Il Restauro del Mobile Antico

la finitura: storia, prodotti e metodi

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R.E.M.

Conservazione e Restauro

 

di P. Paolo Masoni,

Via Borgionera 3   10040  Villardora (TO) 

tel.e fax  011/9359193   cell. 3385808678

 

 

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La finitura del mobile: storia, prodotti e metodi

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Le resine importanti nel campo del restauro si riducono ad una ristretta cerchia.
 

La TREMENTINA è propriamente una oleoresina. Essa scola da screpolature naturali della corteccia, o da incisioni praticate dall'uomo, di varie specie di conifere. In passato le trementine venivano classificate in due grandi categorie: le comuni o di pino e le trementine fini o balsami, estratte dal larice. Le più conosciute sono quella Veneta, di Strasburgo, di Bordeaux, di Jura e di Chio anticamente detta Therebinthos.
La trementina è una materia resinosa, attaccaticcia, giallastra, dal caratteristico odore e dal sapore amaro, acido e contemporaneamente aromatico. Viene usata per solubilizzare la maggior parte delle resine terpeniche, gli oli ed i sali metallici impiegati come siccativi. Da essa si estraggono l'acquaragia o essenza di trementina e la colofonia.

La COLOFONIA è il residuo secco della distillazione della trementina. Si tratta di una resina vetrosa, semitrasparente, fragile e friabile; il suo colore può andare dal giallo chiaro al nerastro.
A livello commerciale le varie qualità venivano catalogate in una rigida classificazione basata fondamentalmente sul colore, partendo da quelle più chiare, per arrivare a quelle più scure che in Francia andavano sotto il nome di brais. Le colofonie erano senz'altro le resine più economiche e le più usate, benché dessero luogo a vernici di scarso pregio per la loro eccessiva fragilità e breve durabilità. Tali caratteristiche sono dovute sia alla sua eccessiva acidità, sia al suo basso punto di fusione.

La MASTICE, ottenuta per essudazione dalla pistachia lentiscus. Veniva prodotta nell'arcipelago greco, in Portogallo, in Marocco e nelle Canarie; la più nota era quella dell'isola di Chio.
Questa resina, che è stata molto usata come protettivo e legante in pittura, è solubile in etere, cloroformio, tetracloruro di carbonio, amil acetato, essenza di trementina, idrocarburi aromatici; è completamente insolubile in wite spirit. I films a base di mastice sono elastici, ma di durata limitata, sono sensibili ai raggi ultravioletti, per cui tendono col tempo ad ingiallire ed a diventare fragili. Per questi motivi veniva spesso utilizzata in soluzione con olio di lino, trementina e altre oleoresine, come nel Megilp del quale si è già parlato.

La ELEMI: sotto tale denominazione venivano annoverate resine di varia provenienza, spesso dotate di caratteristiche molto diverse. In linea di massima si trattava di resine dalla consistenza simile al miele e colore che poteva andare dal grigiastro, al verde, al giallognolo. Essendo dotate di ottima resistenza all'umidità ed alle basse temperature, sono state molto usate nel nord Europa come protettivi e come plastificanti.
Mescolando la elemi con cera d'api, si ottiene una pasta consistente e plastica che in passato veniva usata per stuccature su legno e veniva chiamata cera resina.

La DAMMARA (o DAMAR dalla lingua malese), detta anche resina del Kauri, viene estratta da piante sia fossili che viventi nelle isole Malacche, a Sumatra e in Indonesia. Sotto tale denominazione andava anche una resina proveniente dall'Australia. Solubile in un miscuglio di alcol etilico ed etere, tende ad ingiallire col tempo. Veniva mescolata alle cere per encausto.
Come si può notare le resine non sono mai state classificate in modo preciso, né tantomeno con criteri chimico-fisici, ma, tuttalpiù, seguendo criteri commerciali o di utilizzo pratico. La ricerca su vecchi testi porta spesso all'acquisizione di notizie contraddittorie.

La GOMMALACCA è di origine animale. Essa viene ricavata da un piccolo insetto della famiglia delle coccidee parassita di piante del genere ficus indica, ficus religiosa ecc., la cui linfa fornisce all'insetto il nutrimento necessario alla produzione di un guscio protettivo di lacca. E' interessante notare come quest'insetto produca contemporaneamente materie resinose, coroidi, albuminoidi, zucchero, una materia colorante solubile in acqua ed una solubile nell'alcol. Allorquando gli insetti hanno concluso il loro ciclo vitale, le incrostazioni di lacca vengono raschiate e raccolte, vengono fuse, lavate, seccate ed, infine, filtrate a caldo. I residui della filtrazione (kiri), opportunamente trattati con solventi, possono dare una gommalacca scadente, di colore molto più scuro.
Sovente la gommalacca veniva mescolata con colofonia o con orpimento (altrimenti detto giallo reale o giallo del re: solfuro di arsenico) per ravvivarne i riflessi giallo dorati. La gommalacca è solubile in alcol e negli alcali, da films dotati di grande adesione, brillantezza, elasticità ed idrorepellenza (se stesa a stoppino). Le sue proprietà termoplastiche venivano sfruttate dagli ebanisti per eseguire piccole stuccature prima della verniciatura. Queste qualità, unite ad una relativa facilità d'uso ed al suo costo molto contenuto, ne hanno fatto per tutto l'ottocento la resina per eccellenza nella verniciatura di mobili eleganti, soprattutto intarsiati ed impiallacciati.
Abbiamo visto come le resine servissero alla realizzazione sia di vernici che di pitture, le quali venivano usate soprattutto per la protezione di infissi e strutture edili povere; molto raramente per mobili che, se dovevano essere pitturati, lo erano piuttosto con tempere più o meno forti, a volte direttamente sul legno, a volte su un fondo gessoso, oppure con biacca.

La BIACCA (carbonato basico di piombo) è il colore bianco più usato nell'antichità. Non se ne conosce l'origine, poiché è presente in tutte le civiltà note. Le descrizioni dei metodi di fabbricazione riportate da varie fonti quali Plinio, Teofrasto, Dioscoride, concordano alla perfezione con quelle orientali (enciclopedia giapponese). Nel medio evo la produzione della biacca era detenuta dagli Olandesi, dai Genovesi, dai Veneziani e dai Pisani. Nel 1200 Pisa e Genova la fabbricavano nell'Africa orientale per poi importarla in Italia.
La fabbricazione della biacca, che nell'ottocento subì notevoli trasformazioni a causa dell'industrializzazione, veniva effettuato con un processo che nel medio evo era chiamato "olandese". Consisteva nel far agire sul piombo metallico l'azione simultanea dei vapori di acido acetico, dell'ossigeno dell'aria e dell'acido carbonico. Il metallo veniva fuso in caldaie di ghisa e colato in lamine sottili di 40 - 50 cm. per 10 - 12, dello spessore di cm. 0,05. Questi fogli venivano ottenuti versando una cucchiaiata di piombo fuso in una forma di ferro che ha l'aspetto di una cassetta con i bordi pochissimo rilevati, posta in modo da essere leggermente inclinata. La lamina così ottenuta si raffreddava in pochi istanti e poteva essere prelevata con apposite pinze ed accatastata con le altre. Questo insalubre lavoro veniva dato a cottimo ad operai molto esperti che lo eseguivano con abilità e rapidità sorprendenti. I fogli così ottenuti venivano avvolti a spirale in modo che le superfici delle facce non si toccassero, e posti in vasi di terracotta il cui interno, verniciato, portava a circa un terzo della loro altezza un piccolo rialzo a treppiedi che serviva a sostenere le spirali stesse. Nel fondo di tali vasi veniva versato dell'acido acetici di qualità scadente, oppure dell'aceto mescolato a lievito di birra che ne accentua la fermentazione. I vasi così preparati venivano accatastati in enormi buche, profonde 7 o 8 metri, scavate nella terra e rivestite di muratura, alternati a strati di letame equino fresco, ritagli di piombo scartati nella fusione e ricoperti da tavole di legno, così da formare un pavimento sul quale piazzare un altro strato come il precedente, sino a riempimento della buche stesse. Si calcola che una fossa lunga m.5, larga 3,5 e alta m.7, potesse contenere da 6 a 8000 vasi della capacità di 1000 cm. cubi, per un totale da 9 a 11000 kg. di piombo. A questo punto aveva inizio il processo di fermentazione del letame con lo sviluppo di CO2 e di calore (che non doveva superare i 100°, altrimenti la biacca si sarebbe decomposta con la conseguente formazione di minio) che veniva tenuto sotto controllo mediante la circolazione dell'aria all'interno delle buche stesse. L'aumento della temperatura provocava l'evaporazione dell'acido acetico che in presenza dell'aria circolante tra un vaso e l'altro e dell'acqua, convertiva il piombo in acetato basico di piombo, che veniva poi trasformato in carbonato calla presenza del CO2 sviluppato dal letame.
La durata di questo processo era di circa cinque settimane. E' evidente come occorressero tante buche per poter avere continuità di lavorazione. Durante questo processo, la maggior parte del piombo si era trasformato in biacca che si presentava come una crosta dura aderente ai residui delle lastre; occorreva, quindi, sottoporre le lastre stesse alla "battitura" che consisteva nello staccare la biacca dai residui mediante mazzette di legno. Tale operazione era la più pericolosa di tutto questo processo, poiché provocava lo sprigionarsi di una finissima polvere che veniva respirata dagli operai provocando un lento avvelenamento. E' soltanto verso la metà dell'ottocento, con l'avvento dell'industrializzazione, che tale lavorazione è diventata meno pericolosa. Nonostante ciò, risulta che soltanto nel triennio 1910 - 1912 i ricoveri per saturnismo in Italia siano stati 445. Attualmente l'uso della biacca e delle pitture contenenti piombo è regolato dalla legge n. 706 del 19 luglio 1961, che ne limita drasticamente l'uso.
La biacca è una polvere bianca amorfa, pesante, senza odore né sapore. Dal punto di vista del suo impiego in pittura è sempre stata considerata come il pigmento bianco che da i migliori risultati. Essa è facilmente mescolabile e miscelabile con olio di lino, del quale aumenta il potere essiccativo.
Mescolata con terre da colori morbidi e pastosi. Sul legno veniva stesa direttamente sulla sua superficie o, per ottenere laccature più fini, su un fondo gessoso. Col tempo tende a cavillare. Tale caratteristica ne aumenta la durata, poiché permette una traspirazione ottimale.
Le biacche deteriorate possono essere facilmente ripristinate con ritocchi con colori ad olio, e protette con un sottile velo di cera.
Bisogna prestare particolare attenzione al fatto che molto spesso la pitturazione a biacca veniva effettuata in un periodo successivo alla fabbricazione del manufatto, in sostituzione di un'inceratura deterioratasi troppo velocemente, o per adeguare l'estetica alla mutazione del gusto. In tal caso si impone la scelta di conservare o meno una pitturazione non coeve all'oggetto. Ovviamente la decisione sarà condizionata dalla filosofia del restauro adottata dall'operatore o dalla DL. E dallo stato di conservazione della biacca stessa.

Conclusioni
In conclusione, l'operatore si trova a muoversi contemporaneamente su due piani: la filosofia del restauro e la tecnica che ne consegue. Un moderno restauro, anche se eseguito su manufatti che non possono essere definiti "opere d'arte", deve seguire rigide regole di rispetto verso Oggetti che sono testimonianze uniche ed irripetibili del nostro passato, della vita dei nostri padri, della nostra storia e, quindi, della nostra cultura. E' indispensabile tener sempre presente che qualunque alterazione che venga apportata dal restauratore, è storicamente una falsificazione, e le uniche falsificazioni accettabili sono quelle tese alla conservazione del Bene, cioè, quelle funzionali. Per oggetti che sono destinati anche ad un uso pratico, seguire rigidamente questa regola non è sempre possibile, ma è pur sempre possibile ridurre i compromessi al minimo.

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Ultimo Aggiornamento:. 29/03/09