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corso di Intarsio su Legno

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La Storia

 

Parte 1

Parte 2 Parte 3


Da una tesi specialistica di 

 Biagio Ventura, 

studente dell' Istituto

M.T. Caiazzo di Salerno


Indice

La Storia

La Tecnica

Gli Utensili

Le essenze

I Materiali

I Metodi


Esperienze

Intarsio a Buio

Certosino a Toppo

Intarsio a Incastro

Intarsio Pittorico


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Fuseruole e Filetti

Intarsio sorrentino


 

 

 

Storia dell'arte dell'intarsio

 

 

Cos’è  l’intarsio

Si dicono generalmente intarsi dall’arabo “Tarsi”, quelle opere ornamentali o figure ottenute commettendo sopra una superficie piana elementi variamente sagomati di materia diversa (legno, marmo, avorio, pietre colorate, eccetera).

L’intarsio si applica alla decorazione di oggetti, mobili o alla architettura, rientrando nella più vasta categoria delle decorazioni polimateriche ottenute per incastri, inserzioni, incastonature, eccetera.   

 

 Le origini dell’intarsio

La tecnica dell’intarsio ha origini antichissime.

In Egitto, intarsi in avorio e legno appaiono fin dal tempo della prima dinastia in cofanetti decorati con motivi geometrici rinvenuti da molte tombe.

Già nella quarta dinastia, l’intarsio appare usato per i mobili come in alcune portantine ove a sua volta, l’ebano intarsiato con geroglifici d’oro.

 

Nell’Asia Minore, invece, è più diffuso l’intarsio di pietre dure e conchiglie (madre perla) disposte in un letto di bitume, si trovano, però, molti oggetti di uso comune con piccole decorazioni intarsiate di lavoro pregiato, come certe tavolette da giuoco, alcuni strumenti musicali, mobili di lusso ed altro.

Nell’ambito del mondo cretese, si trovano preziose figurine con intarsio di cristallo di rocca, madre perla, legno e oro su steatite. 

 

Nel mondo greco più antico, si trovano solo echi letterali di opere analoghe a queste ora descritte, in genere con riferimento ad oggetti di importazione dall’oriente, ove, nel primo millennio, si mantiene la tradizione artigiana di questa produzione, come documentano intarsi eburnei di Assur o quelli lignei di tasso e bosso di Gordion, appartenenti a mobili o arredamenti.

 

L’intarsio appare intorno al terzo secolo avanti Cristo nelle zone dell’Asia Minore e col passare del tempo si diffonde in Europa ed in particolare in Italia, dove compare con il nome di “tarsia” al tempo dell’Impero romano.

Scatole, cofanetti, oggetti di legno erano generalmente coperti di stucco e di pittura.

L’impiego del legno al naturale era cosa nuova che esigeva l’opera di intarsiatori abili nel ritagliare sottili lamine e nel variare i colori per mezzo dei legni diversi che si potevano rinvenire in Italia come l’ebano, il cipresso, il bosso ed il noce.

Alla fine del XV secolo si ricorse alla tintura. Inizialmente si sfruttò soprattutto il contrasto dei toni chiari, dati dalla fusaggine e dal bosso, e di quelli  scuri per i quali si usavano l’ebano ed il noce.

Le ombreggiature si ottenevano annerendo il legno col ferro rovente quando le lamine erano già applicate con il mastice.

L’invenzione di un procedimento che permetteva di tingere il legno per mezzo della bollitura sarebbe dovuta, secondo il Vasari, a frà Giovanni da Verona, mentre altri attribuiscono la scoperta ai fratelli Lendinara.

 

Inizialmente la tarsia venne detta “certosina” e consisteva in tasselli di essenze di legno, intarsiate con figure semplici e stilizzate, inserite in un asse di massello con incastri tanto perfetti da essere bloccati senza l’uso della colla.

Per più di mille anni non si eseguirono più lavori ad intarsi, poi la tecnica tornò alla ribalta soprattutto in Toscana ove venivano applicate nuove tecniche quali la “tarsia geometrica” che implica la copertura totale della struttura su cui si desiderava riportare l’intarsio con parti di listra (l’impiallacciatura non era ancora stata scoperta) assemblate tra loro. 

 

Solo nel ‘400 i grandi intarsiatori fiorentini cominciano ad impreziosire questa tecnica inserendo le prime regole di prospettiva ed utilizzando delle ombreggiature che donano maggiore effetto a quelli che erano diventati veri e propri dipinti. Come è noto la nuova visione prospettica ebbe un incremento decisivo verso il 1425÷1435 con le dimostrazioni del Brunelleschi e dell’Alberti che traggono spunto dalle vedute delle città.

In questi casi particolare, il decrescere regolare delle mura laterali, simile a quinte teatrali, e le fughe dei lastricati possono facilmente tradursi in strutture lineari.

L’intersezione delle linee di fuga e degli ortogonali, determinano un reticolato di figure semplici, facili da rendere ritagliando le lamine lignee.

Le prospettive urbane non erano solo un esercizio caro agli intarsiatori, ma chiarivano anche la ragione d’essere della loro arte.

Parecchi in  questo periodo sono i cassoni ornati con pannelli di questo genere.

Lo stesso Vasari descrive l’abilità di alcuni intarsiatori  nell’arte di “combinare legni tinti di diversi colori per suscitarne prospettive, viticci ed altri oggett6i di fantasia che eran stati introdotti al tempo di Filippo Brunelleschi e di Paolo Uccello”.  

 

Nel ’500 le difficoltà aumentano: gli intarsi presentano decori costituiti da composizioni di forma geometrica continuamente ripetute fatti con piccoli pezzi di legno tagliati ad uno ad uno cercando di ripetere la stessa forma e le stesse dimensioni.

E’ in questo secolo che, per semplificare il lavoro, si inventa la “tarsia a toppo”, ossia l’unione di varie bacchette di legno nelle forme geometriche che si vogliono riprodurre: l’estremità di queste bacchette riportano esattamente il disegno di cui si ha bisogno, quindi basta incollare tra loro i legni, scegliendo esattamente l’ordine in cui si vuole che appaiano nel decoro, e tagliarli in piccoli strati per ottenere sempre il medesimo disegno con la stessa forma e lo stesso spessore; il lavoro così diventa molto più semplice da eseguire.

Come per tutte le forme artistiche, anche nell’arte dell’intarsio, le evoluzioni portano una maggiore complessità dei soggetti prescelti nei quali vengono introdotti paesaggi caratteristici e scene di vita dell’epoca.

Con il passare degli anni, diventa di moda la lastronatura degli stipi con essenze pregiate, come l’ebano, in modo da consentire l’esecuzione di intagli a basso rilievo (potevano permettersi l’ebano solo committenti di alto rango, e quindi questo materiale veniva spesso sostituito con del pero ebanizzato, cioè tinto di nero).

Altra innovazione del tempo è l’introduzione di seghetti che consentono di ottenere tessere con un taglio molto più preciso e complesso.

 

All’inizio del ‘600 gli intarsiatori italiani lavorano in tutta Europa; in particolare il gruppo stabilitosi in Germania approfondisce una nuova tecnica denominata a “foro e controforo”: si possono ottenere svariati intarsi con il medesimo disegno, ma allo stesso tempo con diverse essenze di differenti colori.  

Per creare un intarsio, secondo questa tecnica, basta prendere vari fogli di impiallacciatura e bloccarli all’interno di due spessori di legno, abbastanza fini da consentire il taglio senza troppa fatica, e seguire il disegno prescelto.

Una volta terminato il traforo, si ricompone il disegno giocando con le varie essenze e seguendo le venature ed i contrasti di chiaro-scuro.

 

Secrètaire boulle

Nel periodo tra il 1600 e 1700 spicca in modo particolare Andrè Charles Boulle (1642 – 1732)che, pur non avendo creato la tecnica dell’intarsio a foro e controforo, diventa famoso per averla perfezionata ai massimi livelli e per aver introdotto nuovi materiali come il metallo, il corallo, bois de rose del Brasile, palissandro dell’India e amaranto della Guyana.

Con l’uso dei materiali quali ottone e madreperla per circa 50 anni, si ricavano mobili molto raffinati adatti alla dimora del Re Sole ed oggi gelosamente custoditi presso il museo del Louvre a Parigi.

Con il ’700 si ricomincia ad usare il legno come materiale primario per questi capolavori.

Molto ricercate sono le angolazione delle venature per gli sfondi assemblati a seconda del taglio del legno.

Gli intarsi che hanno raggiunto livelli di perfezione impensabili, vengono riquadrati da filettature come se fossero veri e propri dipinti incorniciati; questi raffinati disegni sono addirittura progettati da famosi pittori e realizzati con contrasti molto meno appariscenti di quelli del periodo precedente ma con particolari molto più dettagliati e precisi.

 

Il 13 novembre 1738 nasce in Italia Giuseppe Maggiolini, uno dei maggiori intarsiatori della storia. I suoi lavori di grandissima precisione spiccano per la grande quantità di essenze lignee, tutte differenti tra loro; esistono ancora oggi documenti che riportano le difficoltà incontrate per procurarsi più di ottanta tipi diversi di legno e per ottenere quei sottili fogli che permettevano al “maestro” di dare vita a fantastiche composizioni policrome.

Anche nell’ ‘800 la Francia è la culla di nuovi stili artistici che prendono il nome o da un monarca o dal periodo storico che il Paese attraversa: in ondine temporale troviamo lo stile Impero (inizia nel 1804 con l’ascesa in trono di Napoleone e termina intorno al 1815 con il Congresso di Vienna), lo stile Carlo X, lo stile Luigi Filippo e lo stile Napoleone III, che con breve intervallo di tempo, tra l’uno e l’altro, influenzano l’arte variandone piccoli particolari.

In questo secolo i fastosi intarsi geometrici vengono accantonati per passare ad un decoro più lineare e sobrio.

La firma del laboratorio di Giuseppe Maggiolini a Parabiago (Milano) su un cassettone intarsiato conservato nella Villa Reale di Monza.
Comò in stile direttorio (Collezione del Castello di Fontainebleau) realizzato da Guillaume Beneman per il salone della regina Ortensia di Beauharnais, moglie di Luigi Bonaparte.

Con Napoleone I l’arredo acquista strutture soprattutto rettilinee: spariscono le smussature degli angoli e il mobile mantiene solo le linee essenziali, i bronzi sostituiscono parte della marqueterie e vengono applicate al mobile, come già nel ‘700, con piccole viti invisibili dall’esterno.

Alcuni ebanisti continuano comunque ad intarsiare i loro capolavori, prediligendo motivi classici, come anfore e coppe, festoni, corone di alloro e pregiati giochi di fondo ottenuti con differenti tipi di venature accostate tra loro.

Con l’ascesa al trono di Carlo X, per esempio, è di moda l’uso di essenze di legno con colori contrastanti: intarsi molto scuri si staccano completamente dal colore chiaro di fondo.

Attorno al 1830 lo stile Luigi Filippo inverte completamente il gioco di chiaro-scuro del periodo precedente e riprende stili e tecniche precedenti.

Nel 1852 entriamo nel regno di Napoleone III in cui rivivono tutti gli stili precedenti: si ripropongono gli arredamenti del passato come mobili Boulle riprodotti seguendo attentamente le tecniche originali.

Per quanto riguarda i materiali di intarsio di inizio ottocento si può facilmente constatare che la qualità migliora col passare degli anni. E’ verso la fine del secolo che cominciano ad operare quegli intarsiatori che ci introdurranno alle tecniche decorative del nostro secolo; nasce infatti una nuova idea architettonica che si rispecchia come sempre nell’arredamento: l’art nouveau o modern style, presenta come novità il disegno composto da soli elementi vegetali, caratterizzati da lunghi gambi che si intrecciano tra loro quasi sempre riquadrati da composizioni scultoree alquanto fantasiose.

Anche il prezzo degli intarsi si abbassa perché i macchinari sono sempre più sofisticati e consentono maggiori precisioni, rendendo il lavoro facile, veloce e di ottimo risultato.

Scrittoio Art Nouveau realizzato da Louis Majorelle

 

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 Ultimo Aggiornamento: 29/03/09.