Ozieri, storia di una città_1836-1986
precedente - indice
- successiva
Problemi e tensioni del secondo Ottocento
Nella documentazione ecclesiastica riguardante la seconda metà dell'Ottocento torna con insistenza la denuncia della povertà delle parrocchie e della diocesi, povertà che si riversava sulla cura pastorale, spesso priva di fantasia creatrice. Anche il secolare problema della coabitazione prima del matrimonio infacie ecclesiae ha come radice, non certo ultima, la povertà: i fidanzati, nell'impossibilità di affrontare forti spese per il matrimonio solenne, erano spinti a convivere, non per contestare il matrimonio-sacramento, ma spesso per ragioni d'ordine economico (69). Il problema dei coabitanti lo troviamo esteso in tutta l'isola nell'arco di vari secoli. Monsignor Serafino Corrias, vescovo di Ozieri dal 1871 al 1896 (70), lo denuncia con inesistenza: «Uno dei vizi più dominanti e più largamente diffusi che ho trovato in diocesi al mio ingresso nell'episcopato fu quello dei cosiddetti coabitanti, in forza del quale appena avanzata una semplice parola di futuro matrimonio, i promessi sposi si univano insieme, coabitavano nella stessa casa, d'onde il nome di coabitanti, si circondavano di famiglia, e così vivevano per anni ed anni senza darsi un pensiero al mondo di celebrare il matrimonio sacramente. L'abuso era cosi invalso che in un piccolo paese di 1600 abitanti si arrivò, ora fa un anno quando io prendeva le redini del governo della diocesi, e contarne anche 57 di queste unioni illegittime e talvolta incestuose» (71).
Appare evidente, dunque, come la tensione esistente tra Stato e Chiesa, ad iniziare proprio dall'abolizione delle decime, abbia avuto conseguenze sulla vita della popolazione e sulla cura pastorale (72).
Presto seguirono altre leggi, che acuirono quella tensione: il 9 aprile 1850 il Parlamento subalpino approvò la legge Siccardi, che aboliva il foro ecclesiastico e il diritto d'asilo (73). In quell'occasione una vibrante protesta fu espressa dall'Episcopato isolano (74).
Il 29 maggio 1855 fu emanata una legge che ordinava la soppressione degli ordini religiosi, non aventi una presenza nel campo sociale (75). Il 6 luglio 1866 nuove disposizioni rielaborarono la legge del 1855: in esse fu negato il riconoscimento legale agli istituti religiosi che il legislatore riteneva inutili alla società, «i quali non attendono alla predicazione, all'educazione o all'assistenza degli infermi» (ari. 1). La rielaborazione del 1866 fu più radicale, perché oltre che colpire duramente i religiosi, coinvolgeva nella soppressione i Capitoli e le Collegiate non aventi cura d'anime, le cappellanie e i benefici semplici. I loro beni furono confiscati dallo Stato e messi in vendita attraverso aste pubbliche. In Ozieri furono soppressi il convento di San Francesco dei Minori Osservanti, il Convento dei santi Cosma e Damiano dei Minori Cappuccini e quello di Santa Chiara, di claustrali cappuccine, annesso alla chiesa del Rosario (76). Ancora più pesanti furono per l'intera diocesi le conseguenze della legge 15 agosto 1867 cosiddetta super asse ecclesiastico, che ridusse in miseria le parrocchie e le istituzioni ecclesiastiche, una volta ricche. Nel denunciare la situazione delle singole comunità le reazione ad limina dei vescovi ozieresi sono documenti di estremo interesse, perché fotografano la situazione reale venutasi a creare, e lo fanno con sensibilità ed attenzione. Nella sola città di Ozieri furono sequestrate 11 tanche, 1 vigna, 2 orti, 1 casa e, nell'insieme della diocesi, un totale di 208 lotti (77). Secondo l'Amadu (78), la cui statistica al riguardo è da aggiomare, a tale quadro è da aggiungere il complesso dei beni immobiliari lasciati dall'ozierese Maria Lucia Sechi per fondare un canonicato.
Considerato questo contesto, possiamo facilmente comprendere come la Chiesa ozierese sia stata duramente colpita e depredata nei suoi beni, che si presume avessero un'incidenza sociale in favore dei bisognosi. La cura pastorale ne subì evidenti conseguenze: forse l'istituzione diocesana più colpita fu il Seminario, sia nella conduzione della propria economia come nella crisi delle vocazioni. È da estendere a tutta l'isola, ferita dalle leggi piemontesi in ugual modo, l'espressione dell'arcivescovo di Sassari Diego Marongio Delrio: « ... ne deriva che i giovani vedono il clero che vive in mezzo alle angustie e per tale motivo ricusano di stimare la palestra ecclesiastica, la quale dona oggi ai sacerdoti di Dio solo triboli e spine miste alla fame» (79).
Al di là dell'esplicito riconoscimento contenuto nel diploma ufficiale di Carlo Alberto nel 1836 (uno dei motivi dell'elevazione a città fu costituito dal fatto che Ozieri era sede di diocesi), la presenza della Chiesa ci pare abbia avuto una incidenza notevole nella società ozierese. Essa si è concretizzata non solo nell'aver offerto una speranza ultraterrena, pur valida per la comunità, ma anche nell'aver fornito un servizio nell'orizzonte temporale. L'istruzione pubblica, per decenni legata all'opera del clero e all'istituzione del Seminario tridentino, la beneficenza, la pacificazione degli animi, l'associazionismo cattolico potrebbero essere dei capitoli di fondo di questa presenza. Poiché ad altri è stato affidato il compito di presentarli, noi ci accontentiamo appena di accennarli.
Vediamo, invece, di approfondire maggiormente quali furono i rapporti tra le due sfere, ecclesiastica e civile entrambe desiderose di servire la società, secondo la propria competenza.
Nonostante l'acuirsi della tensione nel ventennio che va dal 1850 al 1870, come abbiamo visto, nel successivo trentennio il rapporto della base e del vertice ecclesiale con la pubblica autorità di Ozieri fu intenso e, in genere, improntato al dialogo e al reciproco aiuto. L'idea base che sosteneva tale collaborazione era quella del bene comune dei cittadini, ciascuna istituzione nella rispettiva sfera in cui operava.
Era, infatti, interesse dell'autorità politica avere l'appoggio del clero, in quanto questo era capillarmente diffuso e poteva, come di fatto avveniva, diventare un tramite privilegiato per la diffusione delle norme governative nei più lontani centri di montagna (80). La trafila era semplice: la circolare, proveniente da Torino o da Cagliari, veniva indirizzata ai vescovi, che a loro volta la inviavano ai loro parroci. Questa collaborazione, tanto preziosa per l'autorità politica, si tramutava spesso in una situazione di privilegio per il clero, che la sfruttava per servirsi della forza statale per imporre le sue idee e prerogative.
Monsignor Serafino Corrias, fin dagli inizi del suo servizio episcopale ad Ozieri, appare convinto della necessità del dialogo e della mutua collaborazione tra le due sfere. Il 26 agosto 1872 richiedendo l'exequatur alle bolle della sua nomina scriveva: «Fin da quando ebbi l'alto onore di partecipare a V. E. la seguita mia consacrazione a vescovo di quest'illustre diocesi, io le dichiarava che mio proposito fermo ed indeclinabile nell'adempimento ai doveri del mio ministero era quello, non certamente di creare ostacoli ed urti al Governo del Re, che io amo, venero e rispetto, ma piuttosto di cercarne e coltivarne con ogni possibile premura l'armonia e il buon accordo, secondandone, per quanto fosse in me le intenzioni e coadiuvandolo nei limiti delle mie attribuzioni e moralizzarne i popoli a comune vantaggio della religione e dello Stato (81).
Appare evidente la convinzione del Corrias circa i suoi doveri di cittadino verso l'autorità pubblica. Tale atteggiamento non divenne una sterile adulazione, ma piuttosto un responsabile impegno, proteso verso l'educazione sociale e morale delle popolazioni a lui e al suo clero affidate. Questa convinzione rimase presente nel suo operare e, nella pratica, divenne uno stimolo autorevole a discernere e a non confondere i ruoli. Ci pare di notare che, mentre verso le autorità governative dimostrava una certa sottomissione anche nelle espressioni verbali, negli interventi rivolti all'Intendente di Finanza di Sassari, al sottoprefetto di Ozieri o, maggiormente, ai sindaci dei Comuni della diocesi, il suo parlare si faceva deciso, esigente, severo (82).
Nella citata corrispondenza il Corrias affermava che nei primi mesi di presenza ad Ozieri aveva agito in spirito di servizio e di collaborazione, non risparmiando fatiche per insegnare ai fedeli, con l'esempio e con la parola, l'ubbidienza all'autorità costituita: «Ho scritto circolari, ho intrapreso ancora dei lunghi e penosi viaggi all'oggetto di influire per quanto da me si potesse nella conservazione dell'ordine e tranquillità pubblica (83). Come abbiamo visto, nell'Ozierese questa collaborazione contava ormai una tradizione ben consolidata. Due circolari del 25 marzo e del 1° aprile 1848 emanate dal Governo chiedevano esplicito aiuto al clero perché, ove non poteva arrivare la pubblica autorità, esso supplisse nello stimolare i cittadini ad una partecipazione più massiccia alle imminenti elezioni per la scelta dei nuovi deputati provinciali. Il 24 novembre 1849 il ministro De Margherita invitava i vescovi dell'isola a sollecitare i parroci perché educassero i cittadini ad intervenire alle elezioni: « ... a pena di rendersi coloro ... moralmente responsabili delle tristi conseguenze che a danno del civil consorzio e delle pubbliche libertà siano per derivarne ... » (84).
Con una circolare del 6 maggio 1848 il vicario capitolare Gavino Pischedda invitò i parroci ad istruire il popolo sulla bontà del censimento degli abitanti dell'isola, premessa necessaria alla riforma e alla modernizzazione delle leggi: «dissipando i pregiudizi che nelle circostanze di novità sogliono ingenerarsi negli uomini volgari e non istruiti, facendo loro apprezzare l'importante ufficio della Statistica, servendo di fondamento alle principali leggi dello Stato, massime per ben basare le riforme costituzionali di cui siamo beneficiati» (85).
L'intervento del Pischedda rivolto ai parroci aveva soprattutto lo scopo di spingerli a coadiuvare i segretari comunali. Il 26 agosto 1848 lo stesso vicario capitolare incitava il clero ad educare i fedeli allo spirito patriottico e ad impugnare le armi per la patria (86). Il 31 marzo 1859 l'intendente provinciale Vitelli, presentando i danni causati dalla seconda guerra d'indipendenza, invitava il vicario capitolare a sollecitare il clero «a fare oblazioni, sia col disporre, perché i parroci dipendenti ed i predicatori dal pergamo ne facciano all'uopo appello alla carità dei fedeli, acciò possasi ottenere vistose offerte e conseguirsi un sì sacro intento, qual'è quello di sollevare in parte dai bisogni le povere famiglie di tanti nostri connazionali» (87).
Tali esempi ci danno un'immagine plastica di un interscambio continuo tra le due autorità nella città di Ozieri e, di riflesso, nell'isola. La cooperazione richiesta dal Governo al clero non si esauriva esclusivamente nel campo pastorale: ma riguardava anche quello finanziario (88). Questo interscambio fu reciproco: durante l'episcopato di Serafino Corrias la Chiesa ozierese, per la particolare situazione economica in cui versava, chiese, ripetutamente, sussidi per espletare le funzioni di culto (89).
Insieme alla proficua collaborazione è da sottolineare pure una diffusa interferenza da parte dell'autorità civile nella vita della Chiesa e una relativa acquiescenza di quella ecclesiastica. Nel maggio 1849, il segretario di Stato per gli Affari Ecclesiastici di Grazia e Giustizia De Margherita indicava, in modo dettagliato, le prassi per la visione dei libri battesimali, in vista della formazione delle liste alfabetiche dei giovani soggetti alla leva militare. Seguendo l'esempio di quanto avveniva in terraferma, sarebbe stato utile, sosteneva il ministro, che gli stessi parroci fornissero gli elenchi di coloro che erano soggetti a tale obbligo, ammettessero direttamente gli stessi sindaci negli archivi parrocchiali per procedere allo spoglio dei registri, oppure facessero redigere tali liste ai cancellieri delle Curie, che poi le avrebbero dovute trasmettere ai rispettivi sindaci (90).
Simili esempi, per la sola diocesi di Ozieri, possono moltiplicarsi. Abbiamo dunque due costanti: invadenza dell'amministrazione statale in quella ecclesiastica, di sapore giurisdizionalista, ed acquiescenza o spesso passività da parte della Chiesa nell'accettare, inerte, imposizioni gravose. Se quest'ultima osservazione può essere valida in generale, ci pare sia meno evidente durante l'episcopato di S. Corrias.
Tonino Cabizzosu
precedente - indice
- successiva
Note
(69) Vedi al riguardo: T. Cabizzosu, Chiesa e società cit., pp. 205-214; F. Pala, Il matrimonio in Sardegna. Legislazione e tradizione al tramonto della dominazione spagnola, Cagliari 1985; S. Loi, Matrimonio e famiglia in Sardegna nei Sinodi e nelle prescrizioni della Chiesa sarda dal Medioevo al Concordato del 1929, in Dottrina sacra, saggi di teologia e di storia, Cagliari 1977, pp. 15-37.
(70) Serafino Corrias nacque in Domusnovas Canales (Or) il 19.2.1823. Laureato in teologia, insegnò nel Seminario di Bosa. Nel 1851 fu nominato parroco di quella cattedrale. Durante il Concilio Vaticano I fu teologo di mons. Demartis, vescovo di Nuoro. Nel novembre 1871 fu nominato alla sede di ozieri. Nella storia religiosa della ristrutturata diocesi ozierese il Corrias fu il vescovo più amato. Morì nel maggio 1896. Cfr. Asv, Processus Datariae, vol. 233, ff. 319-334; ACS, Culto, vescovi, Ozieri, b. 65, fase. 117; N. Casu, omaggi resi a ... Don Serafino Corrias. Sassari 1895, ppp. 12-21; D. Filia, Sardegna cristiana cit., III, pp. 473-474; O. ALBERTI, I vescovi sardi al Concilio Vaticano I, Roma 1963, P. 145; Híerarchia cattolica, VIII, p. 141.
(71) ACV, Registro di provvidenze rilasciate dal vescovo di Bisarcio Serafino Corrias (1872-1878), I, fogli sparsi. il paese di cui si fa cenno è Nughedu San Nicolò: la proporzione dei coabitanti è alta rispetto al totale delle famiglie.
(72) Sui metodi e sulle problematiche della cura pastorale isolana nella seconda metà dell'Ottocento vedi: T. Cabizzosu, Chiesa e società cit., pp. 237-257.
(73) "A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia cit.; D. Filia, Sardegna cristiana cit. III, pp. 396-398: Corrias-Corona, Stato e Chiesa cit., pp. 49-69.
(74) D. Filia, Sardegna cristiana cit., III, p. 401; L. Del Piano, Contrasti tra Stato e Chiesa, in, La Sardegna contemporanea, Sassari 1974, pp. 173-179.
(75) Del Giudice, Codicí leggi ecclesiastiche cit., I, pp. 6-12; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia cit., pp. 217-222; Idem, La questione della proprietà ecclesiastica nel Regno di Sardegna e nel Regno d'Italia (1848-1888), Bologna 1974, 78-85; T. Cabizzosu, Chiesa e Società cit., pp. 143-154, ove in maniera analitica vengono presentate le conseguenze di tali leggi sulla Provincia di S. Maria delle Grazie di Sassari dei Minori Osservanti.
(76) " Nella diocesi di Ozieri furono pure soppressi il convento di Nostra Signora degli Angeli e di S. Francesco sul Monte Rasu, entrambi in territorio di Bottidda; cfr. F. Amadu, Curiosando nel passato, Ozieri s.d., p. 20; D. Ena, Adiu Bono, Bottidda ... e Bolia, Ozieri 1979, pp. 151-159 e 171-179.
(77) Roma, Archivio Centrale dello Stato, Ministero delle Finanze, Registro dei beni dell'asse ecclesiastico posti in vendita a sensi della legge 15 agosto 1867, Sassari, n. 3848, vv. 2 e 3.
(78) F. Amadu, Curíosando nel passato cit., p. 21.
(79) Asv, Cc, Turritanen 1875, I, 7. Naturalmente è da considerare anche l'aspetto positivo della varia legislazione antiecciesiastica: la Chiesa povera, defraudata nei suoi beni, acquistava di fronte ai propri fedeli una maggiore testimonianza ed incisività.
(80) Il R. Turtas, Abolizione decime cit., pp. 154-156; G. Tore, Clero e società nel regno di Sardegna (1750-1850), in Ass XXXI (1980), p. 245; vedi pure: A. Becciu, Le decime ecclesiastícbe in Sardegna. Risvolti storico-giuridicí del diritto del clero al sostentamento, diss. ined., Roma 1984.
(81) Acv, Registro provvidenze, I, pp. 29-30.
(82) Fra i tanti esempi vedi: ibidem, pp. 6-7.
(83) Ibidem, p. 50.
(84) Acv, Registro Circolari, 1848.
(85) ibidem.
(86) «L'annunzio dei mali comuni si è massimo, ed è il più grave! La madre Italia va nuovamente a soccombere sotto i giogo del tiranno; la valorosa armata del nostro Eroe Sabaudo ha sofferto desolante, benché onorato cimento; le glorie italiane sono pericolanti ... ». Con stile ampolloso e retorico il Pischedda incitava i fedeli all'amor patrio attraverso un triduo di pubbliche preghiere, cui invitava le autorità cittadine e la collaborazione ad un volontario prestito nazionale, rivolta specialmente «ai Corpi Morali e ai parroci facoltosi». «Dal Governo del Re con diverse ordinazioni circolari... ci viene ingiunto di raccomandare ai parroci di attivare lo zelo a pro della pericolante Patria, onde infiammare il petto dei forti e coraggiosi figli del Monte Acuto e Goceano per accorrere ad impugnare le armi a difesa della Patria, del Re e dei Principi, dell'onore Nazionale e della santa impresa dell'italiana indipendenza., cfr. Acv, Circolari, anno 1848. Cfr. al riguardo G. Olla Repetto, I sardi nella prima guerra d’indipendenza, in La Sardegna nel Risorgimento, Sassari 1962, pp. 243-255; G. Ttodde, Sul contributo religioso in Sardegna alla prima guerra d'indipendenza, ibidem, pp. 275-284.
(87) Acv, Carte varie, vol. 60, fase. 27.
(88) Durante la prima guerra d'indipendenza gli Enti religiosi e i parroci "facoltosi" furono invitati a collaborare attraverso un prestito nazionale, promosso con decreti del 23.3.1848 e dell'11.4.1848. Si veda al riguardo la circolare del 26.8.1848 del vicario capitolare Pischedda, in Acv, Circolari, anno 1848.
(89)Acv, Registro provvidenza, I, pp. 91-92, un esempio fra tanti.
(90) Acv, Carte varie, vol. 60, fase. 27. Si ricordi che fino al 1865, anno in cui entrò in vigore il nuovo Codice civile, la registrazione degli atti di nascita era affidata alle parrocchie.
precedente - indice
- successiva
|