PRESENTIAMO TRE OTTIMI LIBRI - FONDAMENTALI PER LA VITA DI UN CATTOLICO

Henri Daniel-Rops

Questa è la Messa

Riflessioni e meditazioni sulla Messa di san Pio V

 

            Il Motu Proprio Summorum Pontificum di Sua Santità Benedetto XVI, entrato in vigore il 14 luglio 2007, ha restituito, a partire da quella data, piena cittadinanza alla Messa tradizionale, dopo 40 anni di vero e proprio “embargo ecclesiastico”. Ma la strada per la ripresa della Messa secondo il Rito romano antico si presenta tutt’altro che facile. La coltre d’oblio lasciata cadere su questo inestimabile tesoro della Fede cattolica ostacola sensibilmente la ripresa del Rito antico, più volte auspicata dal Santo Padre.

            Per contribuire alla rinascita della Santa Messa tradizionale, nel primo anniversario del documento papale abbiamo ristampato il volumetto su La Santa Messa di dom Prosper Guéranger, abate di Solesmes. In occasione del secondo anniversario proponiamo ai fedeli un testo altrettanto aureo, dal titolo Questa è la Messa, di Henri Daniel-Rops (1901-1965), accademico di Francia, e celebre storico e letterato francese. Il testo è stato da noi liberamente tradotto, e in alcuni punti rimaneggiato, dall’edizione in lingua inglese, che apparve negli Stati Uniti, nel 1958, con un’ampia prefazione dell’arcivescovo Fulton J. Sheen (1895-1979), allora vescovo ausiliare di New York. L’opera ci sembra tanto più significativa in quanto l’autore, Daniel-Rops – il cui nome è stato recentemente ricordato anche da Benedetto XVI nel suo Gesù di Nazaret – non può esser ascritto al movimento tradizionalista o “ultramontano” francese. Scrittore cattolico di largo successo, di posizioni politiche e religiose “moderate”, Daniel-Rops dà voce a quello che, fino alla riforma liturgica del 1969, era l’“unum sentire” della Chiesa cattolica. Espressione di questo stesso “idem sentire” è la prefazione di mons. Fulton Sheen, di cui nel 2002 è stata aperta la causa di beatificazione. Queste pagine, attraverso la spiegazione delle singole parti della Messa, accompagnate da toccanti elevazioni dell’anima, aiutano a penetrare – per quanto possibile a umano intelletto – il grande mistero che ogni giorno si compie sui nostri altari, «dove il sacrificio della Croce è perpetuamente rappresentato» (Concilio di Trento).

            Benedetto XVI, ancora cardinal Ratzinger, rilevò con estrema acutezza mista a preoccupazione quanto l’idea del Sacrificio stesse divenendo estranea alla moderna liturgia omologandola al Credo luterano. Per Martin Lutero, infatti, parlare di Sacrificio era “il più grande e più spaventoso abominio” nonché una “maledetta empietà”. «[Ma certo] – affermò il Cardinale – una parte non trascurabile di liturgisti sembra praticamente giunta al risultato di dare sostanzialmente ragione a Lutero contro [il concilio di] Trento nella disputa del XVI secolo. [...] Il nuovo illuminismo oltrepassa però di gran lunga Lutero [...]. Ritorniamo al nostro quesito fondamentale: è giusto qualificare l’Eucarestia come Divin Sacrificio o è questa una maledetta empietà? [...] La Scrittura e la Tradizione formano un tutto inseparabile, ed è questo che Lutero [...] non ha potuto vedere»1.

            La Messa è, dunque, il Sacrificio del Calvario attualizzato sui nostri altari. La celebrazione eucaristica secondo il Vetus Ordo Missæ con evidenza solare manifesta l’idea del Sacrificio in ogni sua parola, in ogni gesto, in ogni cerimonia che vi si compie. «L’augusto Sacrificio dell’altare – si legge nell’enciclica Mediator Dei del Sommo Pontefice Pio XII di venerata memoria – non è, dunque, una pura e semplice commemorazione della passione e morte di Gesù Cristo, ma è un vero e proprio sacrificio, nel quale, immolandosi incruentamente, il Sommo Sacerdote fa ciò che fece una volta sulla Croce offrendo al Padre tutto se stesso, vittima graditissima». «Una e identica è la vittima; Egli medesimo, che adesso offre per il ministero dei sacerdoti, si offrì allora sulla Croce; è diverso soltanto il modo di fare l’offerta». Questo – e non altro – è la Messa.

 

DOM PROSPER GUERANGER 

Spiegazione delle preghiere e delle cerimonie della Santa Messa

secondo alcune note raccolte dalle conferenze di Dom Prosper Guéranger, Abate di Solesmes

PRESENTAZIONE

di Mons. Mario Oliveri, Vescovo di Albenga - Imperia

            V’è da rallegrarsi che a cura delle Francescane dell’Immacolata siano pubblicate alcune memorie di Dom Prosper Guéranger, Abate di Solesmes, contenenti un commento ai riti ed alle parole della Santa Messa, come Essa è stata celebrata sino alla riforma avvenuta nei primi anni dopo-Concilio Vaticano II.

            Non ci si può rallegrare cristianamente se non per ciò che è buono, se non per il bene. Quale bene può derivare da tale pubblicazione, e dunque dalla conoscenza del contenuto di quel commento alla Santa Messa?

            Il primo bene: far conoscere che cosa è davvero la Santa Messa, quali Divini Misteri sono in Essa contenuti; quali Divini Misteri sono in Essa celebrati. È vero che il commento di Dom Guéranger non è una esposizione teologica completa sulla Santa Messa, ma la vera realtà soprannaturale di Essa emerge con luminosa chiarezza: il commento è tutto un inno alla vera Eucaristia, al vero Sacrificio di Cristo che nello spazio e nel tempo è reso veramente presente sacramentalmente, per mezzo del sublime ministero sacerdotale.

            Immenso può essere il bene che viene a tutta la Chiesa da una corretta e vera concezione della Santa Messa: la conoscenza della Verità è l’inizio ed il fondamento di ogni bene.

            Secondo frutto positivo: la vera conoscenza della Santa Messa passa attraverso la comprensione e la valorizzazione di tutte le parole, di tutti i gesti, di tutti gli atti esteriori che formano il Rito della Santa Messa: da ciò che si vede nella celebrazione della Santa Messa scaturisce la comprensione del vero contenuto di Essa. Chi non apprezza, chi non valorizza tutto il Rito, tutto il significato simbolico dei vari gesti ed azioni esteriori, non riesce a cogliere ciò che attraverso di essi viene trasmesso sul piano della conoscenza e sul piano dell’azione di Grazia; il segno è indicativo della “res”, il segno è strumento attraverso il quale opera la Grazia.

            Terzo bene: il commento di Dom Guéranger fa emergere tutta la sapienza liturgica della Chiesa e tutta la ricchezza spirituale vissuta e trasmessa nella e dalla Santa Liturgia della Messa. Si può così facilmente capire quanto sia delicato e carico di conseguenze toccare il Rito della Messa e di tutta la Divina Liturgia, e quanto sia stolto e distruttivo celebrare senza il dovuto rispetto alle sapienti regole liturgiche.

            La pubblicazione avviene dopo ed in seguito, direi, al Motu Proprio “Summorum Pontificum”, la cui straordinaria importanza sta nell’aver solennemente richiamata l’immutabilità del contenuto della Santa Messa, e quindi di tutta la Divina Liturgia, e nell’aver proclamato, almeno indirettamente, che anche, ed anzi soprattutto, per la Divina Liturgia deve restare ferma nella Chiesa la regola della continuità e dello sviluppo omogeneo, mai dei cambiamenti radicali o sostanziali, mai di una creatività che non faccia stretto riferimento a ciò che si è vissuto e praticato per secoli e secoli.

            Poiché la lettura delle note di commento alla Santa Messa di Dom Guéranger non potranno che fare del bene e contribuire a generare un altissimo, vero, concetto della Divina Liturgia, auspico che avvenga da parte di molti, da parte soprattutto di coloro che vogliono entrare in tutto ciò che avviene nella Liturgia, in particolare nel Santo Sacrificio della Messa, che è il centro, il cuore, il vertice e la fonte di tutto l’essere e di tutta la missione della Chiesa.

Albenga, 29 giugno 2008

Solennità dei Santi Pietro e Paolo

 

P. M°. GABRIELE M. ROSCHINI

DEI SERVI DI MARIA

La santa Messa

Breve esposizione Dogmatica

Presentazione del Prof. Brunero Gherardini

            Poche pagine, scritte molti anni fa in un contesto non dissimile dal nostro, che se mai l’ha portato alle conseguenze estreme; ma scritte anche per un tale contesto come un accorato convinto e convincente appello ai valori perduti e come seminagione della fondata speranza di ripristinar il rapporto con Dio – interrotto dalla ribelle superbia dell’uomo – attraverso il ritorno a quel Calvario, sul quale la cultura moderna s’era illusa che fosse stato definitivamente crocefisso l’Uomo-Dio. L’accesso al Calvario? Il Crocefisso stesso, unitamente alla Madre sua Addolorata, attraverso il Sacrificio della Messa.

            Poche, ma preziose. Bisognerebbe farle entrar e risuonare nelle profondità della coscienza contemporanea, queste pagine, per scuoterla dalla rinnovata albagia del “non serviam” (Ger 2,20) e farle comprendere che non sarà l’assurda pretesa d’ergersi al di sopra dei confini naturali nel pazzesco atteggiamento d’autoctisi e di sgambetto a Dio Creatore e Redentore a restituirle unità armonia e dignità.

            Poche preziose e facilmente sintetizzabili, queste pagine partono dalla Messa come Sacrificio sostanzialmente identico a quello del Calvario, anche se in forma incruenta, ed analizzano la sostanziale identità nella causa: a) efficiente, b) materiale, c) formale e d) finale, ossia in ciò che oggettivamente ed intenzionalmente Calvario e Messa hanno in comune:

            a) Gesù Cristo come unico Sacerdote;

            b) l’unico Sacerdote ch’è insieme un’unica vittima di valore infinito;

            c) attraverso un’unica azione sacrificale ad immolazione dell’unica vittima;

            d) a maggior gloria di Dio e per la salvezza del genere umano.

            Di particolare rilievo è la parte che l’opuscolo giustamente riconosce a Maria in ognuna delle suddette cause, e che costituisce il fondamento teologico della corredenzione mariana.

            Il lettore ha già visto dalla copertina a chi queste pagine appartengano. Da parte mia, ho il piacere di presentarle non solo per il loro intrinseco e quindi permanente valore, ma anche per un tributo di gratitudine verso un lontano Maestro e poi Collega: il grande P. Gabriele M. Roschini. Un grande, che l’andazzo postconciliare ha tentato inutilmente di metter tra i ferri vecchi. Qualcuno, ancor oggi, proprio questo vorrebbe, ma non son rari i teologi che osano sfidare l’andazzo, citando il nome di quel Grande.

            Nato il 19 dicembre del 1900, a diciott’anni fece il noviziato presso i Padri Serviti e divenne uno di loro. Ordinato sacerdote a ventiquattro, iniziò poco dopo il suo “cursus” di responsabilità interne ed esterne all’Ordine. Fu presto maestro dei novizi, definitore provinciale, direttore spirituale d’un Seminario nel Viterbese, dottore in filosofia e teologia. Nel 1933 iniziò l’attività d’insegnante a Roma, dove fu pure consultore del Sant’Uffizio e della S. Congregazione dei Riti, nonché procuratore generale e, successivamente, vicario generale dell’Ordine. Nel 1939 fondò Marianum, una gloriosa rivista tuttora sulla breccia della ricerca mariologica, e nel 1950 coronò il suo sogno di vedere lo studio generale dell’Ordine eretto a Pontificia Facoltà Teologica. Membro di varie Società mariane in Europa e nel mondo, fu un innamorato di Maria ed un mariologo di caratura mondiale. A lui si deve, in buona parte, quanto di Maria entrò nel Vaticano II. Non fu, tuttavia, “homo unius libri”: i suoi interessi spaziarono in quasi tutto l’ambito della ricerca teologica, s’affacciò sulla mistica con competenza, con chiarezza più unica che rara, con fine senso del soprannaturale accostò un po’ tutt’i problemi da autentico mariologo, mai trascurando di richiamare l’attenzione alla parte che, in essi, era di spettanza mariana. La conferma sta nelle sue 920 pubblicazioni e, se pur piccola, in quella che oggi, grazie ad una scelta illuminata, ritorna d’attualità. Morì, fra dolori atroci come egli stesso li chiamò, definendoli “un solo atto d’amore nel dolore”, il 12 settembre 1977.

            Il succinto profilo dell’indimenticato P. Roschini è anche un invito al lettore delle pagine che seguono: le accosti con la certezza che attraverso di esse parla un Maestro e con la gioia di rinnovarne la scoperta nel passaggio da pagina a pagina.

            Dal Vaticano, 6 giugno 2010

                        Brunero Gherardini

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