cristo deposto 

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Il Cristo deposto La rassegna Stampa Esposizione al Museo diocesano di Milano  

A cura di

ueste pagine sono curate da

Ezio Flammia 

 

Già docente di disegno e storia dell'arte


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"Cristo Deposto" della Chiesa della Madonna di Campanile di Frasso Telesino (BN)

Opera in cartapesta della fine del Settecento

Il Cristo Deposto, della Chiesa della Madonna di Campanile, è un'opera "canonica" per essere utilizzata durante i riti pasquali. E' stata realizzata in cartapesta alla fine del '700, da un ottimo maestro cartapestaio (N.1). E' ipotizzabile che la scultura provenga da una bottega di Napoli dove, tra il XVI e XVII sec. fiorisce l'arte della cartapesta (N.2). 
La scultura è a grandezza naturale, con il collo e gli arti inferiori piegati, misura mt.1,63 (N.3). Il corpo è in posizione sia per essere adagiato su un cataletto per un allestimento in Chiesa, e sia per il trasporto processionale.

N.1 L'opera è annotata in un documento d'archivio di Gambacorta della metà dell''800. Dal documento (fornito da Vincenzo Simone) si evince che l'opera è già presente nella Chiesa da diversi anni, è immaginabile che sia stata commissionata quando furono completati i lavori del Monumento settecentesco.

N.2 La cartapesta napoletana, dopo la seconda metà del settecento, influenza, altre aree del Sud dell'Italia (Lecce, Matera, Nola).

N.3 Se fosse in piedi, il Cristo misurerebbe m. 1.70.

 

 

Il Cristo a restauro concluso

 

 

La scultura è leggerissima, pesa Kg. 5 ed è stata foggiata entro calchi di gesso (stampi). Le giunture tra le forme, ottenute dagli stampi, si notano, prevalentemente, lungo i fianchi del Cristo. La carta di stracci, impiegata a più strati, è di colore avorio dovuto anche all'invecchiamento. Il modellato di carta, rafforzato all'interno da distanziatori di legno, è gessato con solfato di calcio di Bologna e colla totin.

 

 

L'ottima preparazione a gesso conferisce alla leggera scultura una consistenza materica che le ha permesso di conservarsi sino ad oggi. Il corpo atletico del Cristo (N.4 ) è asciutto con numerose ferite enfatizzate dalla perizia esecutiva: sollevamento dei tessuti, "carne viva" grondante di sangue, a rivoli, a gocce, raggrumato, sporco di polvere ecc. Le ferite sono circondate da un colore grigio-verdastro a simulare l'ematoma, conseguente il ferimento. 

N.4 E' ipotizzabile che il torace e le gambe del Cristo, per l'accurata realizzazione anatomica, siano stati eseguiti da calchi realizzati su un modello umano.

 

 

Il volto del Cristo, con il "pallor della morte", è modellato nell'atteggiamento di estrema sofferenza: fronte grondante di sudore e sangue, occhi chiusi, bocca semichiusa, espressione di chi esala l'ultimo respiro per gli "indicibili patimenti". Il volto, dal profilo greco, è circondato da una bella chioma fluente di color castano scuro e dalla classica barba alla Nazzarena a due punte. 

Il Cristo Deposto è una pregevole scultura dell'iconografia devozionale del settecento, espressione della "pietas che muove a compassione". L'opera può essere inserita in quella tendenza barocca o tardo barocca che, "enfatizzando sentimenti estremi", vuole indurre a meditare sulla vanitas.
Sculture di questo tipo si conservano ancora in alcune Chiese(N.5), in prevalenza nel Sud dell'Italia, per la consuetudine di esporle durante i riti pasquali circondate da candele o portate in processione, unitamente alla Madonna Addolorata. 
Le statue, dopo l'utilizzo pasquale, si conservano in apposite teche, collocate in loculi, come nella Chiesa di Campanile o nel vano sotto l'altare.

Volto del Cristo dopo il restauo

 

N.5 Sculture del genere, realizzate con materiale diverso, si trovano a Napoli in :Gesù Nuovo, S. Maria del Caravaggio, S. Maria La Nova, Santa Brigida, Santa Caterina a Chiaia

 

 

Stato di conservazione La scultura, ha subito, in passato, un intervento di restauro fuorviante per una corretta lettura dell'opera: una verniciatura, con gommalacca, del tipo adoperato dai falegnami per i mobili. Il corpo del Cristo, dalle sembianze mimetiche, reso da un ottimo modellato in carta e da un'accurata colorazione, è stato contraffatto dalla verniciatura che le ha fatto assumere un aspetto monocromo, con la conseguente perdita dei suoi valori estetici, religiosi e materici.
La gommalacca, lucida e di colore marrone, copre la cromia della statua, modificandola, facendola somigliare vagamente ad una superficie di legno. Dopo l'eliminazione della gommalacca si sono svelate le finalità perseguite dall'incauto verniciatore: coprire lo sporco, nascondere le numerose gocciole di cera presenti su tutto il corpo del Cristo e confondere le incrinature come se fossero spacchi del legno. 
Le mani erano, in origine, collegate al corpo e i piedi incollati tra loro. Lo scollamento degli arti ha reso più fragile la materia di cartapesta e, forse a causa dei traslochi, ripetuti nel tempo dalla sede (dove era conservato il Cristo) all'allestimento dei Sepolcri, si sono prodotte rotture, nell'avambraccio, nell'omero di destra, nelle giunture delle falangi delle mani, nella falangetta del terzo dito del piede di destra, nel basso ventre, nel perizoma e lievi incrinature ovunque.
Dopo l'eliminazione della vernice, risulta che la tecnica impiegata per colorare la scultura è la tempera (pigmento stemperato con colla di coniglio); lo strato cromatico è patinato a velature e rifinito a cera. Le numerose sgocciolature delle candele, cadute bollenti sul corpo del Cristo, hanno corroso, localmente, la sottile pellicola pittorica.

Ritocchi ad olio si notano sulla coscia sinistra, sono stati aggiunti dall'autore dell'opera, dopo la finitura a cera per ripensamenti o forse per ammorbidire e amalgamare le sfumature cromatiche dell'incarnato.
Il modellato di carta, prima della gessatura è stato fuocheggiato (
N 6), lievi bruciature della carta si notano nel retro per lo strato sottile della preparazione. 
Piccole tracce d'ombreggiature realizzate a fumo di candela (
N 7) sono presenti nelle pieghe del perizoma. 
Le velature e le sfumature a fumo di candela furono eliminate quasi totalmente in passato: l'opera fu sottoposta, probabilmente, a qualche lavaggio con sostanze inadatte che hanno causato, in alcuni punti, abrasioni.

N 6 Focheggiatura o fuocheggiatura: i cartapestai, per ottenere le superfici e panneggi levigati e ben modellati, "stiravano" la cartapesta con ferri roventi. I ferri causavano, a volte, delle bruciature.

N.7 Fumeggiatura: era un sistema di ombreggiare il colore con il fumo di candela. 

Interventi di restauro: Particolare della pulizaia di una gamba del cristo

  • Disinfestazione dell'opera "sotto vuoto" per l'eliminazione di microrganismi;

  • Eliminazione della polvere tramite spennellatura e leggere sfregature con batuffoli di cotone con acqua distillata e ammoniaca al 5%;

  • Eliminazione della vernice gommalacca: sfregamenti con batuffoli di cotone impregnati d'alcool etilico; al termine dell'azione pulente più passaggi sulla superficie con fiocchi di cotone imbevuti d'essenza di trementina;

  • Eliminazione dello sporco e della fuliggine di candela con soluzione basica;

  • Eliminazione delle gocciole di cera tramite bisturi e/o con essenza di trementina;

  • Le rotture, le incrinature sono state risanate tramite primal e acquatec;

  • Stuccature nel perizoma con gesso Bologna e colla animale; 

  • Risarcimento della pellicola cromatica ad Acquerello;

  • Vernice finale opaca e cera d'api.

L'opera, per espresso desiderio della signora Maria Filomena Norelli, è stata restaurata a memoria del marito, il sig. Pasquale Franco. Con quest'iniziativa, voluta e caldeggiata da Don Valentino Di Cerbo, la Chiesa di Campanile si dota di un'altra opera recuperata al degrado e restituita alla sua funzione di devozione 

Il Cristo Deposto, oltretutto, ha una valore storico, per la comunità di Frasso, doveva far parte del primitivo patrimonio artistico-religioso della stessa Chiesa (N.8).

N.8 Le opere in cartapesta, per la fragilità della materia, sono da considerare rare poiché ne sopravvivono in numero ridotto rispetto alla produzione sette/ottocentesca. Cristi in cartapesta furono realizzati in grande quantità in diverse regioni d'Italia tra il '7 - '800: a Lecce Pietro Surgente (1724 1827) "fu soprannominato Mesciu Pietru de li Cristi per la frequenza del tema trattato nella sua produzione" (C.Ragusa)

 

 


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 Ultimo Aggiornamento: 29/03/09.