Ozieri, storia di una città_1836-1986
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Ozieri nel Novecento
È di questi anni, precisamente del 1901, la prima campagna antimalarica del Comune, che distribuiva gratuitamente il chinino di Stato agli ammalati. Questa malattia - come si sa - sarà la piaga "storica" della Sardegna sino a quando, nel secondo dopoguerra, con la grande campagna antianofelica dell'Erlaas e con i progressi della medicina, essa fu debellata definitivamente.
Compito del Comune era anche stilare il regolamento sulla polizia mortuaria e il regolamento del pubblico ammazzatoio; il Consiglio comunale decideva i prezzi delle carni messe in vendita nelle beccherie, così come imponeva i prezzi di quasi tutti i beni di prima necessità (non sono poche le denunce contro macellai o altri esercenti che alteravano i prezzi delle merci o anche perché imbrogliavano sul peso).
Il 1910-11 sono anni critici per la salute ad Ozieri. La popolazione viene infatti colpita da una nuova epidemia di colera, che miete ancora numerose vittime. I primi casi, come accadeva quasi sempre quando si diffondevano malattie infettive, si ebbero tra i soldati del 46° reggimento di Fanteria, di stanza ìn città. L'attività febbrile delle autorità ed i progressi scientifici della medicina evitarono il ripetersi dell'ecatombe del 1855, anche se l'epidemia, sviluppatasi successivamente nei paesi del circondario, uccise ancora l'anno successivo.
In questo stesso biennio vi furono anche numerosi casi di idrofobia, tanto che il Comune fu costretto a sequestrare della calce per disinfettare i locali del Comune e tutti gli edifici scolastici, l'ospedale, l'ammazzatoio, il mercato. Numerosi anche i casi di meningite, che mieteva vittime soprattutto tra i più piccoli; dai bollettini stilati dai medici condotti e dall'ufficiale sanitario sì nota anche un aumento dei casi di gastroenterite e di tifo.
Anche i veterinari avevano il loro bel daffare: l'afta epizootica aveva colpito l'intero circondario e il malumore degli allevatori si ripercuoteva sul listino dei prezzi con danno maggiore, naturalmente, per i poveri della città. Il conseguente divieto all'esportazione dei bovini e del pollame in Francia fece scoppiare una lunga disputa tra le autorità e gli allevatori, che per rappresaglia si rifiutavano di fornire la carne per le esigenze della macellazione pubblica.
In questo periodo, proprio perché era impellente prendere provvedimenti per l'igiene del suolo e dell'abitato, si cercò di portare a conclusione o di iniziare alcuni lavori di pubblica utilità come la costruzione dei lavatoi, l'ampliamento e la ristrutturazione della rete fognaria, che era ormai insufficiente e si stava rivelando un pericoloso focolaio di malattie infettive. Anche l'ampliamento del cimitero fu progettato in questi anni, così come si cercò di migliorare il servizio di nettezza urbana.
Ma tutte queste iniziative, che il Comune sosteneva con una determinazione mai vista prima, si arenarono durante tutto il periodo della Grande Guerra e anche negli anni successivi, quando la crisi economica che colpì tutta l'Italia rallentò o bloccò tutte queste iniziative.
Contemporaneamente l'aumento, col passare degli anni, degli impegni di spesa rendeva la situazione sempre più drammatica. Addirittura nel 1925 le sorti dell'amministrazione comunale vennero affidate dal prefetto di Sassari al primo ragioniere della prefettura, Stefano Petiti, che diresse per un anno il Comune in amministrazione straordinaria. In questo periodo e in quello successivo, sino alla seconda guerra mondiale, saranno portati a termine tutti i lavori iniziati nel primo quindicennio del secolo. I due lavatoi pubblici, i cui lavori iniziati nel 1916 si erano bloccati dopo due anni, furono terminati tra il 1926 e il 1928: un po' perplessi si rimane di fronte alla scelta dell'ubicazione che - a sentire il commissario straordinario - fu «sintomo dei pericoli cui possono dar luogo le rappresentanze elettive quando non sanno spogliarsi, nell'amministrare la cosa pubblica, dell'incentivo a subordinare la tutela dei propri interessi a quelli della collettività» (10).
Infatti il primo mattatoio fu costruito nello spiazzo esistente a fianco della chiesa di Sant'Agostino che, oltre a costituire la meta delle passeggiate cittadine del tempo, era posto ad una tale altitudine, rispetto al deposito dell'acquedotto, da rendere impossibile, per mancanza di pressione, l'arrivo dell'acqua necessaria ai bisogni del lavatorio. Tutto questo - sosteneva il commissario - per «avvantaggiare qualche orto che interessava quei tali maneggioni con l'usufruire delle acque di scolo di tale lavatoio». Il vecchio lavatoio di Cuzzolu, invece, ormai in condizioni fatiscenti e di sicuro pericolo per la salute pubblica (una nota dell'ufficiale Sanitario segnala recisamente il rischio rappresentato da un lavatoio in «così gravissimo sconcio») fu chiuso ed iniziarono i lavori per trasfonnarlo in civico mercato.
Necessario era anche il rinnovamento della rete fognaria, che risaliva ormai a molti decenni ed in motti tratti, specialmente in quelli principali, per difetti originari di costruzione o per la successiva opera di corrosione esercitata dalle acque e dai materiali di rifiuto, aveva perduto l'impermeabilità, permettendo quindi alle acque di filtrare nel terreno circostante, di aprirsi una via ed allagare spesso con gravi danni le case poste a valle di essa. L'inconveniente si verificava con maggior frequenza dopo le piogge torrenziali: numerose sono, in archivio, le lettere di doglianze e di reclami.
Il Comune aiutava anche quei gruppi di cittadini che decidevano di farsi le fognature in proprio, fornendo loro del materiale.
Nel 1923 fu eseguito un primo tratto scoperto del fognone di piazza Garibaldi, che rimase nelle medesime condizioni per tre anni; c'è da immaginarsi quali fossero gli svantaggi di una situazione simile.
Anche ai lavori per l'ampliamento, che si imponevano con "improrogabile" urgenza, toccò la stessa sorte di tutti i lavori pubblici intrapresi prima o durante il periodo bellico. I lavori, bloccati nel 1921, non furono ripresi per una decina d'anni, e solo più tardi furono eseguiti.
Anche il servizio di nettezza urbana era in stato di collasso. Eppure era d'importanza vitale per l'igiene e il decoro della città. Sino agli anni Trenta il servizio era stato alternativamente disimpegnato in economia ed in appalto e sempre con risultati corrispondenti alla limitatezza dei mezzi che erano stati stanziati a questo scopo: «Nessuna Amministrazione dei tempi che furono - diceva il commissario nel giugno 1926 in una relazione letta nella seduta di insediamento del Consiglio - ebbe mai ad accorgersi o, per lo meno, a preoccuparsi che Ozieri è una cittadina ricca e in continuo sviluppo, non un villaggio arabo o abissino e dove pertanto i servizi pubblici - e fra di essi in prima linea quelli che interessano l'igiene e la salute pubblica - debbono continuamente progredire, migliorare e subire l'incremento corrispondente alle esigenze dei tempi».
In realtà non era possibile immaginare che il servizio di nettezza pubblica potesse funzionar bene in una città di quasi 12.000 abitanti, avente per di più l'infelice ubicazione di Ozieri, quando esso era disimpegnato da 4 carrettini sgangherati, tirati (o, meglio, trascinati) da altrettanti asinelli morenti di fame, e «da 6 vecchini sparuti che avevano l'aspetto dei trogloditi dell'età della pietra, anziché di uomini civili». La descrizione non è esagerata: lo dimostrano le numerose lettere dei cittadini e dei medici che si lamentavano per la spazzatura che restava accumulata per ore e per giornate intere nelle vie del centro attirando branchi di cani, galline e sciami di mosche.
Il servizio migliorò decisamente dopo l'intervento del commissario Petiti, che rinnovò l'attrezzatura ed aumentò il personale, che comunque continuò ad essere formato sempre da vecchietti. Questo si spiega con due motivi: il primo dovuto al pregiudizio, non solo di quel tempo, che fare lo spazzino fosse un disonore; il secondo di carattere economico, come si può intuire da questa frase del Commissario: «ho anche accresciuto le paghe per assicurare a quei disgraziati almeno il pane».
In quel periodo il servizio medico sanitario gratuito, data la conformazione della città e l'estensione della classe meno abbiente, era ancora diviso in due condotte. Altrettanto accadeva per il servizio di assistenza alle partorienti povere, affidato alle ostetriche.
Il disimpegno dei servizi sanitari pubblici era affidato come sempre all'ufficiale sanitario. Il Comune provvedeva ancora alla somministrazione gratuita dei medicinali per i poveri, anche se questo fu motivo di attrito tra l'amministrazione civica e l'ospedale, al quale andava il rimborso delle spese per le cure prestate ai poveri. Infatti la somma di 35.000-50.000 lire annue richieste dall'ospedale era eccessiva, secondo il Comune, a confronto di quella versata da altri paesi che avevano lo stesso numero di abitanti. Fu avviata una procedura d'opposizione, cercando di ottenere almeno il parziale sgravio dei debiti: il Comune la spuntò, e il suo onere fu ridotto da 78.367,65 lire a 39.093,65. Di questi anni è l'esecuzione di alcuni lavori di piccola bonifica e di risanamento nella zona della fonte detta di San Bachisio, ordinati dall'Ufficio provinciale di sanità.
I lavori di incanalamento sotterraneo delle acque di rifiuto della fonte, del lavatoio e dell'abbeveratoio, e quelli di selciatura dello spiazzo antistante furono completati con la sistemazione poi della fonte, dell'abbeveratoio e del lavatoio.
Sino al maggio 1925 la condotta veterinaria di Ozieri era affidata ad un solo titolare, il dottor Antonio Demontis, che prestava servizio in un territorio di oltre 2500 ettari che davano pascolo ad oltre 5000 bovini, 1000 equini, 18.000 ovini, 1400 tra suini e caprini. A questo si aggiunga che il titolare della condotta, oltre i servizi obbligatori, disimpegnava pure quello Zooiatrico presso il locale deposito dei cavalli stalloni.
Privi di assistenza zooiatrica, per le loro deficienti risorse finanziarie, erano anche i comuni di Tula e di Nughedu. Sorse da queste esigenze il progetto di costituire due consorzi veterinari col concorso degli enti interessati a sostenere l'onere.
Il progetto diventò realtà con la nomina dei rappresentanti dei diversi Comuni nei consorzi e l'elezione del presidente.
I nuovi enti funzionarono regolarmente avvalendosi del lavoro del dottor Demontis e del dottor Mundula, a vantaggio anche dei comuni vicini, che potevano finalmente usufruire, e con spesa relativamente modesta, di un servizio che altrimenti non avrebbero potuto istituire chissà per quanto tempo ancora.
La situazione rimase la medesima, anche se lentamente compiva qualche altro passo in avanti, sino ai primi anni del secondo dopoguerra, vissuti ad Ozieri sotto l'incubo perenne della malaria e della tubercolosi. Soprattutto questa malattia aveva avuto uno sviluppo impressionante: si organizzavano campagne per la sensibilizzazione della gente e la raccolta di fondi; si obbligavano le autorità dei paesi e delle città ad autotassarsi per sostenere il Consorzio provinciale antitubercolare (l'archivio comunale di Ozieri conserva un elenco di persone, di organizzazioni e di istituzioni che "dovevano" sostenere questa campagna).
Il periodo della guerra e quello immediatamente successivo furono periodi di miseria e di povertà: notevole fu l'aumento delle malattie dovute alla scarsa igiene e alla malnutrizione. Aumentarono gli alcolizzati, i malati di tifo addominale: il prefetto chiese addirittura l'istituzione di un dispensario venereo, tanti erano i casi denunciati. Il dispensario non fu istituito perché esisteva l'ospedale, nel quale, ad esempio, il 1° marzo 1945 erano ben 16 le persone in cura per malattie veneree.
La ripresa della nazione dalla crisi della guerra e il successivo boom economico coincisero naturalmente anche con il miglioramento di tutto il settore dell'igiene e della sanità cittadine. Il resto è storia recente. Qualcosa, però, sembra rimasta uguale nel tempo: che, in un periodo di crisi, la voce sanità e igiene è sempre la prima che viene in mente quando si comincia a parlare di tagli della spesa pubblica.
Marco Murgia
Note
(10) Aco cat. IV, cart. 18.
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