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La finitura del mobile:
storia, prodotti e metodi

Raramente le cere venivano usate
singolarmente. Il più delle volte si faceva ricorso a miscele per
accentuare certe caratteristiche secondo l'applicazione specifica. Va da
sé che l'inceratura di un portone esposto alle intemperie doveva avere
caratteristiche ben diverse da quella di un mobile di pregio, o di un
mobile rustico. Nel primo caso, per esempio, si arricchiva la cera d'api
con carnauba (questo connubio è stato molto usato a partire dal '600) e
con cera montana, aggiungendo al tutto una resina, mentre per il mobile
di pregio conveniva usare cera d'api, e per quello rustico si ricorreva
magari alla ceresina. Bisogna tener presente che la miscelazione delle
varie cere ha dato luogo ad un numero pressoché infinito di composti che
il più delle volte venivano realizzati artigianalmente e le cui formule
erano tenute segrete. La storia ci ha tramandato, a questo proposito,
episodi eclatanti come, per esempio, quello di Stradivari che morì senza
rivelare i segreti delle sue vernici nemmeno al figlio.
La preparazione
delle cere ha sempre rappresentato un’operazione lunga e di un certo
pericolo dovuto al dover sciogliere la materia prima a caldo col
conseguente pericolo di incendi. Al momento le ditte produttrici di
materiali destinati al restauro possono fornire una gamma completa di
cere che va da quelle più povere e rustiche a quelle più fini, a cere
dotate di ottima idrorepellenza, quelle da stendere a tampone,
dall’effetto estremamente lucido, alle cere da riempimento ...
garantendo una qualità costante che la preparazione artigianale non
permette.
A proposito delle
cere da usare a stoppino, mi capita spesso di vedere (ed anche di
leggere su capitolati redatti da sovrintendenze) mobili di fabbricazione
anteriore all’ottocento trattati a “stoppino” con gommalacca. Si tratta
di un anacronismo imperdonabile. Forse è il caso di dedicare poche righe
all’argomento “gommalacca”, dal momento che in proposito si sono
ingenerate tante confusioni. La gommalacca è una resina organica secreta
da un insetto della famiglia delle Cocciniglie, la Tacardia Lacca,
parassita di varietà di piante del subcontinente indiano. Questo insetto
produce una sostanza resinosa che costituisce una sorta di scudo
protettivo di colore rosso scuro, chiamata “lac” (termine di origine
sanscrita). Alla fine del ciclo vitale di tali insetti, questa crosta
viene raschiata via, lavata, asciugata all’ombra, raffinata per
eliminare i rimasugli degli insetti stessi. E’ interessante notare come
questo insetto produca contemporaneamente materie resinose, cerose,
albuminose, zucchero, una materia colorante solubile nell’acqua ed una
solubile in alcol. Originariamente la lavorazione della gommalacca era
finalizzata esclusivamente all’estrazione del pigmento rosso che le
conferisce la tipica colorazione. Il suo uso in tal senso è citato da
Claudius Aelianus (170-235 d.C.) nel suo Sulla natura degli animali; si
suppone, comunque che tale tintura fosse conosciuta dai Greci da almeno
cinque secoli prima. Venne poi riscoperta dagli Inglesi nel 1790. Col
nome “lac dye”, mescolata col carminio, altro pigmento estratto da
un’altra cocciniglia, veniva usata per tingere l’abbigliamente delle
“Giubbe rosse”. In Italia tale colorante, molto costoso, veniva
commercializzato col nome di lacca rossa, e fu molto ricercato fino a
metà ottocento, quando fu soppiantata dall’anilina decisamente meno
costosa.
In un’opera del
1590, uno scrittore inglese relazionando un viaggio in India, parla di
come nella fabbricazione di suppellettili lignee al tornio, la
gommalacca venisse usata come vernice di rifinitura sfruttandone le
qualità termoplastiche, strusciandone, cioè, un blocco sull’oggetto in
movimento sul tornio. Essa veniva sciolta dal calore provocato
dall’attrito penetrando nelle fibre del legno. Successivamente veniva
lisciata e lucidata mediante paglia o altre fibre vegetali.
E’ presumibile che
in Europa vi fossero sporadici arrivi di tale resina, ma non se ne hanno
notizie certe. Si dice, per esempio, che uno dei segreti del già citato
Stradivari fosse, appunto, l’utilizzo della gommalacca nella
realizzazione delle sue vernici. Quello che è certo è che la sua
commercializzazione su larga scala la si ebbe soltanto durante la prima
metà dell’ottocento ed il suo uso divenne sempre più massiccio fino al
1930, quando fu soppiantata dalle prime nitrocellulose.
Risalgono a questo periodo, nel quale il legno incomincia ad essere
lavorato con sistemi industriali, certe cattive abitudini che persistono
nelle nostre botteghe di restauro. Nella quasi totalità degli
interventi, si procede sistematicamente ad una totale sverniciatura e
riverniciatura dell’Oggetto. Questa metodologia di intervento semplifica
notevolmente il procedimento “concettuale” e, a volte, quello tecnico,
ma, nella sua rozzezza, non sempre perviene a buoni risultati. Il
procedimento di inceratura che viene usato ormai come consuetudine si
può riassumere in questi termini (tralasceremo per ora le incerature ad
encausto):
- colorazione con “ rolla” diluita in
acqua o con anilina in solvente alcol, o con pigmenti di ultima
generazione;
- fondo con gommalacca stesa a
pennello;
- pagliettatura leggera;
- inceratura.
Tralasciamo ora l'argomento
sverniciatura, già trattato in un precedente capitolo, e soffermiamoci
sulla colorazione e rifinitura. Anticamente il legno veniva tonalizzato
in due modi: con una soluzione acquosa pigmentata dal mallo delle noci
(la cosiddetta rolla è figlia di tale colorante), o con terre sciolte in
soluzioni oleose od olioresinose. Spesso queste ultime vernici erano
usate come fondo per la cera, soprattutto nel trattamento di legni dolci
e, quindi, caratterizzati da un forte potere assorbente. Purtroppo
attualmente viene fatto un grande uso di aniline o, peggio, dei moderni
pigmenti a base di ossidi in soluzione solvente. Questi ultimi, a parte
la loro opacità e, quindi, i risultati scadenti a livello estetico, non
resistono ai raggi ultravioletti e si deteriorano molto velocemente; le
aniline, il più delle volte sono anacronistiche essendo state
sintetizzate da Hofman intorno al 1850. La loro trasparenza si adatta
più alle verniciature con gommalacca che con quelle a cera.

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