DAL CALEIDOSCOPIO E
DALLA CREATIVITA'
UN TITOLO
UNA STORIA
La persona di cui vi voglio parlare era un omino piccolo e arzillo, come ce ne sono stati tanti nella mia terra, la Puglia, dove, evidentemente, deve aver avuto casa una razza molto simile agli gnomi capace di abitare in case alte quanto una spanna e strette quanto il gioco di costruzione di un bambino.Un omino, capace però di fare quello che due uomini, ed anche di più, uomini di oggi, alti un metro e ottanta, non si sognerebbero mai di fare. Un omino, dicevo, perchè era anche magrolino, magrolino, con i capelli arruffati, tutti bianchi, ispidi, come lo sguardo cattivo con cui arpionava quelli che incontrava.
Sapeva molte cose, o almeno ne era convinto, tutte le storie che si perdevano nella notte dei tempi, ogni superstizione ed ogni presunta magia. Era convinto di sapere come si fa a non ammalarsi e soprattutto come si fa a non morire.Ed aspettava, paziente, che morissero gli altri, giovani e vecchi che fossero.In questo modo aveva raggiunto gli ottantasette anni, che è una ragguardevole età, se ci si pensa, soprattutto se la si vive come se ne avesse trentasette.
Il fatto è che ci riusciva. Racconatava ridendo di quel tal ragazzo (quarant'anni compiuti lo scorso maggio) a cui aveva tagliato la strada, lui con un ape vecchia di vent'anni, l'altro su una macchina sportiva,e che aveva rischiato sbandando a tutta velocità per non investirlo di finire fuori strada." Vecchio- gli aveva urlato- verrò al tuo funerale." " E io al tuo" aveva imprecato lui di rimando.
E così fu, tempo una settimana sulla medesima strada la medesima auto il medesimo autista finirono fuori strada senza rimedio. Semplice coincidenza, direte voi . E così anche io. Ma non lui.E così si convinse che li avrebbe seppeliti tutti fin che il tempo non avrebbe pensato a seppellire anche lui insieme all'universo intero.
La Fata della Casa
Sì, lui ci credeva, credeva senza il minimo dubbio che poteva vivere al di là di ogni speranza e sapienza umana.Perchè, appunto, lui sapeva. Cosa?Forse non aveva la quinta elementare, a stento sapeva leggere e scrivere, ma sapeva tutto ed anche di più, anche quello che gli altri si rifiutavano di sapere, anzi soprattutto quello:
La prima storia che mi raccontò, che, ben inteso, non era una storia, ma quella verità vera che nessuno ammette e conosce, riguardava la Fata della Casa.
Chi è?
Quell'essere buono o cattivo che si impadronisce di una casa.L'entità che abita ed abiterà sempre una casa.
Ma scherzi?
Può essere un antenato, può essere, quello che la ha costruita, può essere anche tu stesso se lo sai fare.
Fare cosa?
Entrare nei mattoni, ed uscirne e rientrarci e riuscirne
Per me , tu sei entrato ed uscito da qualche altra parte.
Puoi anche non crederci, ribatteva, ma è così.Sono in pochi quelli che possono vedere la fata della casa e sono quelli che sono stati ripudiati dal padre il giorno della nascita, o quelli ai quali il giorno del battesimo il parroco ha sbagliato o ha invertito le benedizioni.
Ma la fata della casa è quella entità che si insedia e diventa la vera padrona, l'anima di quel luogo e fa la fortuna o la sfortuna dei suoi abitanti a secondo se le sono simpatici o meno.Naturalmente chi la costruisce è il primo che prova ad insediarsi e per farlo lascia una monetina tra i mattoni. meglio in un incastro tra due muri, e poi tocca a che ci vive e ci ha vissuto e magari ha esalato lì l'ultimo respiro. E poi dipende :se l'anima di chi abita la casa è buona la fata della casa è buona ,altrimenti ama fare dispetti ed altro.
Ma ti pare che siano cose a cui si può credere?
Bè, questi sono fatti tuoi. Io ti racconto delle storie. quelle che mi raccontavano e quelle in cui mi piaceva credere.
IL PASTORELLO BELLO
Si raccontava che lui fosse il più bello dei pastorelli del luogo, ma anche dei ragazzi, dei giovanotti del paese. Ed, ovviamente, del più bello si era innamorata la più bella ragazza del paese, un paese bianco tra mare e collina che guardava verso l'infinito Adriatico senza paura.Ed anche lui senza timore portava il suo gregge fin giù alla marina o fin su al monte a secondo il tempo e la stagione. E così senza alcun pensiero, arrivava a pascolare il suo gregge nei pressi del Castelletto, una severa dimora a tre piani che guardava con rigore oltre le alte mura di cinta il biancheggiare del mare nel porto o il biancheggiare della lana delle pecore quando si addossavano al cancello, che pareva che il mare, scavlacato il porto, stesse belando sotto le finestre alte.Certo il padrone del castelletto non amava quella vicinanza lamentosa, ma al pastorello non importava affatto, così come non gli importava che quel signore fosse potente e padrone di tutto il paese.
Sarà, ribatteva quando glielo dicevano, sarà pure il padrone del paese e del mondo intero, ma non del mio gregge.
E' così giunse il momento delle nozze.
Ed il pastorello cominciò a prepararsi alla sua nuova condizione con la ragazza più bella del paese. Tutti invidiavano una coppia tanto bella e tanto innamorata. Tutti, ma sopratutto il signorotto del castelletto che veniva sapere ogni cosa dai suoi servi.
Era il tempo in cui i castellani avevano il diritto di trascorrere la prima notte di nozze con la sposa al posto del novello marito. un modo come un altro per impedire che la gioia si stabilisse nel cuore dei propri sudditi. Ed il giorno delle nozze gli sgherri del signorotto aspettarono la sposa proprio davanti alla chiesetta, una bella costruzione sul limitare del paese, che dall'alto guardava il mare e che faceva sentire la voce delle sue campane fino in fondo all'orizzonte. Sull'ampio sagrato della chiesa spazzato dal venti ,cinque bravacci pretendevano a gran voce che la ragazza uscisse da sola e senza far storie. Mentre gli amici e gli invitati alla nozze si rifugiavano accanto all'altare tremanti, il pastorello pensò ad una soluzione che non lo costringesse a chiedere asilo alla Chiesa per tutta la vita.
Indossò l'abito festoso dell'amata sopra i suoi vestiti e si coprì il viso con il velo nuziale. Il parroco stesso lo accompagnà fuori, senza chiedere spiegazioni e pregando in cuor suo.Andò via con i messi del castellano, con il capo chino e senza guardare in faccia a nessuno. Tremava anche lui, nonostante il suo coraggio. Lo portarono direttamente nella camera del padrone che non perse tempo e prima di guardalo bene lo abbracciò. Un coltello gli spaccò il cuore in quello stesso momento.Il pastorello si tolse in fretta i vestiti dell'amata. Strappò i suoi, in modo da sembrare un mendicante , e quatto quatto raggiunse le cucine, e lì prese a mendicare.
I servi appena lo videro lo cacciarono. Era finalmente fuori. Raggiunse la chiesa dove lo aspettava la sua amata e senza guardare il parroco, ma tenendo la faccia china, la afferrò e la portò lontano. dove pascolava il suo gregge e dove erano i suoi cani e sulla colline, pietra dopo pietra, negli anni a venire,costruì, con fatica,la sua casa, una masseria sempre più grande e bella.Costruì anche una chiesetta e sperò che il parroco un giorno lo perdonasse in nome di Dio e gliela consacrasse. Fatto sta che il mattino dopo i servi trovarono il loro signore morto e compresero quello che era successo e si prepararono per la vendetta.Si armarono e andarono a raggiungere il pastorello, ma stranamente ogni volta che si avvicinavano alla sua dimora perdevano la strada e continuavano a vagare nella Murgia senza sosta, rischiando di morire di sete e di fame.Pare che ogni volta che il prete li vedeva partire accedeva un cero alla Madonna dei Marinai, chiedendo perdono per quanto era successo, per la sua negligenza, per non essere stato capace di impedire il fattaccio e chiedeva aiuto per quei poveri ragazzi che non aveva voluto sottostare alle angherie del prepotente. Il prete diceva fra sè :" La Murgia è come un mare, e Tu sei la Stella, fermalì Tu e poni riparo all'odio." Si dice anche che il signorotto non morì del tutto, ma come uno sparviero il suo spirito continuava ad aggirarsi tra le mura del Castelletto che andò in rovina perchè nessuno poteva più abitarci e così è tutt'ora.
Sempre se ci credete
IL MULO ALLA PARETE
Anche il messo del re se ne era accorto. Puntualmente ogni volta che si avvicinava ad un gruppo di case o dove appariva anche solo un filo di fumo sentiva sempre lo stesso grido:"Il mulo, il mulo alla parete!" E se ne domandava il perchè. Era una frase senza senso o quanto meno appariva innocua se non fosse per il disagio che provocava, lo stesso fremito di angoscia che era sempre presente in chi incontrava. un fremito palpabile, visibile ed inequivocabile.
Tanto da fargli pensare che quella frase che poteva riguardare i lavori nei campi o alla macina fosse invece una sorta di squillo di tromba che lo precedeva, il suono che preannunciava la catastrofe:
Del resto il messo del re si rendeva conto di non essere ben visto e si rendeva ben conto anche del perchè.
Il suo compito era fra i più ingrati. Veniva a riscuotere la tassa sulla casa e contemporaneamente eseguiva una sorta di censimento delle abitazione esistenti. Era un balzello oneroso e chiunque lo pagava lo faceva sempre con un ombra di morte nello sguardo.Il messo del re sospirò. Faceva il suo lavoro da tanti anni e non gliene importava niente dei problemi altrui. Era una epoca dura quello che stavano vivendo, ma lo sguardo che vedeva negli occhi di chi pagava le tasse senza proferire parola, quello sguardo gli rimaneva confitto nel cuore e tante volte la notte lo aveva fatto risvegliare tremante.
"Bifolchi, solo dei luridi bifolchi , impastati di terra più che dello loro stessa carne." Certo che di carne intono alle ossa quei bifolchi ne avevano poca, come potevano fare paura?.Perciò il messo del re rintuzzava la paura con un buon boccale di vino davanti la fuoco del camino nella prima locanda che incontrava non senza essersi fatto pagare prima le tasse che doveva pretendere.
I boschi di quercia e di lecci, i cespugli di mirto, le rose canine e i caprifogli , o anche solo la fitta e bassa macchia mediterranea facevano sempre a gara per impedirgli il passo, ma lui sapeva che alla prima radura avrebbe incontrato un campo coltivato ed in mezzo a quel campo ci sarebbe stato un casolare o un baracca.Certo che da quando risuonava sempre più spesso quel grido non trovava più nulla se non rovine di muretti a secco ed il suo raccolto si faceva sempre più magro, Già l'intendente si era lamentato e se non stava attento al ritorno avrebbero provveduto a mozzargli la testa. a questo pensiero il senso di paura si fece più acuto. Non dei bifolchi avrebbe dovuto avere paura, ma dei suoi padroni. Tornare senza quanto si aspettavano equivaleva a convicerli che il ladro era lui. Ed allora tutto sarebbe stato perduto. Forse gli toccava anche la tortura.
Fu così, davanti al fuoco, ed in compagnia di un silenzioso boccale di vino che cominclò ad elaborare un piano.Quella sera stessa prese accordi con i soldati che lo accompagnavano e raccomandò loro di rimanere alla locanda in attesa ed a guardia delle tasse riscosse e dei cavalli.
Il giorno dopo, allontanatosi di nascosto dalla locanda, raggiunse un angolo del bosco che faceva al caso suo, scavò una buca profonda e vi seppellì, per prudenza, tutto quello di valore aveva con sè, indossò degli abiti sdruciti che si era fatto dare dallo sguattero della locanda in cambio di una moneta d'oro e si allontanò aggrappandosi ad un bastone , con il viso e le mani sporche di fango.
Da mendicsnte il mondo gli apparve subito molto diverso e soprattutto popolato di gente laboriosa che viveva più comodamente di quanto non avrebbe supposto. Per ogni dove trovava campi coltivati al centro dei quali aie prodighe di profumi ed ancora e proprio nel mezzo di ogni ben di Dio case e case abitate. Soprattutto sorgevano a decine, a centinaia e forse ancora di più, delle costruzione di pietra viva accatastata in bella simmetria attorno ad una stretta pianta circolare ed un stupefacente tetto, sempre di pietra, a cono: e se ne trovavanoa raggruppate a stretto contatto anche più di una insieme , come se ciascuna fosse una stanza . Ed avevano comignoli per i camini, e forni all'interno oppure all'aperto, e sempre su alzate di pietre c'era ogni genere di frutta a seccare. Anche la gente era diversa da come la conosceva il messo del re: allegra e laboriosa e per lui, nella sua parte di mendicante c'era sempre posto per dormire al riparo e c'era sempre pane per sfamarsi. Gli chiedevano musica, storie, favole per i bambini e notizie. Già....notizie.
Un omone in particolare, con lo sguardo fisso nei suoi occhi e dai modi bruschi e duri inistette parecchio e concluse:" Secondo me tu sei una spia o sei il messo del re travestito. Non è possibile che non hai notizie per noi. Non è possibile che tu non abbia incontrato il convoglio degli esattori del re. Non è possibile: hanno distrutto i campi a nord perchè non hanno trovato nulla e per poter camminare più velocemente e sbrigarsi a completare il loro viaggio hanno spianato le messi . e tu dici di non aver visto nulla. No, tu non mi prendi in giro. Tu sei una spia." Il falso mendicante si mise a tremare come un qualsiasi mendicante colto a rubare. Ed una donna pietosa con figlioletto al collo ribattè all'omone livido di collera;" Ma non vedi è solo un tonto, non è buono neppure per le favole dei bambini è solo un mendicante con una rotella di meno fategli la carità e lasciatelo in pace."
Ma l'omone insisteva :" E' una spia vi dico. Trema perchè ha la coscienza sporca."
" Quella gente di cui tu parli non ha coscienza nè sporca nè altro. Proprio non ce l' ha " L'omone rimase interdetto al suono di questa voce e si voltò di scatto " Tu cantastorie, tu già di ritorno."
" Si- rispose il nuovo arrivato- per raccontarvi le novità: il convoglio del re è fermo presso la stazione di posta di S. Lucia sulla strada per la Murgia. I soldati si stanno divertendo. Vanno a caccia, ci sono bei boschi là, e gozzovigliano tutte le sere. Non stanno a pensarea voi, per il momento, ma preparatevi."
L'omone si voltò verso il falso mendicante e brontolò una scusa non troppo sentita e poi insistette:" Ma sei avvertito se vedi gli esattori avvisa e devi gridare con quanto fiato hai in gola :" il mulo alla parete"."
Nonostante la paura il falso mendicante non potè fare a meno di chiedere in un soffio" Perchè?"
"Come perchè, tonto,- disse il cantastorie- perchè così si lega il mulo alla pietra giusta e tutta la costruzione vien giù."
" E se non c'è la casa non si paga la tassa" disse il falso mendicante. Ma nessuno lo ascoltava più. Le notizie del cantastorie davano speranza e fomentavano l'illusione di averla scampata, almeno per quella volta.Ed invece il messo del re aveva ben altre idee in mente. Tornà in forze nella zona ed arrivò di notte. Nessuno lo aspettava più. I soldati saccheggiarono. I raccolti furono bruciati e tutto quello che potè essere requisito fu portato via. Alle rimostranze della gente spaventata ed annientata dallo spettro della miseria, il messo del re rispondeva:" Nessuno può deridere il re. "Il cantastorie e la gente della radura fu presa progioniera e portata alla corte del duca: La loro sorte era segnata, nulla li avrebbe salvati dalla morte.
Ed il messo del re, appena giunti a destinazione, non pose tempo in mezzo. Non meritano nulla, questi disgraziati. Andassero ad urlare ai corvi la loro ignominia" disse alle guradie e li fece appnedere nelle gabbie all'ingresso della corte.Il cantastorie fu il primo a venire issato e da lì il vento del mare sembrava cullarlo dolcemente. E forse fu quello a rinvigorirlo. Se devo morire, disse, morirò cantando. " Risparmia il fiato, gli dissero le guardie, almeno vivrai di più"" Ed a che servirebbe?" ribattè lui" Canterò alla giustizia che rende gli uomini uguali, alla legge che rispetta solo la legge, agli uomini liberi . Canterò la felicità di nascere in una città che è felice per la tua nascita, che assicura la tua sopravvienza perchè ciascuno di noi viva pienamente e pienamnete contribuisca al bene di tutti. Avete dimenticato di chi siete eredi? Della civiltà del diritto, la grande civiltà che ha governato il mondo conosciuto nel segno dell'umanità e dell'umanità comune.Ed ora uccidete i vostri figli e dissanguate i vostri servi. Perchè la vostra avidità non ha fine, perchè vivete di ladrocinio e di soppruso, perchè derubate chi nasce sotto il vostro stesso cielo sia esso re o povero."
"Bada a morire in grazia di Dio. Sta zittoe pensa ai tuoi peccati, perchè non hai più molto tempo."Il capitano delle guardie rientrava proprio in quel momento dalla grande porta sulle mura, irritato per gli scacchi subiti e già consapevole che il signore del castello non gli avrebbe fatto grazia se non avesse trovato un capro espiatorio idoneo.
"Signore- disse il cantastoeie- perchè non mi lasci dire la verità, ora che sto per morire, perchè non permetti che canti qui dalla mia gabbia, da qui che vedo il mondo intero, il mio dolore e quello della mia gente, Perchè anche tu ti fai scudo del nostro persecutore. Che importa a te o al tuo signore se la gente nella campagna vive invece che morire di fame, che importa a te o al tuo signore se la gente nella campagna benedice il tuo nome invece che maledirlo, che importa a te o al tuo signore se la gente nella campagna ...."
"Di che parli, pazzo moribondo, il tuo crimine è conosciuto. Hai rubato al re."
"Sì mio signore ho rubato al re per poter rendergli nuovi figli per la vittoria delle sue guerre e per la prosperità della sua pace. Ho ribato al re per potergli rendere raccolti abbondanti, sudditi sani ed allegri, per potergli rendere la sconfitta della carestie, per poter sconfiggere lo spettro delle pestilenze, lo scheletro della fame , per poter esorcizzare la disperazione. Ma chi è accanto a te ha rubato al re per il proprio profitto, ha messo da parte per il suo piacere e per potersi comprare onori non dovuti , per metterti in cattiva luce davanti al re ed al tuo signore, per far ingrassare la sua casa e per derubarti del tuo. Chi è il ladro, o mio signore?"
"Ehi! Cantastorie, di chi stai parlando?Chi stai accusando?"
"Chi mi ha issato qua sopra è anche chi mi ha accusato e distrutto il mio villagio e incatenato la mia gente perchè non avevamo denaro per lui. Invece il vecchio che abita nel Castelleto in riva al mare e fa una vita da re ,non paga nulla al re. Chiedi al tuo uomo perchè, Chiedi all'esattore come è possibile"
Il capitano delle guardie che cavalcava accanto all'esattore insignito di ogni onoreficenza per la vittoria contro il villaggio nel bosco, si voltò con rabbia contro di lui ed urlò:" Che cosa sta dicendo quest'uomo? Chi è il vecchio che tu proteggi? Cosa stai tramando alla mie spalle?"
" Ma niente, mio signore- ribattè il povero esattore che stava tremando- è solo un pazzo in fin di vita, non vorrai credergli."
Ma il capitano delle guardie si infuriò ancora di più.
" Quest'uomo non morrà e neppure i suoi amici finchè tu non avrai provato che hanno torto. Verranno liberati subito e potranno tornare alle loro case se tu entro due giorni non mi avrai portato i tributi del vecchio che hai lasciato insediare nel Castelletto in riva al mare."
"Non so nulla di questo vecchio, mio signore, e neppure di questo castello."
Il capitano delle guardie si chinò su di lui e gli disse piano " Invece sai molto di più su come si ruba il mio posto, vero?" Poi si raddrizzò e disse forte. " Non voglio scuse, vai e torna entro due giorni"
("Ehilà ci siamo- dissi io al mio omino- di nuovo quel vecchio e di nuovo il Castelletto. "" Eh!- disse lui- il Castelletto ha avuto storia lunga e difficile")
Il cantastorie ed i suoi amici furono condotti nelle segrete in attesa di eventi Il messo del re, un pò stupito, un po perplesso ed un pò impaurito iniziò il suo viaggio verso il Castelletto alla ricerca del vecchio che vi abitava, ed al quale non aveva chiesto il pagamento del tributo
"Brutta faccenda - gli disse l'oste quando si fermò per la notte- nessuno sa chi sia e pochi lo hanno visto, ma se c'è, sarà lì da almeno cento anni. Sì, da almeno cento anni ossia da qaundo l'ultimo proprietario che si conosce fu ucciso da un pastorello al quale voleva rubare la moglie."
Fatto sta che il Castelletto benchè abbandonato e benchè pericolante, faceva sempre la sua bella figura, stagliato così tra mare e cielo, con la spuma delle onde che sembrava ogni volta tingere di bianco le mura e il grande parco ad ovest che fuggiva verso le colline e si immergeva nel verde intenso della vegetazione. Pefino il profumo che sfuggiva alle strette delle mure rinfrancava il respiro del viandante. Andiamo! chi poteva avere paura? A mezzogiorno poi, con il sole che giocava sui riflessi delle onde , chi poteva pensare a presenze maligne? Solo uno sciocco e neppure un fifone. E così il messo entrò. Passò per la scala della torre ad ovest. Raggiunse l'interno. Si affacciò all'appartamento padronale. L'abbandono aveva lasciato il posto alla cura attenta che rivelava il gusto raffinato del suo abitante. Le stanze adobbate in modo sontuoso, Tappetti e vasellame per ogni dove. I mobili, le porte, le tende, tutto stupendo ed in perfetto stato. Anche i camini erano accesi.
" Qui se non mi faccio pagare ci rimetto la testa " disse il messo sempre più sbalordito.
" Da chi vuoi farti pagare?" Alle spalle del messo un vecchietto stanco e dimesso sra entrato nella stanza."
Ma il messo con gli occhi abbacinati dalla ricchezza che aveva appena visto, non ebbe remore : " Da te se sei colui che abita in questo luogo e per il re"
" Io devo pagare al re? -disse il vecchietto- Ma sono sempre stato io che ho riscosso le decime . E tu che entri nella mia casa senza permesso e senza rispetto per la mia sventura, non ne sei esente, Pagami quanto mi devi perchè io possa vivere in pace i miei giorni ." La voce del vecchietto si era fatta sempre pià forte, ed alfine tuonava addirittura.
La casa si era fatta sempre pià bella, calda e òuminosa. Il messo del re non respirava più e negli orecchi vibravano con violenza le parole del vecchio sempre pià forti e sempre le stesse. Cominciò a correre per trovare l'uscita , ma il vacchio era sempre dietro di lui.E sembrava più veloce di lui. E la casa non finiva mai. Finchè il pavimento non cedette sotto i suoi passi e si aprì il vuoto.Il mare pensò ad inghiottirlo. Nessuno tornò dal capitano delle guardie . Tutti si convinsero che le accuse erano esatte e che il messo fosse fuggito con quanto aveva da parte. Il cantastorie ed i suoi amici furono liberati e tornarono alle loro case ed alle loro occupazioni.
L'unico che commmentò apertamente l'accaduto fu l'oste con i suoi avventori.
" E' strana quella casa -disse l'oste- ma più strano quell'imbecille del messo. Andare in un posto come quello in piena notte, quando gli avevamo detto che il Castelletto era in rovina e che giravano strane dicerie. E poi mettersi a correre sugli scogli in una notte buia come quella. Il messo del re era pazzo. Ed ora passa per ladro.Mah! Le storie della vita non finiscono mai di stupire.""l'avidità ha mangiato l'avodp" disse piano un avventore cha pur nascosto in un angolo sembrava assomigliare al cantastorie.
Fatto sta che il Castelleto è lì, ancora oggi.dove lo vedono tutti,sempre più in rovina, e nessuno ha potuto mai farci niente.
Sempre se ci credete.
PROPOSTE ASSOCIATIVE
Godete ancora della compagnia del vostro nonno? conoscete una persona anziana che ami raccontare storie? Ricordate storie che i vostri nonni vi narravano?L'interesse per le storie, favole, vicende vere romanzate, non può considerarsi perduto e non deve esserlo, perchè comunque contengono e custodiscono un valido patrimonio di vita vissuta, di umanità, di cronaca e di storia.
L'associazione culturale di giornalisti ed affini Caleidoscopio, costituitasi con atto pubblico nel 1993 a Bari, vuole raccogliere tutte queste storie , riassemblarle se necessario ed immetterle in rete dalle sue pagine, esse saranno riprodotte integralmente se possibile o comunque verranno riprodotte con il nome e l'indirizzo,se ci autorizzate, di chi le segnala.
Grazie
IL MERLETTO NELLA CASSAPANCA
La storia del Castelletto costruito ad un palmo dal mare, con la sua cala ed il suo porticciolo nascosto tra gli scogli, ed alle spalle una lunga serie di colline a perdita d'occhio, quasi fossero mare anch'esse, ha un suo seguito.Il mio omino, ispido ed arzillo,sogghigna:"Abbiamo appena cominciato" avverte."Perchè che altro è successo?"
Qualche tempo dopo, il Castelletto era già stato abbandonato dai servi inquieti e spaventati dalla presenza malsana che la bella costruzione oramai pareva ospitare,il giovane fabbro del villaggio cominciò a girarci intorno;aveva appena messo su famiglia e teneva la giovane sposa rintanata in una squallida soffitta sopra l'officina stessa.E quella casa abbandonata, ma ancora bella ed accogliente, gli pareva proprio che volesse nuova vita dentro di sè. Ma il fabbro, pur accarezzando il sogno di abitare come padrone in una dimora quasi principesca, con tutto quel parco e l'odore del mare tra i viali e la cala tutta per sè, e le stalle e il padiglione nel boschetto di pini ad ovest verso la collina,non osava metterlo in pratica. D'altra parte ci volevano anche i soldi per rimetterla in piedi e per viverci convenientemente e per la servitù e per tutto il resto. Ed allora? Allora niente. Ingoiava ed andava avanti. Suo padre,il vecchio fabbro, interpretava gli sguardi del figlio e scuoteva la testa. Qualche volta diceva qualcosa di più:" Figlio mio non sei nato principe." "E che significa?" ribatteva lui. Probabilmente furono proprio quelle frasi a farlo imbestialire. Perchè dopo tutto era solo una questione di soldi. Di avere tanti soldi.
Per un pò risucì a mettere da parte l'idea, ma poi nacquero i figli, due bei maschietti, a poca distanza l'uno dall'altro e la maleodorante stanza sopra l'officine non poteva bastare. "Sempre i soldi, borbottava, sempre i soldi! ""Non sei figlio di principe" ribatteva il vecchio fabbro. E lui di rimando:"E che vuol dire!" La disperazione cominciò ad afferrarlo; nulla sembrava più sufficiente e nulla gli dava più gioia, tranne quella grande casa che solo a guardarla pure coì ridotta parlava di agi e di sicurezze e di potere. Soprattutto di potere.
Fatto sta che quando aveva un pè di tempo libero andava sempre lì, a guardare dall'altra parte del cancello quella bella dimora abbandonata. E sognava tutto quello che sarebbe potuto accadere al riparo di quelle solide mura che statuivano benessere.
Un giorno la paese tra mare e Murgia si fermà una carrozza tirata da quattro splendidi cavalli bianchi con una scorta di due guardie e dalla carrozza scese un gran signore : una carrozza che non si sarebbe mai fermata in quel posto se non fosse stato per la necessità di far ferrare i cavalli.
"Ferrare i cavalli?" disse il fabbro "Ma certo, e per la carrozza nulla? non vedete che le ruote si stanno spaccando? Dovete avere fatto tanta strada e non vi siete preso la briga di evitare i fossi."
" Bada di non prenderci in giro fabbro !" gli urlò dietro una delle guardie
"Va bene - disse il gran signore alle sue guardie- rimanete qua voi con la carrozza , io continuo il viaggio, non posso perdere altro tempo. Ed anche voi raggiungetemi al più presto."
La carrozza non aveva nulla che non andava tranne per il fabbro che voleva in qualche modo lucrare un po' di più da quell'evento inaspettato.
Ma il fabbro non ebbe vita facile :le guardie stavano sempre intorno a chiedere e mugugnare per niente convinte . Fatto sta che arrivò la sera e come tutte le sere il fabbro dopo aver chiuso bottega fece una passeggiata e come tutte le sere arrivò al Castelletto.E fu lì che ebbe l'idea. Anzi si convinse che era il mare e l'alto fresco che spirava attraverso le sbarre del cancello che glielo sussurrò all'orecchio. C'era qualcosa nascosto sotto la carrozza. E tornò subito indietro.Non salì le scale esterne che portavano alla sua soffitta, ma riaprì bottega. Le guardie erano lontane, tutte e due. Si infilò sotto le sbarre della carrozza, bussò, picchio, battè ed ecco una pioggia di monete d'oro precipitò sulla sua testa. Rabbrividì e urlò. Urlò anche un' altra voce: le guardie erano rientrate. Lo afferrano e lo tirano fuori,Ma il fabbro possedeva ora una forza nuova moltiplicata dal contatto con l'oro che aveva sempre sognato. Si divincolò e colpì con ferocia. Le guardie ebbero la testa spaccata. Fu silenzio rotto solo dai suoi singhiozzi, Spaccò il fondo della carrozza e fece ruzzolare il tesoro in terra. Prese le guardie e le collocò a cassetta come fossero ancora vive.Fece uscire la carrozza dopo aver attaccato i cavalli. Era notte ormai.Chiuse nuovamente la bottega. Si nascose tra le guardie. e comincià a guidare per portare fuori dal paese deserto quel carico macabro.Giunse
fino alla curva e poi per il boschetto. Fece ribaltare la carrozza, staccò i cavalli che fuggirono, e diede fuoco al
legno, Poi fuggì e rientrò in casa. Trovà sua moglie sveglia, silenziosa con gli occhi sbarrati."Io sono stato sempre qui" urlò lui "O guai a te"
Ma nè il giorno dopo nè i giorni a venire registrarono conseguenze per il grave fatto di sangue accaduto nell'officina del fabbro. La gente, per evitare ritorsioni, fu tutta pronta a giurare che la carrozza era andata via quasi subito e che nessuno l'aviva vista più in paese, Anzi alcuni dissero che l'avevano vista prendere la strada delle Murge e che poi era scomparsa senza che riuscissero a capire la destinazione.Il gran signore si convinse che i suoi servi erano scappati con il tesoro e cominciò a farli cercare come se fossero ancora vivi là dove non erano mia giunti. La moglie del fabbro si chiuse in un ostinato silenzio. Ed il fabbro acquistò dal Re il Castelletto abbandonato pagandolo dieci volte il suo valore .E neppure di questo improvvisa gran disponibilità di denaro che il fabbro iniziò a sfoggiare, la gente diede il minimo peso. O così parve.Ora, finalmente il Castelletto era suo e non ci sarebbe voluto molto a metterlo di nuovo in ordine ed a ricondurlo al suo splendore. Tutto sembrava facile e tutto riusciva presto. Nel frattempo però condusse la sua famiglia nel padiglione in fondo al parco della tenuta, ripristinò il frutteto e le stalle e la terra intorno riprese a produrre così bene che in breve lo fece diventare ancora più ricco, se pure ce ne fosse stato bisogno.
Nessuno commentava apertamente, e la moglie continuava a vivere nel silenzio più assoluto. Ma il fabbro non si accorgeva di nulla. Pensava solo a riordinare la sua proprietà.La moglie, una donnina minuta dal viso già stanco nonostante l'età ancora giovane, non parlava proprio più. Vivevano ora nel padiglione in fondo al parco del castelletto, in attesa che la costruzione principale fosse in grado di accoglierli.Lei non amava quel gran palazzo perchè aveva compreso come lo aveva acquistato suo marito:ma che poteva fare? Denunciarlo? Gli voleva bene e poi ai suoi figli chi avrebbe pensato? Non c'era scampo il peccato di suo marito era il suo peccato, il suo delitto le apparteneva indissolubilemnte come nel vincolo del matrimonio. Le pareva che anche i figli fossero cambiati, che crescessero diversi. senza il brio di una volta, na sperava che fossero solo le impressioni di una madre che viveva nella disperazione.Ma la ricchezza comunque ottenuta genera assuefazione, ed anche lei cominciava a poco a poco ad essere coinvolta, senza che se ne accorgesse. E così cominciò a desiderare di vedere l'odiato Castelletto più da vicino, magari anche dall'interno, si arrampicò per una scala diroccatta che si sgranava al suo passaggio, entrò da un portone in una ala laterale e cominciò a risolire la scala chiocciola della torre ad ovest.Si fermò al primo piano ed entrò in una vasta stanza quadrata con un grande camino su cui si affacciavano altre due stanze.I mobili dell'antico proprietario erano ancora lì, in rovina anch'essi, ma ancora tanto belli.C'era anche una bella cassapanca di quercia intarsiata.Il coperchio era pesente e cigolò, quando la donna lo aprì, e dentro c'era uno splendido merletto, un grande scialle del colore delle perle antiche e prezioso come loro.La donna lo tirò fuori e lo spiegò: era enorme. Se lo avvolse attorno al corpo e ne appoggiò un lembo sulla testa." Sei bellissima" disse una voce dietro di lei, e la donna si voltò di scatto.C'era un omino piccolo ed arzillo, anziano anche, che la rimirava con un vivido luccicore negli occhi ( un omino piccolo e arzillo come te? interruppi io il narratore. "zitta, disse lui, e ascolta".)
"Ehi!, disse la donna, come ti trovi qui? se ti incontra mio marito te la vedrai brutta! Vattene, presto!"
"Tuo marito io lo conosco bene. So che ha acquistato il Castelletto con i soldi dei gabellieri che ha ucciso a tradimento. E non può certo lamentarsi di come lo ho servito. Veniva qui tutte le sere, appena chiudeva bottega, quando ti diceva che andava per campi a respirare, E sospirava fuori dal cancello con una gran pena. Sono io che gli ho indicato la strada per diventare ricco, sono io che gli ho offerto l'occasione, sono io che gli ho dato man forte ed ho permesso che riuscisse nella impresa.Lui mi deve tutto. Come può mandarmi via? Voglio la ricompensa di quello che ho fatto per lui, Anche io ogni sera lo seguivo, anche io lo spiavo dalle finestre ed invidiavo la sua piccola vita.Bada a quello che dici donna"
"La vecchiaia ti ha fatto uscire di senno non dire sciocchezze e torna a casa tua. Qui non c'è pietà per nessuno" La donna si voltò scuotendo la testa, si tolse il merletto tanto bello, lo ripiegò e lo ripose nella cassapanca e la richiusea malincuore"Sembra un velo da sposa" mormorò fra se .E tornò a girarsi verso il suo interlocutore, ma l'omino non c'era più. Ancora scosse la testa.Ed al marito non parlò neppure di questo.
Pochi mesi dopo avvenne la tragedia. Il fabbro venne trovato morto sulla strada. La carrozza sfasciata, i cavalli tremanti a decine di metri più in là: nessun'altra traccia a spiegare che cosa era successo. Un incidente: si disse. Morto travolto dai suoi cavalli: fu la convinzione. Ma come avvenne nessuno lo capì.La donna si trovò a dover fronteggiare una situazione non facile che la costringeva ad accettare i soldi ed i proventi del delitto del marito, ma nel Castelletto non volle andare ad abitare, preferì rimanere nel padiglione nel parco e badare ai terreni intorno.Ed anche se c'era un fattore, era lei che decideva tutto.
Qualche tempo dopo, però, non potè fare a meno di tornare nel Castelletto: c'era pericolo di crollo , si diceva. Riprese la scala laterale entrò per la scala a chiocciola della torre ovest, raggiunse di nuovo la bella camera centrale e la cassapanca con il suo carico prezioso. "Un velo da sposa, disse tra se, doveva essere un velo da sposa." e lo spiegò da capo" Ma non è mio e io non ho mai posseduto cose tanto preziose."
=E' tuo invece, basta che tu lo voglia"
Dietro di lei ancora il vecchietto.
" Ma da dove sbuchi fuori- disse la donna- vecchio pazzo. Mio marito è morto ma non te ne devi approfittare." " E perchè no? lo ho ucciso io"
"Zitto vecchio non dire cosa più grosse di te."
"Non mi credi? Allora ti dico che ora moriranno anche i tuoi bambini e tu rimarrai sola. E sarai felice perchè sarai con me:anche se non mi vedrai e non mi sentirai, tu sarai con me."
"Vecchio pazzo" mormorà lei per niente spaventata semmai un po' seccata per la fantasie di quell'omino che continuava a molestarla. Si girò e ripiegò il merletto e lo ripose nella sua custodia. E di nuovo si girò ed il vecchio era andato via. Scosse la testa e si ripromise di parlarne con il fattore.
" Signora- rispose il fattore- controllerò ogni metro di recinzione e mi assicurerò che nessuno possa entrare, ma anche lei non vada più nel Castelletto ci sono brutte storie in giro."
"A proposito nel Castelletto c'ò una cassapanca che contiene un merletto splendido. Si potrebbe restituire alla famiglia dell'ultimo proprietario"
"L'ultimo proprietario è morto di morte violenta ed in peccato mortale proprio nel Castelletto e senza lasciare eredi. Quel merletto deve essere il velo della sposa della donna che voleva avere quella notte, quando il merito di lei lo uccise. Qule velo lo regali alla Madonna che lo benedica, non se lo tenga, porta male."
"Non credo a queste cose, fattore. Ma il velo lo porterò in Chiesa."
E non ci fu tempo. I bambini si ammalarono, peggiorarono senza rimedio e morirono a poco distanza l'uno dall'altro. La madre pianse e pregò disperata per giorni interi con un dolore che non aveva tregua. Eppure, poco alla volta, incredibilmente, la serenità prese il posto della disperazione ad alla madre parve addirittura di essere felice. Fu allora che si ricordò della profezia dell'omino.
E prese subito una decisione. Andò nella stanza stregata all'interno del Castelletto, prese il velo di merletto, e nessuno apparve,pace con Dio e solo per un incidente. Si pentì subito di quello che aveva fatto e ancora prima di dirmelo regalò tutti i soldi ai poveri: ed erano davvero soldi maledetti quelli che trasportavano le guardie. Erano frutto delle gabelle che erano state appena riscosse con la violenza e con il sangue. La proprietà tuo marito la ha comprata con il suo lavoro e comunque è costata molto meno di quello che pensi. Le storie che circolano sul Castelletto lo avevano reso indesiderabile e nessuno lo avrebbe mai riscattato. I tuoi bambini sono morti i e lo portò in Chiesa. Il parroco era lì e la ascoltò. " Tuo marito , le disse, commise un grave delitto eppure morì in nnocenti come muoiono tanti bambini di questi tristi tempi. Sono nelle mani di Dio ora. Nessuna maledizione ha mai avuto a che fare con loro. La serenità che tu provi è figlia della purezza del tuo cuore. Vivi la tua vita con semplicità e non badare alle chiacchere di un vecchiaccio che conosco e che vive nel porto sotto una barca sfondata ed ogni tanto spaventa la gente con la sua follia."
E così fu da quel giorno in poi. Ma il Castelleto rimase abbandonato, abitato solo dalla polvere della rovina e dalle storie che si raccontavano su di lui.
Sempre se ci credete.
STORIE PER VOI


Un brandello
di trave
I ciotoli
come biglie
sull'asfalto dimenticato
La costa di sassi
sbriciolata
Il fondo
nero
del mare
una carena capovolta
al posto del cielo
Sussurra
il nulla
la sua canzone
Niente più
di questo legnatto
corroso
il mio flauto
L'unghia
della salsedine
sfalda
la consistenza
amara
di un veliero
o di un naufragio

(da IL Sorriso o il suo rovescio)