la chiesa di S. Vito a Morsasco

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Il Progetto Datazione Storia Analisi Affreschi Restauro Affreschi Rilievi Consolidamento

A cura di

arch. Antonella Caldini

arch. Grazia Finocchiaro

dott. M.Cristina Ruggieri

 


Indice 

Il Progetto

Datazone

Indagine storica

Analisi  degli affreschi

Restauro degli affreschi

Rilievi Termoigrometrici

Consolidamento


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Sommario della Sezione:

Principi di Restauro

Il Laboratorio

Schede  tecniche

Ricettario

Glossario

 

LA CHIESA DI SAN VITO A MORSASCO.
INDAGINE STORICA.

(parte 1/3)

La chiesetta di San Vito a Morsasco è il più antico edificio religioso presente sul territorio, probabilmente precedente lo stesso insediamento abitato, da cui dista circa un chilometro. La sua fondazione è ragionevolmente attribuibile all'età romanica, mentre non è possibile datarla con maggior precisione, vista la totale assenza di fonti documentarie precedenti l'epoca contro-riformistica e i continui rimaneggiamenti cui l'edificio è stato sottoposto nel corso dei secoli. L'analisi architettonica della piccola costruzione, e in particolare dell'abside, consente però di effettuare interessanti confronti tipologici e stilistici con edifici analoghi esistenti nella zona, che rendono giustificabile una datazione compresa tra la fine dell'XI secolo e la metà del successivo.

Per quanto riguarda, invece, l'analisi documentaria, è stato possibile desumere qualche informazione, relativamente al periodo compreso tra la fondazione e la seconda metà del Cinquecento, dalle complesse e tormentate vicende storiche che caratterizzano le terre del Monferrato. Le prime notizie certe relative a Morsasco risalgono infatti al 1224, anno in cui la Repubblica di Genova, allora proprietaria del feudo, ne cede metà ai marchesi del Bosco. È verosimile che a tale data la chiesa di San Vito esista già, come lascia credere sia il titolo, antichissimo (chiese e cappelle dedicate al santo sorgono in tutto il Settentrione a partire dall'XI secolo), sia le fonti documentarie attestanti come questa sia la primitiva chiesa parrocchiale.

 

San Vito e San Vittore

A proposito dell'intestazione della chiesa, va notato che, sebbene essa sia inequivocabilmente dedicata a San Vito, già attorno al Quattrocento si manifestano le prime confusioni con la figura e il culto di San Vittore, particolarmente venerato in tutta la regione lombarda e soprattutto a Milano, dalla cui diocesi dipendeva quella di Acqui. L'equivocato culto potrebbe essere stato agevolato sia dal fatto che in Piemonte i due martiri sono oggetto di una forte devozione popolare e, soprattutto, contadina (il primo invocato contro numerose malattie, tra cui l'idrofobia e l'isterismo; il secondo, protettore dei carcerati e degli esuli, è scongiurato per tenere lontani gli animali feroci dalle stalle e dai luoghi abitati), sia dall'affinità fonetica tra i due nomi pronunciati in dialetto ("Vito" e "Vitor"). In ogni caso, se il patrono della popolazione di Morsasco è San Vito, la sua festa, "per voto antico di comunità", cade l'8 maggio, canonicamente giorno di San Vittore.

Considerato il luogo leggermente sopraelevato su cui essa sorge, in corrispondenza di un bivio della strada che collega Morsasco a Cima Malfatta, difficilmente questa originaria chiesa campestre avrebbe potuto essere più grande o molto differente da quella attuale, ma sarebbe arduo stabilire il suo iniziale aspetto. Si può pensare che avesse un'aula di dimensioni contenute, con poche e strette aperture laterali (forse su un solo lato), oltre alle tre feritoie absidali, una copertura non voltata, nessun portico né torre campanaria.

Nel corso dei secoli successivi, la chiesa subisce vari interventi di piccola ristrutturazione, come testimonia la conformazione della tessitura muraria, con evidenti segni di saldature, aggiunte, ammorsature. In particolare, la zona absidale è interessata da uno o più grandi crolli, che hanno potuto provocare una risistemazione anche massiccia dell'edificio religioso, forse prolungato nelle sue pareti laterali: la cortina muraria interna dell'emiciclo absidale, più o meno sino all'altezza delle strette aperture monofore, è costituita da grossi e lunghi conci di pietra arenaria, disposti secondo corsi abbastanza regolari in senso orizzontale; al di sopra di questo livello, e soprattutto in corrispondenza dell'affresco centrale, il materiale e la tecnica costruttiva palesano indubbiamente un intervento edilizio posteriore (materiale di recupero, rari pezzi di mattoni con scaglie o pietre di piccola pezzatura in abbondante malta).

 

Tale operazione precede certamente la fine del XV secolo, epoca cui si può far risalire con buona approssimazione l'esecuzione delle raffigurazioni ad affresco ancor oggi visibili che in parte coprono la zona absidale ricostruita. Da quel che resta della loro originaria disposizione si può ipotizzare che rivestissero l'intero catino absidale, proseguendo la decorazione negli sguanci a doppia strombatura delle finestre e nella nicchia degli arredi sacri, dove permangono alcune tracce d'intonaco colorato.

L'immagine principale, per la cui realizzazione è stata tamponata l'apertura monofora centrale, rappresenta la Madonna e, presumibilmente, San Giovanni ai piedi della Croce, tra Sant'Antonio Abate ed un santo cavaliere d'incerta identificazione (San Bovo o San Vittore). Sullo sfondo si scorgono le mura turrite di Gerusalemme, mentre la base del monte Calvario, come pure l'immagine di Giovanni e il cielo sovrastante, sono scarsamente leggibili.

L'altro affresco superstite, alla sinistra dell'altare, ritrae una Madonna in trono col Bambino in braccio, la cui conservazione versa oggi in condizioni leggermente migliori.

Di questi interessanti lacerti di una estesa decorazione d'età tardogotica, però, non si trovano che vaghi riferimenti nei documenti d'archivio reperiti.
Il primo atto d'archivio recuperato, relativo alla pieve di San Vito, è datato al 10 giugno 1585, quando il visitatore apostolico monsignor Monsiglio si trova a passare per il feudo di Morsasco, allora appartenente ai conti di Gavi. L'edificio, non più parrocchiale come un tempo, è in un tale stato di degrado che il vescovo consiglia alla comunità un urgente intervento di restauro delle mura, della pavimentazione e della copertura. È ragionevole pensare che, avendo la chiesa perso gradualmente importanza in seguito all'edificazione dell'attuale parrocchia di San Bartolomeo (edificata non prima del XVI secolo), i danni provocati dalle condizioni meteorologiche, non più arginati da una ordinaria manutenzione, l'avessero resa pressoché inservibile. Della decorazione interna non si fa alcun cenno ed anzi si raccomanda di imbiancare totalmente le murature interne.
L'assenza di un qualsiasi riferimento agli affreschi è singolare, sia perché nel corso dei secoli successivi essi vengono generalmente notati e descritti, sia in considerazione del tipo di esame cui chiese, cappelle e parrocchie vengono sottoposte dai visitatori apostolici negli anni del Concilio Tridentino. Particolarmente, poi, le zone valligiane e premontane sono oggetto delle indagini più accurate perché più soggette a contaminazioni religiose e spirituali lontane dall'ortodossia cattolica. Per questo motivo, immagini sacre dipinte o scolpite sono a maggior ragione osservate e controllate, sin nei minimi dettagli, affinché rispondano pienamente a quello che sta diventando il repertorio iconografico ufficiale della Chiesa di Roma. E dunque, in attesa di chiarimenti che potrebbero provenire da altra documentazione e da un'analisi scientifica degli affreschi, non resta che pensare che, se nel 1585 monsignor Monsiglio non descrive il corredo figurativo della "chiesa di San Vito campestre altre volte parrochiale", probabilmente è perché non ha potuto vederlo.

Nel corso del XVII secolo, il Monferrato è uno dei più animati teatri delle lotte tra Spagna e Francia per il predominio della penisola italiana. Morsasco assiste al passaggio e, sempre più spesso, all'acquartieramento delle truppe straniere, la cui stanziale presenza provoca carestie, distruzioni ed epidemie, come testimoniano sia i libri parrocchiali che i verbali del consiglio comunale. In anni tanto bellicosi la chiesa "parrocchiale antica" di San Vito rimane abbandonata a se stessa: gli inviti dei vari visitatori apostolici a provvedere al suo ripristino sono puntualmente disattesi e, già nell'aprile 1600, l'edificio è definito "minacciante ruina". La porta d'ingresso principale è priva di serratura e l'altare è privo di arredi, ma sono il tetto e il pavimento a soffrire i guasti maggiori, e non solo a causa delle cattive condizioni meteorologiche. A partire da questa data, infatti, è attestata la presenza di un cimitero contiguo alla chiesa di San Vito, anch'esso, però, in pessime condizioni: le ripetute visite del vescovo non mancano di sottolineare come la cattiva manutenzione del piccolo sepolcreto sia pericolosa non solo per uomini e animali, ma per la stessa costruzione. Nel 1610 è documentata una parziale ristrutturazione: la "chiesa s'è restaurata nelle mure fenestre e parte pavimento porta conforme", ed è stata realizzata un'adeguata recinzione del cimitero, con cancello e "fossa attorno tanto grande che le bestie non vi possino entrare". Ma la soluzione è affatto temporanea perché, durante gli anni della terribile epidemia di peste nera, i decessi in Morsasco aumentano al punto che l'antico cimitero non può più contenere i defunti, che devono essere seppelliti fuori e dentro l'antica parrocchiale. Gli scavi continui, gli interramenti e gli sterri ripetuti sia all'interno che all'esterno della costruzione, assieme al pessimo stato di conservazione delle murature, la rendono sempre più pericolante. Nel 1660, sono presenti "alcune fissure nel frontespicio"; nel 1676, la chiesa è ridotta al solo uso cimiteriale; nel 1688, San Vito è "chiesa vecchia mal nell'ordine": il tetto è prossimo alla rovina e presso lo scalino dell'altare sono visibili "quattro fosse di morti". In breve, la situazione è tale da costringere il visitatore apostolico a vietarvi la celebrazione delle messe sinché non venga "aggiustata, e provista".

Si è visto come l'interesse delle autorità ecclesiastiche nei confronti della piccola costruzione sia continuamente ribadito per tutto il corso del Seicento. Il suo stato di conservazione desta preoccupazione non solo perché dipende praticamente dalla generosità dei fedeli, ma anche perché la chiesetta è meta delle principali processioni religiose che si svolgono annualmente nel paese. Le fonti d'archivio illustrano spesso queste cerimonie locali, durante le quali la sacra reliquia di San Vito, custodita ancor oggi nella parrocchiale di San Bartolomeo Apostolo, viene portata in processione sino all'omonima chiesa, dove viene solennemente officiata la messa. In più casi si accenna alla "divotione particolare" di cui è oggetto l'edificio da parte della popolazione di Morsasco, sia per il culto del santo patrono che per la sacralità conferitagli dal vicino cimitero. Per tutte queste motivazioni, il fatto che la chiesa di San Vito resti abbandonata a se stessa, fatiscente, "senza volta e senza suolo", sprovvista degli arredi idonei alla celebrazione liturgica risulta oramai intollerabile alla stessa comunità morsaschese.
D'altro canto, gli anni Novanta del XVII secolo sono ancora anni di disordini e di battaglie per il territorio di Morsasco, almeno sino al 1697, quando si conclude un armistizio tra la Francia e gli stati coalizzati attorno alla Lega di Augusta. Per il paese significa soprattutto la tanto sospirata partenza degli "Alemanni", che la cittadinanza aveva dovuto ospitare per decenni. La pace durerà poco, in realtà, ma è probabile che proprio durante questa calma passeggera vengano cominciati i primi lavori di risistemazione della chiesa di San Vito. 

Nel libro dei Convocati e Congregati di Morsasco, alla data del 30 maggio 1699, troviamo la decisione di destinare 80 fiorini dell'imposta camerale in favore della chiesa campestre: la somma non è modesta, per il tempo, e potrebbe far pensare ad un intervento di ristrutturazione non esteso ma sicuramente consistente.
A tale proposito, è possibile addurre alcune ipotesi.
La prima di queste si basa sul rinvenimento di un secondo atto, datato 10 giugno 1706, relativo all'acquisto, per la cifra di 40 fiorini, di "duecento coppi per il tetto del portico della chiesa di San Vito". Ora, poiché il numero dei coppi appare del tutto insufficiente per la copertura del portico intero, di cui questa è, per altro, la prima menzione documentata, è probabile che si tratti di un intervento di semplice risanamento del tetto. Non è da escludersi, pertanto, che anche gli 80 fiorini del 1699 fossero motivati da una necessità dello stesso genere e che l'effettiva costruzione del pronao risalga ad un'epoca precedente (è difficile credere che simile somma riuscisse a coprire le spese di edificazione di un portico e che simile intervento non fosse meglio specificato e discusso nella delibera consigliare).
Un'altra indicazione utile per capire di che tipo di intervento si sia trattato proviene poi dalla relazione della visita apostolica effettuata, nell'agosto dello stesso anno 1699, da monsignor Gozani. Il vescovo visita per la terza volta l'edificio ma non riferisce di nessun intervento edilizio di riguardo, invitando anzi il rappresentante comunale a "fare ogni possibile [e] provedere che detta chiesa si reduchi a meglior stato". Ora, dato che undici anni prima lo stesso ecclesiastico aveva dovuto vietare l'accesso alla cappella di San Vito (1688), e considerato che in quest'ultimo rapporto afferma che "se li va molte volte a dir messa" e che vi "si fa festa il giorno di detto santo", potrebbe anche darsi che la spesa effettuata dalla comunità pochi mesi prima sia stata impiegata per rendere quanto meno fruibile, se non per risanare, l'antico edificio religioso.
Nonostante l'assenza di indicazioni cronologiche più precise, il ritrovamento dei suddetti atti d'archivio consente di stabilire che, attorno alla fine del XVII secolo, la chiesa di San Vito assume definitivamente le dimensioni che ha oggi.

L'erezione del portico voltato comporta il rifacimento della facciata, le cui aperture vengono modificate in modo da adeguarsi al nuovo aspetto. L'altezza del prospetto esterno viene infatti ridotta, il che giustifica la tamponatura della finestra centrale a mezza luna, riaperta qualche centimetro più in basso e con un leggero spostamento verso destra. Analogamente, le due finestrelle laterali sono murate e quindi reinserite più o meno simmetricamente ai lati della porta principale. Per quanto riguarda, invece, l'incatenamento metallico del portico, non è possibile dire con assoluta certezza se esso sia stato messo in opera contestualmente ai lavori di realizzazione della struttura o in seguito. La disposizione abbastanza regolare in senso verticale dei bolzoni capochiave, e particolarmente di quelli relativi alla catena interna, fa però propendere per la prima ipotesi.
 

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 Ultimo Aggiornamento: 04/04/09.