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Michele Cordaro
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Il concetto di originale
nella cultura
del restauro storico e
artistico
Premessa
Lo scopo essenziale di questa relazione è quello di illustrare le linee
principali e soprattutto il senso della moderna metodologia del restauro
delle opere tradizionalmente intese come opere d'arte (quelle, per
interderci, non riproducibili), al fine di poter verificare la loro
funzionalità operativa anche nel campo della conservazione e del restauro
del film, pur ovviamente nelle dovute e chiare differenze.
Ma saranno trattate anche alcune problematiche relative ad opere d'arte
che, se pure prodotte nel passato, ben prima dell'invenzione della
fotografia e del cinema, per la loro serialità propongono determinazioni e
aspetti ancora più vicini alle caratteristiche del film e dunque
all'individuazione di principi e di metodi utili per un orientamento anche
nel campo del restauro cinematografico.
Ci si riferirà in principal modo ad alcuni esempi di sculture realizzate
in più esemplari per desunzione da un unico modello nell'ambito di una
stessa bottega e di uno stesso ciclo produttivo e alla realizzazione di
incisioni diffuse per mezzo della stampa.
Dai rifacimenti e integrazioni ai primi concetti di Restauro
Cominciamo dunque con l'individuare un dato fondamentale e troppo spesso
poco ricordato: il restauro delle opere d'arte figurative è una esigenza
che nasce soltanto in epoca moderna. Se ne può perfino indicare il momento
: il XVIII secolo, soprattutto nella seconda metà.
Prima di questa epoca il restauro come attività autonoma era una
disciplina sconosciuta, perché i danni che si verificavano su un'opera
d'arte erano semplicemente eliminati sulla base di alcuni interventi ben
chiari : il rifacimento delle parti danneggiate e il completamento di
quelle mancanti. Dunque non esisteva la figura del restauratore con uno
specifico corredo di nozioni o di possibilità tecniche, ma semplicemente
quella dell'artista che interveniva su un'opera fatta da altri.
La prassi dunque dei rifacimenti, delle reintegrazioni, che non si
preoccupavano neppure di imitare le caratteristiche stilistiche, formali o
anche iconografiche dell'opera, era quella prevalente, possiamo ben dirlo,
fino a tutto il Settecento, quando comincia invece a manifestarsi una
individuazione ben chiara dell'autonomia del restauro rispetto alla
pittura e alla scultura.
Nascono di conseguenza
tecniche proprie al campo del restauro. Tanto per citarne alcune, lo
stacco e lo strappo di affreschi, la foderatura dei dipinti su tela, il
trasporto della pellicola pittorica da un supporto su tavola a uno su
tela. Inizia anche in quest'epoca il dibattito intorno alla divaricazione
che ancora oggi esiste tra quanti negano l'opportunità di qualsiasi
manipolazione dell'opera d'arte, indicando nel controllo dell'ambiente
l'aspetto principale e quasi unico della conservazione delle testimonianze
antiche, e quanti invece ritengono che il restauro "rispettoso"
delle singole opere debba essere il dato e il fatto più significativo e
meglio rivelatore della qualità e del significato degli oggetti artistici
nella loro stratificazione estetica e storica.
È da notare che la
problematica del restauro sorge nella stessa realtà culturale, il
razionalismo settecentesco, che vide affermarsi anche l'estetica, intesa
come disciplina filosofica che scopre il senso e la realtà dell'autonomia
dell'arte.
Paradossalmente, avviene di conseguenza che nel momento in cui nasce
l'estetica come disciplina separata, si afferma anche la considerazione
dell'intoccabilità delle opere d'arte, soprattutto di quelle ormai prive
delle funzioni d'uso, dismettendo così tutta una secolare pratica di
manutenzione e di piccoli interventi riparativi che invece erano stati
costante prassi dell'uso e dell'esistenza delle opere d'arte, legate ad
una funzionalità ormai lontana.
Nell'Ottocento si approfondisce, e diviene più contradittoria, questa
esigenza di una considerazione preminente o assoluta dei valori estetici,
sulla base di una presunzione per noi oggi intollerabile : quella di poter
ripercorrere, dinanzi a un'opera danneggiata o modificata nel corso della
sua storia, la possibilità di un ripristino delle condizioni originarie,
cancellando d'un colpo tutto ciò che le epoche successive hanno prodotto
su di essa e quindi presupponendo l'utilità e la possibilità di un
rifacimento, questa volta non più stilisticamente autonomo, bensì
imitando, al limite del falso, le caratteristiche formali dell'opera
lacunosa o dell'opera comunque danneggiata. Sono i restauri alla Violet Le
Duc, per intenderci.
Si può a
questo punto affermare che la tradizione del restauro, d'origine piuttosto
recente, ha sempre oscillato tra rifacimenti e ripristini, con una metodologia
empirica e occasionale, senza individuare quello che è il senso più proprio del
rapporto di studio, di ricerca e di conoscenza con l'opera d'arte che ogni
intervento di restauro impone. |
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