La Colonia Levillà di Rovegno anni 50


Colonia montana di Rovegno

Progettata dall'architetto Nardi Greco, la Colonia Montana risulta iscritta al catasto urbano del Comune di Rovegno alla partita 107, foglio 83, mappale 135, intestata al Commissariato Provinciale della Gioventù Italiana del Littorio per un volume complessivo di 28.709 metri cubi e di circa 1.800 metri quadrati per piano. Costruita in soli sette mesi e inaugurata il 29 Luglio 1934 dal Segretario Amministrativo del P.N.F On. Giovanni Marinelli, la Colonia è alta tre piani, dotata di grandi dormitori, refettori, cucine, uffici, infermeria, servizi igienici con doccia, terrazze, piscina e palestra. Nel Luglio del 1943, alla caduta del Fascismo, con l’8 settembre e l’inizio della Resistenza in Liguria con la costituzione della VIª Zona Operativa venne occupata dall’Esercito Partigiano divenendo sede del comando operativo e dove in seguito venne paracaduta una missione alleata inglese che lì stabilì la propria sede di collegamento con le formazioni partigiane dell'alta Val Trebbia e la stazione radio per i collegamenti radiotelegrafici con Londra. L’edificio fu adibito però, prevalentemente, ad Ospedale Militare Partigiano, e dove anche prigionieri tedeschi (come Hans) che nella vita civile praticavano la professione infermieristica o addirittura erano studenti di medicina, lì si prodigarono per curare i feriti e alleviare le sofferenze; falsa e la notizia che la colonia di Rovegno venne trasformata in una terribile prigione dove vennero eseguite esecuzioni sommarie dei fascisti e dei tedeschi che venivano catturati.  I prigionieri, vennero sempre trattati secondo la convezione di Ginevra e se i prigionieri non si erano resi  colpevoli di gravi delitti contro la popolazione il tribunale militare non emetteva mai sentenze di morte. I prigionieri anzi erano, in quanto considerati ostaggi, spesso, a seguito di trattative con i rispettivi comandi, scambiati con gli antifascisti e i partigiani prigionieri o incarcerati a Genova. La targa che è stata posta all'ingresso è un ingiustizia fatta alla memoria di chi ha combattuto per la libertà e la democrazia, molti combattenti riposano, i partigiani e i loro nemici, per sempre in questi boschi senza una croce e questo è vero - come mi raccontava mio padre - caduti per l’odio che imperversava nel mondo a causa della follia della guerra. Il Comandante Aldo Gastaldi “Bisagno” fossero suoi compagni di lotta, fascisti o tedeschi  non fece mai mancare loro i conforti religiosi e una preghiera.

La Colonia Levillà di Rovegno oggi  Rovegno: Monumento al Partigiano Aldo Gastaldi "Bisagno"

 


La Repubblica di Torriglia

Per diversi mesi del 1944 la valle del Trebbia fu zona libera partigiana, da Torriglia a ben oltre Bobbio, ai limiti della via Emilia e di Piacenza: la “Repubblica di Torriglia” aveva forme democratiche: sindaci e giunte comunali per amministrare, comitati popolari per fronteggiare le diverse esigenze delle comunità, scuole non più ingabbiate nella cultura fascista. Seguì una fase di rastrellamenti e combattimenti che portarono alla “riconquista” nazifascista della vallata, troppo importante per motivi strategici; senonché la popolazione era ormai tutta schierata con i partigiani. Così, alla resa dei conti nell’aprile 1945, la val Trebbia fu uno dei punti di forza della Resistenza, il nemico non riuscì ad aprirsi vie di fuga, a Sud e a Nord le compagini partigiane scesero a liberare le grandi città. Oltre a Torriglia e Bobbio, Ponte Scabbie, Costafontana, Ponte Trebbia, i Due Ponti, Loco, Fontanigorda, Casoni, Casanova e, più a Nord, in territorio piacentino, Ottone e Marsaglia, ove l’Aveto confluisce nel Trebbia e si incontrano le strade delle due valli, sono nella storia del movimento partigiano e numerosi sono i segni che la ricordano. A Rovegno ebbe a lungo sede il comando della Divisione Cichero (non a caso proprio a Rovegno un grande monumento ricorda il comandante Bisagno); a Costamaglio vennero avviate le trattative che portarono un intero battaglione della divisione fascista “Monte Rosa” a passare, il 4 novembre 1944 in Rovegno, alle file partigiane.


La nascita della VIª Zona Operativa

Verso la metà di settembre del '43,  un sardo di cui non mi sovviene il nome, e tre giovani siciliani:  Severino, Rizzo e Giuseppe, abbandonate le caserme di Caperana, un sobborgo di Chiavari, risalirono la vallata del Malvaro fino a Favale. Qualcuno del Comitato che, subito dopo  l'armistizio, s'era costituito nella cittadina rivierasca, gli aveva fatto indossare degli abiti civili e li aveva indirizzati lassù, dove avrebbero trovato i partigiani; dando loro anche una parola d'ordine, ma raccomandando di usarla con la massima discrezione e prudenza.
Quei poveri ragazzi, arrivati che furono a Favale — e le scarpe slabbrate e scalcagnate, e l'abito stesso striminzito facevano pensare che fossero zingari — cominciarono a chiedere a questo e a quello in cui s'imbattevano, dov'era il Comando partigiano e, poiché tutti diffidavano, finirono con lo spifferare la parola d'ordine: « sutta a chi tucca! » che d'ora in poi, come una bandiera, spronerà all'azione le nostre formazioni dell'entroterra genovese, diventando il motto delle Divisioni « Cichero ».
C'era una baita appollaiata su un costone folto di castagni, in località Rocca di Merlo, dov'erano rifugiati mezza dozzina di renitenti alla chiamata alle armi e qualche inglese scampato dal vicino campo di Calvari. I contadini del posto gli portavano patate e farina di castagne: quel poco che potevano dare, che altro non avevano, povera gente; i quattro giovani si sistemarono lassù con loro, mentre per tutta la valle e fin giù nelle cittadine rivierasche, con la presenza a Rocca di Merlo di quel pugno d uomini decisi a fare qualcosa, non importa cosa, pur di fare, già si stava acquistando fiducia nel domani e si guardava con commiserazione quei pochi fascisti che, dopo l'8 settembre, avevano ripreso a circolare.
Poi, ai primi di ottobre, sul monte Antola vi fu un convegno di dirigenti del Movimento di Liberazione, e si cominciò con l'assegnare le zone e dare delle direttive: la più importante era di attaccare e far fuori il maggior numero di fascisti e di tedeschi. Il fatto della mancanza di armi in realtà rappresentava un inconveniente trascurabile, poiché era ovvio che attaccando il nemico, le armi si sarebbero subito conquistate.
Attaccare: con che cosa?
Lo spietato massacro della Benedicta, segnò la fine del periodo di incubazione del movimento partigiano nell'entroterra geno­vese. I colpi di mano di ribelli isolati stanno diventando vere e proprie azioni coordinate, e il Comando tedesco, fortemente preoccupato, con un grande rastrellamento tenta di distruggere quei focolai di ribellione, anche per rendere sicure le grandi arterie della Fontanabuona, del Trebbia e dell' Aveto che collegano la Liguria con Piacenza e con Parma.
Dalle basi di Monleone, nella Fontanabuona, e di Torriglia e Rezzoaglio sulle strade del Trebbia e dell'Aveto, partono ogni giorno ingenti forze di fascisti inquadrati da tedeschi, e percorrono le mulattiere che portano sull'Antola e sul Ramaceto, setacciano le vallate, invadono villaggi sperduti sulle pendici di quei massicci, incendiano casolari, razziano bestiame, terrorizzano la gente del posto.
Ma i partigiani, considerata l'impossibilità di opporsi validamente a quella furia, già hanno predisposto un piano di difesa: parte di essi, con a capo il Commissario, si spingeranno nel profondo delle cave di ardesia di Orero, cave abbandonate da anni, percorse da un labirinto di gallerie impraticabili che s'addentrano nel cuore delle montagne; mentre il resto delle forze, col nuovo Comandante della formazione, Bisagno, si rifugerà nei boschi di Panexi, scaverà delle tane ai piedi degli alberi, e i partigiani potranno acquattarvisi, mentre il nemico, che non s'azzarda a penetrare nel folto, sfogherà la sua rabbia mitragliando alla cieca. Finché, dopo un paio di settimane, visto che quella lotta contro un nemico invisibile è destinata a non portare alcun  risultato, il Comando tedesco ordina di ridiscendere  a valle, lasciando che i fascisti, sui loro fogli, si vantino di avere liberato l'intera zona dai ribelli. Ma ecco, improvvisa e fulminea, la risposta di Bisagno: intima al podestà di Ferriere di dare le dimissioni e di sloggiare dal paese; e poiché questi, forte di un distaccamento di fascisti accasermatosi nelle scuole, si rifiuta di ottemperare all'ordine,  al termine fissato blocca la statale e mentre un pattuglione occupa il centro del villaggio attirando su di sé l'attenzione dei fascisti, col grosso della formazione circonda  la caserma e piomba da solo nell'interno facendola saltare. 
Nello stesso giorno alcune formazioni al comando di Croce, scendono dall'Antola, circondano Rovegno, mentre Scrivia e Moro si spingono in val Borbera, occupando municipi e distruggendo elenchi di renitenti e registri degli ammassi. Infine, nella val D'Aveto l'Istriano e a Varese Ligure gli uomini di Virgola costringono i carabinieri ad abbandonare le caserme.
E dunque i ribelli che i fascisti si  vantano di avere sgominato, si presentano più forti di prima:ora hanno un Comando di zona, la Sesta Zona Operativa, con tanto di Stato Maggiore che coordina con   intelligenza  le azioni e truppe efficienti e decise.
Stanno per diventare l'Esercito di Liberazione.

(Brano tratto da “La Repubblica di Torriglia” di Marzo – Di Stefano editore)

 

 

Aldo Gastaldi "Bisagno"

Nato a Rivarolo (Genova) il 17 settembre 1921,
deceduto a Desenzano del Garda (Brescia) il 21 maggio 1945, perito elettrotecnico, Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

Impiegato perito elettrotecnico all’Ansaldo San Giorgio di Sestri Ponente, seguiva i corsi di economia all’Università di Genova. Chiamato alle armi, nel marzo del 1942 era diventato sottotenente del Genio, con il 15° Reggimento, era stato addetto a funzioni di marconista. L’annuncio dell’armistizio lo colse a Chiavari, dov’era al comando di un plotone del 15° Reggimento Genio (l'attuale scuola Telecomunicazioni delle FF.AA di Chiavari - GE),. Un mese dopo, Gastaldi era già sui monti, al comando (con il nome di copertura di “Bisagno”, che richiama l’omonimo torrente), della prima formazione partigiana della zona, che sarebbe poi diventata la 3a Brigata Garibaldi e che avrebbe assunto il nome di “Cichero” allorché, nel maggio del 1944, i nazifascisti dettero alle fiamme l’eroico villaggio.
“Bisagno”, che era riuscito a rendere sempre più forte la Brigata – anche avvalendosi dell’apporto di molti alpini della “Monte Rosa”, che aveva convinto a disertare e a passare con la Resistenza – diventò vice comandante della VI Zona, che comprendeva quasi tutta la Liguria e i territori montani delle province limitrofe del Piemonte, della Lombardia e dell’Emilia. Dissapori tra le varie formazioni partigiane (Gastaldi era spinto, come è stato rilevato, dalla coscienza dell’alto valore morale e patriottico della lotta che conduceva, ma soprattutto dalla sua fede religiosa), portarono poi alla divisione della “Cichero”, ma non diminuirono la fama di “Bisagno”, soprattutto quando fu protagonista della costituzione della “repubblica partigiana” di Torriglia.
“Bisagno” morì un mese dopo la Liberazione, cadendo – dal tetto della cabina - sotto le ruote del camion col quale aveva accompagnato a Riva di Trento alcuni dei suoi partigiani smobilitati. Per onorare la memoria di Gastaldi, il Comune di Genova ha dato il suo nome ad una delle principali arterie cittadine, su cui si affaccia la “Casa dello studente”. Un monumento gli è stato eretto nel Parco dell’Acquasola, in viale XII Ottobre.
La MOVM ad Aldo Gastaldi è stata concessa con questa motivazione: “Fra i primissimi ad accorrere in difesa della sua terra oppressa dal nemico, partecipava a numerose azioni di guerra alla testa dei suoi partigiani che lo avevano eletto capo per l’indomito coraggio e l’alto spirito di sacrificio sempre ed ovunque dimostrati. Audace assertore di azioni di sabotaggio distruggeva con leggendario ardimento e tecnica perfetta importanti opere fortificate avversarie, inseguendo, disperdendo e catturando i nemici atterriti, ma ammirati, dalla sua audacia. Mentre completava la sua missione restituendo alle loro case i partigiani superstiti della lotta, suggellava con la morte la sua giovane eroica esistenza”.
Nel 1995, Elena Bono ha pubblicato (con prefazione di Paolo Emilio Taviani), un libro su questo protagonista della Resistenza dal titolo Per Aldo Gastaldi “Bisagno”. Nel 2003 il volume è stato ristampato dall’Editrice Le Mani. A Genova una scuola media statale è intitolata ad Aldo Gastaldi; a Rovegno, nel Ponente genovese, gli è stato eretto un monumento al ponte sul Trebbia. Il 24 aprile 2005, i resti mortali di Aldo Gastaldi sono stati traslati dal “Campo di Trento e Trieste” al Pantheon del Cimitero monumentale di Staglieno, dove riposano i genovesi più illustri. Nel 2006 a Fascia, il più alto Comune della Liguria, in Val Trompia, una strada è stata intitolata ad Aldo Gastaldi.

Biografia tratta dal sito internet http://www.anpimarassi.it - PER CONOSCERE UN EPISODIO DI QUEL TEMPO, DEL MARCONISTA BISAGNO.VAI SU WWW.QRZ.COM E DIGITA IW1PUE


Il rastrellamento dell'inverno 1944-1945

Al nostro comunicato del IV Novembre il nemico a tutta prima parve che non sapesse né potesse reagire. Siamo ormai alla fine di novembre e l'inverno s'avanza: le nostre formazioni hanno rioccupato l'intero territorio della sesta zona e quasi non hanno trovato resistenza.
L'Oreste e l'Arzani, due delle brigate della divisione, al comando di Scrivia e di Moro, sono scese nelle vallate del Vobbia e del Minceto, e ora si spingono sulla camionale, bloccano il traffico, attaccano presidi, prelevano prigionieri a Ronco, Isola del Cantone, Rigoroso, Stazzano; mentre la Cajo che è passata anch'essa alle dipendenze della Cichero, occupa Santo Stefano, che è una grossa borgata nell'Aveto. Dal canto loro le brigate Berto e Jori, al comando rispettivamente di Banfi e di Croce, investono Gattorna, scendono a Borgonovo, fanno saltare il ponte di Carasco dov'è un grosso contingente tedesco, e controllano l'intera valle del Trebbia; la Coduri infine all'ala destra dello schieramento domina il litorale e quasi giornalmente opera colpi di mano in quel di Sestri Levante.
In tutta la zona su tedeschi e fascisti incombe il pericolo delle nostre incursioni : hanno finito col trincerarsi in posti di blocco, protetti da cavalli di Frisia e da casematte, e si guardano bene dall'allontanarsi, mentre all'inizio delle grandi strade di comunicazione, quella del Trebbia, della Fontanabuona, dell'Aveto e di Centocroci, ricompaiono  i cartelli «Actung! Bunden gebit» che avvertono i viandanti del pericolo di inoltrarsi in quella zona infida, infestata dai banditi.
Pare quasi che il nemico si sia rassegnato ad aspettare la fine delle ostilità rinunciando ad attaccarci.
Ma ecco che il Comando tedesco chiede un'altra volta di parlamentare e al posto di blocco ripristinato nelle gole del Pertuso si presenta un maggiore tedesco accompagnato da un ufficiale italiano che gli fa da interprete:
«Il signor maggiore vi dà atto che siete bravi soldati e coraggiosi... ma che la lotta è troppo dura per voialtri che mancate di tutto... mancate di viveri, di medicinali, di munizioni... e ancor più dura si farà quest'inverno... dice che non dovete farvi illusioni... ». Parla affabilmente, come se conversasse con amici: e il tono stesso della sua voce esprime preoccupazione per le nostre condizioni. L'ufficiale italiano continua  a tradurre:
«L'Alto Comando Tedesco l'ha incaricato di dirvi che se deporrete le armi garantirà la vita a tutti... soldati e ufficiali... e con la sua garanzia... garanzia scritta... firmata dall' Alto Comando... potreste tornarvene a casa senza che nessuno osi molestarvi... ».
Ma Attilio, il commissario che si è presentato all'incontro l'interrompe: «Gli dica che le nostre armi le abbiamo conquistate a voi e ai tedeschi, e l'abbiamo conquistate per servircene: se le rivogliono abbiano il coraggio di venirsele a prendere...».
Ora il tono di voce del maggiore s'è fatto improvvisamente aspro e ordina: «Tradurre, tradurre subito!» e l'ufficiale italiano s'affretta a tradurre: « Il maggiore dice che stanno facendo affluire i mongoli... un'intera divisione di mongoli, provenienti dall'Ossola... in val d'Ossola non hanno risparmiato nemmeno le donne... e anche qui non risparmieranno nessuno... dice che con la vostra cocciutaggine vi assumete la responsabilità di quanto potrà accadere alla popolazione...».
Ma Attilio gli ha già voltato le spalle, e mentre quelli, interdetti lo guardano allontanarsi, senza affrettarsi raggiunge il posto di blocco: in questo modo pone termine al colloquio. S'inizia con questo episodio il periodo più tragico della lotta di liberazione mentre il generale Alexander esorta i partigiani a tornarsene a casa, truppe di ex prigionieri mongoli inquadrati da tedeschi danno inizio al grande rastrellamento dell'inverno del '44; con rapide puntate, che vengono effettuate in piena notte e in condizioni difficilissime, per sentieri impraticabili, occupano di sorpresa le borgate in fondo valle, si installano in villaggi abbarbicati sulle pendici dei monti, terrorizzano le popolazioni; eppoi improvvisamente, non si capisce come, si disperdono, dileguandosi, per tornare subito dopo sui loro  passi,  magari alle prime luci dell'indomani. Con tale tattica è difficile prevedere i loro movimenti, mentre una ridda di notizie contraddittorie che pervengono da ogni dove, in un primo tempo, impediscono al nostro Comando di organizzare una difesa e di preparare contrattacchi e imboscate.
A metà gennaio i mongoli avevano raggiunto Rezzoaglio e pareva che di lì, seguendo il corso dell'Aveto, volessero scendere fino a Marsaglia per congiungersi con la colonna proveniente da Bobbio e con quella spingersi nella valle del Taro, in direzione di Bedonia; invece, risalita la provinciale occupano Santo Stefano da dove la Cajo ha fatto appena in tempo a ritirarsi, e improvvisamente ridiscendono in direzione del passo della Forcella. Qui organizzano un vero caposaldo, con campi di mine, trincee e reticolati; e da quel passo si limitano a controllare la zona.
Ora dal passo del Bocco, da Reppia e da Velva, dove erano già affluiti notevoli rinforzi di alpini e di bersaglieri comandati da tedeschi, si scatena un furioso attacco: la brigata Coduri, nella sacca di Comuneglia, si direbbe destinata ad essere annientata, invece con una marcia notturna operata in condizioni inimmaginabili, è riuscita a filtrare attraverso la rete che si sta rinserrando e s'è piazzata a Issioli, alle spalle dello schieramento attaccante.
Dal canto suo la Brigata Berto ha potuto raggiungere Sopra la Croce e s'è attestata sulle alture che dominano questa località, mentre, sull'altro versante del Trebbia, la Jori ha rioccupato Casa del Romano, riallacciandosi alla Brigata Oreste nei pressi di S. Clemente.
Siamo ai primi di febbraio e il Comando della Divisione è stabilito a Carrega:  puntando su questo obiettivo i tedeschi risalgono rapidamente in val Borbera, ma a Cartasegna vengono fermati dagli uomini della Jori, mentre a Dova e a Pian Cerreto la brigata Oreste assesta duri colpi alle colonne dei rinforzi. I nostri sono ormai passati al contrattacco e come falchi piombano ovunque viene segnalato il nemico: a Cantalupo, a S, Clemente, a Boggi, a Rondanina, a Montoggio. Finchè, al nemico non rimane che asserragliarsi nella colonia di Torriglia e al passo della Forcella.
Così ha termine la seconda fase del rastrellamento dei mongoli, rastrellamento che sarà anche l'ultimo.
Nel suo ordine del giorno il Comando della Divisione Cichero può annunciare: «Finalmente il nemico sta rientrando alle sue basi con lo smacco subito, mentre il pianto delle mamme cui sono state violentate le figlie lo segue come una maledizione. Giusta rappresaglia, 37 mercenari mongoli col loro comandante tedesco, fatti prigionieri, sono stati giudicati dalle popolazioni e passati per le armi sul luogo stesso dei loro delitti. Il Comando rivolge un alto elogio a tutti coloro che hanno combattuto, e in special modo alle Brigate Jori e Oreste,  che con il loro spirito aggressivo hanno dato alla causa questa nuova vittoria»; tributa un encomio solenne al Comandante di brigata Croce, con la seguente motivazione:
« Comandante di Brigata e impareggiabile partigiano, in due mesi di duri combattimenti si prodigava infaticabile per preparazione e il coordinamento dei propri reparti. Sempre presente ove maggiore era il pericolo: in combattimento di esempio e sprone ai suoi uomini».

(Brano tratto da “La Repubblica di Torriglia” di Marzo – Di Stefano editore)

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