CURIOSITÀ DEL VOCABOLARIO SARDO

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27.

Dell'«upittu de sos sorighes»,
di Maimone e la marcatura del tempo


Campaniare. Campaniare, adunque, esiste in sardo, anche se, in verità, poco usato ormai. E ha almeno due significati, che in fondo hanno però qualche cosa in comune che ne attenua la differenza. Essi per altro non corrispondono affatto a quello attribuito al nostro verbo dal Wagner nel suo Dizionario etimologico sardo di «esser arroganti», e a quello datogli dallo Spano, che lo riporta nella sua forma campidanese di campionài, precisamente di «stare all'erta, attendere l'occasione». (11 Porru non riporta il verbo: lo porta la Atzori nel suo ottimo Glossario del sardo antico). Abbiamo detto che il senso oggi attribuito a campaniare è duplice: di «migliorarsi, migliorare», e di «uguagliarsi, parificarsi». Qualche esempio varrà a chiarirlo meglio di una lunga trattazione.
Di una ragazza sciattona e trascurata, o anche piuttosto malaticcia, quando col passare del tempo dimostra di curare più e meglio il modo di vestirsi, e ingentilisca il suo modo di comportarsi si dirà che s'est campaniada. Analogamente, se per cure o per sviluppo naturale ha rassodato la sua salute e presenta un aspetto florido di sanità, si dirà che si ch'est campaniada.
Anche per l'altro significato diamo un esempio. Quando fra due persone esiste una divergenza, in qualche affare o questione comune (una soccida che si deve sciogliere, una eredità malamente divisa, e simili), e si palesa una disparità di condizione e di trattamento, raggiunto un accordo si sana la differenza, diranno: nos sémus campaniados.

Quest'ultimo significato è più vicino a quello che il verbo aveva in antico. Lo si trova variamente coniugato nel kondaghe di S. Maria di Bonarcado e, più frequentemente, in quello del monastero di S. Nicolò di Trullas, che, come è noto, aveva la sua sede a Semestene, vicino a Bonorva. E sempre, però, nell'uno e nell'altro con un senso preciso e definito, di «comporre una vertenza, appianare una controversia, transigere una lite».
Riportiamo, anche qui, alcuni brani tratti dai kondaghi, non solo a maggior chiarezza portata dagli esempi, ma anche per qualche loro particolare curiosità, gradita, spero, al lettore.
Alla nota 160 del kondaghe di S. Maria di Bonarcado, il priore Janne Mellone annota: «Coiuedu (coniugai) Luxuria Mellone ankilla de S. Jorgi cum Furatu Agedu, serbu de donnigellu Orςoco et fegerunt IIII fiios». A un certo punto, insorse una lite fra lo stesso priore e il figlio di Orςoco, Petru de Serra, sulla proprietà dei quattro figli dei servi, e il priore annota: Campaniarus nos impare et partirus su fedu de cussos» (con Petru de Serra, si intende).
Dal kondaghe di S. Nicolò di Trullas, nota 156, riportiamo un altro caso di componimento di una vertenza giudiziaria (kértu). La controversia, questa volta, ha per oggetto prevalentemente terreni, e, in misura minore, dei servi, e si svolgeva fra il priore di S. Nicolò e tal Gosantine d'Athen. Osca (poi), annota il priore, «fecimus sa Campania (l'accordo, la transazione, ecc.) in corona de donnu Rogeri legatu de Roma. Derunminde, (mi diedero, prosegue) in parte a mimi sa domo ecc. ecc., ca tantu 'nke leuàit (levò, prese, ecc.) Gosantine d'Athen».
Nella stessa nota, che è piuttosto lunga, sono riportati altri due contrasti conclusi con una Campania: «Osca ego kertande in corona del Judice Gunnari cun donna Pretiosa essendo ego de uincer (stavo per vincere) campaniaitse mecu et parςivimus nos» ecc. ecc. (segue un lungo elenco, di beni stabili e di servi).
Del terzo episodio così scrive: «Osca mandaitimi (mi chiamò) donna Muscu et ego andaibili ad amendalas. Et ipsa narratimi ca donnu cussu kertu ki amus impare pr'onore de sane tu Nichola si vos placet (se a voi piace) campaniemusilu kene jura (ingiuria, danno), uestra nen mea et ego naraili ca donna in benedictione (dà, in altre parole, il consenso alla proposta Campania). Et issa narràitimi prossa Campania datemi»: e qui una serqua di permute, divisioni, ecc. ecc.: testes, precisa, Judice Gunnari (Gonario) et Cornila de Gunale su frate.
Vogliamo riportare in ultimo un altro episodio, nel quale, a consigliare e promuovere sa Campania, cioè il componimento della vertenza, è stato... il presidente del Tribunale, precisamente il Giudice che presiedeva la Corona. Si legge nella nota 180 del kondaghe di S. Nicolò di Trullas, che riporta la conclusione di uno dei soliti kértos del corso del giudizio avanti alla Corona. La quale, per esser presieduta dal Giudice, dovette esser de logu o de rennu, perché le altre due forme di corone, quella di berruda e quella di curatoria, cioè del villaggio o della circoscrizione curaforiale (una specie di mandamento o di viceprefettura), erano presiedute dal maiore de villa o da funzionari o ufficiali de rennu.
E suona così (in riassunto, si intende): «Kertarun mecu sos dessu ospitale donnu Geràrdu e Tùia Ferru (forse un soprannome) prossa domo de Iscanu ki...» ecc. E intanto il priore richiama i precedenti, a così dire, della vertenza o meglio dell'oggetto di questa. La casa, dice, era stata divisa in precedenza fra il monastero e i due suddetti: «parcirumsilas latus a latus (metà e metà) a bona voluntate de pare. Et osca kertait mecu Taia Ferru prò aerende (averne) issu duas partes, in corona de Judice Gunnari, s'atera die de pascua nuntio (il giorno successivo alla pasqua dell'Annunciazione?). Et ego narandeli ca parcitus amus et isse ca non. Paruitile (parve) bene a judice prò campaniarenos et campaniaìmus nos appare...» (e qui precisa, al solito, i termini della Campania).
Chiuso questo argomento su campaniare, vogliamo ricordare che esiste in sardo un verbo simile, anche nel significato, oltre che nel suono: campionare. E del resto è comprensibile, in quanto sia campaniare che campanionare possono considerarsi... fratelli, perché derivano dalla stessa matrice latina. Anche per campionare ci varremo di qualche esempio, per precisarne il significalo. Quando in una famiglia i suoi membri sono piuttosto tardi, poco solerti e capaci nelle ordinarie contingenze della vita, tutti meno uno, però, si dirà che quest'uno campiònada sa famiglia, le dà un tono, la guida, ne corregge le manchevolezze e simili. Se di un giogo di buoi uno è piuttosto scadente, ma l'altro è invece prestante, si dice che su de destru (ove il destro sia il... campione) campiònada su giuo.
Infatti nell'un caso e nell'altro è evidente che si pone in luce che il figlio abile e intelligente è un campione, almeno rispetto agli altri componenti la famiglia, e che, ugualmente, il bue aggiogato a destra è a sua volta un campione.
A parte gli esempi or ora riportati può affermarsi, in linea generale, che il sostantivo campione, da cui è sorto il verbo campionare, ha in sardo e in italiano lo stesso identico significato. È campione l'atleta che nelle gare agonistiche emerge sugli altri. Ed è campione quell'esemplare che si esibisce quale esempio e tipo di una serie uguale (nel qual caso è ovvio si offra l'esemplare migliore), o la mostra di un prodotto del quale si vogliano dimostrare le qualità e le caratteristiche: dal materiale edilizio ai prodotti del suolo, olio, vino ecc. ecc.

Abbiamo detto che campione e campionare, e Campania e campaniare sono... fratelli; e ben a ragione. Essi sono nati indubbiamente dal latino campus che indicava precisamente una estensione più o meno vasta di terreno pianeggiante, la pianura. Ma già nel latino il termine era usato frequentemente in senso traslato, al di là del suo senso specifico. Cosi campo di Marte era chiamato a Roma il luogo in cui i giovani venivano addestrati alle armi. Cicerone lo usa a indicare il luogo in cui si svolse una battaglia vera e propria. E pur naturalmente conservando nell'uso il suo significato originario, in seguito l'uso nel suo senso traslato andò sempre più diffondendosi, talché le frasi «scendere in campo», «accamparsi» e simili indicavano esclusivamente fasi o azioni militari e di lotta, e guerra, nella parlata e nella lingua scritta. Così nel Medioevo questi termini vennero usati estensivamente anche a quelle azioni di guerra simulata, come i tornei, le giostre ecc.; la frase «scendere in campo» era d'uso corrente, e si usava anche relativamente ai duellanti, per i loro scontri sul terreno, che in fondo erano, sì, combattimenti, ma spesso all'acqua di rose.
Ora chi nei combattimenti veri e propri o in quelli simulati dimostrava maggior valore e destrezza conquistava la vittoria, diventava senz'altro «campione», perché teneva o aveva tenuto vittoriosamente il campo. Non solo in Italia. Nella Spagna il massimo e più celebre eroe spagnolo, nel più noto poema cavalleresco, forse, di tutto il Medioevo, è chiamato per antonomasia campeador, il Cid (pare dall'arabo, «signore») Campeador. E si tratta di un poema di ignoto autore che si fa risalire al 1140 circa, nel quale si cantano il valore, l'eroismo di un cavaliere che per decenni lottò, per conto dei Re di Castiglia, contro gli Arabi, che si voleva scacciare dalla Spagna: sempre vittorioso (salvo che nell'ultimo scontro, in cui rimase soccombente, e ne morì di vergogna).
Alla luce di quanto abbiamo detto appaiono logici ed evidenti i vari significati che via via son venuti assumendo in sardo campione e campionare, Campania e campaniare. Il campione agonistico e l'eroe in guerra acquistano gloria per sé, ma l'alone si proietta anche sui loro conterranei; il loro prestigio si estende al loro popolo e, più terra terra, ai loro familiari.
E così, pur partendo da un contrasto violento, simulando una lotta come nei tornei, nelle giostre, o da una semplice lite nei kèrtos sardi, alla fine tutto termina in una conciliazione fra contendenti, dopo la competizione, anche se viene esaltato il vincitore. E se ben si riflette lo stesso fenomeno del duello, pur costituendo una forma elementare di combattimento fra singoli, regolato, com'era, da rigide norme, aveva la precisa finalità di portare a una sistemazione della vertenza, e finiva, in genere, con la riconciliazione dei duellanti. Ed ecco perché e come, quando un fcértu veniva composto con una transazione, si diceva che le parti si fini campaniadas.
Si intende facilmente che campu ha dato vita anche ad altri termini meno... pretenziosi, di quelli finora esaminati. Campu, intanto, che ha lo stesso valore di campus latino, cioè di terreno pianeggiante, pianoro più o meno vasto. E l'aggettivo campinu, dato quando un certo terreno boscoso è stato disboscato, è quindi nudo di piante, come in genere lo sono i campi di solito adibiti all'agricoltura.
Anche una plaga di alta collina, purché abbia la caratteristica di essere prevalentemente pianeggiante, vien detta campeda: addirittura come toponimo, così essendo detto l'altopiano di Campeda tra Bonorva e Macomer.


Impare. Spigoliamo ora per finire qualche curiosità linguistica dagli stralci riportati dai kondaghi. Intanto questa. Nella prima nota abbiamo un esempio, come dire?, di matrimonio regolare fra servi di diversi padroni: «Coiuédi, annota il priore, Luxuria Mellone cum Furatu Agedu». Poiché il matrimonio era avvenuto col consenso di ambi i padroni, i figli avrebbero dovuto essere divisi fra costoro, raggiunta una certa età (che pare fosse attorno ai 6 anni). Le forme illecite di matrimonio, cioè fatto senza il consenso dei rispettivi padroni dei due sposi, era detto a larga o a fura, a seconda che si fosse trattato di ratto o di matrimonio clandestino. Non è che il matrimonio non fosse canonicamente regolare: era pur sempre valido di fronte alla Chiesa; ma non dava alcun diritto sulla prole futura al padrone del servo: la figliolanza apparteneva tutta al padrone della serva.
A leggere con una certa attenzione gli squarci tratti dai due kondaghi di S. Maria di Bonarcado e di S. Nicolò di Trullas si rileva facilmente la differenziazione che già si palesava fra la lingua parlata nel Campidano di Oristano (in cui cadeva il monastero di S. Maria) e il Logudoro (ove era posto Semestene), soprattutto nella coniugazione dei verbi, ma anche nei suffissi delle parole. Un esempio di questa differenza fra le due parlate ci viene offerto proprio nella nota 160 di S. Maria e n. 188 di S. Nicolò: nella prima si legge «campaniarus nos impare»; nella seconda «campaniarimus nos appare».
E poiché ci cade ora sotto la penna, spendiamo poche parole su impare, appare testé riportati: termini ovviamente composti. Provengono dall'aggettivo latino par, che però in sardo, col prefisso im o a, diventa avverbio con vari sensi, anche se sostanzialmente affini o addirittura uguali. L'avverbio è tuttora d'uso corrente, in molte locuzioni; come bogare de pare, «smontare un oggetto», ad esempio il carro agricolo, che viene smontato dopo la raccolta; o anche riferito a persona: sun benidos a sas manos (si sono azzuffati) e los hana bogadu de pare; essire de pare, di due coniugi che si separano per loro contrasti, o di due soci che per divergenze sciolgono la soccida; palas a pare: darsi le spalle, a dimostrare broncio, sémus paris: siamo pari; essimus paris: usciamo insieme ecc.


Osca. Altro avverbio; di tempo, questo, più comunemente usato nella forma piena di posca: il quale evidentemente è il latino postea, avendone lo stesso significato di «poi, poscia».
In posca la t latina di postea è diventata c. Ora, in questo altro avverbio kene, che viene dal latino sine, la s di sine è diventata e duro, k, per una di quelle trasposizioni di suono e scambio di consonanti tutt'altro che infrequenti in sardo: dovute a motivi eufonici, propri di ogni lingua, kene e kenza, diventano poi in alcuni posti sena e senza; ma il senso è sempre lo stesso.
Nella nota 156 donna Muscu, come abbiamo letto, propone al priore di comporre su kertu kene iura uestra nen mea. Di kene abbiamo detto; chiudiamo ora la nota rilevando che iura non è altro che iniuria latino, in forma sincopata; ma con uno dei significali del latino, cioè «danno, perdita», e che la particella negativa nen porta alla fine una n pleonastica, ma anche eufonica e diretta a facilitare la dizione.

 

Tupa. Abbiamo avuto occasione di adoperare il vocabolo tupa che, come matta, vale «macchia». Ma il termine merita una trattazione più ampia, per la ragione che il lettore vedrà subito.
Il Wagner sostiene che esso deriva dalla radice tup (o anche 'up) che avrebbe avuto, in origine, il valore di «folto, denso» e simili. Nulla da eccepire circa la radicale; ma mi permetto di dissentire, almeno in parte, per il suo significato originario.
Comunque, è un fatto che da questa radice sono rampollati parecchi altri termini, oltre a quello di cui si è detto: sostantivi, aggettivi, verbi. I quali, poi, si sono dispersi in varie direzioni e vari modi, pur conservando, i più, qualche cosa del senso originario e la parentela che li lega. E, si intende, il suono fondamentale. Vediamo ora quelli che ci vengono in mente.
Prendiamo per primo upa, che vuol dire, grosso modo, «aspetto, apparenza» e, secondo lo Spano, «volume, ombra». Qualche esempio ce ne chiarisce il senso esatto. Di una donna formosa, di florido aspetto, e prospera presenza, si dice ancora chi hat solu sa upa, se, contrariamente a quel che mostra e lasci pensare, non ha alcuna resistenza al lavoro e si affatica subito: ma non lenet sustanzia.
Avviene sempre di intravedere all'improvviso, in casa o più spesso in campagna, di notte o al buio, una specie di ombra più o meno voluminosa, e indistinta, ferma o anche in moto. È l'incerta sagoma di un animale o di una persona, o di altra cosa imprecisa, indeterminata? Non si può dire di che cosa si tratti, al primo aspetto. Talché, nel dubbio, sorge un certo senso di paura, in noi, di fronte a questa cosa ignota, che ci appare inaspettatamente all'improvviso, e dai contorni vaghi. Potrebbe anche essere il nemico che ci attende all'agguato, per farci del male; o un'anima dannata, non ancora accolta per l'eternità nell'inferno, che vaga nella notte. Si dirà allora che si è vista una upa; addirittura una upa mala; anche se poi si constata che si tratta di un famigliare comparso nel buio della stanza, o di un bue che riposa, ruminando pacificamente, sulla nuda terra.
Il termine esiste anche al maschile: upu; e il suo derivato upuale, più comunemente nella forma di pubuale. Secondo lo Spano upu designa l'«attignitoio», un piccolo recipiente per attingere l'acqua dalla sorgente o da un tino. Di fatto nell'uso comune ha un senso generico più ampio: quello di recipiente per prendere o conservare acqua e altri liquidi, come il latte, negli ovili. Era comunemente di sughero, e immancabilmente aveva attorno diversi upittos, cioè piccoli upos, della capacità di due, tre litri. In un certo periodo della nostra storia, quello della tarda feudalità, era proprio una misura di capacità. Fra le varie contribuzioni alle quali erano tenuti i vassalli nei confronti del feudatario, vi era proprio quella, certo arbitraria, chiamata upittu de sos sórighes. Precisamente: i vassalli, oltre al laore de corte (se dovuto al feudatario), erano obbligati a consegnare anche unu upittu di grano, a compensare il ricevente del grano mangiato dai topi nei magazzini padronali!
S'upuale, o puale, o buale a seconda dei paesi, cioè il secchio, avrebbe il suo etimo, secondo lo Spano, nel latino aqualis, in cui è evidente la derivazione da aqua, «acqua». E invero la desinenza -alis, come in italiano, era normale in latino, e anche in sardo. Tuttavia io ritengo che l'origine vera sia proprio la radice di cui trattiamo, cioè (t)up; alla quale nell'uso abbiamo aggiunto appunto il suffisso -ali, -ale.
Una specie di cavolo viene indicata in sardo càule (a) upu. È il cavolo cappuccio, nel quale le foglie si sovrappongono, si raccolgono, più o meno fitte e compatte, una sull'altra, in modo da formare una specie di palla.
Riprendiamo ora il termine da cui siamo partiti: tupa, cioè, che come abbiamo già visto vuol dire macchia, cespuglio, ma in genere piuttosto voluminoso, e ampio, anche se sostanzialmente costituito sempre da un groviglio di fronde e rami, e rametti di poca consistenza.
Ma tupa chiamiamo anche il buco della serratura, il foro di entrata della chiave per smuovere la sbarra di chiusura e di apertura de su friscu: sa tupa de sa crae.
Da tupa sono derivati alcuni verbi. Tupare, intanto. Anche qui un esempio chiarirà il senso comune di questo verbo, che poi non è il solo, come vedremo dopo, a provenire da tupa. È noto che in ogni comune esiste il cosiddetto Regolamento di polizia rurale. Il quale, salvo le modifiche più o meno sostanziali apportatevi in seguito, rimonta dappertutto, anche se in genere negletto dagli amministratori, al 1865. (Se mal non ricordo era deliberato dai Consigli Provinciali, ma era sancito dal Re, per cui porta la firma del Re Galantuomo Vittorio Emanuele II). Orbene una delle disposizioni portate dal detto regolamento fa obbligo ai proprietari dei fondi frontisti alle strade pubbliche, chiusi con siepi vive, di recidere a primavera i rami che si protendono nelle strade campestri. Lo scopo è evidente: si voleva evitare che sas tupas ostruissero le vie, le... tupino: tupare su caminu.
Tupare vale anche «tappare»: tupa sa ucca de su carradellu; su mustiu hat finidu de buddire (la fermentazione lenta dei mosti nelle botti). Cosi, anche istupare ha un duplice significato. «Togliere il tappo», intanto, dal recipiente ove era stato apposto o applicato: istupa su carradellu, sa damigiana ecc. E l'altro di «uscire», e non da un luogo qualsiasi; ma dae sa tupa. E il più spesso con una certa velocità o violenza: come del cinghiale braccato dai cani e dai battitori nelle cacce, quando esce furioso dalla macchia in cui era nascosto; o d'improvviso, come la pernice scovata dal segugio nel cespuglio, ove si era ammagada.
Da tupa poi abbiamo il diminutivo tupetto, col quale si indica quella specie di lattuga che le foglie, anziché a cespo, le raccoglie una sull'altra, appunto come il già visto cavolo cappuccio, anche se in maniera meno compatta e fitta. E un accrescitivo, che però, con termine di enigmistica, dovrebbe dirsi falso accrescitivo: cioè tupone. Col quale non ci è avvenuto mai di sentir chiamare una tupa, cioè una macchia molto grande, ma solo il tappo, anche se di dimensioni ridotte. E su tupone non è sempre necessariamente un lappo di botte o di damigiana, perché il termine vale anche a indicare qualsiasi altro aggeggio idoneo a chiudere un recipiente qualsiasi. E da tupone, logicamente, tuponare, con lo stesso significato di tupare, «apporre su tapu», e istuponare, al contrario, «togliere il tappo».
Il fatto, per non dire l'azione, del cavolo a upu, o de sa tupetta che dispongono le foglie, man mano crescendo, nel modo che abbiamo visto e definito sopra, è in sardo precisato col verbo atupare. E, poi, ma con evidente corruzione, aggupare, aggupulare; gùpulu essendo chiamata la palla formata dalle foglie dell'una e dell'altra erba (lattuga e cavolo); ma non solo da esse. Così alla ricerca di funghi più di una volta ho detto (od ho sentito dire, si intende, da altri) una frase come la seguente: che so incappadu in d'una istèrrida de cugumeddos aggupulados, e nde nappo prenu una pischedda. Si tratta di funghi il cui cappello si raccoglie a cupola fin quasi a toccare il gambo.
Or è evidente, a mio parere, che nel sardo gùpulu, come nell'italiano «cupola», è presente la radicale di cui trattiamo: tup, dalla quale siamo partiti. La derivazione, peraltro, è da ritenere non diretta, ma indiretta, derivata; perché è da credere senz'altro che gùpulu e «cupola» ci vengano dal latino cupula, diminutivo di cupa, «botte».
Lo strano è che per noi la cupola non è chiamata così, ma porta il nome di zumbóina o zumbóriu, come porta lo Spano. E l'uno e l'altro vengono da zumbu, zumba, che indica una modesta gibbosità naturale o artificiale della terra, un rigonfiamento fisico, per una caduta. Nel quale zumbu, per altro, pare adombrato, a ben vedere, anche il suono e il senso della radicale tup in argomento.


Appretu. Sia il sostantivo appretu che il verbo appretare sono tuttora di uso corrente. Ma il loro significato ha subito una rilevante evoluzione, da quando entrò nell'uso, a oggi; anche se la forma è rimasta la stessa o quasi.
Nelle carte più antiche, come negli Statuti Sassaresi, nella Carta de Logu di Eleonora e nel Codice agrario di Mariano, appretu ha un significato preciso, addirittura specifico, si direbbe. Abbiamo visto come e quanto gli antichi legislatori dell'Isola tendessero a favorire e proteggere l'agricoltura, specie nei luoghi chiusi e a coltura specializzata: chiusi, orti, vigne, frutteti, seminati, e simili. E con quale severità perseguissero coloro che danneggiassero le coltivazioni, specie per i danni provocati dal bestiame che, volutamente o per incuria, penetrasse nei fondi chiusi. Lo jus necandi, il diritto di uccidere (su magheddu) un preciso numero di capi a seconda che si trattasse di bestiame minuto o di bestiame grosso, trovato entro di essi, non solo era esplicitamente riconosciuto, ma per gli ufficiali pubblici costituiva addirittura un preciso obbligo, la cui volontaria infrazione importava una grave punizione. In ogni caso il proprietario del bestiame era rigorosamente tenuto a risarcire il danno arrecato nella precisa misura della stima in danaro fatta da probi uomini a tal fine delegati. Questa stima era detta appunto appretu, o apprestu, apreciu, dal latino ad pretium. L'obbligo del risarcimento, poi, era così perentorio che l'inadempiente era punito con grave pena corporale (vedi il Cap. 41 della Carta de Logu).
Proprio questa perentorietà del risarcimento, la severità della punizione, hanno dato a quella evoluzione del senso di appretu (e naturalmente del verbo correlativo) alla quale abbiamo accennato prima. Infatti appretu, ora, non significa più «stima del danno», ma genericamente «costrizione, necessità, coazione» e simili. E non solo e non sempre dovuta a volontà altrui, di persona fisica o di autorità pubblica, ma anche determinata da situazioni obiettive o subiettive sopravvenute in certe occasioni della vita. Mi so idu appretadu de 'endere su bestiamene (per grave deficienza di pascoli, ad esempio, o per mancanza di personale di custodia); su caddu mi haiat leadu sa manu e mi so appidu appretadu a mi che 'ettare dae caddu: sono frasi che ancora si dicono dal popolo.


Buza. Buza, si sa, vuol dire «otre», e niente altro che otre. Ma, come si vedrà fra breve, questo termine, che indica un così modesto attrezzo rurale, altrove ha un significato diverso, anche se similare; e più ancora, in uno Stato, l'Inghilterra, è assurto a una dignità primaria, nella vita pubblica di quella nazione.
Non può porsi in dubbio che il termine venga dalla parola latina bulga, forse attraverso lo spagnolo, che lo ha identico nella forma. Bulga latino vuol dire «sacco» e anche «borsa», di pelle, specialmente quella destinata a raccogliere la moneta sonante dei commercianti.
In ispagnolo, oltre a indicare l'otre, vale anche «borraccia», formata da una piccola otre, un piccolo sacco di pelle, munito in alto, ove si restringe, di un bocchino, dal quale si spreme il vino a zampillo, direttamente in bocca. In sardo per «scarsella, portamoneta», abbiamo il termine di bussia, e al diminutivo bussiottu. Trigu in lussia (lo abbiamo già ricordato, in altra occasione; ora lo ripetiamo) e dinari in bussia: è frase ancora corrente nel popolo, a indicare che del raccolto si ha sicurezza e certezza quando il grano è insilato nella lussia, nel granaio domestico, e, del danaro, quando lo si ha nella bussia.
Sa buza, fatta di pelle di capra, conciata a crudo, come si dice, era immancabile, nel passato, in ogni casa, per il trasporto di liquidi, specie del mosto dalle vigne, alla vendemmia, a soma con somari e cavalli, mancando carri rustici e strade carrereccie.
In senso figurato con buza indichiamo anche lo stomaco umano. Per il quale abbiamo poi il termine budda (con probabilità budda è corruzione di buza; e invero lo stomaco è costituito da un sacco che, nella forma, richiama anche sa buza); ma si ricollega più chiaramente al bulga latino.


Budda in genere è usato in senso spregiativo; così come buddone indica un forte mangiatore e bevitore, abbuddonare vale a indicare un mangiare e bere smodati.
Il bulga latino ha fatto, però, una strada ancora più lunga di quella fatta per arrivare in Sardegna; ed è pervenuta, come vedremo, sulle rive del Tamigi e con un prestigio ben maggiore che da noi. Ha fatto tappa, prima, in Francia nella stessa forma latina e con lo stesso significato di «sacco di pelle». Colà, successivamente, è diventato bouge: e, a indicare un sacco piccolo, bougette. Sotto questa forma, evidentemente, ha varcato la Manica e ha preso piede in Albione, naturalmente adattata alle caratteristiche della lingua di colà: nella precisa forma di budget. E con questo nome ora vale a indicare solo il bilancio, o il progetto di bilancio del tesoro, preventivo di quello Stato, così gelosamente custodito dal Cancelliere, prima di esporlo al Parlamento.
Come si vede, il termine originariamente indicava il contenente, il mezzo per custodire il tesoro; in Inghilterra ha finito con l'indicare il contenuto: il previsto e preventivato tesoro dello Stato.


Paranùmene, improvérzu. Chi volesse fare dalla storia, e, più ancora, dalle cronache locali, una raccolta dei nomignoli e attributi affibbiati in vita o dopo morti a personaggi più o meno eminenti, ne troverebbe quanti bastano a formare una grossa enciclopedia. E non sarebbe neppure di lettura pesante, perché da essi, e attraverso di essi, verrebbero fuori, a migliaia, episodi curiosi, caratteristiche peculiari dei personaggi ai quali i nomignoli e gli attributi erano stati... attribuiti. E non solo dei personaggi più eminenti, come Alessandro, Magno per eccellenza; Pompeo, pur esso Magno, Demetrio Poliorcete (e così non venne, però, chiamato Cesare, che pure nelle opere ossidionali è rimasto insuperato); ma di personaggi di minor rilievo come Carlo il Calvo, Lorenzo il Magnifico ecc.
Non si spaventi, però, il lettore. Non è mia intenzione entrare a questo fine nel campo della storia e neppure della cronistoria. Ci limiteremo a ricordarne qualcuno nostrano, fra i tanti che si trovano in ogni paese, che merita di esser conosciuto per qualche suo lato curioso. Premettiamo però che in sardo abbiamo almeno due termini a indicare il nomignolo. Paranùmene, intanto, che ha in se stesso la sua derivazione: sta «al posto del nome». E improvérzu, poi. Con questa differenza rispetto a paranùmene. Questo, in genere, non dà un attributo spregevole a chi ne è rivestito, come ad esempio quello di conca 'e anzone, dato a un tale che aveva i capelli crespi e ricciuti come la lana di un agnello di razza merinos; improvérzu, al contrario, ha sempre un contenuto offensivo o di spregio per chi ne è... vittima.
Vediamo ora il primo di tali nomignoli che intendiamo portare a conoscenza del lettore. Un mio... intimo amico, nei primi lustri della sua vita, era conosciuto col nomignolo, che appare ora strano, di lìbera e mesa e tres unzas. Poi esso si è perduto per istrada e ne vedremo il perché. Ora vediamo come e perché esso è nato.
Una giovane sposa di ottima famiglia, alla fine del secolo passato, volle sciogliere un voto fatto, non so in quale occasione, a S. Costantino: di presenziare alla festa e di fare, non so bene se sas nuinas (le novene) o su 'izzadorzu (la veglia) in onore del Santo guerriero. Si fece condurre a Sedilo, in groppa a un cavallo, seduta in su istriglione (una specie di poltrona appositamente fatta, appoggiata sulla groppa, dopo la sella). Fu un viaggio penoso, sotto il solleone nella piana del Tirso, in quel torrido luglio (la festa cade il 9; e si dice che il periodo più caldo dell'anno si ha proprio chida innanti e chida in fattu de santu Antine). E la giovane sposa era in istato di avanzata gravidanza.
Sciolse il voto, comunque. Ma alla fine fu presa da una violenta febre malarica. E fu necessario rifare il cammino, questa volta coricata su un carro a buoi, quale allora si usava, con materassi stesi sul piano, e coperto da un tendone. Sarà stato lo strapazzo, sarà stata la febbre o il decotto di scorza di china, che allora si usava per la malaria, fatto si è che la povera giovane, rientrata più morta che viva alla propria casa, partorì anzitempo di almeno due mesi. Più che parto, parve aborto; perché la minuscola creaturina non dava segno se non proprio di vita, di vitalità. Allora sa mastra 'e partu che l'aveva assistita, lavato l'esserino inerte, gli applicò nell'orifizio... opposto alla bocca, uno zinzino di tabacco da naso. E dopo un po' esso diede segno evidente di vita; e la levatrice affermò allora convinta: Già càmpada. E campò, infatti, e crebbe sano e forte e robusto; e oggi, varcati di tre anni i 70, è sempre prestante e in ottima salute, da fare invidia ai sessantenni. Si vede che era fatto di linna sana e segada in luna giusta. Ma per alcuni giorni fu necessario tenerlo in una, come dire?, incubatrice di occasione. Precisamente in una tegola convenientemente riscaldata, e avvolto nella bambagia (bambaghe, cotone frossu). E fu pesato, come anche allora si usava, e risultò un peso di appena 700 grammi, cioè, secondo le misure di peso di allora, di lìbera e mesa e tres unzasl Da ciò il nomignolo, appunto, che fu lasciato cadere col passare degli anni, per il solido sviluppo fisico raggiunto. E ora lo ricordano solo i suoi coetanei o coloro che, come si dice, con evidente eufemismo, per i vecchi, sunu intrados in tempus!
L'altro nomignolo, mi si perdoni se lo ricordo, ma rimbalza prepotente alla memoria per una certa analogia al precedente, è pibere in c... È da ritenere per certo che anche a costui, quando venne alla luce, sia stato applicato nel sederino un pizzico, non più di tabacco, ma di pepe. La circostanza, risaputa, ha consigliato di appiopparglielo. Ed era, del resto, appropriato. L'ho conosciuto, da ragazzo; e posso dire, perciò, che era di temperamento irascibile, di carattere angoloso e insofferente, talché noi che gli davamo la baia, rinfacciandogli codesto suo soprannome, ne ricevevamo sassate e bastonate.

Piattu. Abbiamo avuto occasione di trattare del sostantivo piattu, che proviene dal latino patina, tramite, però, lo spagnolo piato. Come patina indica il recipiente di terra su cui si dispone il cibo, per la sua consumazione. In senso figurato, poi, lo usiamo col significato di «regalo, dono», presente, come pur diciamo, ma in genere di cose mangerecce di immediato consumo, che è o si ritiene particolarmente accetto e gradito dal destinatario: che so io, un bel pezzo del mannale, una primizia ecc. E da piattu un proverbio, che ha peraltro un suo corrispondente in italiano: si cheres chi s'amore (o, anche, s'amistade) si mantenzat, piattu chi andet e piattu chi enzat: se vuoi che l'amore (o l'amicizia) si mantenga, piatto che vada e piatto che venga. Uno scambio reciproco di doni, insomma, se si vuole che i buoni rapporti si mantengano, persistano, e durino.
Ma, certo, questo non significa un altro modo di dire nostrano relativo a piattu, frequentemente usato in certe circostanze. Precisamente: piattu torradu; est unu piattu torradu. Quando, ad esempio, taluno, piuttosto malfamato nella pubblica opinione, ha avuto una grave offesa, lo sgarrettamento del giogo, l'incendio del podere, un furto o altro grave malefizio, la gente pensa, senz'altro, che si tratta di unu piattu torradu. La vittima di una sua mala azione ha voluto così ricambiare il... presente ricevuto in precedenza da quel tale.
Concetto analogo, ma certo molto più blando, esprime la donnetta quando fa un dispetto alla vicina, e si giustifica con la frase: piattu meu piattu (o anche sedattu meu sedattu), su chi mi has fattu ti fatto.


Maimone. Una antica filastrocca sarda a rime baciate, che non dicono nulla, perché non hanno un senso compiuto, né un tema da svolgere, così comincia:

Aeras bassas che nue,
faghet temporada forte:
sa luna m'hat fattu corte.
Ch'est a significare,
su serrone intro 'e mare ecc. ecc.

In questi versi troviamo indicati due comunissimi fenomeni naturali, dai quali l'ignoto autore trae grossolanamente previsioni sul tempo.
Beh, che quando sas aeras sono basse come nuvole, portino pioggia o addirittura un temporale, è facile pensarlo. Anche il fatto della luna che talvolta appare circondata da un alone luminoso non è certo raro. E sempre che si verifica attira l'attenzione, anche dell'osservatore più distratto. Ma l'autore della filastrocca non chiarisce, almeno a me, la previsione che ne trae. Facilmente era un uomo di mare. Lo fa pensare non solo il richiamo de su serrone intro 'e mare, legato all'alone della luna, ma anche perché nel seguito mostra di esser stato anche... astronomo. Si, perché quasi subito dopo abbiamo questo distico: signaladu happo unu istéddu / chi pigat fin 'a bennarzu. Così sappiamo che ha seguito unu istéddu nel suo corso celeste, che sale sull'orizzonte (pigat) fino a gennaio. (Evidentemente dopo gennaio inizia la parabola discendente). È quindi da pensare che ne avesse convenienza nell'esercizio della pesca; forse un orientamento alla barca, o l'indicazione di un sito favorevole al calar delle reti. I pastori conoscono solo il corso di Venere (o Sirio?) che per alcuni mesi dà loro l'orario per la cena, talché è detta istéddu de chenadòrzu.
Or questi pochi versi mi portano a discorrere delle previsioni del tempo, adottate in questa nostra isola sperduta nel Mediterraneo.
Certamente l'uomo, fin dalla sua infanzia, si è sentito in ogni istante soggetto ai grandi fenomeni della natura. Il succedersi del giorno e della notte, l'alternarsi del sole e della luna nel giro del firmamento, il variare delle stagioni, del caldo e del freddo, la pioggia e il vento ecc. tutti, insomma, questi fenomeni naturali limitavano e governavano la sua vita di ogni giorno, in ogni sua manifestazione ed esigenza, in modo decisivo. E poiché, certo, non poteva regolarli a suo piacimento, ha ripiegato a invocare l'intervento di poteri sovrumani, di un idolo.
Non intendiamo però riandare a ritroso nel tempo per millenni, a individuare e illustrare i vari sistemi escogitati per invocare un andamento di tempo favorevole all'esistenza dei nostri lontanissimi proavi, nei vari luoghi. Fermiamoci nella nostra isola e ricordiamo un popolare rito propiziatorio della pioggia, quando la siccità prolungata, ahimè cosi frequente da noi, minaccia la distruzione dei prodotti del suolo, in uso in molti paesi fino a non molti anni fa. Ma non ci riferiamo alle funzioni religiose: tridui, processioni ecc., che si svolgono tuttora, coi crismi e l'intervento della Chiesa, allo stesso scopo. Intendiamo riesumare il rito de su Maimone, che risale certo a molti secoli fa. In che esso consista i vecchi lo ricordano; io stesso da ragazzo vi ho partecipato. E voglio ricordarlo, spiegandone per quanto possibile non solo le sue manifestazioni esteriori, ma anche la sua essenza interiore.
Si usava adunque inviare frotte di ragazzi d'ambo i sessi in giro per le vie del paese con una statuetta di Gesù Bambino (e tanto meglio se muniti del teschio di qualche religioso, sepolto in terra sagrata e in odore di santità) invocando la sospirata pioggia; cantilenando la strofetta, che ancora ricordiamo:

Maimone, Maimone,
dae s'abba a su laore,
dae s'abba a su concheddu,
Maimone pitticheddu!

La funzione, se così può chiamarsi, perché era solo tollerata dalla Chiesa, veniva ripetuta per alcuni giorni, se la pioggia invocata non veniva.
Ancora si racconta, in proposito, che una volta, poiché, malgrado le preghiere, la siccità perdurava tremenda, uno scettico bosano avvertì i ragazzi che, forse, il Bambino Gesù (o la statuetta di Santo che portavano) aveva capito a rovescio la loro preghiera. E consigliò di immergere la statuetta nell'acqua, per fargli capire che si invocava la pioggia, non la siccità. Si trovavano, per caso, i ragazzi vicino a un ciabattino, che teneva a fianco del suo dischetto sulla pubblica via una tinozza d'acqua per ammollare la suola prima di batterla col martello, e gli innocenti fanciulli vi immersero senz'altro il simulacro. Il quale, di gesso quale era, cominciò a spaccarsi e a disfarsi. Al che lo scettico bosano esclamò stizzito: menzus crepat chi non piòet.
Questa, si intende, è una barzelletta, irriguardosa se si vuole; ma sta di fatto che la processione cun su Maimone si svolgeva con grande compunzione, e veniva seguita con speranzosa fede dai grandi, che però non vi partecipavano. Si riteneva, infatti, che l'invocazione della pioggia, partendo da fanciulli innocenti, trovasse più benevolo ascolto lassù nel Cielo.
Non posso indicare con certezza l'origine di questa tradizione popolare. Ritengo che essa ripeta qualche analoga manifestazione dell'antichità, diretta a Giove, di cui uno degli attributi era proprio quello di portare la pioggia (Giove Pluvio, appunto perciò detto), o a qualche altra divinità minore della mitologia pagana. Fatto è che in una fontana di Iglesias si trova una bizzarra figura umana, come mi informa l'amico Carlo Meloni, anche lui studioso di cose sarde, che dal popolo vien chiamata Maimoni. Ciò confermerebbe l'esistenza di una certa connessione e relazione fra il nome di Maimone, dato all'Ente invocato dai nostri ragazzi, e il fenomeno della pioggia, o più semplicemente, l'acqua. La Chiesa, poi, non potendo estirpare di colpo una tradizione radicata da secoli nell'animo popolare, l'ha accolta in analoghi riti consacrati dalla presenza del Bambino Gesù o di un Santo.
I paesani, d'altro canto, in occasioni opposte, cioè di piogge persistenti ed eccessive... si facevano ragione da se stessi sparacchiando a salve contro il cielo troppo coperto di nuvole temporalesche, gravide di pioggia. Il che richiama le... cannonnate, sparate altrove contro il cielo dai cannoni grandinifughi.

Riprendendo il discorso, diciamo che gli antichi non avevano altri mezzi per prevedere e magari sollecitare le variazioni nell'andamento del tempo che più li interessavano. Il colonnello Bernacca non era ancora nato, a propinarci con tanto garbo di eloquio e precisione di termini le notizie sull'andamento del tempo e le previsioni più logiche da farsi, e che tutti ascoltiamo sempre, sia pure con un certo scetticismo. Ma la curiosità e l'interesse a conoscere per quanto possibile l'andamento del tempo sono stati sempre vivi, anche nel passato lontano. E a darcene previsioni di... largo respiro soccorrevano i... pescatori delle nuvole, coi loro almanacchi: il Doppio Pescatore di Chiaravalle (più noto fra noi col nome di ceravallu, o, peggio ancora, di carrafàulas, «porta bugie»), il Barbanera e simili stampati ogni anno a milioni di copie, che prevedono il tempo per tutto un anno, di settimana in settimana, in relazione alle fasi della luna. E qualche volta azzeccano!
Ma a prescindere da queste pubblicazioni il popolo, per conto suo, aveva stabilito con l'osservazione paziente di secoli certi segni, certi indizii, particolari aspetti del cielo, che lasciavano e lasciano intuire il comportamento del tempo in un futuro vicino, le sue variazioni favorevoli o no, con una approssimazione. Sono segni che marcano, come dice il nostro popolo, il tempo che sta per fare. Sono indizii che hanno, si capisce, valore limitato, in istretta relazione con l'ambiente fisico in cui l'uomo lavora e vive, e i fenomeni si verificano. E spesso sono percepiti dai nativi con tale esattezza e sicurezza, che gli estranei ne restano stupiti, perché neppure li avevano avvertiti. Basta pensare, ad esempio, ai pescatori. Da indizii per essi famigliari, come una nube lontana portata dal vento in una certa direzione, un particolare slato del mare, il volo o il grido degli uccelli marini, il comportamento dei pesci sott'acqua e simili, deducono l'avvicinarsi di una tempesta, il variare dello stato del mare, e si regolano di conseguenza. E raramente sbagliano.
I pastori, invece, i campagnoli in genere hanno scoperto altri segni premonitori, che tramandano di padre in figlio, e che hanno pur essi qualche base di fondatezza; tipicamente locali, si intende. Ad esempio: a Bortigali si attende la pioggia quando il monte Santu Padre che sovrasta il paese circa al suo nord si ponet su cuguttu, cioè ha la cima coperta quasi da un cappuccio di nuvole, mentre a valle splende magari il sole. Una analoga previsione ho sentito a Canazei, in val di Fassa, nel Trentino, dagli uomini del luogo, con questa forma proverbiale (di cui non garantisco l'esattezza letterale, ma solo la sostanziale): quando il Vernel (una cima delle Dolomiti di oltre 3000 m. di altitudine) mette el cappe!, lassa la vanga e prendi l'ombrel. Previsioni analoghe traggono gli abitanti di altri paesi del centro dell'Isola quando la cima del monte Gonare è anch'essa col cappuccio, cuguttu.
Altre volte è la direzione del vento che dà questi indizii. In linea generale si può dire che nella parte orientale dell'Isola è il vento di levante che porta la pioggia, alla stagion sua; in quella occidentale, invece, sono i venti di W e di NW; sa foga, dicono nei paesi del Marghine, aristanesa, in altri de maistru (il maestrale). E, sempre nel Marghine, il grecale è detto ben tu de su fadigu, perché freddo e secco (viene dai Balcani). Questa divisione geografica si spiega facilmente, anche se grossolanamente, col fatto che l'altipiano di Buddusò e la catena del Gennargentu costituiscono una specie di barriera, di spartiacque col loro andamento grosso modo da N a S. Per cui le nubi che vengono dal mare occidentale finiscono con lo scaricarsi sui dossi montani, e arrivano alle plaghe orientali già scaricate del loro peso di pioggia, e viceversa. E così nella parte orientale si chiama anche bentu de s'abba, quello che viene da est, e bentu de sole quello che viene da ovest: esattamente il contrario nei paesi della fascia occidentale.
Nella zona di Lanusei si verifica uno strano fenomeno, rilevato, a quanto dicono quelli del luogo, fin dalla più remota antichità, che darebbe un segno sicuro dell'avvicinarsi di un temporale. Verso una altura chiamata Monte (de) Ferru, si sente, talvolta, un forte fischio prolungato, proveniente dalle viscere della terra; determinato, si ritiene, dalle acque del mare che, spinte dal vento, risalgono le grotte sottomarine e comprimono l'aria in modo tale che, sfuggendo violentemente attraverso i meandri sotterranei, provoca, appunto, il fischio di cui si parla. Ed è talmente forte e acuto che viene percepito anche da molto lontano. Ad esso segue, quasi ineluttabilmente, il temporale, talché quelli del luogo sogliono prendere le opportune precauzioni onde evitare danni al bestiame e alle cose. Gli stessi animali, domestici, selvatici, gli uccelli, fuggono e si allontanano dalla zona, quasi presentendo pur essi, col loro istinto naturale, l'avvicinarsi, col fischio, di una tempesta.
Un fenomeno analogo si registra nella zona a nord di Lanaittu, nella gola ove sfocia il Gologone. Talvolta vi si sente una specie di lungo ululato, un fragoroso e spaventoso rumore provenire dalle viscere della terra, tale che perfino le bestie, prese dal terrore, fuggono come impazzite. Non risulta, almeno a me, che a questo fenomeno sia legata una qualsiasi variazione del tempo.
Oltre a questi segni e indizi ritenuti premonitori di una generica manifestazione e variazione del tempo, che forse hanno un certo fondamento nella realtà, siccome basati su fenomeni climaterici che si ripetono da secoli e secoli ciclicamente, osservati da tempo immemorabile, altri ve ne sono, meno sicuri e più fragili, che per altro sono molto diffusi nel popolo. Ricorderemo i più curiosi o, per altro verso, interessanti, anche se non tutti peculiari della nostra Isola. Così è a tutti noto l'adagio sulla Candelora che, come si sa, è il giorno 2 febbraio nel quale il Sacerdote procede alla benedizione delle candele da usare nei riti di Chiesa nel resto dell'anno: se fa bel tempo alla Candelora, dell'inverno semo fora; ma se piove o tira vento, dell'inverno stiamo dentro.
Ancora: questa volta da noi, però: Lughia brutta, Pasca netta. Se il giorno di S. Lucia (13 dicembre) fa brutto tempo, a Natale sarà bello. Santa Bibbiana (2 dicembre) non è da meno di Santa Lucia nel darci un pronostico, perché farà perdurare l'andamento del tempo nel giorno della sua festa baranta dies o una settimana (altri dicono tres chidas ecc.).
1 campagnoli ricavano previsioni circa l'andamento del tempo da alcuni modesti fenomeni che cadono normalmente sotto i loro occhi, e che di per sé non hanno nulla di men che normale: i moscerini che si raccolgono quasi danzando nell'aria, verso l'imbrunire della sera; i corvi che abbandonano le alture dei monti, luogo di normale rifugio, e scendono a valle, quasi a sfuggire qualche cosa, un temporale, la grandine, ecc. che essi presentono stia per arrivare; i passeri che si affrottano e si affrettano al ritiro sulle solite piante, pur essi al cader del sole, quando manifestano una particolare irrequietezza, una riottosità più accentuata del solito — sono per natura brigantinos — e litigano fra di loro per la scelta del rametto su cui posare e rifugiarsi nella notte incipiente; il bestiame che fugge dal solito pascolo e si rifugia in luoghi più riparati, come fosse presago di un temporale che si avvicina: sono, tutti codesti, indizii, secondo la comune credenza, di una variazione in peggio del tempo, se non imminente, non lontana.
Ancora: quando sos fundales — il basso orizzonte verso ponente — si presentano vivamente colorati in rosso, si prevede vento; mentre se la luna, al tramonto, si presenta con un alone più o meno vasto attorno — sa corte, già vista nella filastrocca — si ritiene prossima almeno una pioggerella.
Anche la nebbia può concorrere, agli occhi del popolo, a marcare il tempo. Vi è la nebbia, come dire, neutrale a questo fine. E tale è considerata sa néula de maggiu che è di per sé passizzera, non lascia segno né dà indizio di qualche cosa, pur essendo piuttosto frequente in quel mese, perché scende e scompare in breve e lascia appunto... il tempo che trova. In un'antica poesia bernesca, trovo questi due versi riferiti a un tale che cambiava di umore ogni momento: che néula de maggiu passizzera, / si annuzzat e iscrarit dogni die.
Infatti gli uomini di campagna distinguono solitamente sa néula de sole e sa néula chi attit s'abba. Si intende che tali previsioni di bello o brutto tempo, tratte dalla nebbia, variano da luogo a luogo, a seconda de sa foga, della direzione del vento che la trasporta. Quando, in un certo paese, la nebbia scesa al basso dalle alture al freddo della notte, che appesantisce le infinite goccioline diffuse nell'aria, talché al mattino la piana appare come un mare di latte, col riscaldarsi al calore del sole del giorno incipiente, tende a risalire le valli da cui era discesa, si dice chi est néula de sole; se invece prende pesante e lenta la direzione opposta, sarà néula de abba, perché si pensa che al suo seguito verranno le nubi cariche di pioggia.
Anche il mormorio del torrente del fondo valle, solitamente non avvertito dai borghigiani, può dare un segno di variazione del tempo, che dovrebbe verificarsi fra breve, se, contro il solito, viene percepito chiaramente. Gli è che il vento è cambiato e favorisce il propagarsi del suono dell'acqua che saltella fra i sassi del greto del rio sottostante.
La donnetta di casa, a sua volta, ha i suoi bravi segni premonitori di un cambiamento dell'andamento del tempo e del clima che starebbe per avvenire, tratti ovviamente dall'osservazione di fatti che cadono sotto i suoi occhi nella sua modesta attività di massaia. Sono dati quando, ad esempio, il gatto si attarda a lavarsi il musetto e a pettinarsi i baffetti con le zampette anteriori, in quel suo caratteristico modo; il vecchio armadio di casa o altro mobile antico scricchiola all'improvviso, senza apparente motivo (evidentemente l'aria, già secca, si è impregnata di umidità che così viene assorbita dal legno stagionato); quando un piede del treppiede di ferro, su cui poggia il paiuolo dell'acqua posta sul fuoco a riscaldare per qualche incombenza (della donna, ben inteso, non del paiuolo) si arroventa e sprizza scintille.
Perfino il caffé serve a questo scopo: a seconda che la schiuma dell'infuso si raccolga ai bordi della tazzina su cui è versato o si diffonda e distenda uniformemente sulla superficie del menisco della bevanda, trae uri pronostico del tempo. Anche le galline le danno una certa premonizione del tempo, con il loro comportamento. Se, ad esempio, si attardano più del solito sui bastoni de s'acculiadorzu e sono riluttanti a scendere in cerca del cibo quotidiano, essa prevede brutto tempo; addirittura una nevicata, d'inverno. E viceversa.
E ora solo un altro ultimo segno di... futura piova, a dirla col Leopardi, vogliamo riportare e ricordare, per non farla troppo lunga. Che è comune sia ai marinai, che agli uomini di campagna e di città, e che ciascuno di noi avverte in se stesso, se ha la ventura di raggiungere una età avanzata o la... disavventura di aver subito qualche infortunio fisico. Ed è quello costituito da un particolare, persistente senso di fastidio, un dolorino non acuto ma tenace nel punto del corpo ove si è avuta una lesione, una incrinatura di qualche osso, una frattura di un arto, una semplice contusione profonda o un reuma, nel passato. Il cattivo tempo che fa in un certo giorno, si dirà allora, mi lu at marcadu eris su 'enugru, o su brussu chi apo tentu segadu, magari decenni prima.
Naturalmente tutti codesti indizii empirici non danno alcuna certezza, neppure relativa e approssimata, sulle previsioni del tempo che se ne possono trarre, e se ne traggono di fatto, dal popolo, normalmente. Ma a rifletterci un po' troviamo che molti di quelli che abbiamo visto e ricordato finora hanno riscontro in quegli altri che ora sono posti alla base delle previsioni del tempo, del clima, che gli appositi servizi danno al pubblico in tutti gli Stati civili. Hanno, in altre parole, un fondamento su fatti e fenomeni naturali validi, a tal fine, anche ora; anzi ora più di prima.
Così la schiuma — ispruma — del caffé che si diffonde uniforme in tutta la superficie del liquido, o si raccoglie ai bordi della tazza, mostra con evidenza lo stato della pressione barometrica, più o meno alto, che agisce sulla schiuma in un senso o nell'altro. Alla pressione barometrica è legato pure il fatto della gamba del treppiede che si arroventa, certe volte, senza apparente motivo: gli è che la pressione più o meno bassa o alta può agevolare o ritardare l'ebollizione dell'acqua, e il ritardo può provocare appunto l'arrossamento. Il mobile antico che scricchiola, invece, ci avverte col suo scricchiolare che l'umidità dell'aria è fortemente aumentata; i corvi che scendono a valle dalle alture, quando in queste scorrono forti correnti di aria fredda, mentre nelle bassure vi è magari afa, sentono, con la nota, particolare sensibilità degli uccelli, l'avvicinarsi di una perturbazione atmosferica per cui si rifugiano in siti più calmi.
Or tutti questi indizii che abbiamo ricordato, come premonitori di variazioni del clima e del tempo, e anche quelli che, per brevità, abbiamo omessi, danno a noi quella che chiamiamo marcatura del tempo.

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