precedente
La leggenda dei petroglifi
di
Paolo Maccioni
Da ube non si torrat ses bennìdu,
ne ischis cando torras a partire.
[Antioco Casula "Montanaru"- "A s'òmine"]
Nel corso di un prolungato soggiorno in Sardegna, il celebre romanziere e poeta inglese David Herbert Lawrence udì e fece propria un’antica leggenda sull’origine dei graffiti rupestri sardi. La sua traduzione in inglese comparve fra i manoscritti di “Sea and Sardinia”, ma non nell’edizione del volume che Lawrence pubblicò nel 1921.
Apprendo senza sorpresa che la versione in italiano venne tradotta da quella in inglese anziché dall’originale in sardo:
Nel villaggio di Ur un ragazzino si distingueva fra i suoi coetanei. Il suo nome era Meskiag-Nannar, o più semplicemente Nannar; era longilineo, più alto della media e singolarmente silenzioso. Nessuno scagliava i sassi e sputava più lontano di lui.
Una mattina d’estate, la sua curiosità lo spinse ad avventurarsi in una domu de jana. All’interno vi era fresco, umido ed una penombra di incanto e di timore. Nannar volle toccare con la propria mano la superficie fredda e ruvida della roccia; quindi, mosso da un impulso incontrollabile, prese a tracciare con una pietra appuntita un tratto di figura umana con le braccia aperte.
Tornò in quella roccia cava più volte, deciso a completare la figura ed a rifinirla. Le aggiunse gli arti inferiori e l’organo sessuale. In seguito incise altre figure simili.

Petroglifi antropomorfi (modificati): A) Tomba Branca, Cherémule (SS), B) Sas Concas, Onifèri (NU). Eneolitico (2.600 - 1.800 a.C.)
In un angolo descrisse due figure intrecciate, che rese sul piano parevano una sopra l’altra; le gambe dell’una, infatti, erano il prolungamento delle braccia dell’altra. La figura inferiore di quell’intimo intreccio doveva rappresentare sé stesso: l’organo sessuale in manifesta erezione, che già la pubertà gli sconvolgeva gli istinti e presto anche lui avrebbe compiuto il magico rituale dell’accoppiamento. La figura superiore doveva essere una femmina qualsiasi, oppure una in particolare. Magari Kudda, la ragazza del villaggio che cominciava a tormentare il suo desiderio palpitante.
Tracciò poi tre figure collegate fra loro; una più piccola delle altre due. Rappresentavano sé stesso con i suoi genitori, o forse la famiglia cui avrebbe dato luogo con la ragazza dei suoi desideri. Sulla parete opposta incise un laborioso reticolo di sagome riccamente intrecciate, sicuramente simboleggianti l’intera comunità del villaggio, che sembravano osservare ed approvare compiaciute l’intreccio delle due figure accoppiate nell’abbraccio.
Quel lavoro impegnativo e segreto non fu scoperto da nessuno; i suoi ritiri nella domu de jana non insospettirono poiché Nannar era solito appartarsi e la sua indole taciturna era conosciuta.
Tornò nella grotta con un amico; gli suggerì di nascondersi con lui là dentro per riparare dalla caccia dei compagni di giochi: usavano dividersi in cacciatori e prede e si sparpagliavano a turno per la valle. Il gioco poteva durare un’intera giornata. Quella volta gli era toccato fare le prede e nell’attesa ebbero a scoprire quelle magiche figure. Nannar simulò la scoperta con il suo coetaneo, che provò un brivido, ed anche Nannar, pur nella simulazione, avvertì una scossa. Quando sopraggiunsero gli amici, che ormai avevano scoperto il loro nascondiglio, il gioco della caccia si interruppe. Tutti parteciparono all’incanto di quella scoperta.
Vennero poi condotti gli adulti ad ammirare quegli uomini raffigurati nella pietra della grotta. Gli anziani del villaggio attribuirono a quei misteriosi segni un significato magico e sostennero che dovevano essere stati incisi dagli avi in tempi antichi per propiziare gli spiriti, affinché assicurassero fertilità, prole sana e coesione della comunità. Quella scoperta casuale dei ragazzi aveva rinnovato l’auspicio presso gli spiriti e gli anziani fecero previsioni di giorni fausti a venire. Nessun omicidio si sarebbe consumato presso le famiglie della comunità, nessuna rivalità si sarebbe accesa nel villaggio, nessuna gravida avrebbe dato alla luce prole deforme.
Meskiag-Nannar non rivelò mai di essere l’autore di quei disegni. Mai avrebbe potuto confessare che quei simboli non provenivano dagli auspici dei Nobili Padri, ma dalla sua mano adolescente. La sua riservatezza avrebbe celato il proprio animo trepidante innamorato di Kudda, che gli aveva ispirato la raffigurazione dell’unione con lei.
Quell’amore era inconfessabile ed infatti Meskiag-Nannar non lo confessò.
continua...
Fonti: http://www.paolomaccioni.it - http://nuraghelogia.blogspot.com
precedente
|