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S. Bernardo + Chiaravalle 1156

Questo figlio di nobili borgognoni è l’ultimo dei “padri” del monachesimo benedettino, e con lui la vocazione monastica giunge ad uno dei punti più alti della storia. Nato intorno al 1090 presso Digione, nel castello paterno, figlio di nobili cavalieri, ebbe una educazione tipicamente feudale, ed incarna in sé quello spirito che fu dei monaci e dei cavalieri medievali, fatto di preghiera e combattimento, ascetismo e disciplina, una disciplina spirituale che somiglia molto a quella cavalleresca. Da piccolo entra nella scuola dei Canonici di Châtillon, una delle più importanti della Borgogna, dove studia gli scrittori latini e i padri della Chiesa. Dopo la morte della madre, a cui egli era molto legato, nel 1107, entrò in una crisi che gli fece sentire lontano quel mondo di “donne cavalier armi ed amori” che era proprio della sua famiglia, e forte invece il desiderio di cercare e trovare Dio nella pace e nella quiete del monastero, lontano dal fragore e dalla violenza del mondo. Così a ventidue anni, nel 1112 si reca a Citeaux, nel monastero diretto da Stefano Harding, assieme a trenta compagni. Questo arrivo segnerà una svolta non solo per il monastero, ma nella storia della Chiesa e dell’ Europa occidentale. Anche se differenti nel temperamento, Bernardo fece propria l’idea che aveva ispirato San Roberto di Moleste, Alberico e Stefano. Questi si erano allontanati da Moleste nel 1098 per recarsi in un luogo solitario a 20 chilometri da Digione, in un luogo chiamato Cistercium, per seguire uno stile di vita più semplice e più rigoroso, recuperando lo spirito e la lettera dell’antica regola benedettina, ormai inficiati dalla grande potenza temporale acquisita dai monasteri clunicensi. Il luogo originale, in cui Bernardo condivise i primi anni di una rigorosa vocazione, stava però stretto a Bernardo, che, in cerca di solitudine, ma anche di luoghi aperti e ameni per essere a più stretto contatto con Dio, lasciò Citeaux. Il nuovo luogo sarà ancor più distante dal consesso civile, e si chiamerà Clairvaux , in italiano Chiaravalle. Qui divenne abate e qui rimase fino alla morte, avvenuta nel 1156, nonostante numerosi viaggi, dispute ( celeberrima quella con Abelardo), la predicazione della seconda crociata e l’amministrazione spirituale di un ordine, che alla sua morte contava più di 300 monasteri.

Possiamo dire che i quattro padri dell’ordine cistercense fondarono una vera e propria scuola di spiritualità, di cui San Bernardo costituisce il maestro indiscusso ed il punto di riferimento per le future generazioni di monaci. La sua devozione per la vergine Maria e per il Bambin Gesù rimane una caratteristica della sua spiritualità. La tradizione di chiudere la giornata di preghiera con il Salve Regina deriva proprio da una sua idea. Egli prediligeva per la preghiera luoghi aperti ed ameni, valli luminose ed vicine ai corsi d’acqua. Da qui l’abitudine, tutta cistercense, di fondare monasteri nelle valli. Ben tre città in Italia ci ricordano quindi, con il nome Chiaravalle, la loro fondazione per opera dei monaci di San Bernardo. Umiltà, amore verso Dio con un cammino di unione del cuore, duro lavoro nei campi e profonda devozione mariana sono alcuni dei tratti della spiritualità di San Bernardo. Spirito che si riversa anche nelle strutture architettoniche dei monasteri e delle chiese abbaziali, prive o quasi di decorazioni e tutte slanciate verso l’alto. La sua riforma spirituale quindi segna il passaggio nell’arte dal romanico al gotico. Egli, come tutta la spiritualità monastica, vede la vita spirituale come un cammino fatto di gradi di perfezione, per essere sempre più uniti all’amore di Dio. Amore che si riversa poi sul prossimo, in quanto si ha la piena consapevolezza di essere tutti peccatori.  Egli fu anche scrittore molto prolifico: trattati, lettere, prediche, poemi, un “corpus” di scritti che occupa un posto molto rilevante nella storia medievale, e che lo pone come il terzo “padre” medievale, dopo S. Gregorio Magno e S. Benedetto da Norcia. Tra le opere più importanti si possono ricordare "De gradibus humilitatis et superbiae", "De gratia et libero arbitrio", "De diligendo Deo". Egli fu quindi quel faro di luce spirituale che avrebbe illuminato tutta l’Europa occidentale del XII secolo. Fu infatti capace di recuperare in maniera originale  e geniale tutto il pensiero cristiano precedente a lui, pur in una prospettiva monastica e benedettina. Egli, a differenza dei clunicensi, non vede infatti l’uomo semplicemente come un peccatore, ma come una creatura buona, capace cioè di recuperare sempre la dimensione d’amore verso Dio e verso il prossimo. L’uomo, con il peccato ha deformato questa immagine, ma proprio attraverso l’ Incarnazione del Figlio di Dio e la disponibilità di Maria Santissima,  Dio può riformare l’uomo a sua immagine. L’uomo è chiamato a prendere parte a questa opera, con la conversione e l’ascesa dell’anima verso Dio, descritta nel trattato De diligendo Deo. L’Incarnazione quindi occupa un posto centrale nella spiritualità cistercense. Questa esperienza chiama l’uomo alla sequela di Cristo, fatta nell’oscurità della fede, si attua nella carità.

Ma San Bernardo non fu solo un mistico chiuso in un monastero, lontano dal mondo e tutto teso alla ricerca spirituale di comunione con Dio. Egli, spirito indomito e combattente, vero cavaliere dello Spirito, partecipò attivamente anche alle turbolente vicende della Chiesa e dell’Europa occidentale del suo tempo. Infatti predicò, su ordine di papa Eugenio III,  la seconda Crociata, quella di Luigi VII, Riccardo Cuor di Leone e Federico Barbarossa (1148-1151), aiutò papa Innocenzo II, fuggito a Cluny dopo l’elezione dell’antipapa Anacleto. Al Concilio di Etampes, grazie al suo intervento, il re Luigi VI  riconobbe Innocenzo come il legittimo papa. Intervenne anche al famoso Concilio di Troyes (1128) che segna la fondazione dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio (Templari), un mito ancor oggi intramontabile. Per la prima volta infatti i due ordini, bellatores e oratores , cioè cavalieri e monaci, distinti nella società feudale, vengono fusi in uno solo, con lo scopo di difendere i pellegrini in Terra Santa e i luoghi della vita di Cristo. Fu anche impegnato nella disputa con Abelardo e con i nuovi maestri di filosofia che ai suoi occhi pretendevano di spiegare la fede con la ragione, ed alla fine ne ottenne la condanna al concilio di Sains (1140). Erano due personalità forti, i due, ed esprimevano, ognuno nella sua ottica, due modi di vedere il ruolo della fede e della ragione che sono ancor oggi presenti in terra di Francia.

In effetti San Bernardo rivolse parole di esortazione e di rimprovero, di incoraggiamento e di aiuto, di luce  spirituale e di fede a tutte le categorie della società del suo tempo, divenendo un punto di riferimento per la sua epoca. Senza di lui il XII e la civiltà feudale che egli rappresenta forse non sarebbe stata gli stessi. Ma fondamentalmente egli fu prima di tutto un uomo di preghiera in un tempo di guerre, crociate, odi e violenze private. Mi ha colpito molto una frase che introduce il suo “De diligendo Deo”, quando all’inizio dice: (Domino vivere et in Domino mori. Orationes a me et non quaestiones) “In Dio voglio vivere e in Dio morire: per me preghiere e non domande.

 

De laude novae militiae la Cavalleria Cristiana

di Julio Loredo            tratto da "Radici cristiane" Settembre 2009 n. 47

 

Un frutto prezioso del Medioevo fu, senz'altro, la Cavalleria, che segnò così profondamente lo spirito umano che perfino oggi quando si vuole esaltare una persona si dice "è un vero cavaliere". Il suo massimo fautore fu san Bernardo da Chiaravalle, chiamato Dottor Mellifluo per la dolcezza dei suoi testi sulla Madonna.

« Da qualche tempo si diffonde la notizia che un nuovo genere di Cavalleria è apparso nel mondo». Con queste parole san Bernardo di Chiaravalle apre la sua celebre De laude novae militiae. Composta tra il 1128 ed 111136, l'opera costituisce, come lo stesso autore dichiara nel Prologo, un «exhortatorius ad Milites Templi», un'esortazione ai Cavalieri del Tempio, ovvero i TempIari, divenuta col tempo una sorta di Regola della Cavalleria.

Una grazia nuova

Con spirito profetico, san Bernardo aveva colto in pieno il significato profondo dell'evento, i "segni dei tempi" diremmo noi oggi: era apparso nel mondo un nuovo genere di Cavalleria. Una cavalleria non più secolare ma religiosa, corrispondente cioè a un preciso ideale di santità, anch'esso nuovo. E, siccome a ogni ideale di santità corrisponde una grazia particolare, possiamo desumere che a suscitare questo nuovo genere di cavalleria sia stato un atto della Provvidenza in vista dei bisogni della Chiesa in quel momento. Vale a dire una grazia nuova.

Il Cristianesimo aveva sempre insegnato che era possibile essere buoni cristiani e buoni soldati. Nessun atto del Magistero aveva mai proibito il servizio militare. Anzi, il canone Ill del Concilio di Aries, tenutosi nell'agosto 313, contiene perfino una implicita condanna al pacifismo, stabilendo che «coloro che gettano le armi [i disertori] siano scomunicati».

È noto come molti santi dei primi secoli fossero militari, a cominciare da san Sebastiano, comandante della Prima Coorte, cioè l'élite dell'esercito imperiale. Questo accostamento fra croce e spada assume un nuovo significato con la Battaglia di Saxa Rubra (312), quando per la prima volta un esercito - quello di Costantino - combatte in nome di Cristo ostentando la sua Croce sui vessilli. Era Cristo stesso che, come racconta Lattanzio, aveva chiesto a Costantino di combattere per Lui. Si può combattere, dunque, quando la causa è giusta, quando Dio stesso lo vuole.

La difesa della Fede anche con le armi cominciò, quindi, a essere considerata parte integrante della vocazione dei cristiani.

A partire da Carlo Magno (800) tutti i sovrani cristiani riceveranno dalle mani del vescovo consacrate la spada: "Accipe gladium de al tare sumptuni'. La spada era rite nuta santa come l'altare da cu era presa. In una lettera a Pap Leone III, del 796, Carlo Magno de finisce la sua missione come sovra no cristiano: «Che la Santissimi Sede della Chiesa Romana, pe concessione di Dio, sia sempre difesa dalla nostra Devozione. A noi spetta, secondo l'aiuto della divina misericordia, difendere con le armi ovunque, all'esterno, la santa Chiesa di Cristo dall'incursione dei pagani e dalla devastazione degli infedeli, e all'interno fortificarla con il riconoscimento della fede cattolica».

È questo e non altro lo spirito che animava il beato Urbano II quando, al grido di Deus vult!, convoca nel 1095 la prima crociata per riconquistare il Santo Sepolcro di Nostro Signore Gesù Cristo, abusivamente occupato dai musulmani. Egli stava semplicemente richiamando i laici, e particolarmente i nobili, a compiere il loro dovere cristiano in quel frangente.

Monaco-guerriero

Benché chiaramente inserita in questa logica, la Cavalleria cristiana costituisce, tuttavia, qualcosa di nuovo e ancor più perfetto. « E un nuovo genere di Cavalieri - spiega san Bernardo - che i tempi passati non hanno mai conosciuto. Essi combattono senza tregua una duplice battaglia, sia contro la carne e il sangue, sia contro gli spiriti maligni del mondo invisibile. In verità, quando valorosamente si combatte con le sole forze psichiche contro un nemico terreno, io non ritengo ciò stupefacente né eccezionale. E quando col calore dell'anima si dichiara guerra ai vizi e ai demoni, neppure allora dirò che questo è segno di ammirazione, sebbene questa battaglia sia degna di lode, al momento che il mondo è pieno di monaci. Ma quando il combattente e il monaco con il coraggio si cingono ciascuno con forza la propria spada e nobilmente si fregiano del proprio cingolo, chi non potrebbe ritenere un fatto del genere davvero degno d'ogni ammirazione, per quanto finora insolito?».

Ecco la novità di questa grazia: finora c'erano stati dei monaci e dei guerrieri, vale a dire due vocazioni distinte, religiosa l'una e laica l'altra. I cavalieri, invece, sono monaci-guerrieri: «E davvero impavido e protetto da ogni lato quel cavaliere che come si riveste il corpo di ferro, così riveste la sua anima con l'armatura della fede. Nessuna meraviglia se, possedendo entrambe le armi non teme né il demonio né gli uomini».

Nella logica di san Bernardo, così come la sintesi è intrinsecamente superiore a ognuno dei suoi elementi costitutivi, la vocazione del monaco-guerriero è superiore sia a quella del semplice monaco sia a quella del semplice guerriero. In cosa consiste, dunque, la santità del cavaliere?

La santità del cavaliere

Il cavaliere è uno che sceglie di seguire Cristo nel modo più radicale possibile: morendo per Lui. Non come il martire, che meritevolmente accetta la morte che gli viene inflitta, ma come uno che, per difendere Cristo e la sua Chiesa, offre la sua vita in modo fattivo. Offrire la propria vita è la più grande forma di amore e il più perfetto atto di carità, poiché ci fa perfetti imitatori di Gesù secondo le parole del Vangelo, secondo cui «nessuno ha più grande amore di colui che dà la sua vita per Lui e per i suoi fratelli».

«Cosa avrebbe da temere- si interroga san Bernardo - in vita o in morte, colui per il quale il Cristo è la vita e la morte un guadagno? Egli sta saldo con fiducia e di buon grado peril Cristo; ma ancor più desidera che la sua vita sia dissolta per essere con Cristo. Questa, infatti, è la cosa migliore. Avanzate dunque sicuri, cavalieri, e con intrepido animo respingete i nemici della Croce!».

Il cavaliere non solo accetta la morte ma la cerca. Il desiderio del martirio è insito nella grande croce che porta al petto. « È senza dubbio preziosa al cospetto di Dio la morte dei suoi santi - ragiona san Bernardo - ma la morte in combattimento ha molto più valore in quanto è più gloriosa. (...) O vita sicura quando la morte non solo è attesa senza terrore, ma è addirittura desiderata con gioia e accettata con devozione!>'.

Questa stessa prospettiva della morte, sempre presente nel panorama del cavaliere, lo mantiene in costante tensione verso la pratica della virtù, l'altro aspetto della sua vocazione.

Il "malicidio"

L'atto più perfetto dopo quello creativo - cioè il trarre dal nulla un essere, il che è prerogativa divina - è quello distruttivo, per il quale si cancella un essere diventato nocivo all'ordine creato da Dio. Se da una parte il cavaliere è con-

sacrato al raggiungimento della propria santità, dando anche l'esempio ai fratelli e animando tutto l'ordine sociale con la sua figura, egli è anche consacrato alla soppressione fattiva del male e dei malvagi. Questo "malicidio", il templare lo doveva compiere per amore di Dio e mai per amore proprio o per qualche interesse mondano. In quel caso, scrive san Bernardo, «vivrai da omicida (...) perdendo la tua anima». Secondo la Regola, proprio per evitare reazioni di amor proprio, il templare non poteva colpire l'avversario se non dopo averne respinto tre volte l'attacco. D'altronde, la guerra non dev'essere mai la prima scelta del cristiano bensì l'ultima, dopo aver esaurito tutte le altre vie: «l pagani non dovrebbero essere uccisi, se si potessero impedire in qualche altro modo le  gravissime vessazioni sottraendo loro i  mezzi per opprimere i fedeli. Ma attualmente è meglio che vengano uccisi perché, in questo modo, i giusti non si pieghino davanti alla potenza della loro iniquità, pen altrimenti per certo rimarrà la frusta dei peccatori sulla stirpe dei giusti».

Il monaco

Quando non era in guerra il templare doveva vivere una vita monastica, secondo i principi fondamentali dell'Ordine: obbedire, essere casto, mantenersi povero, oltre che consacrarsi alla difesa della Terra Santa.

« Innanzitutto certamente non manca - insegna S. Bernardo - la disciplina né l'obbedienza. A un cenno del superiore si viene e si va, si veste di ciò che egli donò; né si attende da altre fonti il nutrimento e il vestito (...) Si vive in comune, con un genere di vita sobrio e lieto senza spose e figli. E affinché la perfezione evangelica sia completamente realizzata essi abitano in una stessa casa, con una stessa regola di vita e senza possedere niente di proprio».

La giornata del templare aveva inizio alle 4 del mattino di inverno alle 2 di estate. Dopo aver recita in comune diverse preghiere, tra cui 26 Paternoster, doveva recarsi al stalle per dare gli ordini agli scudieri.

Solo allora poteva tornare a coricarsi fino alla prossima campana. I pasti venivano consumati in comunità, nel massimo silenzio, mentre un confratello leggeva brani del Sacre Scritture. Il cibo, servito in povere scodelle, era comunque buono e variato, come conviene a persone che debbono combattere. La giornata trascorreva poi  tra preghiere e la cura delle proprie armi e cavalli. La sera recitavano i Vespri in comunità prima di andare a coricarsi. Una volta alla settimana la comunità si riuniva nella Sala Capitolare, dove si confessavano le mancanze commesse contro la Regola. I fratelli si dovevano sorvegliare a vicenda. Ai colpevoli veniva inflitta una penitenza. Dopo nove mancanze gravi, il fratello era espulso dall'Ordine. Perfino l'apparenza fisica del templare è curata da san Bernardo: « Tagliano corti i capelli sapendo che ò vergognoso per un uomo curarsi la chioma. Non si acconciano mai, si lavano dirado, ma sono piuttosto irsuti per la capigliatura negletta, bruttati di polvere, abbronzati dall'armatura e dal forte calore». Ed ecco la figura del cavaliere templare, secondo cui viene descritta dalle cronache: capelli rasati, barba lunga e incolta, sguardo contemplativo e sereno finché non veniva provocato, trasformandosi allora in un'espressione di tale furore che, secondo quanto racconta un cronista musulmano, «faceva venire i capelli bianchi fino alla radice».

La bellezza della Cavalleria

La seconda metà del De laude novae militiae è tutta dedicata a cantare le bellezze dei luoghi sacri che i cavalieri dovevano difendere: il Tempio, Betlemme, Nazareth, il Monte degli Ulivi, la Valle di Giosafat, il Giordano, il Calvario, il Santo Sepolcro, Betania... Questo la dice lunga sull'impostazione di san Bernardo: la combattività del guerriero cristiano proviene dall'ammirazione, dall'amore.

La bellezza della Cavalleria medievale viene dall'idea della Terra Santa calpestata, profanata, infangata, in balia dei musulmani, e dal risultante bisogno di lottare con la spada per far cessare quell'abominazione.

Nella grazia che animava i cavalieri, i luoghi sacri apparivano sotto una luce che non era la luce comune. Questi luoghi erano considerati sacri in funzione della persona di Nostro Signore Gesù Cristo. Era come se, in qualche modo, Nostro Signore vi fosse veramente presente, disprezzato e ingiuriato.

Agli occhi dei cavalieri, Nostro Signore appare in tutta la sua elevazione, in tutta la sua infinita dignità, bagnato da una luce divina. Ma, nonostante questa dignità, Egli manifesta una dolcezza come mai nessuno l'ha manifestata. È quasi un paradosso: un'immensa elevazione che subisce tuttavia le ingiurie con dolcezza.

Proprio per questo la sua elevazione rifulge con un fulgore speciale. Non è appena un'elevazione regia, ma un'elevazione che, per la dolcezza, si fa amare, attrae a Sé, offre perdono... E un'elevazione che si inchina misericordiosa e amorevole sopra coloro che la contemplano. E tuttavia è trattata in questo modo!

È proprio il brutale rifiuto di questa dolcezza da parte dei musulmani che suscita l'ira dei cavalieri. Ecco l'oggetto diretto della loro collera. Se l'infinita dolcezza di Nostro Signore non è capace di intenerire il cuore dei musulmani, allora bisogna ristabilire l'ordine sul filo della spada!

Donde una formidabile combattività, che scaturiva dalla percezione dell'inutilità di ogni sforzo pacifico, e dal bisogno di infliggere un castigo e una riparazione.

Davanti al fallimento della dolcezza, il cavaliere mette mano alla spada. E parte indignato per sconfiggere con la forza coloro che la dolcezza non era riuscita a smuovere. E solo a questa luce che si comprende l'impeto guerriero dei cavalieri.

Con queste parole infiammate, san Bernardo di Chiaravalle, nel De Laude Novae Militiae si rivolgeva al nascente ordine Templare:« I cavalieri di Cristo possono con tranquillità di coscienza combattere le battaglie del Signore, senza temere in alcun modo di peccare per l'uccisione del nemico, né il pericolo di morire: poiché in questo caso la morte, inflitta o sofferta per Cristo, non ha nulla di criminoso e molte volte comporta il merito della gloria. Infatti, come con la prima si dà gloria a Cristo, così con la seconda si ottiene Cristo stesso. Il quale senza dubbio accetta volentieri la morte del nemico come punizione, e ancor più volentieri si dona al soldato come consolazione.

Il cavaliere di Cristo uccide con tranquilla coscienza e muore con anche maggior sicurezza. Morendo favorisce se stesso, uccidendo favorisce Cristo. E non è senza ragione che il soldato porta la spada. Egli è ministro di Dio per la punizione dei malvagi e per l'esaltazione dei buoni. Quando egli uccide un malvagio non è omicida, ma per così dire malicida; è necessario vedere in lui tanto il vendicatore che è al servizio di Cristo quanto il difensore del popolo cristiano. Quando poi muore, bisogna pensare che non è morto, ma è giunto alla gloria eterna».

In queste parole l'ideale della "guerra santa" cristiana raggiunge il suo apice, contrapponendosi diametralmente al relativismo moderno che eleva a dogma il principio di tolleranza.

 

PREGHIERA DI SAN BERNARDO

O tu, chiunque sia,
che ti avvedi di essere in balia dei flutti di questo mondo, tra procelle e tempeste,
invece di camminare sulla Terra, non distogliere gli occhi dal fulgore di questa stella, se non vuoi essere travolto dalla tempesta. Se insorgono i venti delle tentazioni,
se incappi negli scogli delle tribolazioni,
guarda la Stella, invoca Maria.
Se sei sballottato dalle onde della superbia,
della detrazione, dell'invidia:
guarda la Stella, invoca Maria.
Se tu, conturbato per l'enormità del peccato,
pieno di confusione per la laidezza della coscienza,
intimorito per il terrore del giudizio,
incominci ad essere inghiottito dall'abisso della tristezza,
dalla voragine della disperazione: pensa a Maria.
Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze,
pensa a Maria, invoca Maria.
Ella non si parta mai dal tuo labbro,
non si parta mai dal tuo cuore;
e perchè tu abbia ad ottenere l'aiuto della sua preghiera,
non dimenticare mai l'esempio della sua vita.
Se tu la segui non puoi deviare;
se tu la preghi non puoi disperare;
se tu pensi a Lei non puoi sbagliare.
Se Ella ti sorregge, non cadi;
se Ella ti protegge, non hai da temere;
se Ella ti guida, non ti stanchi;
se Ella ti è propizia, giungerai alla meta.

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