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Amuleti per il neonato in Sardegna

Tratto da: http://www.ambulatorio.com

pinnadelluLa Sardegna è una terra antica, ricca di consuetudini e tradizioni che si sono conservate durante i secoli nonostante l’influenza dei popoli che l’hanno colonizzata. L’isolamento dovuto all’insularità, soprattutto della popolazione dell’interno, ha determinato il fiorire di superstizioni e credenze popolari che accompagnano tutte le età della vita dell’uomo, dalla nascita alla morte.


Nei tempi antichi il neonato era un essere “sconosciuto”, veniva da un mondo ignoto e faceva paura. Il rituale di accoglienza nella comunità prevedeva un insieme complesso di riti pagani e cristiani e culminava nel battesimo. Una volta “riconosciuto” come parte integrante della società era necessario difenderlo dall’influsso negativo delle forze del male, dalle malattie e dal malocchio contro i quali venivano utilizzati diversi oggetti: amuleti, pendenti con simboli fallici, pietre preziose, scapolari e quant’altro.

 


 

 

Ma quanto sono ricordati e utilizzati questi oggetti nella società attuale?

Qualche anno fa, grazie alla distribuzione di un questionario, ho avuto l’occasione di intervistare i genitori dei neonati ricoverati nel Reparto di Terapia Intensiva Neonatale di Cagliari su questo argomento. Ho chiesto loro se ricordassero particolari monili, oggetti scaramantici o atteggiamenti legati alla superstizione e se intendessero utilizzarli per il loro bambino e per quale motivo. Le risposte lasciano intravedere un panorama complesso che, nonostante la società in continua evoluzione, mantiene vive vecchie credenze e feticismi popolari.


Nelle società rurali antiche erano molto temute le streghe vampiro, chiamate con diversi nomi (surbile, coga, pana, stria) ma riconducibili ad un unico essere maligno, che agivano durante la notte colpendo il bambino per succhiargli il sangue; erano molto ignoranti e non sapevano contare oltre il numero tre, così per combatterle era utile porre un forcone sull’uscio di casa: la strega avrebbe passato la notte a numerarne le punte.

Un altro rimedio molto efficace consisteva nell’appendere all’ingresso dell’abitazione un fascio di rami di Issopo, erba aromatica dal colore verde intenso e dal forte odore di menta che, col suo profumo acuto, aveva il potere di allontanarle.


L’evento più temuto era il malocchio (S’ogu malu). La definizione più calzante tra le tante che ho trovato per definirlo è questa “Un dolore che arriva agli uomini dall’invidia di altri uomini”. In sostanza il bambino era oggetto d’invidia degli estranei che solo con uno sguardo maligno avevano il potere di causargli diversi stati di malattia: apatia, forti dolori addominali, emicranie, convulsioni e quant’altro.

Perché il malocchio non attecchisse era sufficiente far toccare il bimbo in modo che il tocco dell’invidioso servisse da rimedio all’invidia. Se, nonostante tutto, si sospettava la sua presenza ci si rivolgeva al guaritore: in linea di massima una donna anziana, conosciuta da tutta la comunità, che aveva il potere di individuare la presenza del malocchio ed eliminarlo compiendo riti complessi, fusione di principi pagani e cristiani.

Elementi ricorrenti di tali riti erano l’acqua, il grano, il sale, l’olio e is berbos, una sorta di cantilena in lingua che veniva pronunciata usando un tono di voce molto basso, quasi un sussurro, perché nessuno potesse sentire. Questa particolare arte magica veniva tramandata di generazione in generazione soprattutto tra le donne della famiglia.


Dalle risposte contenute nei questionari si ricava che la paura de s’ogu malu è ancora molto diffusa. Una giovane mamma di Ierzu, paese in provincia di Nuoro, mi ha spiegato che il suo primo bimbo si ammalava facilmente; era fermamente convinta che fosse oggetto d’invidia delle altre donne a causa della sua bellezza e giustificava così gli stati patologici di cui soffriva.

Nel corso dei primi due anni di vita l’aveva portato più volte da una signora anziana del paese perché gli facesse “sa mixina e s’ogu” (medicina contro il malocchio) ritenuta più efficace di quella attuata dal pediatra. Allora mi sembrò che la signora esagerasse forse per una forma di spavalderia o grande ignoranza ma con il proseguire delle interviste ho trovato molte persone che in un passato recente o in tempi attuali hanno fatto ricorso ai rimedi della “medicina popolare”.

Dai racconti ho appreso uno di questi rituali: il guaritore afferra il bambino e lo fa roteare più volte (imbrusciarura) sul tavolo o sulle braccia, lo posa sul pavimento, effettua massaggi e fa il segno della croce nella zona interessata dal dolore pronunciando un’incomprensibile cantilena.


Il malocchio poteva essere causato anche inconsapevolmente dallo sguardo di un passante ignaro; per prevenirlo era d’uso regalare al neonato un gioiello che veniva appuntato sulle vesti o nella culla perché catturasse lo sguardo attirandolo con la sua bellezza.

Nel nuorese questa usanza è ancora molto diffusa tanto che al neonato viene regalata una spilla chiamata Cocco,  Sabeggia o  Pinnadellu come dono di battesimo: è un monile confezionato in filigrana d’argento, corallo e pietra nera, tre elementi che hanno, nella credenza popolare, grande potere contro il malocchio soprattutto se combinati insieme. Per appuntare questi amuleti nella culla o nelle vesti era usato un nastro verde che ricorda il colore acceso delle piante aromatiche utili contro gli spiriti maligni.

Grande potere contro il malocchio avevano anche i cornetti d’oro o di corallo (Su corru) utilizzati nell’oristanese o pezzi d’osso di animale lavorati a mano (Su corru murone) usati nel Campidano.

In altre zone della Sardegna con un nastro verde venivano appuntati Su scritto o Sa punghedda, una sorta di scapolare che doveva stare a contatto con la cute del bambino e che conteneva preghiere scritte a mano da una nonna o un’anziana del paese. Anche questa è una pratica ancora molto diffusa, soprattutto nell’Iglesiente: una mamma, non potendo mettere lo scapolare a contatto della cute della sua bambina ricoverata nel nostro reparto, ci ha chiesto di appenderlo nell’incubatrice.


Le testimonianze dicono che i gioielli erano privilegio di pochi ricchi e il popolino si accontentava di varie forme di scapolare ma è curioso il racconto di una anziana nonna di Maracalagonis, piccolo paese in provincia di Cagliari, la quale afferma che nelle famiglie molto povere si preveniva il malocchio ponendo foglie di menta o prezzemolo a contatto della cute del neonato: il verde delle foglie e l’aroma intenso servivano per proteggerlo dal malocchio e dagli spiriti del male. Sono numerose le risposte dei questionari che segnalano il colore verde: “qualcosa di verde contro il malocchio” – “una fogliolina di menta contro il malocchio” – “usare qualcosa di verde” – “foglie verdi sotto i vestitini”.


Il colore verde è il live-motive che accompagna i rimedi per prevenire il malocchio in tutta la Sardegna e probabilmente si può far risalire a questo l’abitudine diffusa nell’isola di regalare un braccialetto verde ai neonati come dono di battesimo.  Anche mia figlia ne ha avuto uno donato dagli zii come “auspicio di buona fortuna” e mi capita spesso di vederlo al polso dei neonati che vengono a farci visita, dopo la dimissione dal reparto di Terapia Intensiva Neonatale dove lavoro. Se poi si osservano con attenzione neonati e lattanti nei supermercati, nei parchi o in uno studio medico ci si rende conto che questa usanza è diffusa in maniera quasi capillare.


Tra i genitori intervistati la maggioranza (51%) userà un oggetto scaramantico, spilla o scapolare ma soprattutto il bracciale verde; predominano coloro che ritengono tali oggetti un’usanza portafortuna ma una buona parte è convinta che siano utili contro il malocchio.

 

Palmira Casula
Infermiera presso l’Unità di Patologia e Terapia Intensiva Neonatale
Università di Cagliari


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