-Le ragioni del nostro impegno
-Una particella incompatibile
-Una stanza vuota
-La conversione di Gabriella Alletto
-Fan più paura i poliziotti o gli studenti di dottorato?
-Quel che accade se si trasforma un testimone in indagato
-Considerazioni generali
-Preconcetti e luoghi comuni colpevolisti

 


Le ragioni del nostro impegno

E’ certamente molto naturale chiedersi come mai persone che non hanno alcun interesse nella vicenda, e che in molti casi non conoscevano nemmeno superficialmente gli imputati abbiano costituito un "Comitato per la difesa di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro". Che cosa li ha spinti a sfidare un’opinione pubblica in parte colpevolista, esponendosi direttamente, in termini di reputazione, per difendere imputati già condannati in primo grado?

Lo scritto che segue è, nelle nostre intenzioni, una risposta argomentata a questa domanda, una risposta che speriamo possa convincere anche altri ad aderire al nostro Comitato.

Le nostre motivazioni sono essenzialmente due. La prima è che siamo del tutto convinti della completa estraneità degli imputati ai fatti loro attribuiti. La seconda è questa: riteniamo che i metodi di indagine ed acquisizione delle prove usati in questo caso, se accettati e generalizzati, produrrebbero una regressione di due secoli del nostro sistema di giustizia penale. Ciò comprometterebbe in modo sostanziale non solo e non tanto i diritti dei cittadini indagati, quanto soprattutto la possibilità di accertare obiettivamente la verità, attraverso i procedimenti giudiziari.

Vogliamo però sgombrare il campo da un possibile equivoco. Noi non riteniamo necessario affermare che l’operato degli inquirenti in questo caso abbia rilevanza penale o disciplinare. Si tratta di una questione che deve essere lasciata agli organi decisionali competenti e sulla quale non intendiamo esprimerci in questa sede. In effetti la prospettiva più inquietante, o vorremmo dire meno consolatoria, è che l’indagine, così come è stata condotta dagli inquirenti, corrisponda a canoni di legalità e liceità, accettabili ed accettati dalla prassi e dalla giurisprudenza, e che quindi gli stessi errori o errori peggiori possano essere stati commessi o essere commessi in futuro, in altri casi meno noti alla pubblica opinione.

Abbiamo detto che siamo certi dell’estraneità degli imputati ai fatti loro attribuiti. Si tratta di un’affermazione molto forte perché, come è noto, per assolvere un imputato, basta che siano insufficienti le prove di colpevolezza. Noi riteniamo invece che i fatti accertati e le testimonianze rese nel corso delle indagini e nel dibattimento portino ad escludere un coinvolgimento degli imputati. In effetti questi fatti e queste testimonianze ci portano ad escludere che lo sparo sia partito da una stanza dell’Istituto di Filosofia del Diritto.

Sappiamo tutti che gli inquirenti e la sentenza di primo grado hanno raggiunto conclusioni opposte. Preghiamo però il lettore di seguirci in quello che a noi sembra il corretto filo logico nell’interpretazione dei fatti accertati.

Una particella incompatibile.

Era assolutamente naturale che gli inquirenti, di fronte ad un omicidio privo di spiegazioni, prendessero in esame tutti i luoghi, anche i meno probabili, dai quali poteva essere partito lo sparo. Era quindi giusto che, assieme al bagno dei disabili della Facoltà di Statistica, al piano rialzato (che la perizia ordinata dalla Corte avrebbe poi indicato come il luogo dal quale con maggiore probabilità è partito lo sparo), gli inquirenti rivolgessero la loro attenzione anche alla "sala assistenti" dell’Istituto di Filosofia del Diritto della Facoltà di Giurisprudenza, la cosiddetta stanza n. 6.

Esaminando campioni di polvere prelevati dalle finestre di questa stanza, circa dieci giorni dopo il ferimento della vittima, essi si convinsero che vi fossero tracce di polvere da sparo sulla finestra di destra di tale stanza e che quindi di lì fosse partito il colpo mortale. Ma, come sappiamo dalla perizia successivamente ordinata dalla Corte, tale "certezza" era scientificamente infondata. E’ sufficiente ricordare che, secondo i periti nominati dalla Corte, la "particella" che gli inquirenti avevano creduto di identificare come una particella "univocamente" attribuibile ad uno sparo non poteva invece avere nessun rapporto col colpo di pistola che uccise Marta Russo, "sia per la presenza in essa di antimonio sia per la preponderante presenza di ferro, che la renderebbe compatibile soltanto con un colpo esploso da un’arma arrugginita (e non è, come si è visto, il caso in oggetto)". Infatti i proiettili prodotti dalla ditta inglese Eley, qual è quello trovato nel capo della vittima, non contengono antimonio nell’innesco. Ciò induce i periti nominati dalla Corte ad affermare che la particella di cui sopra ha "un’origine diversa dallo sparo (proviene cioè da inquinamento ambientale)". Tant’è vero che essi segnalano di aver trovato particelle analoghe su altre finestre di altri locali degli edifici circostanti. Tale risultato della perizia ordinata dalla Corte, più precisa di quanto non fossero state le analisi compiute dai tecnici che lavorarono per gli inquirenti nel maggio del 1997, è stato reso possibile dalla maggior quantità di tempo disponibile (8 mesi), che ha consentito di fare pazienti ed accurate rilevazioni a mano, senza servirsi di uno strumento di rilevazione elettronica, più rapido ma più sommario, che può dare risultati ingannevoli, e cioè dei "falsi negativi".

A queste considerazioni di carattere chimico, si deve aggiungere l’estrema improbabilità che il responsabile dello sparo abbia agito da una stanza frequentata da molte altre persone, sporgendosi da una finestra in piena vista da parte di un gruppo di studenti che si trovavano a pochi metri di distanza, sulla scala di sicurezza dell’edificio di fronte. Semplici considerazioni geometriche, che erano state peraltro svolte anche dal perito nominato dalla Procura, avevano inoltre portato a stabilire che l’ipotesi di un colpo partito dalla stanza n. 6 era compatibile solo con la "condizione che la testa della vittima fosse sensibilmente ruotata in senso antiorario", e cioè che al momento dello sparo ella volgesse il capo a sinistra di circa 45 gradi, mentre un testimone oculare ha riferito nell’immediatezza e ha poi confermato in aula che la vittima era rivolta a destra, per conversare con la sua amica, che si trovava appunto alla sua destra.

 Una stanza vuota.

Ma torniamo al maggio del 1997. Era naturale che, essendo erroneamente persuasi che il colpo mortale fosse partito dalla finestra di destra dell’aula 6 dell’istituto di Filosofia del Diritto, gli inquirenti indagassero sulle telefonate uscite dal telefono situato nella stessa stanza ed interrogassero la persona (la dott.ssa Lipari) che risultava aver telefonato in un orario molto prossimo a quello del delitto. Il risultato di questo interrogatorio è stato inequivoco: la dottoressa Lipari ricordava di aver telefonato al padre in quel giorno e in quell’ora, ma le sembrava che, durante questa telefonata, la stanza fosse vuota. Osserviamo che questo ricordo della dottoressa Lipari non è mai stato smentito dalla testimone. A questo ricordo si è invece sovrapposta la memoria, faticosamente ricostruita o più probabilmente "costruita", di una telefonata, o un tentativo di telefonata, che avrebbe preceduto di qualche minuto la telefonata al padre. Durante questo tentativo, la stanza sarebbe stata popolata da diverse altre persone, tra le quali la Signora Alletto ed il Signor Liparota, impiegati dell’Istituto di Filosofia del Diritto. Secondo questa memoria (ri)costruita, il primo tentativo di telefonare avrebbe preceduto di circa quattro minuti la telefonata al padre. Tra le due telefonate la testimone sarebbe uscita dalla stanza e avrebbe fatto varie altre cose (tra l’altro avrebbe incontrato Giovanni Scattone nel corridoio). Nel frattempo la stanza si sarebbe svuotata.

Sappiamo invece dalle risultanze documentali acquisite al dibattimento (tabulati Telecom) che non c’è stato alcun intervallo tra le due telefonate, le quali si sono succedute a distanza di pochi secondi. L’ipotesi che ci fosse un intervallo tra di esse derivava dall’errata lettura dell’unico tabulato delle telefonate del centralino dell’Università. Era stato scambiato l’orario di chiusura della seconda telefonata con quello di inizio. Il ricordo ricostruito non corrisponde alla realtà: resta quindi soltanto la prima testimonianza della dottoressa Lipari, secondo la quale, nel momento in cui telefonava al padre, non c’era nessun altro nella stanza.

Come sappiamo, la strada scelta dagli inquirenti non è stata quella di accettare la prima testimonianza della dott.ssa Lipari. Essi invece l’hanno sollecitata a frugare meglio nella memoria, cercando di ricostruire un ricordo perduto. Sappiamo che gli inquirenti, nel sollecitare lo sforzo mnemonico da parte della dottoressa Lipari, partivano da una loro "certezza", quella che lo sparo fosse proprio partito dalla stanza n. 6. Questa certezza e l’assoluta implausibilità dell’ipotesi che la testimone fosse responsabile dello sparo hanno portato gli inquirenti a concludere che altre persone dovessero essere presenti nella stessa stanza. Si trattava solo di identificarle, facendone riemergere i volti dalla memoria, apparentemente smarrita, della testimone.

Il tentativo di estrarre dalla memoria della dottoressa Lipari un ricordo diverso da quello ch’ella aveva indicato in prima battuta è risultato quindi fondato su false premesse scientifiche. Il fatto che poi questo ricordo riempisse un periodo di tempo inesistente non può che portare alla conclusione che esso è stato (in assoluta buona fede) costruito, utilizzando probabilmente memorie di eventi accaduti in giorni diversi. Diventa quindi probante la prima testimonianza: nella stanza numero 6, durante la telefonata tra il prof. Lipari e sua figlia, non c’era nessun altro.

La conversione di Gabriella Alletto.

Potremmo a questo punto fermarci. Le indagini successive all’interrogatorio della dott.ssa Lipari, basate e fondate su una falsa "certezza" e su una testimonianza priva di valore perché "ricostruita", risultano anch’esse prive di valore probatorio. Ma dobbiamo seguire il filo logico degli inquirenti.

Una persona che, secondo la memoria ricostruita, si sarebbe trovata nella stanza n. 6 era la Signora Alletto. Costei, interrogata in proposito, negò di esservi stata. Questa è un’ulteriore prova della invalidità del ricordo (ri)costruito dalla precedente testimone. Ma, com’è noto, gli inquirenti non si sono accontentati della prima dichiarazione della Sig.ra Alletto. Essi hanno continuato ad interrogarla cercando di persuaderla a modificare la sua versione dei fatti, utilizzando anche l’opera di un ispettore di polizia, suo cognato. Gli interrogatori sono proseguiti per diversi giorni e sono stati definiti dalla stessa testimone "lunghissimi, estenuanti, infiniti, di giorno e di notte". Ad esempio il 27 maggio la povera Sig.ra Alletto era stata interrogata in questura a partire dalle 2.30 di notte e, con diverse interruzioni, fino al pomeriggio. Nel corso di questi interrogatori (per uno dei quali, quello dell’11 giugno 1997, è stata diffusa una videoregistrazione) alla Sig.ra Alletto sono state prospettate gravi ipotesi di reato, compresa quella di un concorso in omicidio volontario (come risulta da un’informativa della DIGOS in data 12 giugno 1997), cercando in tal modo di farle modificare la sua testimonianza iniziale e cioè che ella non era stata nella stanza n. 6 nel giorno e nell’ora indicati dagli inquirenti. Tuttavia la Sig.ra Alletto, dalla fine di maggio al 13 giugno, ha ribadito, anche in un confronto con la dottoressa Lipari, di non essere stata presente nella stanza n. 6. Finalmente la testimone cambia la sua versione dei fatti il giorno 14 giugno. In questo giorno ella entra in Questura alle ore 11.00 per uscirne probabilmente poco prima di mezzanotte (l’ultimo dei verbali risulta riaperto alle 23.10, per una precisazione). Ma il primo verbale risulta aperto alle 20.00 e non è dato sapere cosa sia accaduto nelle 9 ore precedenti.

Per valutare il valore probatorio della "conversione" della sig.ra Alletto, bisogna partire dalla constatazione che, avendo ella dato due versioni diverse dell’accaduto, deve avere certamente mentito quando ha riferito una di queste due versioni. Secondo gli inquirenti, la seconda e ultima versione è veritiera e la prima, sostenuta disperatamente per quasi tre settimane, era la versione falsa. La Sig.ra Alletto avrebbe mentito perché "minacciata".

Fan più paura i poliziotti o gli studenti di dottorato?

Qui è necessaria una riflessione. Di chi dovrebbe avere più paura un’impiegata dell’Università, della Polizia e dei Pubblici Ministeri che le prospettano una possibile incriminazione per concorso in omicidio e forse un’indagine per un’assunzione illegale, un’indagine suscettibile di farle perdere il posto, o di un dottorando, il dott. Ferraro e di un ex-dottorando, il dott. Scattone, o magari del Direttore dell’Istituto (peraltro assolto dall’accusa di favoreggiamento)?.

La risposta è assolutamente ovvia per chiunque abbia una conoscenza anche minima della condizione lavorativa degli impiegati universitari e della posizione dei dottorandi all’interno del mondo universitario. I dottorandi, che sono semplicemente degli studenti già laureati che studiano per un diploma di livello superiore, contano men che nulla nel determinare le condizioni di lavoro di una segretaria, ed infatti contano poco più di uno studente all’interno del sistema. Il Direttore dell’Istituto, formalmente il superiore diretto di una segretaria, conta anche lui ben poco. Egli non ha alcun potere di assumere o promuovere un impiegato, un potere che è riservato agli uffici centrali dell’Università, e generalmente mediato dai sindacati. Comunque un impiegato può facilmente sottrarsi all’influenza del Direttore, chiedendo un trasferimento (come ha poi fatto la Sig.ra Alletto). Per contro la Polizia ed i Pubblici Ministeri, che hanno il potere di mettere a repentaglio la libertà personale, fanno paura a tutti, anche agli innocenti, certamente a chi teme di essere stato assunto con qualche favoritismo o di aver commesso qualche infrazione, anche minore.

Sostenere che la seconda versione della Sig.ra Alletto sia quella veritiera, semplicemente perché è quella che ella ha poi difeso in aula, significa non tenere conto del fatto che, una volta infilata la china dell’ammissione di una versione gradita agli inquirenti, la Sig.ra Alletto non poteva più risalirla. Negare la nuova versione avrebbe significato esporsi simultaneamente all’accusa di calunnia e all’accusa di concorso o favoreggiamento in un omicidio. A meno di non scegliere il cammino, ancora più impervio per una povera segretaria, di accusare gli stessi inquirenti, sostenendo di aver agito "in stato di necessità". Ancora una volta le scelte sono ovvie. A chi vuole soltanto pensare ai figli e "farsi i fatti propri" conviene accusare due pubblici ministeri o accusare due dottorandi?

Le pressioni in questo caso hanno irrimediabilmente compromesso la credibilità della testimonianza. Noi riteniamo che, per attingere alla verità, si debba tornare alla testimonianza della sig.ra Alletto resa prima che fossero esercitate queste terribili pressioni.

Quel che accade se si trasforma un testimone in indagato.

Non hanno bisogno di commento le testimonianze rese dall’altro impiegato, che avrebbe dovuto trovarsi nella stanza n. 6 secondo il ricordo (ri)costruito della dott.ssa Lipari. Le sue testimonianze non fanno che avvalorare il fatto che, al momento dello sparo o poco dopo, nella stanza n. 6 non ci fosse nessuno, se non la dottoressa Lipari. Infatti il Sig. Liparota, prima e dopo un’ammissione che egli attribuisce alla paura del carcere, ha negato nel modo più assoluto di essere stato nella stanza n. 6, assieme agli imputati e alla Sig.ra Alletto, quella mattina. L’ipotesi che egli menta per paura degli imputati non è suffragata da alcun elemento. Ancora una volta: che paura possono fare due dottorandi? Né ha più valore la dichiarazione della madre, che, essendo perfettamente a conoscenza (attraverso il difensore del figlio) di quanto poco prima egli aveva dichiarato, si è limitata a confermarlo. Né il Sig. Liparota, né sua madre hanno scelto di rispondere in aula alle domande delle parti. Ma ciò è l’effetto di un atto deliberato dell’accusa. Solo la trasformazione, ad opera dell’accusa, del testimone Liparota nell’indagato Liparota (una trasformazione che, a nostro avviso, non era affatto necessaria anche se è spiegabile attraverso le "certezze" rivelatesi fallaci) ha consentito a lui e alla madre di sottrarsi all’interrogatorio.

Considerazioni generali.

E su questo si impone una considerazione di carattere generale. Se all’accusa è sempre permesso di trasformare un testimone in indagato, consentendogli quindi di sottrarsi alle domande della difesa, come si può parlare di parità delle parti nel processo?

Ma non è questa l’unica riflessione che si impone. Il metodo di indagine e di acquisizione delle prove utilizzato in questo caso non ci appare degno di un paese civile. Se fosse generalizzato, ognuno di noi dovrebbe chiedersi a quanti interrogatori "lunghissimi, estenuanti, infiniti, di giorno e di notte" resisterebbe un collega, o un vicino di casa, il portiere, o anche un amico, prima di ammettere di averci visto con una pistola in mano. La risposta a questa domanda non dipenderebbe nemmeno dal coraggio o dalla virtù civile dell’interrogato, ma piuttosto dalla sua debolezza (a noi ignota) in ordine a possibili accuse che la Polizia potrebbe rivolgergli.

La strada scelta in questo caso (e chissà in quanti altri casi) dagli inquirenti è quella tipica del "metodo inquisitorio", utilizzato nei processi alle streghe e agli untori. Si parte da una tesi ritenuta certa sulla base di intuizioni, impressioni soggettive, delazioni anonime, o false premesse scientifiche. La tesi "certa" è allora utilizzata per valutare gli indizi, le testimonianze e le prove, scartando ogni versione che non confermi la tesi, e interpretando i fatti che non possono essere smentiti in modo che non la contraddicano.

Riteniamo con questo di avere non solo dimostrato l’innocenza degli imputati, ma anche di avere sufficientemente illustrato il secondo motivo che ci ha portati ad aderire al Comitato: difendere gli imputati di questo caso per noi significa anche rifiutare un metodo di indagine e di acquisizione delle prove fallace, prima ancora che incivile, per ripristinare principi di diritto, ma anche di semplice buon senso, che in Italia sembravano pacificamente accettati da almeno 150 anni.

Preconcetti e luoghi comuni colpevolisti.

Tuttavia questo scritto non sarebbe completo, se non prendessimo in esame i motivi che hanno indotto una parte dell’opinione pubblica ad un atteggiamento colpevolista o quanto meno diffidente nei riguardi degli imputati. Elencheremo alcune formule ricorrenti estratte dal repertorio colpevolista.

1) «Se non sono stati gli imputati, chi ha commesso il delitto? Ed in ogni caso, com’è possibile che un delitto così grave, commesso in un luogo come l’Università, sia lasciato impunito?»

Queste domande corrispondono a sentimenti del tutto naturali di indignazione, di pietà per la vittima ed i suoi familiari, di sconcerto per il fatto che un luogo di studio possa essere violato fino all’uccisione di una studentessa. Rimane il fatto che questi sentimenti non possono essere utilizzati per chiedere agli imputati o a chi li difende di trovare dei colpevoli ad essi alternativi. Trovare il colpevole non è la responsabilità di chi è ingiustamente accusato. Dobbiamo, in questo come in altri casi, controllare attraverso la ragione che l’indignazione e la pietà per le vittime, assieme al desiderio di giustizia, non ci inducano ad accettare o a causare un’ingiustizia. Anche se purtroppo la pubblica accusa e l’avvocato di parte civile, in mancanza di prove concrete, hanno continuato, durante il processo, a far leva sui sentimenti del pubblico e dei giudici, anziché sulla loro ragione.

2) «Credere nell’innocenza degli imputati significa affermare che essi sono vittime di un "complotto", ordito contro di loro dagli inquirenti. Ma gli inquirenti non avevano alcun motivo di perseguitarli».

Non c’è bisogno di alcuna ipotesi di "complotto" o di inimicizia nei confronti degli imputati per spiegare il comportamento degli inquirenti. Molto probabilmente la Polizia è arrivata all’identificazione degli imputati seguendo lo stesso ragionamento errato che l’aveva portata a scartare le prime testimonianze della dott.ssa Lipari, della Sig.ra Alletto e del Sig. Liparota, partendo cioè dalla "certezza" che il colpo di pistola che ha colpito la vittima fosse partito dalla stanza n. 6. Sulla base di questa falsa certezza, la Polizia e i Pubblici Ministeri hanno deciso di concentrare l’attenzione sui frequentatori di quella stanza, che sembravano avere gli alibi meno solidi per l’ora del delitto. Si tratta di un uso improprio del metodo deduttivo per accertare fatti del mondo reale, un uso che le scienze empiriche hanno superato almeno dai tempi di Galileo.

3) «L’atteggiamento degli imputati durante il processo non depone a favore della loro innocenza… Essi manifestano arroganza e presunzione… Sembrano indifferenti al dolore della famiglia della vittima… Non negano con sufficiente forza la loro colpevolezza… Non appaiono abbastanza disperati… Mostrano una serenità che può essere spiegata solo con la consapevolezza di meritare la carcerazione e la condanna…»

Sembra che il pubblico, assecondato dalla stampa, di fronte all’incertezza delle prove, si sia trasformato in una specie di Congresso permanente di psicologia o di psicanalisi, in cui ogni relatore abbia un’opinione diversa da quella degli altri, ma tutti pretendano di essere quanto mai esperti su come si dovrebbe comportare un imputato se fosse veramente innocente, e su quali indizi comportamentali possano essere ritenuti sintomi di colpevolezza. Sulla base di postulati indimostrabili e contraddittori tra loro, molti sono disposti ad emettere una sentenza di condanna, almeno dubitativa.

La ragione di questo atteggiamento della pubblica opinione deve essere cercata nella campagna di stampa che, su suggerimento della Questura, fin dalla primavera del 1997 ha identificato gli imputati non solo come i colpevoli, ma come "mostri", capaci di uccidere senza un movente, per puro divertimento, per gioco o per scommessa. Questi "mostri" – secondo ciò che veniva ripetuto incessantemente dai mezzi di comunicazione di massa – erano coperti dall’omertà di un ambiente mafioso, identificabile nell’Università di Roma "La Sapienza" o nella sua Facoltà di Giurisprudenza o almeno nell’Istituto di Filosofia del Diritto. Fatti così gravi, divulgati come certezze da personaggi autorevoli, hanno suscitato commenti e tentativi di spiegazione in chiave psicologica o sociologica, da parte di intellettuali e giornalisti. Queste spiegazioni e questi commenti, oltretutto autorevoli, hanno finito per confermare, magari anche involontariamente, la versione dei fatti propagandata dalla Polizia. Ma nessuno di noi ha esperienza di "mostri"; nessuno sa come si comporta durante un processo un "mostro" vero, accusato di un delitto. Il risultato è stato che, quando gli imputati sono apparsi in televisione, il loro comportamento, qualunque esso fosse, non poteva non essere interpretato ed etichettato come quello proprio di "mostri" accusati di delitti mostruosi. Insomma, inconsciamente l’opinione pubblica ha seguito la strada degli inquisitori. Si parte dalla tesi della colpevolezza, ed in questo caso di una colpevolezza efferata, perché esercitatasi "per futili motivi" e senza un movente "ragionevole", e si interpreta il comportamento come "prova" della colpevolezza. Noi non cercheremo di rispondere, in questa sede, a questi giudizi "istintivi", fondati sul nulla, facendo appello alla conoscenza personale che alcuni di noi hanno degli imputati. Non diremo che chi di noi ha conosciuto personalmente gli imputati li ha giudicati giovani maturi ed equilibrati, dai quali non ci si può aspettare un atto di violenza. Del resto, nonostante tutti gli sforzi compiuti, nemmeno l’accusa è riuscita a trovare, nella vita passata degli imputati, precedenti che facessero pensare ad una predisposizione verso comportamenti violenti o colposamente imprudenti. Ma noi non seguiremo questa strada prima di tutto perché non riteniamo accettabile che la colpevolezza di un cittadino, o anche la sua sospettabilità siano basate sulla simpatia che ispira o non ispira al pubblico ed in secondo luogo perché – come si è visto sopra non mancano risultanze obiettive che dimostrano l’innocenza di Scattone e di Ferraro, al di là della "psicologia".

Comitato per la difesa di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro