Il Restauro del Mobile Antico

la finitura: storia, prodotti e metodi

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R.E.M.

Conservazione e Restauro

 

di P. Paolo Masoni,

Via Borgionera 3   10040  Villardora (TO) 

tel.e fax  011/9359193   cell. 3385808678

 

 

 pierpaolomasoni@tin.it


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La finitura del mobile: storia, prodotti e metodi

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Raramente le cere venivano usate singolarmente. Il più delle volte si faceva ricorso a miscele per accentuare certe caratteristiche secondo l'applicazione specifica. Va da sé che l'inceratura di un portone esposto alle intemperie doveva avere caratteristiche ben diverse da quella di un mobile di pregio, o di un mobile rustico. Nel primo caso, per esempio, si arricchiva la cera d'api con carnauba (questo connubio è stato molto usato a partire dal '600) e con cera montana, aggiungendo al tutto una resina, mentre per il mobile di pregio conveniva usare cera d'api, e per quello rustico si ricorreva magari alla ceresina. Bisogna tener presente che la miscelazione delle varie cere ha dato luogo ad un numero pressoché infinito di composti che il più delle volte venivano realizzati artigianalmente e le cui formule erano tenute segrete. La storia ci ha tramandato, a questo proposito, episodi eclatanti come, per esempio, quello di Stradivari che morì senza rivelare i segreti delle sue vernici nemmeno al figlio.

La preparazione delle cere ha sempre rappresentato un’operazione lunga e di un certo pericolo dovuto al dover sciogliere la materia prima a caldo col conseguente pericolo di incendi. Al momento le ditte produttrici di materiali destinati al restauro possono fornire una gamma completa di cere che va da quelle più povere e rustiche a quelle più fini, a cere dotate di ottima idrorepellenza, quelle da stendere a tampone, dall’effetto estremamente lucido, alle cere da riempimento ... garantendo una qualità costante che la preparazione artigianale non permette.

A proposito delle cere da usare a stoppino, mi capita spesso di vedere (ed anche di leggere su capitolati redatti da sovrintendenze) mobili di fabbricazione anteriore all’ottocento trattati a “stoppino” con gommalacca. Si tratta di un anacronismo imperdonabile. Forse è il caso di dedicare poche righe all’argomento “gommalacca”, dal momento che in proposito si sono ingenerate tante confusioni. La gommalacca è una resina organica secreta da un insetto della famiglia delle Cocciniglie, la Tacardia Lacca, parassita di varietà di piante del subcontinente indiano. Questo insetto produce una sostanza resinosa che costituisce una sorta di scudo protettivo di colore rosso scuro, chiamata “lac” (termine di origine sanscrita). Alla fine del ciclo vitale di tali insetti, questa crosta viene raschiata via, lavata, asciugata all’ombra, raffinata per eliminare i rimasugli degli insetti stessi. E’ interessante notare come questo insetto produca contemporaneamente materie resinose, cerose, albuminose, zucchero, una materia colorante solubile nell’acqua ed una solubile in alcol. Originariamente la lavorazione della gommalacca era finalizzata esclusivamente all’estrazione del pigmento rosso che le conferisce la tipica colorazione. Il suo uso in tal senso è citato da Claudius Aelianus (170-235 d.C.) nel suo Sulla natura degli animali; si suppone, comunque che tale tintura fosse conosciuta dai Greci da almeno cinque secoli prima. Venne poi riscoperta dagli Inglesi nel 1790. Col nome “lac dye”, mescolata col carminio, altro pigmento estratto da un’altra cocciniglia, veniva usata per tingere l’abbigliamente delle “Giubbe rosse”.   In Italia tale colorante, molto costoso, veniva commercializzato col nome di lacca rossa, e fu molto ricercato fino a metà ottocento, quando fu soppiantata dall’anilina decisamente meno costosa.

In un’opera del 1590, uno scrittore inglese relazionando un viaggio in India, parla di come nella fabbricazione di suppellettili lignee al tornio, la gommalacca venisse usata come vernice di rifinitura sfruttandone le qualità termoplastiche, strusciandone, cioè, un blocco sull’oggetto in movimento sul tornio. Essa veniva sciolta dal calore provocato dall’attrito penetrando nelle fibre del legno. Successivamente veniva lisciata e lucidata mediante paglia o altre fibre vegetali.

E’ presumibile che in Europa vi fossero sporadici arrivi di tale resina, ma non se ne hanno notizie certe. Si dice, per esempio, che uno dei segreti del già citato Stradivari fosse, appunto, l’utilizzo della gommalacca nella realizzazione delle sue vernici. Quello che è certo è che la sua commercializzazione su larga scala la si ebbe soltanto durante la prima metà dell’ottocento ed il suo uso divenne sempre più massiccio fino al 1930, quando fu soppiantata dalle prime nitrocellulose.

Risalgono a questo periodo, nel quale il legno incomincia ad essere lavorato con sistemi industriali, certe cattive abitudini che persistono nelle nostre botteghe di restauro.  Nella quasi totalità degli interventi, si procede sistematicamente ad una totale sverniciatura e riverniciatura dell’Oggetto. Questa metodologia di intervento semplifica notevolmente il procedimento “concettuale” e, a volte, quello tecnico, ma, nella sua rozzezza, non sempre perviene a buoni risultati. Il procedimento di inceratura che viene usato ormai come consuetudine si può riassumere in questi termini (tralasceremo per ora le incerature ad encausto):

  • colorazione con “ rolla” diluita in acqua o con anilina in solvente alcol, o con pigmenti di ultima generazione;
  • fondo con gommalacca stesa a pennello;
  • pagliettatura leggera;
  • inceratura.

Tralasciamo ora l'argomento sverniciatura, già trattato in un precedente capitolo, e soffermiamoci sulla colorazione e rifinitura. Anticamente il legno veniva tonalizzato in due modi: con una soluzione acquosa pigmentata dal mallo delle noci (la cosiddetta rolla è figlia di tale colorante), o con terre sciolte in soluzioni oleose od olioresinose. Spesso queste ultime vernici erano usate come fondo per la cera, soprattutto nel trattamento di legni dolci e, quindi, caratterizzati da un forte potere assorbente. Purtroppo attualmente viene fatto un grande uso di aniline o, peggio, dei moderni pigmenti a base di ossidi in soluzione solvente. Questi ultimi, a parte la loro opacità e, quindi, i risultati scadenti a livello estetico, non resistono ai raggi ultravioletti e si deteriorano molto velocemente; le aniline, il più delle volte sono anacronistiche essendo state sintetizzate da Hofman intorno al 1850. La loro trasparenza si adatta più alle verniciature con gommalacca che con quelle a cera.


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Ultimo Aggiornamento:. 29/03/09