lavorare perché devono essere
le donne a farlo magari prostituendosi, e non si fa scrupolo di rapire bambini o
di generare figli per destinarli all'accattonaggio. Parlare di integrazione per
chi ha una 'cultura' di questo tipo non ha senso". Negli stessi giorni sono
state riportate queste dichiarazioni del prefetto di Roma Carlo Mosca: "Firmerò
subito i primi decreti di espulsione. La linea dura è necessaria perché di
fronte a delle bestie non si può che rispondere con la massima severità".
Il 6 novembre 2007 l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr)
ha espresso preoccupazione per il clima di intolleranza manifestatosi in quei
giorni e per lo "stato di tensione nei confronti degli stranieri alimentato
negli anni anche da risposte demagogiche alle tematiche dell'immigrazione messe
in atto dalla politica"; il giorno seguente il presidente dell'Assemblea
parlamentare del Consiglio d'Europa ha messo in guardia l'Italia circa il
rischio di una "caccia alle streghe" contro i cittadini rumeni e in particolare
contro i rom.
Nei mesi successivi sono state riferite molteplici dichiarazioni analoghe di
esponenti dei diversi schieramenti politici di livello nazionale o locale.
Nel dicembre 2007 gli organi di stampa hanno riportato le affermazioni di un
consigliere comunale del Comune di Treviso che invocava "metodi da SS per gli
immigrati che recano disturbo", mentre più di recente un deputato della Lega
Nord ha affermato: "Storicamente contro le invasioni ogni Stato ha sempre
utilizzato il proprio esercito per difendersi. Oggi la storia si ripete: siamo
sotto un diverso tipo di invasione, attuata con metodi diversi, ma per gli
stessi motivi, ovvero soggiogarci a leggi altrui o depredare i nostri beni".
Nel corso del 2007 e sino al maggio 2008 si sono verificati attacchi violenti ad
accampamenti rom in diverse città, tra cui Appignano - Ascoli Piceno (aprile
2007), Roma (settembre 2007), Torino (ottobre 2007) e Ponticelli - Napoli
(maggio 2008). Sono state anche segnalate dagli organi di informazione diverse
aggressioni ai danni di immigrati romeni e di altre nazionalità, tra cui i
recentissimi episodi che hanno colpito a Roma, nel quartiere Pigneto, cittadini
del Bangladesh.
A marzo 2008, il Comitato delle Nazioni Unte per l'eliminazione della
discriminazione razziale (CERD/C/ITA/CO/15) ha espresso preoccupazione per le
condizioni di "segregazione di fatto" in cui si trovano i rom in Italia, privi
di accesso ai servizi essenziali, e per i discorsi di odio dei politici. Il
Comitato ha evidenziato gli stereotipi riguardanti i rom diffusi nell'opinione
pubblica e presso i Comuni, i quali danno origine a ordinanze discriminatorie.
Preoccupazione è stata espressa anche rispetto alla situazione dei migranti
irregolari.
Il 16 maggio 2008, a seguito dei citati attacchi incendiari avvenuti a
Ponticelli, l'Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani
dell'Osce ha espresso preoccupazione per l'aumento della retorica anti-rom e
anti-immigrati verificatasi negli ultimi mesi e ha ricordato che la ricorrente
stigmatizzazione di questi gruppi aumenta le probabilità che si verifichino
violenze.
Il 20 maggio 2008 la European Roma Policy Coalition, di cui AI fa parte, ha
chiesto con urgenza alle autorità italiane di agire contro l'uso di
dichiarazioni anti-rom da parte media e dei politici italiani e ha affermato che
l'Italia ha alimentato il razzismo attraverso la retorica anti-rom.
Provvedimenti sulla "sicurezza"
Nonostante le
indagini sui centri di detenzione per migranti da parte del ministero
dell'Interno, all'esito delle quali erano state avanzate ipotesi di
ridimensionamento dell'uso della detenzione, le modifiche intervenute durante la
XV legislatura in materia di soggiorno ed espulsione di cittadini stranieri non
si sono occupate di riavvicinare la normativa agli standard internazionali sui
diritti umani, ma hanno piuttosto introdotto restrizioni dichiaratamente miranti
alla "sicurezza". Il disegno di legge Amato - Ferrero si è arenato in Parlamento
dopo poche sedute, lasciando la legge c.d. Bossi-Fini pressoché immutata nei
suoi aspetti più preoccupanti, come l'utilizzo generalizzato della detenzione a
scopo di espulsione senza la previsione di alcuna alternativa.
Il decreto legislativo 32 del 2 marzo 2008 ha introdotto restrizioni al
soggiorno dei cittadini Ue, ampliando i casi di espulsione. Queste modifiche
sono l'esito dell'emanazione consecutiva di più atti normativi, a partire dal
decreto legge 181 del 2 novembre 2007 adottato dal Consiglio dei ministri
riunitosi in via straordinaria a seguito dell'omicidio di Giovanna Reggiani,
decreto poi decaduto e "reiterato" con modifiche a dicembre 2007. Entrambi i
decreti sono stati oggetto di critiche da parte di AI e di altre organizzazioni
non governative per la forte indeterminatezza dei nuovi motivi di espulsione dei
cittadini Ue, in particolare i "motivi imperativi di pubblica sicurezza",
lasciati scarsamente definiti nella norma e quindi fonte di un'eccessiva
discrezionalità delle autorità chiamate ad applicarle, tra cui i prefetti. I
contenuti della decretazione d'urgenza sono infine confluiti nel citato D.Lgs.
32/2008 che, migliorando il testo originario, ha introdotto la necessità di
convalida del giudice ordinario per tutti i provvedimenti di espulsione. Restano
non ancorati a parametri legali certi i presupposti dell'espulsione.
Nel corso del primo consiglio dei Ministri del 21 maggio 2008 il governo
Berlusconi in carica ha approvato un insieme di modifiche e proposte normative,
anch'esse nominalmente riferite alla "sicurezza", che prevedono pesanti
restrizioni e nuove figure di reato le quali colpiscono soprattutto gli
immigrati, direttamente o indirettamente.
Il giorno stesso il ministro dell'interno Maroni ha così potuto annunciare
l'introduzione del "reato di immigrazione clandestina, con una procedura rapida
di giudizio e di espulsione (...) e il trattenimento nei CPT fino a 18 mesi,
anticipando una direttiva europea" attualmente in discussione.
Le nuove misure sono state accompagnate da diverse dichiarazioni in linea con la
tendenza segnalata a stigmatizzare interi gruppi di persone, in particolare i
rom e i migranti irregolari; il leader dell'opposizione Walter Veltroni ha
dichiarato che queste misure in larga parte coincidono con quelle pianificate
dalla precedente maggioranza di governo.
Il cosiddetto "pacchetto sicurezza" più precisamente include:
Hanno espresso
allarme per la riforma normativa molte organizzazioni non governative italiane e
internazionali e lo stesso Unhcr, il quale ha sottolineato come i richiedenti
asilo, spesso costretti dalla mancanza di alternative a fare ingresso
irregolarmente nei paesi dove cercano protezione, potrebbero venire accusati di
aver commesso un reato.
AI è estremamente allarmata per il contenuto di queste misure, per le modalità
affrettate e propagandistiche della loro emanazione e per il clima di
discriminazione che le ha precedute e che le accompagna. L'incriminazione dei
richiedenti asilo per ingresso irregolare è peraltro espressamente escluso dalla
Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati.
Diritti dei rifugiati e dei minori migranti
Miglioramenti legislativi e rischiosi passi indietro
Alcuni miglioramenti
sono stati introdotti nel 2007 nella normativa e nella prassi in materia di
asilo e rispetto ai minori migranti giunti alla frontiera. Essi tuttavia vengono
ora messi a rischio dalle proposte di riforma incluse nel citato "pacchetto
sicurezza", che intervengono in un quadro ancora privo di una legge organica
sull'asilo.
A seguito della chiusura della propria campagna Invisibili a giugno del 2007,
che ha raccolto 50.000 firme e si è articolata in oltre 200 iniziative nel corso
di 16 mesi, AI ha segnalato i miglioramenti intervenuti relativamente ai minori
giunti in Italia via mare. Tra essi la drastica riduzione dei tempi di
detenzione dei minori non accompagnati all'arrivo, l'emanazione di regole di
identificazione che ancorano l'identificazione al principio di presunzione della
minore età in caso di dubbio e la pubblicazione dei dati relativi agli arrivi
dei minori via mare, i quali hanno mostrato la loro forte presenza all'interno
di quelli che, con gergo militaresco, vengono definiti "sbarchi" di immigrati.
Nel 2007 i minori hanno rappresentato oltre il 10,5 % degli arrivi via mare.
Agli inizi del 2008, la materia dell'asilo è stata profondamente modificata con
l'entrata in vigore di due decreti legislativi emanati dal Governo a novembre
2007, in attuazione di altrettante direttive Ue, rispettivamente il D. Lgs
251/2007 sulla qualifica di rifugiato entrato in vigore il 19 gennaio 2008 e il
D. Lgs. n. 25/2008 sulle procedure di asilo, entrato in vigore il 2 marzo 2008.
I due decreti hanno introdotto alcuni importanti miglioramenti, tra cui
l'effetto sospensivo dell'espulsione determinato dalla presentazione del ricorso
contro il diniego della domanda di asilo (effetto sin ad allora escluso, con
gravi rischi in caso di rimpatrio forzato del richiedente asilo la cui domanda
fosse stata erroneamente rigettata in prima istanza).
Come si è detto le modifiche delle norme prospettate nel citato "pacchetto
sicurezza" includono la cancellazione dell'effetto sospensivo e quindi
rappresenterebbero un pericoloso passo indietro, ripristinando, ad appena tre
mesi dall'adozione di nuove norme ancora non applicate, una situazione in cui il
richiedente asilo la cui domanda sia respinta in prima istanza rischia di essere
rimpatriato senza alcun vaglio sui rischi corsi e quindi in violazione del
principio di non-refoulement.
Inoltre, in caso di un generale inasprimento delle norme sulla detenzione, i
minori, in particolare se al seguito di genitori irregolari, non sarebbero al
riparo dai rischi.
La collaborazione tra Italia e Libia in materia di contrasto all'immigrazione
È proseguita la
collaborazione con la Libia in materia di contrasto all'immigrazione irregolare
sulla base di accordi segreti e senza che alcuna condizione venisse posta
dall'Italia in materia di rispetto dei diritti umani. La Libia non ha ratificato
la Convenzione sullo status di rifugiato, non ha una procedura di asilo e si
macchia ogni anno di gravi violazioni dei diritti dei rifugiati e dei migranti,
tra cui la detenzione arbitraria e le violenze contro i migranti detenuti,
comprese le donne. Gli intensi rapporti diplomatici tra i due paesi hanno
condotto il 29 dicembre 2007 a un accordo bilaterale che prevede il
pattugliamento marittimo congiunto attraverso un nucleo operativo italo-libico a
comando libico, per mezzo di sei navi della Guardia di Finanza fornite
dall'Italia, senza che venga chiarito cosa debba accadere alle persone, migranti
e rifugiati, respinte in mare dalle unità navali.
L'Italia ha ultimato e consegnato al governo libico una struttura a Gharyan
destinata, secondo quanto dichiarato dal ministero dell'Interno nel luglio 2007,
"a scuola per l'addestramento e la formazione degli allievi agenti della polizia
libica, nell'ambito dei rapporti di collaborazione delle forze di polizia",
mentre non si hanno notizie precise circa il centro previsto a Kufra e definito
dallo stesso ministero dell'Interno un "centro sanitario di frontiera".
La lettera con cui AI chiedeva all'allora ministro Amato chiarimenti circa
un'operazione realizzata in Libia con la collaborazione di personale italiano di
pubblica sicurezza nei confronti di 190 migranti sudanesi, eritrei, etiopi e di
altre nazionalità, tra cu 17 donne e 3 bambini, è rimasta senza risposta.
Con il decreto legge di rifinanziamento delle missioni italiane all'estero, il
governo Prodi ha destinato alla collaborazione con la Libia oltre 6 milioni e
200 mila di euro. Il decreto è stato convertito in legge dal Parlamento il 13
marzo 2008.
Commercio di armi e bambini soldato
Sussiste una
preoccupante disomogeneità delle norme che regolano le esportazioni di armi da
guerra e delle piccole armi ad uso civile.
Il commercio delle armi leggere e di piccolo calibro (fucili, pistole, munizioni
ed esplosivi), le più diffuse nei conflitti in cui sono utilizzati bambini come
soldati, non rientra nell'ambito della disciplina della Legge 185/1990, che
contiene severe disposizioni procedurali per l'esportazione, l'importazione ed
il transito di armi ad uso bellico verso paesi terzi, ma è regolamentato dalla
Legge 110/1975 la quale, al contrario, non prevede limiti alle esportazioni
sulla base dello standard dei diritti umani del paese importatore e del
coinvolgimento del paese stesso in una guerra interna o internazionale. È quindi
ammesso e possibile che l'Italia venda armi leggere a soggetti privati o a
governi di paesi in cui persone con meno di 18 anni partecipano alle ostilità
come parte di eserciti o di gruppi armati. Nel gennaio 2008, il Segretario
Generale delle Nazioni Unite ha reso pubblico il Rapporto Annuale 2007,
destinato all'attenzione del Consiglio di Sicurezza, in cui si conferma il
reclutamento e l'utilizzo di bambini soldato in diversi paesi già segnalati nel
2006, tra cui: Burundi, Ciad, Colombia, Repubblica Democratica del Congo, Nepal,
Filippine, Uganda e Afghanistan.
Da un'analisi dei dati disponibili si rileva che, tra il 2002 e il 2007,
l'Italia ha autorizzato l'esportazione di armi leggere e di piccolo calibro
verso soggetti privati o statali delle Filippine per € 7.169.863, in Afghanistan
per € 3.189.346, e in Colombia per € 1.027.196, nonché verso soggetti privati o
statali, nella Repubblica Democratica del Congo per € 179.582, in Nepal per €
18.321, in Uganda per € 10.088, in Burundi per € 9.017, e in Ciad per € 1.756.
Inoltre, nonostante gli elevati standard sui diritti umani contemplati dalla
Legge 185/1990, non sempre le autorizzazioni all'esportazione di armi hanno
effettivamente evitato che queste finissero a governi di paesi in cui i bambini
vengono utilizzati come soldati. L'Italia, tra il 2002 e il 2006, ha infatti
venduto armi alle forze armate delle Filippine per 1,6 milioni di euro e della
Colombia per 2,3 milioni di euro.
Tutto ciò avviene in aperto e palese contrasto con gli impegni assunti a livello
internazionale: in particolare, in occasione della candidatura italiana a
componente del nuovo Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani per il
triennio 2007-2010, il governo italiano si è impegnato a tutelare i diritti
dell'infanzia, specialmente dei minori coinvolti nei conflitti armati e a
settembre 2007 il ministero degli Affari esteri ha presentato uno speciale
"Minori soldato una sfida ancora aperta" in cui si evidenziava il ruolo
dell'Italia nel contrastare l'utilizzo dei bambini soldato.