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a
cura di
Ilaria
Lamoretti
Indice
La
storia
Levoluzione
Gli
artisti
Oggi
La
tecnica
Il
Restauro
Bibliografia
Approfondimenti
Restauro
di un tavolo dell'800
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La
Ceramica
La
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I
Metalli
Il
Vetro
La
scagliola
Il
Marmo
I
Tessuti
Approfondimento
Storia
della ceramica
La
ceramica in Italia
Restauro della Ceramica
Restauro Lapideo
Restauro Archeologico
Restauro della Carta
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L'arte
della scagliola: dove, come, quando nsce
Il passaggio dal tardo rinascimento al barocco avviene gradualmente a partire dalla fine del cinquecento, per essere compiuto pienamente nella seconda metà del seicento.
Tra le più importanti caratteristiche dello stile che si viene affermando c'è la ricerca di forme sempre più mosse e dinamiche.
Il periodo culturale della Controriforma - il Concilio di Trento inizia nel
1545 - porta, insieme alla riforma religiosa in senso stretto, innovazioni in ogni espressione dell'arte sacra. Sulla linea della riaffermazione del primato della Chiesa romana, è infusa una nuova solennità alle opere d'arte: ora si ricerca la monumentalità, il gusto scenografico e ricco. Anche se si cominciano a costruire nuove chiese a partire dai grandi centri, le zone periferiche non rimangono a lungo indifferenti, anzi spesso rispondono al richiamo dell'innovazione con un fiorire di espressioni locali. Le novità non si limitano ai beni ecclesiali ma i canoni artistici nati nella Controriforma vengono assimilati anche dall'arte "profana"; e questo è facile da capire se si pensa a quanto la Chiesa fosse centro di potere politico e indirizzo culturale, al di là del dato religioso.
Nel museo civico di Carpi è conservato il ritratto di Guido Fassi all'età di trentadue anni, sul quale vi si legge la scritta "Guido Fassi da Carpi inventore dei lavori in Scagliola colorita e macchinista 1616". Anche se non si può attribuire con certezza la paternità al Fassi, questa è la prima testimonianza documentabile dove si specifica l'invenzione della tecnica.
Guido Fassi (1584-1649): di lui sappiamo che era un artista poliedrico, attivo nel campo dei progetti edili, dell'ingegneria, idraulica, meccanica, e tutte le attività che richiedevano una dimestichezza con il materiale edilizio (in particolare lo stucco).
Ci sono rimaste testimonianze del lavoro in scagliola del
Fassi, in particolare alcune ancone, dalle quali possiamo dedurre come in questo periodo la tecnica sia ancora legata all'imitazione del marmo (quindi è ancora un surrogato di materiali troppo costosi) e usata con una plastcità che fa riferimento in modo particolare all'architettura.
L'unico precedente nell'uso di questa tecnica è di alcune maestranze locali di Austria e Germania. In particolare gli esempi più precoci sono quelli bavaresi: è documentata, purtroppo solo "sulla carta", nel 1591 l'attività di uno stuccatore, che eseguiva piani di tavolo decorati con stucchi colorati.
Inoltre nella Residenz di Monaco sono presenti innumerevoli esempi dell'uso di scagliola con funzione decorativa, realizzati dalla famiglia
Pfeiffer, dal 1607 al 1612. I disegni e l'apparato decorativo sono ispirati e talvolta imitazione di quelli fiorentini in commesso di pietre dure.
E' difficile supporre una influenza reciproca tra il Fassi e la famiglia Pfeiffer, considerata la quasi contemporaneità delle loro attività; gli ultimi studi (A.Garuti, La scagliola: arte dell'artificio o della meraviglia, 1990) tendono a preferire l'ipotesi di un percorso analogo compiuto, in Baviera poco prima che a Carpi, sulla base comune della sperimentazione.
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| Foto
1: Ancona dell'Addolorata, 1629, Carpi, Chiesa Cattedrale |
Foto 2: Ancona
dell'Immacolata, 1633, Carpi Chiesa di San Niccolò. |
Fassi ci ha lasciato due esempi di imitazione marmorea molto raffinati.
I paliotti dei due altari sono stati realizzati da Giovanni Gavignani circa un trentennio dopo.
Foto 3: Vista d'insieme e particolare delle decorazioni della Residenza di Monaco: una precoce scagliola decorativa di ispirazione del rinascimento italiano (fine '500).
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Foto 4: All'interno del palazzo della residenza di Monaco si trova la Reiche kapelle (cappella ricca), 1607-1630. Notevole apparato decorativo ad imitazione dell'intarsio marmoreo fiorentino. |

Foto 5: Particolare del periodo finale della lavorazione (1625-'30)
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L'EVOLUZIONE
Dalla zona di nascita, a Carpi, in pochi decenni la scagliola si diffuse in Emilia Romagna e nel Nord Italia, facilitata dai frequenti spostamenti delle maestranze specializzate in campo edile. Un polo di produzione delle scagliole divenne la valle Intelvi, vicino al lago di Como. Presso la parrocchia di S.Stefano a Gottro sono conservate le prime opere in scagliola documentate del Nord Italia, realizzate nel 1664 da don Carlo Belleni.
A Napoli, maestranze locali ci hanno lasciato importanti testimonianze nei paliotti dell'abbazia di Padula (fine XVII sec.).
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Foto 6a:Chiesa parrocchiale di Gottro. |

Foto 6b: Paliotto dell'altare maggiore, opera di don Carlo Belleni |
L'uso diffuso della scagliola in alcuni centri periferici all'inizio del secolo XVII, è da attribuirsi alla facile reperibilità delle materie prime, al loro basso costo e alla facilità di lavorazione. Quasi da subito però quest'arte minore si presta a piccole, isolate, manifestazioni di stravaganza e a più azzardate sperimentazioni rispetto all'arte maggiore della lavorazione marmorea.
Parallelamente alla grande produzione sacra, soprattutto di paliotti e di ancone d'altare, si sviluppa l'uso della tecnica applicata a mobili e manufatti d'uso "domestico" di rappresentanza; ciò avviene spesso per mano dei medesimi artisti. Attraverso alcuni grandi scagliolisti carpigiani è possibile ricostruire una piccola storia del percorso artistico che giunge fino alla metà del XVIII secolo.
GLI
ARTISTI
La scuola carpigiana segue due filoni stilistici, nati da due allievi del Fassi: ANNIBALE GRIFFONI (1619-1679) e GIOVANNI GAVIGNANI (1615/1632-1680).
Griffoni è il più legato ai caratteri locale dell'arte, sebbene abbia lavorato anche fuori dai confini di Carpi e Modena; dalla sua scuola escono il figlio GASPARE GRIFFONI (1640-1698), GIOVANNI LEONI (1639-1710), GIOVANNI POZZUOLI (1646-1734), GIOVANNI MASSA (1659-1741).
Gavignani è artista di estrema perfezione formale, nella ripresa dei disegni rinascimentali in un severo bicromatismo; sono suoi discepoli SIMONE SETTI (notizie tra il 1659 e il 1688) e GIOVAN MARCO BARZELLI (1637-1693).
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Foto 7: GASPARE GRIFFONI
Paliotto d'altare, Chiesa parrocchiale di Limidi.
Presenta una particolarità: il piano dell'altare è frutto di un riuso, è stato ricavato tagliando un paliotto appartenuto ad un altro altare, probabilmente destinato ad essere demolito.
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Foto 8: ANNIBALE GRIFFONI, piano per tavolino in scagliola bicroma. (L'attribuzione non è certa)
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Foto 9: Paliotto d'altare, Oratorio di S. Francesco Saverio, Rolo
E' uno dei più antichi manufatti usciti dalla scuola carpigiana. Disegno geometrico ad imitazione di tarsie marmoree e inserti in bianco- nero dalla linea semplice sono caratteristici dei
Griffoni. |
Giovanni Leoni
A questo artista dobbiamo la diffusione della tecnica della scagliola ad intarsio nel cremonese e a Milano.
Delle opere della scuola carpigiana ci rimangono soprattutto quelle di destinazione ecclesiale; non è così per il Leoni del quale abbiamo alcuni esemplari notevolissimi di arredi di destinazione laica. La sua eccelsa imitazione dei piani di tavolo a commesso di pietre dure ha segnato una punta altissima nella storia di quest'arte, pur andando a discapito dell'autonomia che a fatica si è andata conquistando.
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Foto 10:Una coppia di stipi di attribuzione certa, firmati e datati "Gio. Leone F. 1680-81", decorati a scagliola policroma, in eccezionale stato di conservazione.
Dimensioni: 129 X 145 X 39 cm., sono conservati al castello di Konopiste (Cecoslovacchia), provenienti dal palazzo ducale di Mantova.
A Konopiste si conserva una buona parte dei beni appartenuti agli Estensi. |

Foto 11: Coppia di piani di tavolo, conservata nella rocca di Fontanellato (Parma), 1680-1690.
Negli ovali sono rappresentate due scene delle fatiche di Ercole. |
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Foto 12: Piani per una coppia di console inizi del XVIII secolo.
Mentre nel primo il decoro è di gusto naturalistico (paesaggio al centro e cestini di fiori ai lati) nel secondo c'è un motivo a trompe l'oeil con carte da gioco e portafiches; sono proprio i tavolini da gioco ad accogliere la maggior parte dei piani in scagliola e ad interessare i viaggiatori soprattutto inglesi al tempo del "grand tour".
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POZZUOLI e MASSA sono gli autori dell'altare maggiore di S.Ignazio a Carpi, nel 1696.
Quest'opera è significativa per la ricerca naturalistica e l'effetto pittorico tipici della cultura carpigiana, particolarmente sviluppata da questi due artisti.
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Foto 13: GAVIGNANI, capostipite del filone stilistico più rigoroso, più "compassatamente rinascimentale", è l'autore di questo quadretto, capolavoro e manifesto dell'autonomia della tecnica della scagliola, libera dal ruolo di "marmo povero". |
Foto 14: La chiesa di S.Niccolò a Carpi ospita due paliotti di raffinata lavorazione, con un virtuosismo nel disegno, classicheggiante, che solo Gavignani ha posseduto. |

Foto 15: paliotto dell'altare maggiore

Foto 16:paliotto di S.Antonio (1666)
SIMONE SETTI, lavora esclusivamente in bianco e nero; di lui ci rimane un vasto repertorio di piani di tavolo; nota comune di tutti è l'armonica impostazione classica, "disturbata" solo talvolta dalla ricchezza decorativa barocca.

Foto 17: Piano di tavolo in bicromia, con allegorie attorno al carro del sole. (1668)

Foto 18: Piano di tavolino ottagonale, presenta un raffinato chiaroscuro ottenuto con leggere incisioni.
E' datato 1659.
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Foto 19:La tecnica della scagliola poilicroma ad intarsio si spinge, alla fine del XVII secolo, a decorare oggetti particolari come questo orologio in legno ebanizzato. |
Dopo un lungo periodo di crisi, in cui la scagliola è relegata a procedimento artigianale, si incontra un breve periodo di rinascita nell'ottocento, in cui la tecnica viene legata molto alle tecniche di stampa monocroma.

Foto 21: Qui sopra lo stemma di Carpi, realizzato da Stefano Diacci nel 1889.
OGGI

Foto 22: Riporto, come auspicio di rinascita di quest'arte, un'opera di un contemporaneo, Stefano Grasselli, realizzata nel 1995.
Foto 23: Qust'altra è opera di un altro contemporaneo, Glauco Nironi, ovviamente...Carpigiano!
LA TECNICA
La scagliola si ottiene dalla selenite (solfato di calcio biidratato) un minerale che in natura si presenta con una caratteristica struttura a scaglie. I pezzi di selenite sono estratti dalle cave (l'Appennino Emiliano, la Lombardia e la Calabria ne sono ricchi) e posti in forno dove alla temperatura di 128° C si disidrata e polverizza.
In seguito la polvere è pestata in un mortaio per polverizzarla completamente, e dopo averla ben setacciata da ogni impurità si ha la polvere bianca detta scagliola. Questa polvere rimescolata all'acqua, tende a ricomporre la sua struttura molecolare originaria, ma il gesso che si ottiene è fragile e tenero.
Verrà quindi mescolata a colle, solitamente colla madre molto diluita, chiamata acqua di colla.
Sulla scelta dei pigmenti per colorare la scagliola gli artisti hanno potuto godere dell'esperienza acquisita nel campo degli affreschi che ha fornito preziose informazioni riguardo la compatibilità con i gessi. Si tratta di tutte le terre naturali e bruciate, dei derivati dell'ossido di ferro e di alcune lacche di origine vegetale (garanza, gialla, viola porporina). Particolare rilievo i neri che sono spesso stati l'unico pigmento, nelle opere monocrome: nero fumo, caldo e intenso; nero di vite, leggermente trasparente; nero avorio, grigiastro e freddo.
La lavorazione avviene su un piano ligneo, si tratti della realizzazione di un piano di tavolo o di un paliotto, dove viene gettato il letto di scagliola per accogliere l'armatura. Questa è prevalentemente fatta di canne palustri, ma ci sono esemplari con armatura lignea o addirittura di cocci di mattone; su di essa si posa la seconda gettata, la coperta.
Perchè tutto sia asciutto e pronto da staccare dalla base lignea occorrrono dai 15 ai 20 giorni. Solo a questo punto viene realizzato il disegno, in genere con l'aiuto dello spolvero del disegno preparatorio. Gli scavi, profondi per il disegno e superficiali per il chiaroscuro, sono fatti con sgorbie a "V", "C" e "U". In seguito avviene il riempimento delle incisioni con paste colorate o monocrome.
L'ultima sequenza è quella della levigatura, con carbon dolce di faggio o salice, e lucidatura a base di olio di oliva e di noce. La lucidatura è molto insistente ed accurata proprio per proteggere il manufatto altrimenti troppo sensibile all'umidità, per garantire insomma buone proprietà di resistenza e impermeabilità.
La lavorazione, secondo questi procedimenti, di un paliotto di medie dimensioni o di un piano da tavolo medio-grande dura circa tre mesi.
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Foto 24:Sezione del supporto: armatura in canne palustri |
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Foto 25:Riproduzione di un cartone preparatorio, forato per eseguire lo spolvero |
PROBLEMI DI CONSERVAZIONE E RESTAURI
Il degrado delle opere in scagliola è principalmente dovuto alla porosità dell'impasto, che subisce in modo sensibile gli sbalzi di umidità.
L'eccessiva umidità è causa dello sfarinamento e di altri mutamenti meno gravi ma "premonitori" di una situazione critica: striature giallastre, imbianchimento, affioramento di muffe. Se avviene un distacco dal supporto, oltre alle cause climatiche bisogna supporre un difetto di lavorazione.

Foto 26: Il restauro di questo tipo di manufatti è molto difficoltoso perchè -ad oggi- il deterioramento che subiscono è ancora da considerarsi irreversibile.
L'unico tipo di intervento proposto è quindi quello restitutivo, integrativo delle parti che siano andate perdute, con un restauro estetico riconoscibile dall'originale.
BIBLIOGRAFIA sull'arte della scagliola
Graziano Manni, MOBILI ANTICHI IN EMILIA ROMAGNA
Poligrafico Artioli, Modena, 1980
Augusto Giuffredi, LA SCAGLIOLA RITROVATA
Comune di Montecchio Emilia, 2001
Colli, Garuti,Pelloni, LA SCAGLIOLA CARPIGIANA E L'ILLUSIONE BAROCCA
Ed. Artioli, Modena, 1990
Eustachio Cabassi, NOTIZIE DEGLI ARTISTI CARPIGIANI
Ed. Panini, Modena 1986
Sito internet del MUSEO DELLA SCAGLIOLA, Comune di Carpi.
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