antico arredo d'altare

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Queste pagine sono curate da

Ezio Flammia 

 

Già docente di disegno e storia dell'arte

 

 

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La stuccatura

La colorazione

Pulire gli accessori

La finitura del mobile

Finitura a cera

Finitura a Gommalacca

 


 

 

Sommario della Sezione:

Principi di Restauro

Il Laboratorio

Schede  tecniche

Ricettario

Glossario

 

 

 

Restauro di quattro candelieri e di un Crocifisso, provenienti dalla chiesa della Madonna di Campanile di Frasso Telesino

I quattro candelieri di legno dorato, unitamente ad altri due scomparsi (N. 1) e al Crocifisso, dovevano far parte del primitivo arredo della chiesa (collocati sull'altare maggiore, si armonizzano con l'architettura coeva dell'edificio stile "barocchetto" del XVIII sec.).  

N. 1 I due candelieri mancanti sono stati integrati da copie, scolpite in legno, con perizia, da un ebanista novantenne e dorati dal  restauratore.

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Candelieri a restauro terminato (due sono stati ricostruiti)

Costruiti su basamento a sezione triangolare, con profilo smussato, sono eleganti e raffinati, nonostante la loro imponente presenza (alti cm. 115). Motivi ornamentali e architettonici tipici del tardo barocco, decrescendo verso l'alto, snelliscono la struttura. Questi, elementi decorativi e strutturali, sono presenti dal basamento (su tre piedi) alla coppa (corolla) che contiene il bicchiere per l'inserimento della candela. Motivi d'ispirazione floreale si notano, alla base, sulle superfici convesse e, in alto, nei petali arricciati della coppa. Intagliati con maestria da un ebanista, forse collaboratore della stessa bottega dello scultore, autore dell'interessante Crocifisso, i candelieri sono stuccati a gesso, apprettati con bolo armeno e dorato secondo una tecnica applicata diffusamente nel sei-settecento: "Doratura a mecca"

Il Crocifisso

La Base della croce è, rispetto ai candelieri rivestita di foglia d'oro nelle parti più aggettanti: riccioli, motivi floreali, ondulazioni arabescate per meglio far risaltare l'effetto luministico e la fluidità degli elementi decorativi; di foglia d'argento meccato e "mattato" nelle superfici che fanno da ripiani o da supporto ai motivi florali aggettanti. Lo stesso procedimento si può notare nella doratura della croce, anche se con tonalità lievemente diversa, i due bracci sono "mattati" mentre la cornice e i tre "puntali" (terminali delle due assi) sono rilucenti e decorati.  

La base, sia per la sua valenza simbolica, (rappresenta il luogo dove fu posta la croce), sia per la centralità compositiva-spaziale, (è collocata tra i sei candelieri) e sia per la funzione statica, (sorregge la croce con il Cristo), è l'elemento più voluminoso, reso leggiadro da motivi fitoformi, da ripiani bombati e da una rastremazione verso l'alto dal profilo mistilineo, arricchito da "piattine" ricurve e traslucide, terminanti in volute e controvolute.

La base, rispetto ai candelieri, rispecchia di più il gusto decorativo del rococò.

Il Cristo è un'opera di legno policromo pregevole, magistralmente scolpita da un artista del 700'. Il Cristo è modellato con una precisione anatomica straordinaria e finemente dettagliato: il capo, lievemente piegato alla sua destra, é coronato da un serto di spine con grossi aculei che, oltre a far stillare dalla fronte gocce e rivoli di sangue, recinge la scura chioma fluente raccolta sul lato dell'inclinazione; le guance e il mento sono ricoperti da una barba incolta (perciò detta alla Nazzarena), terminante in due piccole volute; le palpebre socchiuse, la bocca semiaperta dalla quale s'intravedono la lingua e i denti; il naso ben profilato dalle narici sanguinanti; la fronte e le sopracciglia corrucciate. Le mani e i piedi sono modellati con un'attenta definizione degli arti in tensione, trafitti da grossi chiodi di ferro. Sono dettagli significanti di una scultura devozionale rappresentante il martirio salvifico.

La meticolosità plastico-cromatica perseguita dallo scultore dell'icastica rappresentazione é resa nella consapevolezza di suscitare commozione. Persino nel teschio, nella parte inferiore della Croce (in origine doveva essere sovrapposto a due tibie incrociate), si notano dettagli interessanti, come la goccia che stilla da una ferita dei piedi inchiodati e che imprime la sua traccia sull'osso parietale.

I particolari del Cristo, dalle dimensioni modeste (alt. cm.0,40), definiti con estrema precisione come delle cesellature, si possono ammirare solo da vicino. I fedeli che si trovano ad una certa distanza dall'altare, non possono notare i dettagli minuti, possono percepire, dell'insieme, solo l'emblematica passione del Cristo. Altro elemento da rilevare è che la rappresentazione del martirio si evidenzia nella sua drammaticità solo se si stacca il Cristo dalla croce, si è notato durante il restauro e si può osservare, in misura ridotta, nell'analizzare le foto che documentano le fasi operative del recupero conservativo.

Il Cristo, riposto sulla maestosa croce dorata (alt. cm. 164), ricca d'elementi decorativi e contornata da sfavillanti e rilucenti fasci raggiati, assume un aspetto ieratico di gran bellezza. Il colore chiaro dell'incarnato, maculato dalle ferite sanguinanti e tumefatte o dai lividi delle frustate, non accentua la drammaticità della passione, anzi, perde d'intensità per l'effetto della percezione dei valori cromatici della dominante luministica e splendente dell'oro.

Stato di conservazione

I quattro candelieri erano nella condizione che precede lo "stadio di Thànatos", descritta da Cesare Baldini, nella "Teoria del restauro" (Firenze 1978): tarlati e rovinati dappertutto. Le basi erano le parti più compromesse: i piedi erano quasi tutti distrutti, solo in uno s'intravedeva l'aspetto originario. Cadute di stucco con doratura, erano presenti ovunque, una coltre di polvere, di sporco e residui di cera, avvolgevano gli oggetti; l'intera struttura di legno era fragile, gli angoli erano quasi tutti distrutti. Gli insetti xilofagi avevano devastato il legno tale da lasciare in alcuni punti la sola crosta di gesso. La doratura superstite, che era ovunque abrasa, lesionata e solcata da una miriade di segni scuri sottili come capillari, aveva perso la sua compattezza e adesione al legno.

La base della croce, rispetto ai candelieri, era in una condizione in apparenza accettabile, nel senso che tutti gli elementi mantenevano la loro forma. Rotture erano presenti: in basso, nei due elementi che sorregono le due grosse volute e, in alto, nel "piedritto" dove s'innesta il braccio della croce. Anche qui i tarli avevano scavato una miriade di gallerie rendendo fragile il legno. Cadute di stucco con dorature erano presenti in prossimità delle rotture e degli spigoli.

La croce aveva i due bracci sconnessi, rotture nella raggiera (mancavano i terminali di quattro fasci di luce) e nel "cartiglio del titolo" (nelle parti estreme). Cadute di stucco con doratura, si notavano nei listelli che incorniciavano i ripiani dei bracci della croce, nei puntali (baccelli, conchiglie, rosette) e nell'incrocio degli assi. Macchie nella doratura. 

Il Cristo, aveva: il braccio sinistro staccato e il destro con principi di separazione; fori di tarli (vistosi), su tutto il corpo; la mano destra era priva dell'indice; una rottura alla fine dello svolazzo del perizoma; lievi macchie di sporco e residui di gocce di cera ovunque; la corona di spine con qualche ramo rotto.

Interventi

Disinfestazione con prodotto antixilofagi ad imbibizione e a pennello su tutte le superfici di legno scoperte in due riprese e in apposita camera chiusa; velatura con carta di riso e colletta su tutti i frammenti dorati (superstiti) per agevolare l'intervento di consolidamento del legno; rimozione dello strato di polvere e sporco, mediante aspirazione, spennellatura e tamponatura con miscela basica (acqua e ammoniaca) al 20%; consolidamento del legno con paraloid B72 in soluzione crescente dal 5 al 10 % in diluente alla nitro; fissaggio delle superfici stuccate e sollevate dal supporto con colla animale e primal; reintegro delle lacune con gesso di Bologna e colla totin; apprettatura con bolo armeno di colore giallo; brunitura con pietre d'agata; doratura "a missione" e "a guazzo" e meccatura con alcool gomma lacca e colori; per le pari mancati (peduncoli, raggi, petali arricciati, dito, svolazzo del perizoma) è stata impiegata la pasta di legno e/o lo stucco forte ( scagliola, primal e colla di coniglio).

I piedi delle basi mancanti sono stati ricostruiti con pasta di legno dentro uno stampo di gomma siliconica ricavata dall'unico elemento superstite.

Verniciatura finale per nebulizzazione d'alcool e velatura di cera d'api. (N. 3)

N. 3 Se queste opere ritornano in sede e restituite alla loro funzione liturgica, è merito di Don Valentino Di Cerbo che, dando corso alle iniziative rivolte al recupero del patrimonio artistico-religioso di Frasso, è riuscito a risanare opere destinate a sicuro disfacimento.

 


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Ultimo Aggiornamento: 29/03/09.