Ozieri, storia di una città_1836-1986
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«S'annu de su colera»
Non v'è alcun grosso avvenimento, o almeno così risulta dai documenti d'archivio, da segnalare per alcuni anni, sino al fermento che suscitò in città la notizia della presenza di alcuni focolai di infezione di colera nella penisola e nella Francia, con cui erano frequentissimi gli scambi commerciali. La notizia inizia a circolare nell'agosto 1854 e subito dopo si parla di alcuni casi di colera a Cagliari e alla Maddalena: gli organismi sanitari e le autorità decidono di adottare i primi provvedimenti a carattere preventivo sollecitando la cittadinanza alla massima cura dell'igiene e deliberando che non venisse introdotta in città carne di animali non uccisi nella pubblica beccheria; contemporaneamente, e per l'ennesima volta (ma non sarà l'ultima, visto che delibere dello stesso tenore si trovano anche agli inizi di questo secolo), ordinava l'allontanamento dei maiali dal centro abitato.
Passata la paura, il 1854 termina con le autorità che si rilassano nei controlli: cosicché quando nell'agosto successivo il morbo fa strage in città e in altri centri dell'isola l'epidemia coglie tutti impreparati ad affrontarla.
«Fu accertato dopo scrupolose indagini - racconta Enrico Costa nel suo Sassari - che da Livorno (dove s'era sviluppato il colera) salparono verso l'isola tre legni - due tartane ed un boo - che gettarono l'ancora nel porto di Torres l'8, il 15 e il 27 di giugno. Fra le diverse mercanzie, quelle barche avevano a bordo alcune pezze di tela-cotone, cappotti di lana, e dicesi anche coperte che erano servite nel lazzaretti» (6).
Oggi si è più propensi a credere che le coperte facessero parte di una partita di merce arrivata in Italia e in Francia con le truppe che rientravano dalla Crimea, dove anche il regno sardo-piemontese aveva partecipato alla guerra contro Austria e Russia con un corpo di spedizione di 15.000 uomini.
«Alcuni agricoltori di Portotorres, di Torralba, di Florinas e di Sassari - prosegue il Costa - acquistarono queste merci […]. Il Solinas [uno degli acquirenti] si ammalò nell'aia sull'imbrunire del 6 di luglio; fu condotto l'indomani a Porto Torres dove mori alle 3 di sera. La mattina dell'8 si ammalò Salvatore Puzzone [un altro degli acquirenti] che mori la sera dello stesso giomo. Questi due casi furono il principio dell'epidemia che si sviluppò più tardi a Porto Torres mietendo 122 vittime. Il Tedde Niccolò (amico e collega dei due deceduti), impressionato di queste perniciose fulminanti, lasciò l'aia e si restituì a Torralba sua patria, dove mori il giorno 9».
È proprio da Torralba che giungono ad Ozieri i primi segnali dell'epidemia.
«Fin dal primo apparire che fece nella vicinissima popolazione di Torralba - dice nella sua "relazione sul colera" il sindaco di allora, dottor Gio Andrea Pietri, che come medico condotto visse in prima persona tutte le drammatiche fasi dell'epidemia - tutti gli animi degli amministratori e degli amministrati erano rivolti a quell'infelice paese, e alle future sorti di questa città: a nient'altro si pensava che a studiare i mezzi i quali potessero tendere a conoscere il genio, lo sviluppo, il progresso di sì terribile flagello, affinché questa città non fosse colta all'improvviso, ma tenesse in pronto i rimedi valevoli a rimuoverne i tristi effetti qualora negli imperscrutabili decreti della provvidenza fosse scritto di non doverne andare incolume.
«Il mezzo che la Giunta sanitaria provinciale giudicò più opportuno e conducente allo scopo, fu di spedire sulla faccia di questa afflitta popolazione una commissione di tre medici costituita in persona mia, del medico chirurgo Giuseppe Mundula e del medico Pasqualino Piga di Pattada […]. Partimmo immediatamente nel 25 di luglio e vi giungemmo appunto allorché il morbo vi imperversava. Colà la mancanza totale di persone dell'arte salutare, finché non pervenne il medico Siglienti da Thiesi, ci costrinse a trattenerci oltre il termine stabilito, perciò vi soggiornammo fino al richiamo fattone dalla Signoria Vostra […].
«La nostra fermata in quel paese, il continuo trattare gli ammalati ci pose in grado di conoscere i principali fomiti del morbo, la sua indole ed i metodi di cura che richiedeva: quindi ci rimpatriammo colla consolazione d'aver dato l'obolo della nostra opera a quel desolato e afflitto Comune e di poter meglio giovare alla nostra terra natale.
«I timori sulle future sorti del nostro paese acquistarono notabile incremento quando nel giorno 4 agosto avvenne con tutti i sintomi del morbo il decesso di un contadino reduce da Sassari. Dall'autopsia del cadavere, il ceto medico giudicò all'unanimità, che quell'individuo era deceduto da vero colera ma non lo fece conoscere al pubblico per non intimorirne gli animi.
«Da quel giorno principiò l'assalto a questa città degli emigrati sassaresi, alcuni dei quali decedevano dopo le 24 ore dall'arrivo ed altri anche prima. Il morbo o importato o no, o contagioso o conoscente le cause di suo sviluppo nella sola infezione dell'ambiente atmosferico, esisteva già, e sebbene serpeggiasse lentamente e quasi di soppiatto non tardò a diffondersi fra questi cittadini […].
«Il consiglio comunale ben conoscendo l'altezza della sua missione, si occupò sollecito di quanto potea attenuare le conseguenze dell'invasione: quindi con deliberazione dei giomi 7-8-9-10 e seguenti del mese di agosto decretava l'organizzazione di due ospedali provvisori, uno nel convento dei Minori Osservanti, un altro in quello dei Cappuccini, onde ricoverare i colerosi poveri e mancanti d'attendenza: un terzo pure ne stabiliva nel seminario Tridentino pei colerosi militari» (7) (vale la pena di segnalare in proposito che il comandante militare del 46° reggimento già il 10 agosto 1854, cioè un anno prima che gli venissero messi a disposizione, aveva chiesto proprio i locali del Seminario o altri locali per poter prevenire l'invasione del colera, visto che sempre tra i primi focolai di infezione c'erano le caserme).
Il Comune decideva anche di assumere a proprie spese le ricette dei medicinali per i poveri e per chi risultasse «in altro modo mancante nel momento di pecunia» salvo il diritto del Comune a pretendere il rimborso nel caso che chi aveva usufruito della disposizione risultasse poi solvibile.
Il Consiglio comunale, dice ancora la relazione, «richiamò a tempo debito medici e medicinali da Sassari e Cagliari»: in realtà, le voci di una probabile epidemia erano in circolazione da un anno, e dunque definire «a tempo debito» gli interventi presi solo dopo l'insorgere del male sembra un po' esagerato; «e perché il servizio sanitario fosse disimpegnato con sollecitudine a tutte le ore disponeva pure che a turno si tenesse aperta una delle farmacie. Provvedeva per l'occupazione provvisoria d'un tenimento a sufficiente distanza dall'abitato ad uso di Campo Santo colla riserva di regolarizzarla in tempi migliori. Metteva finalmente a disposizione del Consiglio Delegato tutte le somme, che potranno essere disponibili, autorizzandolo, ove ne fosse il bisogno, a contrarre anche prestiti, e dando contemporaneamente un espresso ed ampio voto di fiducia, non solo per le deliberazioni d'urgenza, ma anche per tutte quelle spese e misure che potrebbero essere consigliate dalla diversa evenienza dei casi. Uguale voto si dava poi dal Consiglio Delegato al Sindaco».
Il Comune prese anche altri provvedimenti che non sono ricordati nella relazione del sindaco, ma che troviamo nelle numerose delibere conservate nell'archivio comunale. Tra questi, la proibizione dell'introduzione in città, della vendita e della distribuzione, a qualunque titolo, della carne proveniente da bestiame non ucciso nella pubblica beccheria; e la proibizione della vendita di trote, anguille e altri pesci provenienti da fiumi. Quest'ultimo provvedimento era frutto della convinzione, non del tutto errata, che molti corsi d'acqua fossero "corrotti" dalle cavallette morte in decomposizione, e che questa fosse la causa della morte improvvisa di numerosi capi di bestiame.
Lo stesso Comune provvide per l'arredamento e l'approvvigionamento degli ospedali acquistando letti, biancheria, medicinali e assumendo "attendenti" o reclutando dei volontari. Tutte le disposizioni venivano rese note alla popolazione mediante l'affissione di appositi manifesti.
E la reazione della popolazione? «Nei primi giorni dell'invasione, la popolazione si dimostrò alquanto agitata, ma non tardò a ricomporsi a perfetta tranquillità - dice, a epidemia risolta, la relazione del dottor Pietri -. Nessun ufficio, nessun negozio è stato chiuso: nessun affare ha sofferto interruzione, tranne quelli, che riguardavano la campagna - [la stragrande maggioranza, quindi] - alla quale nessuno si recava, se non per bisogni più che imperiosi, e ciò per non trovarsi lungi dai congiunti, e amici nel momento del bisogno e del pericolo [... ]. Nessun disordine si è lamentato in tempi così critici, ed infelici, tranne d'un assembramento accompagnato da parole poco rispettose verso l'autorità Municipale allorché dietro disposizioni della consulta medica si vietò la vendita dei cocomeri, citrioli e altra frutta immatura: ma anche questo fu momentaneo e deve ritenersi più da ignoranza che da mala inclinazione d'animo. La popolazione insomma - concludeva il sindaco - (lo dico con nobile orgoglio patriottico) ha dato chiara prova di intelligenza, di incivilimento e si è dimostrata degna di quei migliori destini, ai quali va chiamandola il provvido governo del Re».
Per affrontare meglio la situazione e perché il controllo e lo stesso servizio d'assistenza sanitaria fossero più capillari, il Comune aveva provveduto a dividere la città in tre rioni, assegnando un medico chirurgo e un flebotomo per ogni rione e contemporaneamente affiancando ai medici una "commissione per i provvedimenti del caso" composta da cinque o più persone, tutte naturalmente provenienti da un certo ceto sociale, che avevano il compito di assicurare che nel rione regnasse il massimo della pulizia, che fossero subito portati via dal centro abitato i cadaveri dei colerosi (problema serio, che anche la relazione, come vedremo, si preoccupava di sottolineare).
È vero peraltro che alcuni cittadini si prodigarono particolarmente durante l'epidemia: «Spoglio, qual si conviene ad onesto impiegato pubblico, di qualunque spirito di parte - diceva il dottor Pietri - io devo sinceramente dichiarare al governo i nomi di quelli, che hanno ben meritato della Patria, quantunque divergente da qualcheduno di essi in materia di principi, e di opinioni politiche. Pendente la mia malattia, affidai con ampli poteri le redini dell'Amministrazione al sig. Vice Sindaco Niccolò Taras Martinez. Egli accettò di buon grado l'affidatogli incarico, e seppe affrontare tutto con una fermezza che non ha pari, con una tale abnegazione di se stesso che gli ha saputo conciliare la stima e la riconoscenza di tutto il paese».
L'attività, davvero febbrile, di questo vice-sindaco è documentata in parecchi documenti dell'archivio comunale, ma c'è un gesto particolarmente significativo del suo operato che merita di essere ricordato: «Egli possessore di bestiame, informato che i macellai intendevano ad un monopolio per elevare il prezzo della carne, li affrontò sul contesto in pubblica piazza, e con quell'imperturbabilità, e fermezza d'animo, e di cuore, che costituiscono i più distintivi suoi caratteri, li diffidò di qualunque aumento, protestò che pendente il suo governo in momenti così critici, non consentirebbe mai di elevare il prezzo della carne, neppure di un centesimo, sia per non privare la classe indigente d'un genere cotanto necessario, sia per non rendere più grave la posizione del paese, e a scorno e confusione dei monopolisti dichiarò pubblicamente, che, qualora si sperimentasse un aumento del prezzo avrebbe messo a disposizione del pubblico l'intiero armento delle sue vacche e che ben lungi di lasciar introdurre qualunque aumento, egli esporrebbe in vendita la carne del proprio bestiame a cent. 50 il kil. sebbene il prezzo corrente tutto l'anno fosse quello di cent. 60. Quest'esempio fu generosamente secondato sul contesto dai ricchi proprietari Pietro Zappareddu e Agostino Cosseddu, poiché, presenti al fatto, esibirono anch'essi tre o quattrocento capi vaccini. Al Vice Sindaco Taras debesi interamente se non si è sperimentata né mancanza di carne, né aumento di prezzo».
Un problema molto grave fu, durante l'epidemia, quello del trasporto dei cadaveri fuori della città, a causa della scarsezza di becchini e della mancanza totale di persone addette al trasporto. Quei pochi che erano giudicati adatti al servizio venivano obbligati con la forza dallo stesso vice-sindaco che pagava poi la "giornata", ma l'opera di pochi individui non era sufficiente soprattutto nei giorni più tragici in cui morirono decine e decine di persone. Proprio in quei giorni, però, l'esempio del vice-sindaco fu seguito da un prete, da un guardiaboschi e un ufficiale dell'intendenza, che si caricarono in spalla un morto e lo trasportarono al luogo del deposito, fissato nella chiesa rurale di San Sebastiano: il loro gesto riuscì a sbloccare la grave situazione e molti volontari si offrirono per il trasporto dei cadaveri.
Una parte della relazione del dottor Pietri è riservata anche a ricordare i servizi prestati da benemeriti cittadini a conforto delle vedove e degli orfani, e una nota elogia in particolare il comportamento del Clero secolare e regolare, che aveva in affidamento i tre ospedali provvisori.
" Sannu de su colera" è sicuramente l'avvenimento più tragico di questi ultimi 150 anni di storia ozierese. Basti pensare al gran numero delle vittime: nell'arco di un solo mese risultano ufficialmente deceduti 570 cittadini, ma si può affermare che la cifra pecca per difetto (da alcuni documenti si intuisce che il numero dei decessi si aggirò intorno alle 750 unità). L'epidemia del 1855 venne ricordata a lungo anche per gli strascichi lasciati dalla strage: dal quoziente di natalità notevolmente diminuito per alcuni anni ai disagi nelle famiglie rimaste senza capofamiglia, ai debiti contratti dal Comune per assicurare l'assistenza ai propri cittadini.
Marco Murgia
Note
(6) E. Costa, sassari, Gallizzi, Sassari, 1959, vol. I tomo I.
(7) Aco Cat. IV, Relazione sul colera, dott. Gio Andrea Pietri, cart. 2.
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