![]()
Finalmente un libro non giornalistico sul caso Marta Russo, il libro di un giovane studioso, Marco Catino, allievo del prof. Alberto Abruzzese e quindi cultore dei problemi relativi alla sociologia dei mezzi di comunicazione di massa. Si intitola Sociologia di un delitto. Media, giustizia e opinione pubblica nel caso Marta Russo (Roma, Sossella, 2001, L. 28.000). Catino affronta con categorie scientifiche lo stesso tema che fu al centro della tavola rotonda, organizzata dal nostro Comitato e svoltasi il 14 aprile 2000, cioè il modo con cui i giornali e le televisioni hanno fatto informazione o disinformazione sulla vicenda, sulle indagini e sui processi. Ma lasciamo parlare l'autore, stimolandolo con qualche domanda.BERETTA ANGUISSOLA: Cominciamo dalla fine, cioè dalle conclusioni. E' sempre il modo migliore per andare al nocciolo delle questioni. Citando Michel Foucault, lei parla di "raddoppiamento etico-psicologico". Cosa significa e in che modo tale fenomeno si sarebbe verificato nell'approccio dei media al caso Marta Russo?
CATINO: Foucault introduce il concetto di "raddoppiamento etico-psicologico" del delitto alludendo al ruolo svolto dalle perizie psichiatriche nell'ambito della realtà giudiziaria. L'intellettuale francese sostiene che la perizia permette di raddoppiare il delitto, così come è stato qualificato dalla legge, con una serie di altri fenomeni (modi di essere e sequenze di atteggiamenti) che nel discorso del perito psichiatrico sono presentati come la motivazione e l'origine dell'azione criminale. Operando in questo modo, la perizia rappresenta il modo di comportarsi dell'individuo come nient'altro che il delitto stesso, ma allo stato di generalità nella sua condotta; focalizza l'attenzione su quelle azioni che pur non essendo infrazioni, nel senso legale del termine, costituiscono delle irregolarità comportamentali in base a leggi morali, fisiologiche o psicologiche.
Una simile operazione di raddoppiamento si è verificata anche nella copertura che gran parte delle testate giornalistiche ha dedicato al caso Marta Russo. Alla stregua delle perizie psichiatriche i media hanno sovente spostato l'attenzione del pubblico dai fatti (omicidio e indagini) alla vita privata (presunte collezioni di lingerie e diabolici diari-killer) dei principali imputati dell'omicidio della studentessa, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro. In questo modo la quasi totalità degli articoli pubblicati nei giorni successivi al delitto ha contribuito a rappresentare degli individui che assomigliavano al proprio crimine, già prima di averlo commesso. In tal senso è possibile interpretare i continui, e spesso infondati, riferimenti a episodi, ininfluenti ai fini dell'accertamento della verità giudiziaria, ma di fondamentale rilevanza per la costruzione dell'immagine del killer "bello e dannato". Un esempio tratto dal quotidiano "la Repubblica", e riportato nel testo, è utile a rendere più chiara la riflessione: "Cosicché ancora una volta, come per i Pietro Maso che uccidono padre e madre, come per i Luigi Chiatti che ammazzano i bambini come per i Marco Moschini che spaccano la testa a Monica Zanotti con una pietra lanciata dal cavalcavia, così milioni di persone si staranno interrogando su un ragazzo modello di ventinove anni, un altro bravo ragazzo, tutto scuola e università, uno che sporge un braccio dalla finestra e dà la morte a una ragazza". L'articolo appare sul quotidiano il 16 giugno del 1997, a neanche due giorni dagli arresti di Scattone e Ferraro.BERETTA ANGUISSOLA: Strumenti di analisi e di comprensione molto utili si rivelano le teorie di Léon Festinger e di Noelle-Neumann, che vengono sintetizzate con le rispettive formule di "dissonanza cognitiva" e "spirale del silenzio". In che senso lei ritiene di aver scoperto "dissonanze" e "silenzi a spirale" sparsi nei moltissimi articoli di giornale che ha letto per svolgere la sua ricerca?
CATINO: Da un'attenta analisi delle cronache dei quotidiani è emerso che sin dalle prime settimane delle indagini preliminari nei giornalisti si sono formate delle convinzioni (colpevoliste), non supportate da dati certi, che hanno orientato in un senso tutte le successive percezioni. Questo fenomeno ha prodotto, nella maggior parte dei casi, meccanismi di miopia e sordità a ulteriori accadimenti contrastanti con le proprie convinzioni. Così, l'esposizione accidentale a informazioni tendenti ad aumentare lo stato di dissonanza esistente spesso ha portato a percezioni e interpretazioni erronee degli avvenimenti. Tutto ciò è proseguito fino a quando una serie di micro-eventi, singolarmente non risolutivi, ha incrinato il sistema di certezze edificato; due episodi, a mio parere, hanno particolarmente accelerato tale processo conversione: la pubblica visione del video-shock che ritraeva la Alletto giurare sui propri figli l'assenza dal presunto luogo dello sparo e la lettura della perizia disposta dalla Corte il 10 febbraio 2000. La riflessione sulla "dissonanza cognitiva" è intrecciata a quella sulle "spirali del silenzio". Con questa espressione la ricercatrice Noelle-Neumann fa riferimento alla naturale tendenza degli individui a prestare attenzione alle opinioni altrui e a conformarsi, in particolare, a quelle del proprio ambiente: il percepire come si distribuisce l'opinione pubblica costituisce il fattore centrale per la formazione della stessa opinione pubblica. Nei primi mesi di indagini sul caso Marta Russo pochi tra giornalisti e opinionisti (in questa categoria vanno ricordati i professori Sabbatucci, Ferrajoli e Figà Talamanca) hanno violato questa logica, mettendo in discussione le certezze ostentate dai pubblici ministeri. Il meccanismo non procede però all'infinito, può essere interrotto da chi non teme l'isolamento e viola per primo il consenso della maggioranza La teoria di Noelle-Neumann consente inoltre di comprendere pienamente il silenzio mediatico caduto sulla vicenda all'indomani delle due sentenze.BERETTA ANGUISSOLA: Il libro di Giovanni Valentini ed il suo intervento al dibattito da noi organizzato già mettevano in luce come dalla Questura e dalla Procura partì nelle settimane cruciali delle indagini un vasto fiume di violazioni sistematiche ed impunite del segreto istruttorio che alimentò una specie di isteria collettiva e che predispose l'opinione pubblica ad accogliere in modo favorevole l'incriminazione e l'eventuale condanna degli imputati, trasformati in "mostri" mediante una straordinaria abbondanza di notizie del tutto false o travisate, cioè calunniose. Ma il suo libro fa un importantissimo passo avanti, e cioè mostra come funzionò anche un fiume che scorreva in direzione contraria, cioè dai giornali agli uffici della Questura e della Procura. Per dirla più semplicemente: in alcuni momenti importantissimi furono proprio i giornali a precedere le iniziative degli inquirenti e probabilmente ad ispirarle. Gli inquirenti e certi testimoni sembrano essere andati a rimorchio dei giornalisti. Lei fa alcuni esempi. Può illustrarceli?
CATINO: Si può senza dubbio affermare che il caso Marta Russo è una vicenda altamente paradigmatica di quello che il francese Soulez Larivière definisce il "circo mediatico-giudiziario". La spettacolarità dell'evento penale nasce dal rapporto di influenza reciproca che lega processi e media; per cui, anche in assenza di nuovi elementi di prova, le fughe di notizie dalla Procura (e dalla Questura) alimentano la scena mediatica che a sua volta condiziona quella giudiziaria. In questo modo si crea un circolo vizioso che trae continua vitalità seguendo uno schema di lavoro autoriflessivo, autosufficiente e autolegittimato. Nei primi mesi di inchiesta i giornalisti, stimolati dall'ossessiva ricerca di scoop, hanno seguito costantemente gli sviluppi delle indagini, anticipando in alcuni casi anche le mosse dei pubblici ministeri e provocando una costante violazione del segreto istruttorio.
Due esempi su tutti. Il 9 luglio, a due mesi esatti dal ferimento di Marta Russo, compare una nuova testimone oculare; è Giuliana Olzai. La donna, prima di rivolgersi ai magistrati per rivelare quello che vide il 9 maggio, decide di parlarne (in modo confidenziale) con un amico giornalista, Carlo Bonini de "il manifesto". A distanza di poche ore la Olzai ripete la sua testimonianza a Ormanni e ricorda di aver visto Scattone e Ferraro nei minuti successivi al delitto allontanarsi in gran fretta dall'istituto. Preso atto delle dichiarazioni, il procuratore aggiunto avverte Bonini che la deposizione della teste è coperta da segreto e che in nessun modo potrà essere diffusa all'esterno; la sua pubblicazione infatti rischierebbe di compromettere il corso delle indagini. Il tentativo non ha esito positivo, "il manifesto" è già in stampa; l'edizione del giorno successivo si apre (inutile dirlo) con le dichiarazioni della Olzai che, nelle intenzioni del cronista, si propone di fare luce su ciò che avvenne "Quel giorno all'Università" (titolo del pezzo).
Il 1° luglio 1997 Corrado Augias conduce uno speciale dedicato al caso Marta Russo dal titolo "Il delitto della Sapienza". La trasmissione è in diretta e ospita giornalisti e avvocati dei principali protagonisti della vicenda. Alcune telefonate degli spettatori a casa forniscono nuovi elementi interessanti per le indagini ed evidenziano la contraddittorietà delle dichiarazioni rilasciate dalla Alletto nel corso di intervista concessa al conduttore televisivo. E' la prima occasione (ce ne saranno poi tante altre) in cui la credibilità e l'attendibilità della testimone-chiave vengono messe in dubbio pubblicamente. Il processo, ancora una volta, continua al di fuori delle aule di giustizia e al cospetto di un vasto pubblico che osserva e giudica.BERETTA ANGUISSOLA: Luca Lippera le ha rilasciato un'intervista, nella quale rivendica il ruolo positivo svolto dai cronisti giudiziari che nel caso Marta Russo svolsero indagini in proprio, verificando alcuni alibi e compiendo quindi un lavoro autonomo e critico. Lei pensa che in generale i cronisti possano dare un contributo ad un più equilibrato rapporto tra accusa e difesa nel corso delle indagini, oppure, per le ragioni che lei illustra molto bene, ciò di fatto finirebbe per accrescere la già accentuata disparità a ulteriore vantaggio dell'accusa?
CATINO: Ritengo che sia quanto mai pericoloso pensare a cronisti in grado di far pendere l'ago della bilancia dalla parte dell'accusa o della difesa. D'altra parte bisogna tener ben presente la necessità di una funzione investigativa del giornalismo che, scevro da pregiudizi di sorta, non si limiti a sposare in pieno e in forma acritica le tesi ufficiali provenienti dalle Procure, ma verifichi la fondatezza delle stesse prima di divulgarle. Il caso Marta Russo non è l'eccezione, ma l'emblema di come in Italia (e non solo) il sistema dell'informazione e il campo giudiziario si intreccino generando un cortocircuito che spesso produce effetti perversi. La conferma di quanto affermo è negli articoli pubblicati dai principali quotidiani durante le indagini preliminari; in questo periodo fughe di notizie, ipotesi al limite della verosimiglianza, opacità delle fonti, conferenze stampa (improvvisate e non) si alternano con alta frequenza.
Negli ultimi anni, con l'irruzione dei magistrati nella sfera mediatica emergono altre strade, parallele a quella istituzionale, che l'operato giudiziario può percorrere. Il gruppo di riferimento dei magistrati assume le fattezze dell'opinione pubblica, identificata grossolanamente con i mass media. Da parte loro, i mezzi di comunicazione di massa, nell'assicurare la massima trasparenza e vigilanza sull'operato dei magistrati, rischiano di privare i cittadini delle garanzie minime, (ad esempio della presunzione di innocenza) alimentando l'illusione di una "agorà giudiziaria".
BERETTA ANGUISSOLA: Lei ricorda e cita alcuni articoli di giornale usciti nei giorni più "caldi" e decisivi, tra il 13 e il 15 giugno 1997, a cavallo della drammatica notte delle accuse e degli arresti. Un articolo del "Messaggero" uscito sul numero del 15, ma scritto in realtà prima della "conversione" della Alletto (o in tempo reale: mentre essa avveniva), ci sembra fondamentale. "L'occhiello - lei scrive - annuncia l'emissione, nella notte, di quattro ordini di custodia cautelare". Quattro - si badi bene - e non tre. Se l'aritmetica non è un'opinione e se questo giornalista aveva ricevuto dalla "gola profonda" della Procura o della Questura informazioni fondate, vuol dire che era stato predisposto un mandato di cattura anche per la Alletto. Ciò rafforza l'ipotesi avanzata dalla difesa: e se costei, pur non avendo visto nulla, si fosse decisa a cambiare versione solo per sfuggire al carcere, quando ha capito che tale minaccia diventava realtà? La paura della prigione è una pressione talmente forte da rendere impossibile credere nell'attendibilità dell'Alletto accusatrice "al di là di ogni ragionevole dubbio", come prescrive la legge perché si possa condannare. E lei sa che questa è la più "forte" tra le prove; tutte le altre, a confronto, sono debolissime. Ma questo, tutto sommato, lo sospettavamo già. Più interessante è la fuga di notizie secondo cui vi sarebbe stato un quarto mandato già pronto (cioè con nome e cognome), mentre ancora non era stato stracciato e gettato in un cestino quello per la Alletto. Se nel corso del pomeriggio del 14 giugno, c'è stato un momento X, in cui simultaneamente esistevano quattro mandati e quindi uno per la Alletto e uno per Scattone, questo vuol dire che, quando la Alletto non aveva ancora accusato Scattone, anche per lui c'era un mandato di arresto pronto. Quindi la decisione di arrestare Scattone sarebbe stata presa prima che la Alletto lo accusasse, e indipendentemente da ciò. Torna alla memoria un motto latino, criticato da molti, ma efficace: post hoc, ergo propter hoc. La Alletto potrebbe aver fatto il nome di Scattone perché qualcuno quel pomeriggio le mostrò il "quarto mandato", in cui era scritto proprio quel nome. Lei pensa che a questo importante dettaglio possa adattarsi la celebre frase di Andreotti: "A pensar male degli altri (in questo caso, degli inquirenti) si fa peccato ma si indovina?". Oppure qui, oltre a far peccato, si sbaglierebbe?
CATINO: Cosa accadde dal primo pomeriggio alla tarda notte del 14 giugno 1997 è ancora un mistero; un mistero che due riti giudiziari non sono riusciti a chiarire e che offusca il principale risultato raggiunto dall'inchiesta per il delitto della studentessa Marta Russo, ovvero la ricostruzione della dinamica omicida e i conseguenti arresti di Scattone, Ferraro e Liparota. Se gli eventi si fossero svolti come prima descritto ci troveremmo al cospetto di una situazione gravissima, che comprometterebbe ulteriormente l'attendibilità dell'impianto accusatorio.
Di sicuro, però, ci sono le indiscrezioni trapelate dalle cronache dei quotidiani nazionali in edicola solo poche ore dopo gli arresti e che lasciano molteplici perplessità. L'articolo de "Il Messaggero" cui fa riferimento, ad esempio, anticipava gli obiettivi dei quattro ordini di custodia cautelare e nel catenaccio sottolineava "Il cerchio si è chiuso dopo perquisizioni e interrogatori. Sotto torchio gli assistenti Scattone e Ferraro, l'usciere Liparota e la bibliotecaria Alletto". Un altro pezzo inserito nella cronaca di Roma evidenziava con sospetto l'incongruenza degli alibi forniti da Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, designandoli implicitamente come i destinatari degli ordini di custodia cautelare.
La violazione del segreto istruttorio ha raggiunto qui la sua vetta più alta.BERETTA ANGUISSOLA: In nessuna delle 363 pagine del suo libro è possibile trovare una frase o una parola rivelatrice che faccia capire se lei ritenga colpevoli o innocenti gli imputati. Ciò garantisce al suo lavoro uno statuto di effettiva scientificità "super partes". Al tempo stesso però questa scientificità trasmette al lettore una forte fiducia nella possibilità di arrivare a conoscere la verità, al di là delle nebbie del "mistero della Sapienza", care all'agnosticismo cronico di qualche commentatore. E trasmette anche un forte desiderio di saperne di più per afferrare questa verità possibile. Ci è sembrato di capire che lei si sia fatto una sua idea, ed un'idea ben precisa, anche se nel libro non la rivela. Non le chiediamo di uscire dal riserbo, se preferisce non farlo. Ma ad una domanda forse potrà rispondere. Secondo lei, come va a finire questa storia?
CATINO: E' necessario operare una distinzione tra verità giudiziaria e verità mediatica. Anche dopo due sentenze di condanna per Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro (e in secondo grado anche per Francesco Liparota) non sembra facile prevedere l'epilogo di questa vicenda. La Cassazione sarà chiamata ad emettere un verdetto definitivo che non lasci zone d'ombra e risponda ai tanti interrogativi, sollevati in questi quattro anni, sull'attendibilità delle testimoni-chiave . Sono evidenti, infatti, le contraddizioni di un processo indiziario che si è istruito, e si regge tuttora, su numerose circostanze tutt'altro che chiare; in terzo grado, a mio avviso, si dovrà tener conto dei tanti "buchi neri" creatisi soprattutto nei primi mesi di indagine.
Una cosa è certa: nel caso in cui i due imputati dovessero rivelarsi innocenti sarebbe quasi impossibile riuscire a ricostruire con precisione cosa accadde quel 9 maggio 1997. La genesi del castello accusatorio, all'indomani del delitto, ha determinato l'annullamento di qualsiasi ipotesi alternativa.
Da un punto di vista mediatico è invece semplice supporre come, a meno di clamorosi sviluppi, la vicenda resterà viva nell'immaginario collettivo (come testimoniano anche i riferimenti in occasione del recente attentato alla suora romana), ma senza il grado di partecipazione popolare del processo di primo grado. L'immagine dei due collaboratori universitari sedimentata nella memoria collettiva continuerà a risentire degli effetti perversi del circo mediatico-giudiziario generatosi all'indomani dei primi arresti.
BERETTA ANGUISSOLA: Lei dedica ampio spazio ad alcune iniziative del nostro Comitato e in particolare al nostro sito Internet. Ha qualche suggerimento o qualche critica a riguardo?
CATINO: L'esistenza di un comitato di questo tipo contribuisce all'insostituibile funzione di garanzia e controllo della trasparenza degli organi di giustizia attraverso la pubblicità degli atti processuali e il continuo aggiornamento sugli sviluppi del caso. L'omonimo sito internet è di certo l'articolazione mediale più interessante dell'associazione, in quanto consente, a chi fosse interessato, di acquisire nuovi elementi sulla vicenda. E' questa la vera novità; di particolare rilievo è l'attenzione che il comitato dedica ai mezzi di comunicazione di massa e al modo in cui hanno seguito l'evento. Su questo aspetto, a mio avviso, si dovrà insistere per sensibilizzare un'opinione pubblica che ha smesso di seguire con attenzione e partecipazione gli sviluppi del caso.BERETTA ANGUISSOLA: La ringraziamo per le sue interessanti risposte e le facciamo i nostri migliori auguri per il successo del libro.