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 Federazione Carbonifera Belga

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OPERAI ITALIANI
Vi sono condizioni "particolarmente vantaggiose" per il lavoro sotterraneo nelle MINIERE BELGHE.

Il Belgio: da paese di emigrati al bisogno di immigrazione straniera
Fino al secondo conflit­to mondiale il Belgio è stato esso stesso paese di emigrazione. Già dagli inizi del secolo scorso i belgi si recavano in Fran­cia per lavorare come braccianti, cavatori, stiva­tori, sterratori, muratori. Si calcola che nel 1913, facilitati dai migliori mezzi di trasporto, 50-60.000 belgi attraversavano giornalmente la frontiera per la Francia. 100.000 erano i belgi che emigravano per il raccolto del frumento e della barbabietola. Per quasi tutta la prima metà del nostro secolo essi han­no costituito la percentua­le più alta (33%) degli immigrati in Francia.
L’estrazione del carbone in Belgio tuttavia non è stata una novità del dopo­guerra. Lo sfruttamento carbonifero risale al XIII sec. nelle zone di Mons e Gilly, nella Vallonia. Era un’estrazione molto ap­prossimativa, a cielo aper­to o in gallerie abbastanza superficiali. I problemi più frequenti erano gli allaga­menti nei cantieri, ai quali si faceva fronte con mezzi molto rudimentali, prima che si cominciasse a pen­sare a gallerie di scolo sot­terranee che raccogliessero le acque al di sotto del livello del lavoro. Ciò poteva funzionare a patto che non si scendesse oltre una certa limitata profon­dità. Se si aggiunge la to­tale assenza di specializza­zione, di pozzi di aerazio­ne, della minima indi­spensabile tecnologia, si comprende come non sul carbone potesse fondarsi l’economia nazionale. D’altra parte fino alla rivoluzione industriale le applicazioni d’uso della materia si mantennero molto limitate. È dal XVIII sec. che le società carbonifere si espandono, per la nuova varietà d’uso di questa fonte energetica in un gran numero di industrie.
Durante la Prima e la Seconda Guerra mondiale si registrano flessioni nella produzione sia per l’assenza di personale qualificato, impegnato al fronte, sia per l’impossibilità a migliorare e modernizzare la tecnologia, tutta tesa alla produzione bellica. Intanto si erano aperte le miniere di Winterslag nel 1917, di Beringen ed Eisden nel 1922, di Waterschei e Zwartberg nel 1924, di Zolder nel 1930 e di Houthalen nel ’39.

Negli anni del secondo conflitto la produzione diminuì di oltre la metà, passando da 30 a 13,5 milioni di tonnellate all’anno.
Così, il secondo dopoguerra vede le società minerarie in piena crisi. Per far fronte al deficit di manodopera locale vengono mandati al lavoro i prigionieri tedeschi, fino al 1947. Ma la posta in gioco è grande, ed è la ricostruzione post-bellica, per raggiungere la quale si punta su una produzione di 100.000 tonnellate di carbone al giorno. È in questo quadro che il 23 giugno 1946 il Belgio sigla un protocollo con l’Italia per la fornitura massiccia di manodopera: 50.000 lavoratori italiani da destinare
alle miniere belghe in contingenti di 2.000 unità settimanali (che di fatto si mantengono sulle 800- 1.000 unità), in cambio della fornitura mensile di 2.500 tonnellate di carbone, a condizioni “convenienti”, per ogni 1.000 operai inviati. E l’Italia, dal canto suo, ha urgente bisogno di carbone... Ma l’Italia non usufruì di questa “convenienza” che parzialmente, perché il carbone belga in realtà era
molto più caro di quello polacco e americano.
Il numero concordato venne pressoché raggiunto nel 1952, allorché si registrarono 48.598 minatori italiani in attività nelle miniere di carbone belghe.
Intanto altri stranieri si aggiungevano, grazie anche all’istituzione, il 18 aprile 1951, della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) che facilitava la circolazione di manodopera tra i paesi ad
essa aderenti.
arrivo_BruxellesVa detto che se il destino degli emigrati italiani in Belgio in questi anni è prevalentemente quello della miniera, c’è anche chi continua a cercare mansioni in settori diversi: metallurgia, costruzioni, cave di pietra, industrie della ceramica, chimica e vetreria. In misura minore altri italiani ancora si inseriscono
nel piccolo commercio, nell’artigianato, nelle mansioni d’albergo o come domestici.
I gruppi consistenti degli aspiranti lavoratori erano detti “convogli”. Ne partivano tanti anche dalla
Basilicata, dopo una visita medica sommaria all’Ufficio del lavoro, ma da qualunque luogo partissero
tutti avevano la stessa tappa intermedia: la Stazione Centrale di Milano. O meglio, il dormitorio sotto di essa, dove c’erano letti a castello a tre – quattro piani e sgradevoli... inquilini (i topi). Qua un’altra
visita, stavolta più selettiva, da parte di una commissione mista italo - belga.
Quindi si ripartiva alla volta di Bruxelles: il viaggio durava circa due giorni in treni senza riscaldamento e con i sedili di legno.
Ulteriori destinazioni: Charleroi o Liegi o Hasselt, dove li aspettava ancora un’altra visita: tanto rigore si giustifica, se si tiene conto della resistenza fisica che sarebbe stata richiesta ai lavoratori. E poi di nuovo in treno, o in camion, già sporchi di polvere di carbone, verso le destinazioni finali. Le baracche, i dormitori, il pasto comune. L’indomani, alla “Regie” della miniera, l’incontro con un ingegnere o un interprete, un’occhiata alle installazioni di superficie, consegna della tuta, del casco, il
“picco”, la pala, la lampada col numero e l’essenziale (tutta roba che si comprava, con trattenuta sulla
prima paga).
E subito al lavoro, “giù”, inghiottiti dagli ascensori alla velocità di 35 Kmh.,senza altre informazioni, né addestramento né niente.
Si comincia, con la paura dell’ignoto, dentro questa montagna nera che ti grava addosso. Alla prima discesa c’è chi soffoca le lacrime; ci si fa coraggio l’un l’altro. “Ça va?” “ça va.” Alcuni non scendono
che una sola volta. Altri lavorano una, due settimane, terrorizzati. Numerosi tra di loro non rivedranno
la propria terra. Ma non lo sanno.
Il primo “convoglio nero” da Milano partì la sera del 12 febbraio 1946.
Quei primi arrivi verso le miniere belghe erano conseguenti a contratti spesso incomprensibili, contratti capestro firmati con la sola speranza del lavoro, ma ignorandone del tutto la natura. I capitalisti belgi, detentori dei bacini minerari della Vallonia – nonché più tardi padroni dei bacini del Limburgo – non andavano troppo per il sottile: il carbone richiedeva forza lavoro fresca, massiccia e facilmente rimpiazzabile.
L’accordo garantiva a masse di italiani la certezza di un lavoro (quale, lo si sarebbe visto sul posto) e al Belgio la certezza di flussi regolari di braccia per vincere “la battaglia del carbone”. Nell’accordo venivano fissati i doveri dei lavoratori:
• avere meno di 35 anni;
• presentarsi a Milano, alla stazione centrale, e sottoporsi a visita medica e ai controlli di polizia;
• firmare, sempre a Milano, il contratto della durata minima di 12 mesi.

E i doveri dei datori di lavoro:
• dovere morale di rispettare gli accordi;
• pagamento di un interprete su ogni treno fino a Namur;
• nomina e pagamento di un uomo di fiducia per ogni miniera al fine di tutelare i diritti dei compatrioti.
Nessuno si curava di informare in anticipo su quale sarebbe stata la sistemazione (alloggi nelle baracche degli ex lager di guerra), né su quella che chiameremmo l’organizzazione dell’accoglienza: vitto, orari, ecc. La prima cosa che non fu rispettata fu il contratto dei 12 mesi poiché venne subito portato a 24. Poi fu l’età, che venne elevata a 40 anni per favorire partenze più massicce. Per un lavoro
così duro, pericoloso per le tante accidentalità impreviste e imprevedibili, non esiste alcuna forma di
addestramento fino all’aprile del 1952, quando, in seguito a numerosi scioperi, congressi operai e azioni organizzate, entra in vigore un nuovo contratto di lavoro. Eppure, Rocco Simone ci racconta di essere sceso in miniera nel 1960, all’età di 17 anni (nella miniera di Winterslag) dovendo svolgere
da subito tutte le mansioni: come scavare gallerie in avanzamento, a 33° di temperatura, poi alla “taglia”. Il papà, fabbro ferraio a Ruoti ma minatore a sua volta col convoglio del ’49, avrebbe voluto che il piccolo Rocco, arrivato con lui in Belgio all’età di sei anni, non scendesse mai nella ’mina’.
Come avrebbe detto lo scrittore svizzero Max Frisch, il Belgio “cercava braccia, e arrivarono uomini”.
Del tutto illusorio, quindi, che si potesse protrarre l’assurdo mercato “braccia contro carbone”, braccia che erano vite intere, giovani nel pieno delle forze venuti a morire (spesso), ad ammalarsi (sempre), nelle viscere della terra.
minatore_belgioBraccia e vite intere per sostituire e integrare la scarsa manodopera belga, insufficiente -cosi dicevano,
ma è più corretto dire: non intenzionata a scendere nelle condizioni di arretratezza in cui i proprietari
valloni mantenevano le miniere rifiutandosi di investire in sicurezza per gli operai. Perché per i belgi, altri lavori c’erano: tutti gli altri lavori, facendo invece registrare percentuali minime delle proprie presenze nelle profondità della miniera. Nel 1948, ad esempio, i minatori in Belgio erano complessivamente 170.000 di cui 120.000 di fondo, e gli italiani erano ingaggiati esclusivamente per questo lavoro.
Per l’ingaggio nelle miniere belghe c’era un’organizzazione che per certi aspetti fa pensare ai “vettori”, quei procacciatori di emigranti che dal secolo scorso e fino al primo decennio del nostro hanno talvolta costituito uno stimolo in più ad emigrare, sollecitati dalla prospettiva di una percentuale per ogni emigrante procurato alle Compagnie di navigazione.
A svolgere quella mansione stavolta troviamo gli “emissari” incaricati di reclutare manodopera per la miniera tra i nuovi arrivati o nelle proprie regioni.
E sono proprio i lavoratori italiani più richiesti, anche al di là degli accordi bilaterali.
Gli italiani hanno costituito sempre la percentuale più consistente dell’immigrazione in Belgio. Se l’abbandono del paese natio per trasferirsi in un’altra città è un fatto doloroso, l’intensità del contraccolpo è certamente più forte nel caso di un “trapianto” in un paese straniero, del quale si ignorano lingua, consuetudini, civiltà. Per chi emigrava, dunque, l’unico punto di riferimento era costituito dai propri compaesani, che essi cercavano di raggiungere per una garanzia minima di solidarietà e per ricostruire, almeno in parte, la socialità lasciata al paese di provenienza.

IL LAVORO QUOTIDIANO
Sullo sfondo di montagne di scorie di carbone, in paesaggi solitamente brulli, dai toni cupi, sorgono le miniere, oggi vere e proprie testimonianze di archeologia industriale.
Una “mine” (mina è il modo più comune di chiamarla, ma è francese italianizzato), all’esterno, la si riconosce subito dalle due torrette per il tiraggio dell’aria: una per l’entrata, l’altra per l’uscita. Da questi stessi pozzi verticali entravano ed uscivano anche uomini e materiali, scendendo con gli “ascensori”, cabine prive di pareti, a più livelli, ciascuno dei quali trasportava fino a 25 persone per complessivi 120 minatori alla volta. In un turno potevano lavorare 3000 persone. Gli ascensori si fermano alle diverse profondità in corrispondenza delle gallerie, talvolta veri e propri budelli, stretti, umidi e dalla luce fioca, attraversati da tubature che sono le condotte d’aria a pressione, dell’acqua e dell’energia elettrica. Il posto di lavoro si raggiunge con apposite “biciclette” o treni con locomotiva elettrica o diesel.
Le gallerie si aprono allorché si individua una nuova “vena” (o taglia “taille”) di carbone da abbattere,
in cui l’équipe di lavoro aggredirà la materia prima. Che non si fa abbattere facilmente: col martello pneumatico o con le cariche di esplosivo opportunamente collocate in fori il cui numero e orientamento solo l’esperienza può suggerire; ma che, in ogni caso, rappresenta uno dei tanti momenti
a rischio.
miniera_belgioAvanzanti carponi, in ginocchio o distesi lungo le taglie che le falde di carbone lasciano dietro di sé,
i minatori lavorano in un inferno nero, tra il pulviscolo che corrode i polmoni. Una borraccia di tè o di acqua mista a caffè leggero, amaro, basta appena a dissetarsi e mandar giù la polvere che impasta continuamente la bocca. Con pistole ad aria compressa sbudellano la terra, cadono pietre e carbone, il polverone si spande intorno e il frastuono assordante dei macchinari stordisce.
Man mano che “il fronte” avanza -il “fronte” è il punto di massimo avanzamento dei lavori-, il gruppo
provvede ad “armare” le pareti con puntelli in legno e travature o arcate in ferro o legno per evitare
crolli dovuti alla frantumazione del carbone. Il materiale grezzo e grossolanamente frantumato va ad accumularsi su una specie di nastro trasportatore, in cuoio o metallico, composto di grandi lamine per
una maggiore facilità di snodo, sostenuto da grossi cavi metallici ed azionato meccanicamente. Il carbone, una volta raggiunto l’imbocco della taglia, è raccolto e caricato su vagoncini, raggiunge i pozzi d’estrazione e da qui la superficie, dove i vagoncini vengono svuotati e rispediti al fondo. In superficie, il carbone viene lavato, separato dagli altri minerali e già suddiviso in categorie d’uso.
Queste, in sintesi, le principali fasi del ciclo estrattivo in una miniera sotterranea.
È in questo tipo di miniere che si annidano i pericoli più vari, inattesi e imprevedibili.
• Le gallerie possono franare sotto il peso del materiale soprastante. Per questo l’équipe dei minatori deve provvedere ad armarle avanzando coi lavori. I filoni alti sono i più pericolosi; d’altra parte quelli più bassi sono i più faticosi perché costringono a lavorare in ginocchio o sdraiati.
• L’acqua delle falde sotterranee può allargare le gallerie. Sono necessarie potenti pompe che l’aspirano in superficie.
• L’aria dovrebbe circolare per tiraggio naturale tra i vari pozzi, ma se le gallerie sono molto profonde si devono usare sistemi di aria forzata, difettando i quali si rischia l’asfissia.
• Il gas metano (il grisou) è spesso presente in sacche e quando si abbatte una parete può invadere le gallerie. Poiché il grisou è inodore, rappresenta una vera insidia che i minatori hanno sempre cercato di prevenire con sistemi talvolta molto approssimativi, come un piccolo animale in una gabbietta, o
osservando il comportamento di una fiammella... Rappresenta la causa principale delle numerose
esplosioni di cui diamo una triste cronologia (v. incidenti)
Altri problemi per la salute dei minatori sono rappresentati dalle polveri che respirate a lungo causano
un deposito di silice nei polmoni (la silicosi); dal rumore delle perforatrici che causa disturbi dell’udito; ferite da schegge, da attrezzi; amputazioni per uso maldestro di uno strumento, rottura dei
cavi, una manovra errata del nastro trasportatore; fino allo schiacciamento tra due vagoncini a pieno
carico (caso tutt’altro che infrequente). Infine il tremendo ambiente caldoumido, una semplice negligenza dovuta alla fretta, alla stanchezza...

INCIDENTI
Dal 1820 al 1840 nei bacini carboniferi del Belgio si erano verificati ben 1352 incidenti che avevano provocato 1710 morti e 882 feriti gravi, per una popolazione di 28.000 minatori.

I più gravi incidenti sul lavoro in Belgio dal 2° dopoguerra
L’elenco delle sciagure, già numerose, non comprende i frequentissimi e quotidiani incidenti in cui si trovano coinvolti i lavoratori di ogni nazionalità e ad ogni livello nella scala delle mansioni.
In corsivo, alcune essenziali annotazioni cronologiche.

07.05.1946 Esplosione in una miniera a Dampremy: 16 morti.

Nel dicembre del ’49 i minatori del Borinage attuano un primo grande sciopero generale.
Il 23.6.1946 viene siglato il primo accordo italo-belga relativo all’invio da parte dell’Italia di 50.000 operai nelle miniere belghe in cambio di fornitura di carbone all’Italia a condizioni favorevoli.

11.05.1950 Sciagura in miniera a Trazegnies: 40 morti, tra cui 3 italiani.

21.09.1951 Sciagura in miniera a Quaregnon: 7 morti, tra cui 1 italiano.

Contro le rischiosissime condizioni di lavoro, nel marzo del ’52 scendono in sciopero i minatori dei bacini del Borinage e di Charleroi.

17.06.1952 Due le sciagure nel bacino di Charleroi: muoiono 10 minatori, tra cui 6 italiani.

08.07.1952 Sei lavoratori italiani muoiono alla diga di Eupen, dove hanno lavorato 500 italiani.

11.07.1952 Incidente a Couillet: 10 morti.

22.11.1952 Incidente a Zwartberg: 12 morti.

13.01.1953 Sciagura a Wasmes: 20 i minatori morti, tra cui 8 italiani.

Scendono in sciopero i minatori della Kessales.

26.09.1953 Sciagura a Baudour: 12 morti.

24.10.1953 Sciagura a Many: 26 i morti, tra cui 14 italiani.

26.10.1953 Altra sciagura a Quaregnon: 12 morti, tra cui 7 italiani.

In seguito ai numerosi e gravi incidenti, l’Italia sospende l’emigrazione verso il Belgio, in attesa di maggiori garanzie di lavoro. Nel febbraio del ’54 viene siglato un secondo protocollo italo – belga  che prevede un nuovo contratto di lavoro per i minatori italiani.
16.05.1954 Ancora un grave incidente a Quaregnon: 7 morti.

28.02.1956 Altra grave sciagura a Quaregnon: 8 morti, di cui 7 italiani.

L’Italia sospende nuovamente l’emigrazione verso le miniere belghe.
Luglio 1956 L’Unità pubblica un articolo di denuncia molto circostanziata sulle rischiosissime condizioni di lavoro dei minatoriin Belgio. Solo pochi giorni dopo, la catastrofe:

08.08.1956 Catastrofe mineraria al “Bois du Cazier” a Marcinelle: 262 morti, tra cui 136 italiani.

Questa, la più grave sciagura della storia mineraria del dopoguerra. L’Italia blocca l’invio dei “convogli”. Riprenderanno a partire più di un anno dopo, nel dicembre ’57, alla firma del terzo protocollo d’intesa che conterrà altre garanzie per gli italiani. Ma l’emigrazione è sospesa solo ufficialmente: nel frattempo si parte da “turisti” e poi ci si ferma per lavorare.
Tre anni dopo la catastrofe il Tribunale di Charleroi chiuderà il processo con un sentenza di generale assoluzione. A quel punto, il Monumento alle vittime di Marcinelle (1960) pare, per molti, un insulto. E le sciagure non hanno termine.

26.02.1962 Incidente a Micheroux: 3 morti.

maggio ’62 Incidente a Lambusart: muoiono 6 minatori italiani.

07.12.1962 Incidente a Cheratte: 4 morti.

Intanto diminuisce la competitività del carbone al fronte di quella del petrolio, ma anche più bassi costi nello sfruttamento dello stesso minerale in altri paesi extraeuropei. Le direzioni dei bacini carboniferi del Belgio attuano un piano di modernizzazione di alcune miniere e la contemporanea chiusura di altre. Ma ciò non basta. Nel 1984 chiude il “Roton”, l’ultima miniera della Vallonia. Segue Zolder, l’ultima del Limburgo: la chiusura di questa miniera, prevista per il 1996, per decisione della direzione della Kempense Steenkoolmijnen fu anticipata al 1992, 30 settembre, ponendo fine all’attività estrattiva in Belgio.

Tratto da: I Lucani in Belgio di maria Schirone

Vedi anche: Miniere e minatori del Limburgo, storia di sardi

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