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patologie del Legno |
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Le patologie del legno. Per comprendere appieno le patologie che possono affliggere i materiali lignei, dobbiamo pensare ad essi come ad organismi viventi che, anche dopo secoli dall’abbattimento dall’albero e dalla loro messa in opera, continuano la loro evoluzione e hanno reazioni ben precise di fronte all’ambiente esterno, sia per difendersi, sia per adattarsi a condizioni ambientali avverse o che, comunque, possono variare per un’infinità di motivi. Quando queste capacità d’adattamento non sono sufficienti a fronteggiare le aggressioni esterne, il legno sviluppa delle patologie che possono portarlo fino alla completa distruzione. Tali patologie possono essere di tre tipi:
Le patologie di tipo fisico sono sempre alla base degli
altri ammaloramenti. Un’ambiente troppo secco porta ad una progressiva
disidratazione del legno, e, quindi, ad una mancanza di elasticità che
può provocare fessurazioni e spaccature a partire dalle zone più
prossime ai nodi; i pori tenderanno ad aprirsi per conferire al legno
la maggior igroscopicità possibile, così quando le condizioni
dell’umidità dovessero cambiare, questo legno si troverebbe ad
assorbire una quantità d’acqua che, oltre ad essere eccessiva in
assoluto, sarà oltremodo eccessiva anche nei confronti del nuovo stato
fisico che si è venuto a creare al suo interno. Tutto questo porterà a
dilatazioni anomale e, quindi, a spaccature, e ad una ritenzione
idrica che, anche se momentanea, ripetuta nel tempo (pensiamo per
esempio all’avvicendarsi delle stagioni) agevolerà la formazione di
colonie di parassiti e ad un progressivo degrado della cellulosa.
Parimenti sarà un eccesso di acqua, magari ciclico, magari veicolante
sali provenienti da murature o da terra che tendono a depositarsi nei
vasi, ricoprendone le pareti o addirittura intasandoli ed
ostacolandone le loro funzioni.
I componenti principali del legno sono: cellulosa (40-60% del peso secco), lignina (20-30%), maggiore è la quantità di lignina, più duro e compatto è il legno, acqua ( 17-60%). L’acqua è suddivisa in acqua di costituzione combinata con la cellulosa e la lignina (essa viene allontanata soltanto con la combustione), acqua di saturazione collegata alle pareti cellulari costituenti i vasi e le fibre, acqua di imbibizione o libera che riempie le cavità cellulari e i pori. In seguito al processo di essiccazione si ottiene una umidità di equilibrio oscillante fra il 10 e il 15% rispetto al peso del legno secco. E’ da notare come gli attuali processi di essicazione in forno, portino ad una costituzione fisico-chimica del legno simile a quella di un legno disidratato, cioè con poro troppo aperto e con i vasi talmente alterati da impedire la normale traspirazione. In base ad un ormai classico meccanismo perverso, ciò porta a dover intervenire con disinfestazioni preventive che hanno conseguenze inquinanti, cancerogene e, comunque, antigieniche notevoli. Si pensi soltanto all’enorme sviluppo delle allergie ed alle patologie da inquinamento domestico. I prodotti usati per tali disinfestazioni (e poi, in seguito, i biocidi e gli antimuffa mescolati alle vernici) hanno la proprietà di essere rilasciati gradatamente nell’ambiente, anche a distanza di anni e, quindi, di venire a contatto dell’uomo. Alcuni di questi prodotti vengono gradatamente proibiti (per esempio il bromuri di etilene del quale l’Italia era uno dei maggiori consumatori) grazie ad una tardiva normativa europea, ma essi vengono sostituiti da altri prodotti del cui grado di tossicità si parlerà soltanto fra qualche anno. Nelle forniture di legname è ammesso un tasso di umidità detto “normale” del 10-12%. Tale normativa, tuttavia, fa riferimento al legname non invecchiato, bensì essiccato in forno. Il legno invecchiato in modo tradizionale può essere considerato ben stagionato ed asciutto già con una umidità intorno al 17%. Un aumento o un calo di qualche punto non comporterà variazioni rilevanti sul suo stato a differenza del legno essiccato, per cui la differenza di due punti di umidità può determinare dilatazioni o restringimenti di notevole importanza.
Si noti la grande differenza che intercorre fra l’umidità ritenuta da un legno conservato in un ambiente riscaldato a legna ed uno con riscaldamento di tipo moderno. Quest’ultimo caso è una delle principali cause del degrado dei mobili antichi che arredano le nostre case, anche perché si tratta di un degrado subdolo, che resta invisibile magari per anni, per manifestarsi all’improvviso, quando un intervento di restauro non può più essere un normale ripristino, ma occorre un’opera di vero e proprio salvataggio spesso assai problematica. Mi capita di sentir attribuire la causa di movimenti anomali e di spaccature del legno alla sua locazione nei pressi di caloriferi; è un grosso errore di valutazione. Il legno sopporta molto bene le differenze e gli sbalzi di temperatura, mentre non tollera l’aria troppo secca che abbiamo negli ambienti moderni e che, oltretutto, è dannosa anche per l’uomo. In casi del genere spesso vengono effettuate operazioni tese unicamente a ridare un aspetto “piacevole” al mobile, trascurando totalmente la sua conservazione. E’ frequente vedere incastri creati in modo da sopportare certi movimenti del legno, ed ora precari per un suo ritiro abnorme dovuto a disidratazione, riempiti di colla, o di resina, o bloccati da spine per ridare loro fermezza. Tali operazioni avranno un destino assai limitato nel tempo, e, quel che è peggio, causeranno rotture irreversibili. Un intervento razionale dovrebbe innanzitutto consistere nel ripristinare condizioni ambientali favorevoli alla conservazione dell’Oggetto, per esempio un riequilibrio dell’umidità ambientale seguito, dopo un certo periodo di tempo sufficientemente lungo per dar modo al legno di riacquistare un certo equilibrio, dal restauro vero e proprio. Purtroppo di fronte al ritmo ed alle esigenze del nostro tempo, spesso un tale approccio al restauro risulta anacronistico, ma è l’unico veramente teso alla conservazione. |
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Ultimo Aggiornamento:. 29/03/09