i Tessuti

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Tessuto copto in lino e lana con figura di orante, Egitto. VI sec. d.C.

 

Drappo con ricami in seta e cotone, Daghestan, Caucaso, fine del XVIII sec.

 

Telaio verticale, dall'Encyclopédie, 1758 1771

 

Velluto lavorato, Chiesa Arcipretale di Mirano (VE) sec. XVIII.

 

Gualchiera, macchina mossa dalla forza idraulica per la follatura dei panni, xilografia del 1656

 

 

Telaio verticale del XVIII secolo, modificato nell'Ottocento con il sistema Jacquard, Museo storico della tappezzeria,

Velo di tulle che copre il Bambino, nella Sacra Famiglia di Giovanni Busi, Abano Terme, Pinacoteca Civica.

 

Merletto a fuselli in seta policroma, Venezia, Jesurum, XIX sec.

 

Bordura di centrotavola con pizzo al tombolo, Mirano (VE), XIX sec.

 

Centrotavola, merletto ad ago, Burano, XX secolo

 

Abito con "bavara alta" in pizzo, nel dipinto di Chiara Varotari, Padova, Museo Civico

 

Modelli per merletti a fuselli, dal volume Le pompe, Venezia 1557 - 59

 

Mantello broccato nel dipinto di Francesco de'Franceschi del 1447, Padova, Museo Civico

 

Giovan Battista Moroni, Il sarto, 1570, National Gallery, London

 

Una delle prime sfilate di moda milanesi che si tenevano all'interno della Fiera Campionaria

 

Particolare della broccatura di un tessuto, dall'Encyclopédie, 175 -1771

Tessuti artistici

Tra le tante attività che hanno caratterizzato il progresso dell’umanità, la tessitura occupa un posto del tutto particolare perché ha segnato, per l’uomo primitivo, un punto di snodo tra la semplice attività di caccia e una più complessa attività di allevamento, per le fibre naturali, come la lana, e di agricoltura per le fibre vegetali quali il lino, la canapa e il cotone. L’importanza delle lavorazione delle fibre tessili e della tessitura ci è suggerita anche dal fatto che il mito e l’epica abbiano usato con una certa frequenza alcuni simbolismi legati a quest’arte antica e raffinata. Se pensiamo che le tre Parche (o Moire): Cloto, Lachesi e Atropo, determinano, con la loro attività di tessitura, la vita e la morte degli umani, abbiamo il senso dell’importanza che questa attività aveva presso gli antichi. Anche l’omerica Penelope che con la sua attività tessitoria condiziona la politica del suo piccolo regno ritardando o accelerando il difficile passaggio della successione dinastica, offre una eloquente metafora circa l’importanza della tessitura e della donna dal momento che questa attività era generalmente da lei praticata. In oriente l'attività tessile fu sempre molto sviluppata e raggiunse livelli di eccellente qualità, tanto che le sete, e i drappi lavorati orientali furono importati in tutto l'Occidente, per molti secoli. Il tappeto orientale rimane una delle più nobili ed apprezzate espressioni di quest'arte. 

A differenza di altre lavorazioni artigianali la tessitura risente delle condizioni economiche generali per ritirarsi nell’economia domestica o per espandersi in manifatture più o meno specializzate in grado di esportare il prodotto, in luoghi anche lontani. Nel mondo antico, Padova è ricordata, dagli storici e dai letterati, per la buona produzione di lane. Per rimanere in Europa, va detto subito che le lane inglesi e irlandesi, per la loro caratteristica fibra lunga, così come i tessuti in lana con esse prodotti, sono stati sempre molto apprezzati in tutta Europa, dove i prodotti inglesi hanno mantenuto a lungo posizioni di predominio. Le regioni storiche delle Fiandre e il Brabante eccelsero nella produzione di tessuti in lana e in cotone, e soprattutto nella produzione di arazzi, tanto che lo stesso termine "arazzo" viene dalla città di Arras un centro tessile che, assieme a Oudenaarde e Bruxelles, sviluppò, tra il XII e il XVII secolo, una fiorente arte degli arazzi. La Spagna, la Sicilia e l’Italia centro-meridionale, hanno detenuto per molto tempo il primato dei prodotti tessili di qualità, favorevolmente influenzate dalla cultura araba e bizantina. 

Se consideriamo che per molti secoli e fino alla burrasca napoleonica, i paramenti utilizzati per l’incoronazione degli Imperatori del Sacro Romano Impero, furono tessuti e confezionati presso la corte normanna di Palermo, nella seconda metà del XII secolo, allora abbiamo la prova dell’importanza e della considerazione che le tessiture siciliane rivestivano per tutta l’Europa. 

In questo panorama, anche grazie ai contatti con Bisanzio, nel XIII secolo Venezia non fu da meno, con una vasta e raffinata produzione di tessuti preziosi che furono importati nel resto d’Europa, specialmente in Germania e in Scandinavia . Nel XIV secolo alcuni artigiani fuoriusciti dalla città di Lucca, dove era una fiorente attività tessile, si stabilirono a Venezia ed incrementarono la produzione di tessuti riccamente lavorati. Venezia eccelse nella lavorazione della seta e del cotone, importato dall'Oriente. In terraferma, Verona, in posizione strategica sull'asse Milano - Venezia e su quello che congiunge l'area tedesca e Bologna, prossima a due grandi arterie fluviali, il Po e l'Adige, occupa una posizione di preminenza nell’artigianato tessile della lana, favorita, già nel XII secolo, dalla presenza di gualchiere, e dall'introduzione di un nuovo tipo di telaio largo, già alla fine del XIII secolo. I suoi prodotti migliori vengono infatti venduti fino nel Regno di Napoli. Anche Vicenza, Bassano Treviso e Padova vedono fiorire (per Padova era un rifiorire, come abbiamo visto) ricche officine artigianali per la lavorazione della lana, mentre successivamente si sviluppa un'interessante produzione della seta, concentrata a Vicenza e a Verona. La pianura veneta e l'Altopiano di Asiago erano particolarmente adatti all'allevamento delle pecore che fornivano la materia prima, così come il clima favoriva l'allevamento del baco da seta. 

Non era, tuttavia, solo questione di reperimento della materia prima, la lana infatti ha bisogno di lavorazioni che presuppongono la presenze di spazi a ciò destinati, le gualchiere, di fiumi o canali con acqua corrente, di tecnologie e di abilità artigiana: la lana doveva essere lavata, cardata o pettinata, filata, tessuta, mentre i panni, così ottenuti, dovevano essere "follati", cioè sottoposti al follone, una macchina i cui cilindri e magli, erano mossi dalla forza motrice dell'acqua corrente che faceva girare grandi ruote a pale ad essi collegati. I panni dovevano poi essere asciugati in apposite strutture chiamate "chiodare". La lavorazione della lana, ed in particolare il lavaggio e la tintura, emanava cattivi odori e tendeva ad inquinare i corsi d'acqua, per questi motivi, Venezia preferì decentrare queste fasi di lavorazione, mantenendole a Padova, a Vicenza e a Verona e riservandosi le fasi finali della lavorazione. Nell'Ottocento e nel Novecento, a differenza delle altre città del Veneto, Vicenza e il suo territorio hanno trasformato le attività artigianali in attività di tipo industriale. Anche la produzione e la lavorazione del lino erano molto diffuse nel Veneto: già all'inizio del XI secolo, il Comune di Piove di Sacco era obbligato a conferire gratuitamente al Doge di Venezia duecento libbre di lino. 

La produzione di tele in cotone, lino e canapa, che non richiedevano particolari abilità artigianali erano diffuse in tutto il contado veneto, in Friuli e nel Bergamasco. Jacopo Linussio a Tolmezzo, in Carnia fondò una manifattura tessile che divenne ben presto tra le più grandi d'Europa, con produzione di damaschi, tafetas, rasi e tele rigate che venivano esportate in Europa e in Asia e perfino in America. I tessuti, oltre ad essere lavorati con telai sempre più perfezionati ed in grado di fornire tessuti operati, come i damaschi o i broccati, venivano anche impreziositi con fili d'oro e d'argento, con perle, gemme, bottoni, rosette, 

Tra il XIII e il XVIII secolo, Milano sviluppò importanti manifatture laniere e della seta; Firenze e Prato, furono due centri tessili di grande importanza per tutto il Medioevo, tanto con prodotti di lusso che con prodotti di uso comune, ancor oggi Prato è uno dei maggiori centro dell'industria laniera italiana.

Fino al XIII secolo le stoffe pregiate rimangono un privilegio delle classi sociali dominanti, ma con lo sviluppo dei commerci con l'Oriente e con i progressi tecnici che si sviluppavano in quel secolo, l'uso di tessuti pregiati si estende alle classi borghesi. I tessuti non venivano impiegati solo nell'abbigliamento o per i paramenti sacri, ma anche nell'arredamento, dove i muri, spesso freddi e umidi, venivano coperti con drappi: esistevano velari che coprivano solo la parte bassa della parete, velari appesi a mensole alte che rivestivano l'intera parete, velari che coprivano il letto. A partire dal XVI secolo, i tessuti vennero impiegati per imbottiture di letti, sedie poltrone e divani, per rivestire internamente cassapanche e armadi, per rivestire carrozze e portantine.

II ricamo e il merletto

A partire dal Quattrocento, a Venezia, nelle isole della laguna e lungo la “gronda”, fino a Chioggia, si sviluppa l’arte del merletto fatto a tombolo o ad ago: dalle abilissime mani delle merlettaie veneziane uscivano ricche bordure per abiti, lenzuola e tovaglie, mentre le monache e le novizie, nei conventi si dedicavano ai paramenti sacri. Anche gli ospizi, gli ospedali, i collegi e gli istituti di ricovero e di prevenzione, erano luoghi deputati all’insegnamento e alla produzione di merletti ed è forse per questo motivo che le artigiane non si unirono in associazioni di categoria, a differenza di altri mestieri d'arte, che durante la Repubblica Veneta erano sottoposti alla tutela e al controllo di un'apposita magistratura, la Giustizia Vecchia, essendo già, in qualche modo tutelate. Alla fine del Cinquecento Morosina Morosini Grimani, moglie del Doge Marino Grimani, istituì una scuola-laboratorio per merlettaie a Venezia.

Nonostante le leggi suntuarie emanate in più occasioni dalla Repubblica Veneta per frenare il lusso, il merletto concorrerà ad arricchire gli abiti un una corsa frenata verso una moda sempre più condizionata dalla ricerca del lusso. Le numerose testimonianze iconografiche della pittura del tempo ci restituiscono un quadro ricco e variegato dell'impiego del merletto negli abiti sia maschile che femminile: per fare alcuni esempi basterà ricordare molti ritratti del Tintoretto, del Veronese, o le opere di Giovanni Busi, detto Cariani, che in un dipinto conservato presso la Pinacoteca Civica di Abano Terme rappresenta, per la prima volta intorno al 1525-30 un prezioso e raro velo di tulle che andava allora affermandosi.

Tra il e il Cinquecento e il Settecento, l’arte del merletto raggiunse a Venezia un’importanza così grande da costituire un prodotto da esportazione, assieme ai non meno famosi vetri. Colbert, abile ministro di Luigi XIV, chiamò alla corte francese artigiani vetrai e merlettaie venete, con l'intento, solo in parte riuscito, di liberare la Francia dalla sudditanza economica da Venezia. Si svilupparono, così, i cosiddetti punti Alencon e Argentan che finirono con l'imporsi dapprima in Francia e poi dovunque in tutta Europa. A questo proposito è stata notata la somiglianza dei merletti con motivi decorativi incisi a punta di diamante o a pietra focaia su cristalli di Murano.

A Venezia si sviluppò, in modo del tutto originale, la tecnica del punto in aria non lavorato su tela nè su alcun altro supporto ma lasciato alla maestria e alla fantasia della ricamatrice, si tratta di un lavoro lento e paziente, eseguito con filo sottilissimo di cotone o di seta in cui cui l'ago - come ricorda il Lorenzetti - segue con squisito senso dell'arte e di tecnica, le forme fantastiche non solo da disegni geometrici, ma ispirate a fiori, animali, volute e racemi, questo punto speciale di trina salì ben presto nel '600 a gran fama e acquistò nuova grazia per quelle caratteristiche "roselline", piccoli dischetti stellati, sparsi ovunque con garbo, con mirabile varietà di effetti sul fondo della trina. Questo punto a rosette e l'altro l'altro, detto controtaglaito, più pesante e più solenne nelle ampie volute a rilievo e nelle grosse cordonature di contorno, furono i due tipi di trina più in voga che da Venezia si diffusero in tutta Italia e fuori della penisola, toccando a volte prezzi favolosi. Esemplari magnifici di trine buranesi sono le due tovaglie da altare per il Duomo di Burano , a figurazioni sacre di punto controtagliato seicentesco, ora al Civico Museo Correr. La tecnica del punto in aria è ora poco praticata.

Con la fine della Repubblica Veneta e con il mutare della moda, anche il merletto, come il vetro, entra in crisi. Bandito dalla moda per uomo, il merletto trova nuovi spazi nella biancheria intima e negli abiti infantili. La ripresa avverrà a Burano per interessamento della nobildonna Adriana Marcello e di Paulo Fambri che fondarono una scuola per avviare al mestiere le giovani, ora la scuola è divenuta un Museo. A Burano si è sviluppa la tecnica del merletto ad ago, lavorato su un disegno prestabilito, che viene disegnato su una speciale carta appoggiata ad una tela leggera, fissata, a sua volta, su un supporto morbido, chiamato "cusineo" (piccolo cuscino). L'abilità ricamatrice sta nel seguire fedelmente il disegno. Una volta eseguito il lavoro, il merletto viene staccato dal supporto con un'operazione che richiede perizia e pazienza. Sette sono i punti ancor oggi più usati: sbari o barrette, ghipur, smerli o merli, punto K, rede o tulle, rilievo e rosette. 

A Chioggia e Pellestrina si è sviluppata, come in altre località italiane la tecnica del merletto a fuselli. Meno costosa della tecnica ad ago che richiedeva tempi più lunghi di lavorazione, la tecnica dei fuselli rivaleggiò con quella ad ago in bellezza, vaporosità preziosità e virtuosismo. Si tratta di un tessuto formato incrociando ed intrecciando dei fili avvolti per un capo si dei fuselli (mazzette in veneziano) e fissati, per l'altro capo, per mezzo di spilli, sopra ad un cuscino cilindrico detto tombolo (balon in veneziano). Sul tombolo è fissata una carta o una pergamena con il disegno, sul disegno si appuntano gli spilli che servono a tracciare e sostenere il lavoro. I fuselli vengono sempre adoperati in numero pari e maneggiati a due a due. Il loro numero complessivo può variare da otto a ottocento ( si arrivò fino a millecinquecento),per i lavori più grandi e complessi. Dopo la crisi conseguente alla caduta della Repubblica, a Pellestrina la rinascita del merletto si deve, nella seconda metà dell'Ottocento, a Paulo Fambri ed a Michelangelo Jesurum, che fondò la Società per la Manifattura veneziana del merletto e una scuola per merlettaje. Nel 1878 viene avviata una nuova produzione di merletti policromi realizzati a fuselli con filati di seta.


Storia della moda e della sartoria 
Se è vero, come afferma il vecchio proverbio, che: l’abito non fa il monaco, è anche pacifico che oggi, come nei secoli passati, l’abito che indossiamo parla di noi. Superata ormai da molti secoli l’esigenza principale di coprire le nudità e di difendersi dal freddo (e in qualche caso dal sole), l’abito, e più in generale l’abbigliamento, ha sempre avuto una forza semantica così spiccata da poter essere assunto a strumento della comunicazione, da entrare tra gli elementi del linguaggio umano, da costituire un segno immediatamente riconoscibile, un’evidenza chiara e inequivocabile: con l’abito l’uomo ha dimostrato il proprio potere, la propria condizione sociale, l’appartenenza ad un gruppo, ad una casata, ad un ordine; con l’abito riusciamo a stupire e a sedurre, raccontiamo perfino il nostro stato d’animo, la propensione a sentirci in sintonia con il resto del mondo oppure a lanciare un messaggio di chiusura. 


In tutte le società, fin dai tempi più antichi, la lavorazione dei tessuti e la confezione degli abiti ha costituito un momento importante per l’economia dell’intera comunità: affidata tradizionalmente alla donna e circoscritta all’economia domestica, la sartoria, ha subito profonde trasformazioni con la fine del medioevo. 
Uscita decisamente dall’ambito domestico, la sartoria ha avuto un grande sviluppo negli ultimi quattro secoli ed è entrata, a pieno titolo, tra quelle forme di artigianato che definiamo artistico e tra quelli che, con espressione europea, chiamiamo i mestieri d’arte. E’ significativo che un importante artista del nostro Rinascimento, come Giovan Battista Moroni, abbia raffigurato, in una delle sue opere più riuscite, proprio un sarto nel suo atelier. Per alcuni secoli la sartoria era stata appannaggio maschile, sino a quando la pudibonda madame de Maintenon ottenne da Luigi XIV di Francia la decisione di affidare l’abbigliamento femminile solo alle donne, perché “non era decente che le mani degli uomini sfiorassero il corpo delle donne, che agli occhi maschili fossero svelate le più segrete intimità”. Per qualche anno, a Parigi, furono le donne ad occuparsi della moda ma ben presto i sarti ripreso lo scettro abbandonato, regnando per tutto il diciannovesimo secolo. 
Solo nel Novecento le donne riconquistarono il diritto di creare la moda e dimostrarono che, anche in questo campo, il ventesimo secolo è il secolo delle donne. L’esempio più conosciuto di questo nuova tendenza è quello di Gabrielle Chanel, conosciuta come Coco Chanel, già infermiera nell’ospedale di Deauville durante la guerra 1915-18, aprì un laboratorio di sartoria. 
Fin dal Rinascimento la sartoria italiana ha avuto un indiscusso primato in tutto il mondo, anche se, per varie ragioni, Parigi nel Settecento nell’Ottocento, e Londra nell’Ottocento, hanno conteso, con certo successo, questo primato italiano. Per secoli la moda è stata guidata dal gusto, dall’inventiva, dalla creatività, dalla pazienza e dall’abilità dei nostri sarti e questa tradizione ha resistito alla minaccia più forte: quella della moda pronta. 
Fino alla metà dell’Ottocento esisteva solo la sartoria artigianale o quella domestica che confezionava gli abiti su ordinazione e su misura ed era impensabile abbigliarsi con vestiti già confezionati. E’ stata la rivoluzione industriale e l’esigenza di vestire in modo uniforme (l’uniforme, appunto) grandi masse di soldati, ad introdurre il concetto di moda pronta e l’idea di confezionare i vestiti con delle “taglie” già pre-definite. 
Mentre per secoli l’artigiano aveva prodotto vestiti che erano già venduti o comunque prossimi ad esserlo, l’industria, al contrario, produceva grandi masse di vestiti in diverse taglie e si trovava nella successiva necessità di vendere in prodotto che doveva essere, a quel punto, debitamente pubblicizzato: la rivoluzione industriale e la società dei consumi hanno imposto questi nuovi costumi. Si calcola che oggi quasi la metà di tutta la comunicazione pubblicitaria sia dedicata all’abbigliamento. Anche la sartoria, e soprattutto i grandi atelier, si trovarono nella necessità di far conoscere i loro nuovi modelli attraverso le sfilate di moda, i concorsi, la mostre. ecc.. 

Tessuti e sartoria nel Veneto

La città di Venezia mantenne a lungo un indiscusso primato nell'arte della tessitura di panni in lana e in seta di alta qualità e anche quando altri centri manifatturieri di terraferma svilupparono un'autonoma attività artigianale, ai laboratori veneziani rimase una delicata funzione di rifinitura dei tessuti e, in generale, alla città e al suo porto aperto sul mediterraneo fu un punto importante per la commercializzazione dei prodotti. Fin dal 1370 Venezia aveva tentato di arginare la dispersione, verso gli altri stati confinanti, di manufatti, di macchinari e soprattutto di conoscenze artigianali nel settore tessile, forse dimentica del fatto che nei secoli precedenti erano stati proprio artigiani bizantini e lucchesi (esuli per motivi politici) a introdurre a Venezia quest'arte.

La produzione veneziana si distinse per i velluti, i damaschi, i broccati, altri tessuti con filati d'oro e d'argento e le sete. Il velluto è un tessuto di alto pregio perché presuppone una tecnica complessa e costosa: una serie di fili di ordito è più lunga di quella dell'ordito normale e viene "avvolta" su speciali bacchette a formare tanti anelli in rilevo, questi anelli vengono quindi tagliati e formano il vello.

Il damasco è caratterizzato dal contrasto tra il lucido e l'opaco che danno tonalità chiare o scure al tessuto, secondo un disegno preordinato: la trama non incontra tutti i fili di ordito in modo ordinato ma ne "salta" alcuni nascondendoli. Si forma così un dritto e un rovescio con opposte qualità di lucentezza di tonalità di colore. 

Nel Settecento si diffonde l'uso di broccati grazie ai progressi tecnici e ai perfezionamenti dei telai. Per questo particolare tipo di tessuto si usa un telaio verticale in cui esistono due tipi di fili di ordito, azionati da diversi tipi di licci: uno per il fondo (come in tutti i tessuti) e uno per le legature, cioè per il passaggio della navetta, questo telaio è manovrato da due artigiani, uno posizionato davanti al rullo di aggancio degli orditi, l'altro dietro con il compito di azionare i licci e introdurre la navetta tra i fili di ordito, secondo un disegno prestabilito. 

Come abbiamo accennato sopra, Padova sviluppò, già in epoca romana una fiorente attività tessile: Strabone parla di una produzione di lana ruvida e grossa con la quale si producevano coperte, tappeti e drappi pelosi su uno o su entrambi i lati, che venivano venduti anche a Roma. Marziale ricorda due tipi di panni in lana: gausapa e trilices, anch'essi molto spessi e pesanti, tanto da poter essere segati. In epoca Medievale il primato tessile spetta tuttavia a Verona con la produzione di pignolati, tessuti in cotone, un'attività artigianale sviluppatasi sull'asse Venezia-Padova-Verona, dove - già nel 1284 - troviamo, la Domus Pignolatorum, vero centro propulsore di questa attività artigianale: in esso si riunivano i responsabili della regolamentazione dell'attività, in esso avvenivano le quotazioni e le compravendite della materia prima e del prodotto finito, in esso venivano immagazzinate le merci.

I Pignolati veronesi sono documentati in molte città italiane e straniere, perfino in Linguadoca a partire dal XIV secolo. La precoce installazione di gualchiere in città e nel contado, portò ben presto Verona ad una crescita produttiva nel settore laniero già nel Duecento, tanto che i panni veronesi, primi tra tutti la saia di pura lana, sono rintracciabili in tutta Italia e perfino a Siena e a Lucca, città non certo sprovviste di proprie aziende artigiane del settore. Si trattava di una stoffa di lana chiamata "zentile" (per distinguerla dalla lana grossa) tinta di guado (cioè di un colore bruno ricavato da un'erba di guado), o paonazza (rossa); poteva essere tinta "in pezza" o "in fiocco", cioè prima della tessitura, in modo da confezionare i famosi "vergati", ossia panni a strisce.

A Padova, come abbiamo visto, si sviluppa un'attività artigianale incentrata sulla lavorazione del lino, di ottima qualità e largamente esportato e del cotone, già all'inizio del XIII secolo, mentre nella seconda metà del secolo si organizzano e si articolano le varie associazioni artigianali: i drappieri, i commercianti di panni, gli addetti all'arte della lana, i linaioli, i produttori di panni pignolati, i tintori. L'installazione in città di gualchiere, l'istituzione del "Fontego dei panni" - con funzione di immagazzinaggio e di controllo - e, più tardi, della Garzaria, contribuirono ad elevare la qualità e la quantità dei panni pavani, non raffinati come quelli veneziani, ma dignitosamente inseriti in un mercato in continua espansione. Anche Treviso e Vicenza conoscono, nel Trecento, un periodo di sviluppo dell'attività tessile, grazie all'accentramento di alcune funzioni e del miglioramento di alcune tecniche.

Un ulteriore salto di qualità, anch'esso innescato da Verona, si ha agli inizi del XIV secolo, con l'introduzione di un nuovo telaio orizzontale (anziché verticale) più largo dei precedenti (arrivava infatti a quasi due metri), azionato da due persone, probabilmente da un uomo, anziché da un unico operatore, di solito una donna, come era avvenuto fino ad allora. Questi telai, a tre licci permettevano di tessere filati soffici e di stoffe lavorate con motivi geometrici come quadri, scacchi, spigati, ecc.

Anche il miglioramento della qualità della lana, contribuì al successo dei tessuti veneti: dapprima si ricorse a lane "francesche" temine con il quale si designavano tutte le lane d'oltralpe, quelle francesi e quelle inglesi molto pregiate per la loro fibra lunga, poi si riuscì a rompere il vincolo di dipendenza dalle lane d'importazione selezionarono lane locali a fibra lunga o si introdussero alcuni cambiamenti tecnici in grado di valorizzare anche le lane a fibra corta di produzione locale.

In generale tutte le manifatture delle città venete, nel periodo della Serenissima Repubblica, perseguirono l'obiettivo di migliorare non solo quantitativamente, soprattutto qualitativamente, i loro prodotti tessili che, nel Quattrocento, venivano venduti a Ragusa, nel regno di Napoli, a Roma e perfino a Costantinopoli e a Damasco.

Grande importanza è da connettere agli ornati dei tessuti spesso in stretta relazione con le ornamentazioni dei i dipinti coevi, come nel caso degli affreschi di Giotto a Padova che influenzarono tutti i pittori della terraferma veneziana del XIV secolo, non solo i pittori che definiamo giotteschi, e che affermarono una vera e propria moda degli ornati. Tra le tante novità pittoriche, compositive e stilistiche introdotte da Giotto, la fedele rappresentazione di tessuti a lui coevi rappresenta un momento importante. Giotto lavorò anche a Verona ed è da credere che anche qui avesse riprodotto negli affreschi, ornamenti di tessuti allora "di moda" poiché dopo di lui altri pittori veronesi riprodussero e amplificarono nelle vesti dei santi, tipologie ornamentali di matrice padovana.

Non è semplice riassumere le linee dell'evoluzione della moda in Veneto, proprio perché Venezia ha il privilegio di essere stata, nel Seicento e nel Settecento, una delle capitali europee della moda e presenta una gran varietà di modelli e di stili. Cercheremo di ricostruire, attraverso le molte testimonianze pittoriche, i tessuti, gli ornamenti e le fogge degli abiti allora in uso. Per l'Ottocento e il Novecento, poi, possiamo contare su veri e propri repertori di moda, dal momento che sono stati pubblicati in gran numero edizioni a stampa con modelli di vestiti. Più difficile ma certamente più affascinante rimane la documentazione dei che riguarda i secoli più antichi. 

Per avere un'idea di come vestivano nel medioevo e nel rinascimento dobbiamo rifarci a quanto documentano i dipinti dell'epoca. Per nostra fortuna non esisteva la consuetudine (e nemmeno l'esigenza) di raffigurare i vari personaggi rispettando le fogge proprie dell'epoca e della regione loro confacente mentre spesso prevalevano altri criteri stilistici. Uno era legato alla gerarchizzazione dei personaggi, un secondo criterio teneva conto di valori simbolici e rituali, un terzo tentava l'attualizzazione dell'evento, facendo indossare ai personaggi abiti allora "alla moda". 

Per questi motivi anche i personaggi di episodi del Vecchio e del Nuovo testamento e i protagonisti dei Martirologi sono vestiti con abiti di foggia "moderna" che corrispondono ad un gusto contemporaneo. Per tutti potrebbe valere l'esempio dei ricchi abiti con disegni a palmette e racemi di gusto tipicamente veneziano indossati San Sebastiano e dai due Imperatori o dei più modesti abiti popolani dipinti da Nicoletto Semitacolo nel 1367 per la Cattedrale di Padova.

E' molto interessante studiare il complesso rapporto che si è instaurato tra i motivi dipinti dai pittori e dai frescanti e quelli realizzati dai tessitori e stabilire una precedenza tra i due. Ed ancor più affascinante è stabilire chi abbia introdotto in una città o in una regione uno stile nuovo o un modello nuovo che poi influenzerà diversi ambiti dell'artigianato artistico, dal tessile al vetro, dalla ceramica alla carta da parati. Per chi volesse approfondire questi aspetti sarà utilissimo il volume Tessuti nel Veneto citato in bibliografia.

Veloce e ricca per i ceti più fortunati, più lenta e semplice per i popolani, l'evoluzione della moda ha comportato grandi cambiamenti negli ultimi secoli: si tratta di un fenomeno tipico della civiltà occidentale che fatichiamo a trovare presso altre civiltà. L'evoluzione o la persistenza di alcuni modelli tessili, come il motivo "a inferriata" o il velluto alto-basso con rosa polilobata e corona è stato esaminato nell'interessante studio di Giovanna Galasso, Modelli e schemi per la produzione tessile in età moderna, all'interno del volume Tessuti nel Veneto citato in bibliografia.

Dopo essere stato per alcuni secoli all'avanguardia nel settore dei tessuti e della moda, il Veneto ha conosciuto nell'Ottocento e nella prima metà del Novecento, una profonda crisi. Nella seconda metà del secolo scorso, invece, vi è stata un'inversione di tendenza con molte aziende artigiane (alcune delle quali sono divenute grandi imprese multinazionali) che hanno conquistato una buona fetta del mercato mondiale della moda pronta e della moda giovane, con marchi conosciuti in tutto il mondo.


Bibliografia


Arazzi della Basilica di San Marco, a cura di L. Dolcini, D. Davanzo Poli, E. Vio, Milano 1999

Arti e mestieri tradizionali, a cura di M. Cortelazzo, Cinisello Balsano (Milano) 1989

G. Baldissin Molli (a cura di), Botteghe artigiane dal Medioevo all'età moderna, Padova 2000

Cinque secoli di merletti europei: i capolavori, a cura di D. Davanzo Poli, Burano 1984.

M. Contini, 5000 anni di moda, Milano 1977

A. Evangelista, La moda, Padova 1986

D. Devoti, L'arte del Tessuto in Europa, Milano 1993

Il grande libro del ricamo e della maglia, Milano 1982

Il merletto di Pellestrina, Pellestrina (Venezia) 1986

Le tecniche artistiche, Milano 1978

G. Lorenzetti, Venezia e il suo estuario, Trieste 1974

A. Manno, I mestieri di Venezia, storia, arte e devozione delle corporazioni dal XIII al XVIII secolo, Cittadella (Padova ) 1997

G. Mariani Canova, Artigianato antico a Padova e Rovigo, Padova 1998

W. B. Mtilke, L'abbigliamento nei secoli, Roma 1991

Tessuti nel Veneto, Venezia e la Terraferma, a cura di G. Ericani e P. Frattaroli, Verona 1993

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Armatura del raso, dall'Encyclopédie, 1758-1771

 

iviale, in damasco laminato e broccato, Ospedale dei Derelitti, Venezia, 1740 circa Raso di seta irregolare, Venezia, XVII secolo Telai orizzontali ed esempi di navette per il lancio delle trame, dall'Encyclopédie, 1758-1771 Schematizzazione dei motivi ornamentali di stoffe dipinte da Giotto a Padova e Assisi, inizi del XIV sec. Abiti preziosi e abiti borghesi nel San Sebastiano davanti agli imperatori di Nicoletto Semitecolo, Padova, Cattedrale, 1367
Camicia con merletti, giacca in raso e tabarro in velluto nel dipinto di Alessandro Longhi della fine del Settecento, Abano Terme, Pinacoteca Civica Abiti veneziani del primo Settecento: camisuola e velada in primo piano, ampio tabarro in secondo Stola in velluto alto-basso con rosa polilobata e corona, nel dipinto di Sebastiano Bombelli della Fondazione Querini Stampalia di Venezia, fine del XVII sec. Donna di Sotto Marina, nell'acquerello di A. Facchini, 1811 Legatura e custodia in velluto, in un libro devozionale, Padova XIX sec. Pianeta in taffetà con ricami policromi ad ago, metà del XVIII sec., Belluno, Sala del Capitolo


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Ultimo Aggiornamento: 29/03/09.