da “la Repubblica” del 17 febbraio 2005
La Procura di Milano indaga e decide sui mandati d'arresto
Nel 2003 la missione clandestina per catturare Abu Omar
Cia sotto inchiesta in Italia: rapì e torturò un egiziano
di CARLO BONINI, GIUSEPPE D'AVANZO E FERRUCCIO SANSA
Il commando Usa ha lasciato parecchie tracce
Che cosa sapevano il governo italiano o l'intelligence?
MILANO - Almeno una dozzina di uomini della Cia hanno
condotto un'operazione "antiterrorismo" clandestina a Milano. Il 17 febbraio del
2003, in pieno giorno, in via Guerzoni, a poche centinaia di metri dall'istituto
islamico di viale Jenner, hanno sequestrato un egiziano di 42 anni, Hassan
Mustafa Osama Nasr, da tutti chiamato Abu Omar. Quello stesso giorno, lo hanno
trasferito nella base militare americana di Aviano, dove Omar è stato
interrogato e picchiato per sette ore. Prima di essere consegnato, la mattina
del 18 febbraio, all'Egitto, dove ha conosciuto le torture delle carceri
speciali e dove ancora oggi è detenuto. Abu Omar ha perso parzialmente l'uso
delle gambe e dell'udito. La Procura di Milano conosce le foto e l'identità
(forse vera, forse falsa) degli agenti americani che hanno condotto l'operazione
e sta valutando se chiederne l'arresto per sequestro di persona. Ecco che cosa è
accaduto.
Innanzitutto, chi è Abu Omar? All'uomo piace chiacchierare,
forse troppo. Fin dal suo arrivo a Milano, accende qualche curiosità. Ha alle
spalle una storia controversa. E' nato il 18 marzo del 1963 ad Alessandria
d'Egitto e ha lasciato il Paese all'inizio degli anni '90. Gli archivi
spionistici (americani, italiani, egiziani) lo definiscono "combattente in
Afghanistan e in Bosnia". Nel 1996 è in Albania, dove sposa Marsela Glina. Mette
al mondo un figlio. Finisce nei guai. Lo accusano di aver progettato
l'assassinio del ministro degli Esteri egiziano in visita a Tirana. Lascia in
tutta fretta il Paese e, dopo una sosta a Monaco di Baviera, riappare a Bari il
primo maggio del 1997. Nel '99, la questura di Roma gli riconosce lo status di
rifugiato. Ottiene un permesso di soggiorno.
Nell'estate del 2000 è a Milano. Lo accoglie l'appartamento di via Conteverde 18, "una nostra casa di passaggio" - spiegano all'istituto islamico di viale Jenner - "per chi arriva in città senza soldi". Via Conteverde non è un indirizzo anonimo. Ci ha abitato qualche latitante eccellente delle prime inchieste milanesi sulle "cellule in sonno di Al Qaeda".
Quella casa è, dunque, "un indizio di appartenenza" per la
Digos di Milano. Il telefono di Abu Omar finisce sotto controllo, come i suoi
amici, i suoi incontri, i suoi passi. La curiosità non sembra inutile. L'uomo si
dà arie da "pezzo grosso". Scrive e pronuncia discorsi infiammati. Appare ai
poliziotti "una testa calda". Ai suoi compagni sembra un impostore, un po'
narciso. Agli uomini dell'intelligence sembra un uomo su cui lavorare. Ne hanno
una conferma quando un tizio (ammesso che non sia una spia) saggia la sua
disponibilità a darsi da fare per rafforzare un nuovo network del terrore pronto
in Europa. Abu Omar si mostra disponibile.
* * *
In quel 2002, George Tenet non fa mistero del possibile
destino di tipi come Abu Omar. Il 17 ottobre, l'allora direttore della Cia
testimonia dinanzi alla commissione di inchiesta di Congresso e Senato sui fatti
dell'11 settembre. Racconta: "Dopo l'attacco alle Torri, la Cia, con la
cooperazione del Fbi, ha restituito alla giustizia mondiale 70 terroristi". La
pratica ha un nome: extraordinary rendition, "consegna straordinaria". E' un
metodo che non si cura della sovranità degli Stati in cui i "pacchi" da
consegnare vengono prelevati. Né si preoccupa della loro sorte una volta giunti
a destinazione. "La Cia e l'Fbi hanno perseguito all'estero una politica
aggressiva finalizzata alla distruzione di Al Qaeda, delle sue risorse umane e
tecniche - dice Tenet - Abbiamo identificato anche 36 fiancheggiatori del
Terrore e condotto operazioni nei loro confronti in 50 Paesi. Ventuno di queste
operazioni hanno avuto successo e mi riferisco ad arresti, carcerazioni,
attività di sorveglianza, consegne e approcci diretti".
La prassi della "consegna straordinaria" è stata battezzata
nella seconda metà degli anni '80 ed è diventata routine dopo l'11 settembre. I
"pacchi" viaggiano sempre con gli stessi aerei. Nel novembre del 2004,
un'inchiesta del Sunday Times individua almeno due dei mezzi con cui la
Cia consegna i suoi "prigionieri clandestini". Sono un piccolo Gulfstream 5 da
14 posti con codice N379P e un Boeing 737 senza insegna da 52 posti con codice
N313P. Li possiede la società Premier Executive transports services del
Massachusetts. Volano da Washington verso 49 destinazioni estere: Giordania,
Marocco, Iraq, Afghanistan, Libia, Uzbekistan e, frequentemente, Egitto.
* * *
Ritorniamo a Milano. E' il 17 febbraio 2003. E' un lunedì.
Accade tutto tra le 12 e le 12 e 15. Abu Omar esce dal cancello verde della sua
abitazione in via Conteverde 18. "Vado in moschea", dice alla moglie. La moschea
di viale Jenner, neppure un chilometro in linea d'aria. Abu Omar percorre a
piedi via Conteverde, in senso opposto a quello di marcia delle auto e nota un
furgone bianco che lo incrocia rallentando. Abu Omar accelera il passo e infila
via Ciaia. Intanto il furgone ha girato intorno all'isolato e lo aspetta in via
Guerzoni, una strada a doppio senso di marcia, chiusa sui due lati dai giardini
pubblici e dal centro di raccolta della Croce Viola. Deve essere apparso il
posto giusto per "prendere il pacco". La zona può essere facilmente isolata dal
traffico. Due auto che goffamente armeggiano per parcheggiare all'incrocio con
viale Jenner e sullo slargo di via Ciaia sono sufficienti per lo scopo. Gli
uomini (due) nel furgone bianco "lavorano" con tranquillità mentre gli altri su
due auto, prese a nolo, bloccano le due estremità della strada. Sono almeno
dodici. Sono americani.
Comunicano tra di loro con telefoni cellulari e lavorano al
"prelevamento" da almeno una settimana. Ora, gli uomini vedono Abu Omar. Abu
Omar si accorge subito dell'uomo che lo attende, accanto al furgone con il
portellone posteriore spalancato, all'altezza del civico 23 di via Guerzoni. Lo
sconosciuto parla italiano. Si qualifica come "poliziotto". Chiede un documento
di identità. E' questione di attimi. Abu Omar viene sopraffatto. E' vero, è
corpulento, ma il suo metro e 65 non riesce a opporsi alla forza con cui viene
scaraventato nel vano di carico del furgone, dopo essere stato investito da una
sostanza spray sul volto.
Non ci sono auto in via Guerzoni. Nessuno dovrebbe vedere.
Dovrebbe. Una giovane donna egiziana, appena uscita dai giardini pubblici con i
suoi bambini, risale a ritroso la strada di Abu Omar. Nota quei due in piedi che
parlottano. Li sorpassa, coglie alle sue spalle gli indizi di una colluttazione.
Sente il portellone di un furgone chiudersi rumorosamente e lo sente partire a
tutta velocità. Abu Omar è sparito. Dov'è Abu Omar? La donna racconta quel che
ha visto al marito, che frequenta l'istituto islamico di Viale Jenner. Il
diavolo ci ha messo la coda (anche se la donna, dinanzi alla polizia, farà scena
muta, per poi scomparire dall'Italia).
* * *
Dov'è Abu Omar? Il 3 marzo, a due settimane dalla sua
scomparsa, l'intelligence americana solitamente molto riservata si fa avanti.
Segnala al governo italiano che "secondo notizie che non si è in grado di
verificare, Abu Omar può essere nei Balcani". E' un'informazione storta. Nessuno
in quel momento è in grado di verificarla. La storia sembra dover morire lì.
Chi può sapere? La risposta arriva da Abu Omar. Accade il 20
aprile del 2004. Quel giorno, la moglie dell'uomo, Nabila - documenta
un'informativa trasmessa al Viminale e pubblicata dai giornali italiani - è al
telefono con il marito. La chiamata proviene dal "distretto di Alessandria
d'Egitto". La conversazione è intercettata. Abu Omar rassicura la moglie, chiede
di mandargli 200 euro e le ordina di non aprire più bocca con la stampa, ma di
avvisare soltanto i fratelli.
Le parole di Abu Omar dicono solo che è vivo. Lo stesso
giorno il telefono squilla di nuovo. Nella casa di Mohammed Ridha. E' l'imam
della moschea di via Quaranta. Egiziano come Abu Omar, suo amico personale. I
due si sentono una prima volta il pomeriggio del primo maggio. Abu Omar dà un
nuovo appuntamento telefonico per l'8 maggio. E quel giorno racconta,
cominciando proprio dal momento in cui il portellone del furgone bianco si
chiude alle sue spalle in via Guerzoni. Questo è quel che dice.
* * *
Abu Omar. "I due che mi hanno sequestrato sembravano
italiani, almeno dall'aspetto, ma non so dire se fossero italiani. Pensavano di
avermi stordito con lo spray, ma quando il furgone è ripartito sono riuscito a
mettermi sulle gambe. Mi avevano messo un cerotto sulla bocca, ma avevo gli
occhi liberi e mi era stato lasciato l'orologio. Abbiamo viaggiato per circa
cinque, sei ore. Quando il furgone si è fermato e hanno aperto il portellone era
l'ora del tramonto, tra le cinque e le sei. Ho avuto la sensazione di essere in
una base militare americana, perché ho potuto riconoscere le insegne sul timone
di alcuni aerei. I due che mi avevano sequestrato, mi hanno portato e lasciato
solo in una stanza. Dopo circa un'ora, sono arrivati altri quattro. Mi hanno
interrogato fino alle tre del mattino. All'inizio provavano a parlare italiano,
ma lo parlavano male e quindi sono passati all'inglese. Insistevano sempre sullo
stesso punto: "Tu fai propaganda contro l'intervento americano in Iraq, aizzi
l'odio contro gli americani. E' vero? E' vero che recluti combattenti da mandare
in Iraq?" Io rispondevo di no, che non era vero, e loro ripetevano le domande. A
un certo punto mi hanno mostrato anche un manifesto che avevo scritto in cui
denunciavo i misfatti dell'Italia in Libia e Somalia. Poi sono cominciate le
botte. Mi hanno pestato fino a notte fonda. Poi, saranno state le tre, mi hanno
messo su un aereo, su un piccolo aereo con pochi posti, abbiamo volato per circa
quattro ore e all'alba abbiamo fatto scalo in un'altra base militare americana.
Credo fosse una base nel Mar Rosso".
E' uno scalo tecnico. L'aereo riparte dopo poco e in un'ora è
all'aeroporto civile del Cairo. "Appena sceso dalla scaletta mi hanno preso in
consegna ufficiali egiziani. Mi hanno bendato e portato prima a Lazoughli, in
una camera di sicurezza dei servizi segreti, di lì un altro trasferimento e mi
sono ritrovato in una stanza del ministero dell'Interno egiziano. Qui sono stati
sbrigativi. Mi hanno detto: "Se vuoi tornare in Italia, puoi farlo in meno di 24
ore. A una condizione: che tu ti metta a lavorare per noi"". Abu Omar si rifiuta
e scrive il suo destino. Quello stesso 18 febbraio 2003 viene trasferito a Tora,
il quartiere della sofferenza. Una città carceraria dove "esiste sempre un
girone peggiore di quello in cui sei finito".
Abu Omar: "Gli interrogatori sono stati leggeri, pesanti sono
state le torture. Mi hanno infilato in una cella frigorifera completamente nudo,
doveva essere almeno a venti gradi sottozero, perché sentivo le ossa del mio
corpo che si sbriciolavano. Quando ero quasi assiderato, mi hanno trascinato in
una stanza che bruciava come il fuoco, almeno cinquanta gradi. Un'altra volta mi
hanno disteso su un pavimento bagnato su cui hanno gettato cavi elettrici. A
forza di quelle scosse ho cominciato a non muovere più bene le gambe, a non
sentire più una parte della schiena".
Cosa vogliono gli egiziani da Abu Omar? Per quello che lui
riferisce all'imam di via Quaranta "le domande sono inutili - "Sei stato in
Bosnia, sei stato in Afghanistan?" - servono soltanto a dare una parvenza di
senso alla tortura". In realtà quel che sembra vogliano da lui è un'altra cosa.
E lui la confida all'amico di via Quaranta, quasi con orgoglio: "Mi hanno
mostrato una lista con dei nomi. In cima c'era il tuo, Mohammed Ridha, poi
quello dell'imam di viale Jenner, Abu Emad. Il mio era il terzo. Mi hanno detto
che se volevo uscire dovevo consegnarvi a loro".
Abu Omar resta a Tora quattordici mesi. Finché non gli
comunicano che è un uomo libero. A un patto: "Se vuoi uscire con le tue gambe e
non in una cassa da morto, non raccontare quello che ti è successo. Dovrai dire
che sei venuto in Egitto di tua spontanea volontà con un biglietto comprato in
Italia". Abu Omar firma l'impegno. Il 19 aprile 2004 è libero. Ma le telefonate
tra il 20 di quel mese e l'8 maggio, riferite dai giornali italiani, gli
riaprono le porte della galera. Il 12 maggio i servizi egiziani lo prelevano
nella sua casa di Alessandria d'Egitto e da allora di lui nulla più si sa. Che
ne è di lui? Ha raccontato la verità?
* * *
Quel che è documentato non è la verità di Abu Omar, ma le
misteriose presenze intorno a lui in quel 17 febbraio di due anni fa. La
"squadra operativa" della Cia e dell'Fbi ha pasticciato parecchio lasciando
tracce dovunque. Lo stesso gruppo di cellulari, secondo le indagini dal
procuratore di Milano Armando Spataro, sono in via Guerzoni intorno alle dodici.
Gli stessi cellulari "si muovono" verso Aviano, poco dopo. Da quei cellulari
partono telefonate al consolato americano di Milano e a un'utenza della Virginia
(la Cia ha la sua sede centrale a Langley). Un cellulare di quel gruppo viaggerà
fino al Cairo il giorno dopo (probabilmente accanto ad Abu Omar). Dai cellulari
(italiani), gli investigatori sono risaliti a chi ha utilizzato le schede
telefoniche in quei giorni e, dalle schede, alcuni nomi. Con questi è stato
rintracciato l'albergo di Milano dove il gruppo ha alloggiato e l'agenzia di
noleggio auto dove hanno preso in affitto il furgone e delle auto
dell'operazione.
Con tracciati telefonici, note d'albergo, foto, contratti di
noleggio auto, l'inchiesta può dirsi quindi conclusa. Ma qui cominciano le
domande e, con le domande, i guai e le polemiche. Possono essere arrestati, per
sequestro di persona, una dozzina di agenti della Cia in missione speciale
antiterrorismo? Si può chiedere a Washington la loro estradizione? Che cosa ha
saputo Roma dell'extraordinary rendition di via Guerzoni e che cosa il governo o
l'intelligence italiana ha saputo dopo?
(17 febbraio 2005)