Ecco il testo integrale della lettera inviata da Giovanni Scattone ai giudici della Suprema Corte di Cassazione, alcuni brani della quale sono stati pubblicati dai giornali:

 

Ill.mo Signor Presidente e Signori Giudici della Corte di Cassazione,

Mi permetto di rivolgermi direttamente a voi per cercare ancora una volta di difendere con pacata fermezza le mie ragioni in un processo che finora ha visto soccombere me, ma soprattutto la verità.
La sera del 14 giugno 1997 sono stato arrestato e ho appreso con stupore che ero accusato di aver provocato la morte di una ragazza da me mai vista, utilizzando un'arma del tutto ignota e compiendo un'inspiegabile acrobazia, in presenza di persone che mi conoscevano bene ma che, per motivi misteriosi, non hanno detto nulla a nessuno, né subito né nei 35 giorni successivi.
Una vicenda simile sembrerebbe nata dalla fantasia di un narratore; poiché invece negli ultimi quattro anni e mezzo essa ha causato ingiustamente a me e ad altri sofferenze inaudite, credo di avere, più che il diritto, il dovere di esporvi il più brevemente possibile quelle che ritengo essere le cause della mia prolungata detenzione e delle due successive condanne per omicidio colposo.
Com'è noto, il 9 maggio 1997 una studentessa universitaria, Marta Russo, fu colpita da un proiettile mentre percorreva un vialetto dell'Università "La Sapienza". Le indagini per scoprire da dove si fosse sparato si concentrarono immediatamente su una finestra del pianterreno, quella del bagno per disabili della Facoltà di Statistica. Questa finestra, subito indicata da Andrea Ditta, il testimone che nel momento dello sparo stava incrociando la vittima, è la stessa che i tre periti nominati dalla Corte d'Assise hanno considerato come balisticamente la più probabile. Da essa, diversamente che da tutte le altre finestre prospicienti il luogo del delitto, è possibile infatti sparare senza essere visti dall'esterno; e in quel bagno è possibile chiudersi utilizzando il tubo flessibile della doccia, come si vede chiaramente in una fotografia scattata dalla Polizia scientifica un'ora dopo il ferimento e allegata agli atti.
Dal 9 al 20 maggio 1997 gli inquirenti, dando per scontato che il colpo provenisse dal bagno di Statistica, svolgono una serie di indagini infruttuose: la difficoltà di identificare l'autore dello sparo deriva proprio dal fatto che quel bagno è accessibile a qualsiasi persona, interna o esterna all'Università. Nessuna traccia dell'arma del delitto o di bossoli, nessuna rivendicazione, nessun indizio sul possibile movente o su possibili mandanti: per dieci giorni si naviga nel buio.
Il 20 maggio la Polizia scientifica informa gli inquirenti che una particella di bario e antimonio è stata trovata sulla finestra della sala assistenti ("aula 6") dell'Istituto di Filosofia del diritto. Le perizie d'ufficio di primo e di secondo grado stabiliranno in modo certo che tale particella è incompatibile con la composizione dell'innesco utilizzato per il colpo mortale; ma nel maggio 1997 non si conosceva ancora l'esatta composizione di tale innesco, e gli inquirenti, fuorviati dal ritrovamento di questo presunto residuo di sparo, "si precipitano" (come ha dichiarato in aula il vice-questore dott. Belfiore) nell'Istituto di Filosofia del diritto per controllare gli alibi di tutti gli assistenti che vi lavoravano, nella convinzione che "due assistenti che cazzeggiavano con una pistola" (come si è espresso lo stesso Belfiore) abbiano esploso accidentalmente un colpo.
In base all'ipotesi che il proiettile provenga dall'aula 6, gli inquirenti possono ora lavorare più agevolmente: anzitutto perché l'aula è normalmente riservata a un numero ristretto di studiosi e di impiegati dell'Istituto, il che consente di restringere la cerchia dei sospettati; e poi perché nella sala assistenti c'è un telefono, dal quale la dottoranda Maria Chiara Lipari ha chiamato casa sua alle 11.44.30 del 9 maggio 1997, cioè in un'ora di poco posteriore a quella dello sparo, fornendo così agli inquirenti una possibile testimone. Nel frattempo, il mortale ferimento di una ragazza all'interno dell'Università sta letteralmente sconvolgendo l'opinione pubblica nazionale (per rendersene conto, basta rileggere i quotidiani dell'epoca, per non parlare delle televisioni) e sta provocando l'intervento delle massime autorità dello Stato, le quali reclamano che si trovi al più presto il responsabile. Sotto questa duplice e crescente pressione, gli inquirenti - anche perché negli anni precedenti erano rimasti irrisolti i casi più clamorosi di omicidio nella Capitale - si sentono in dovere di stringere i tempi per giungere rapidamente all'evento liberatorio tanto atteso: l'arresto del colpevole, del "killer della Sapienza".
Stabilita approssimativamente l'ora dello sparo alle 11.42, gli inquirenti decidono di interrogare la Lipari dal pomeriggio del 21 maggio fino all'alba del 22, informandola che il colpo mortale è partito certamente dalla sala assistenti poco prima che lei vi entrasse, e che quindi è venuta a trovarsi in una posizione molto delicata. Secondo quanto risulta da un'intercettazione telefonica del giorno dopo fra la Lipari e il suo amico Jacopo, l'interrogatorio era stato sostanzialmente impostato in questi termini: "O ci dici i nomi di chi hai visto entrando in quella stanza, oppure tu stessa sei coinvolta nell'omicidio" ("mors tua vita mea", le dice un inquirente). In un primo tempo la Lipari aveva dichiarato che le sembrava di aver trovato la sala assistenti vuota; ma dopo un lungo travaglio mnemonico, vissuto sempre in termini di incertezza, finisce col "ricordare" di avervi visto l'usciere Francesco Liparota e la segretaria Gabriella Alletto, scaricando così su di loro la pressione investigativa. Gli inquirenti sono portati a ritenere che lo sparatore frequenti abitualmente la sala assistenti; e la Lipari dice che la voce della persona che l'aveva salutata con un "ciao" uscendo frettolosamente dalla stanza le era sembrata quella di Massimo Mancini, un assistente dell'Istituto appassionato di armi. Mancini però ha un alibi inattaccabile per il 9 maggio e nessuna delle sue armi è compatibile con quella usata nell'omicidio. La Lipari (che in seguito dichiarerà di aver fatto il nome di Mancini solo perché suggeritole da un inquirente) non riesce a ricordare chi fosse la terza persona, di sesso maschile, presente nell'aula 6 insieme con la Alletto e con Liparota. In seguito la Polizia, controllando gli alibi di tutti gli assistenti di Filosofia del diritto, constata che Salvatore Ferraro e Giovanni Scattone sono i soli a non avere un alibi di ferro, perché si trovavano il primo a casa sua, molto vicina all'Università, e il secondo in giro per la stessa "Sapienza" allo scopo di sbrigare alcune pratiche amministrative.
A questo punto è a me che viene attribuito il ruolo di sparatore: esso infatti non si addice a Ferraro, che non ha fatto il servizio militare, non sa sparare e oltre tutto, essendo mancino, avrebbe avuto difficoltà a sparare dalla finestra verso sinistra. Con lunghissimi e pressanti interrogatori, condotti senza difensore e verbalizzati solo formalmente (11 giugno) o non verbalizzati affatto (14 giugno), gli inquirenti inducono la Alletto (minacciandola fra l'altro, come risulta dalla videoregistrazione dell'11 giugno, di arrestarla per concorso in omicidio) a fare, la sera del 14, le confuse dichiarazioni accusatorie che portano al mio immediato arresto: il G.I.P. emette infatti la sua ordinanza di custodia cautelare con eccezionale celerità, addirittura mentre era ancora in corso l'interrogatorio della Alletto. Insieme a me vengono condotti in carcere Ferraro e Liparota, con l'imputazione di concorso in omicidio volontario, ascritta non perché vi fossero indizi di concorso o di volontarietà, ma nella speranza che almeno uno dei due, pur di tornare in libertà, accusi me. E' ciò che Liparota, terrorizzato dalla carcerazione, farà il 16 giugno, nel corso di un interrogatorio che meriterebbe di essere citato integralmente; ma ritratterà il giorno dopo, colto dal rimorso. Da parte sua, Ferraro si è sempre rifiutato decisamente di mentire e non mi ha mai accusato, sopportando per questo le pesantissime conseguenze della sua rettitudine.
Quasi un mese dopo gli arresti, il 9 luglio, viene fuori una vecchia conoscenza della Polizia, Giuliana Olzai, che appartiene a una nota famiglia di sequestratori e che per tale motivo conosce di persona fin dal 1989 alcuni degli inquirenti che si occupano del caso Marta Russo. La Olzai afferma, con varie incongruenze che cerca poi di sanare mediante successive precisazioni, di aver visto il 9 maggio due giovani comportarsi in modo sospetto nei pressi del luogo del delitto, e di averli poi identificati con me e Ferraro vedendo le immagini televisive trasmesse dopo il nostro arresto. Si tratta di una testimonianza tardiva e insignificante, fondata su una presunta capacità di fisionomista, affermata ma non provata; la stessa Corte d'Assise d'Appello non sembra farne gran conto.

Ciò che a mio avviso inficia alla radice le indagini è il fatto che alle persone interrogate sia stato posto come una certezza assoluta che si è sparato dalla sala assistenti: cosa che invece le perizie, prese nel loro insieme, hanno dimostrato essere quanto meno dubbia. Messa di fronte a questa presunta certezza, la Lipari - che alle 11.44.30 era certamente nella sala assistenti, come risulta dai tabulati telefonici - si è trovata, consapevolmente o no, nell'alternativa di diventare una testimone d'accusa o di essere considerata lei stessa una complice. Pur non avendo accusato direttamente me e Ferraro, la Lipari è stata il tramite che ha portato gli inquirenti a Gabriella Alletto e a Francesco Liparota. All'inizio la Lipari tende ad escludere che entrando nell'aula 6 vi avesse trovato qualcuno; ma nel corso delle nove ore di interrogatorio modifica a poco a poco la sua versione (il verbale non dice né come né quando), aggiungendo sempre nuove presenze, quasi che le sollecitazioni a ricordare e il trascorrere del tempo migliorassero la qualità dei ricordi, anziché renderli sempre meno attendibili. Un'importante smentita alle ricostruzioni mnemoniche della Lipari è venuta dai tabulati originali della Telecom, acquisiti solo verso la fine del processo di primo grado: da essi è risultato che le due telefonate da lei fatte nella sala assistenti sono consecutive, ed è quindi impossibile che uscendo dall'aula 6 abbia intravisto nel corridoio una persona che "poteva essere Scattone". La Lipari ha detto questo l'8 agosto 1997, tre mesi dopo i fatti e 54 giorni dopo il mio arresto, mentre fino a quel momento non aveva mai fatto il mio nome né agli inquirenti, né ai suoi familiari, né nelle numerosissime conversazioni telefoniche intercettate. L'episodio dell'uscita dall'aula 6 durante un inesistente intervallo conferma in pieno, se mai ve ne fosse bisogno, l'inattendibilità dei ricordi della Lipari, ricostruiti per effetto di un duplice condizionamento. Da un lato lei, così sensibile, è sconvolta dalla drammatica "certezza" che il colpo mortale è partito dall'aula 6 poco prima del suo ingresso; dall'altro viene pressata dagli inquirenti a "ricordare meglio". La Lipari finisce così col situare nell'aula 6 la Alletto. Quest'ultima viene a trovarsi, a sua volta, in un'alternativa angosciosa: o essere ritenuta corresponsabile del delitto - come le viene prospettato l'11 giugno dal P.A. Ormanni, e come si sostiene nell'informativa della Squadra Mobile del 12 giugno, che la denuncia per concorso in omicidio - oppure diventare la principale testimone dell'accusa. Lo diventerà la sera del 14 giugno, al termine di un interrogatorio in Questura durato nove ore, non verbalizzato e in cui non era assistita da alcun avvocato.
La Alletto ha ceduto dopo 36 giorni e dopo essere stata pressata in tutti i modi; nell'interrogatorio videoregistrato dell'11 giugno 1997 (in cui le viene affiancato, non si sa bene a quale titolo, un cognato poliziotto) il P.M. La Speranza e il P.A.Ormanni si alternano per più di quattro ore nel blandirla e nel minacciarla. Ciò che più mi indigna è il fatto che tutti gli italiani conoscono i passi salienti di questo video, ma agli atti del processo non c'è la sua trascrizione integrale: agli atti c'è solo la parte in cui la Alletto parla a tu per tu con suo cognato. L'intero video è venuto fuori solo nel settembre 1998, quando il perito nominato dalla Corte d'Assise dichiarò che nella registrazione audio (l'unica fin allora nota) vi erano degli "eventi anomali", ossia dei sospetti tagli. Il dott. Vulpiani, capo della DIGOS e responsabile della conservazione del video, consegnò allora alla Corte d'Assise tre videocassette, comprendenti anche le parti in cui la Alletto viene interrogata dai due P.M. Questa videoregistrazione è fondamentale per capire come sia nata la testimonianza accusatoria della Alletto; è stata integralmente proiettata in aula; molti ne conoscono l'esistenza, perché i suoi momenti più drammatici sono stati trasmessi da tutte le reti televisive nazionali; l'allora presidente del Consiglio Prodi fece in proposito un durissimo e applauditissimo intervento alla Camera, affermando che non è quello il modo di interrogare un testimone; è stata integralmente trascritta per conto della Procura di Perugia, che ha chiesto il rinvio a giudizio dei due P.M. per violenza privata e abuso d'ufficio; ma nel nostro processo quel video ancora oggi non c'è, è come se non esistesse; e così i Giudici togati e popolari chiamati a valutare la credibilità della Alletto non hanno utilizzato, in nessuno dei due gradi di giudizio, questa prova fondamentale a favore degli imputati.
Quando ho visto per la prima volta quel video (ero ancora detenuto in carcere), la mia indignazione è arrivata al culmine. Nella videoregistrazione la Alletto nega strenuamente e fra le lacrime di essere stata presente quella mattina nella sala assistenti, arrivando a giurarlo sulla testa dei suoi figli. Da parte sua, il P.M. La Speranza le dice: "Lei mi può chiedere quello che vuole, io la aiuto [...] lei però deve pensare che prima di ogni altra cosa ci sono due figli: non si preoccupi del posto di lavoro, non si preoccupi per suo marito, non si preoccupi per i suoi figli, non si preoccupi per Romano, non si preoccupi per nessuno: mi dica la verità, poi la aggiusto io nella maniera in cui lei la vuole. Di cosa ha paura? A lei non la licenzierà nessuno". Il discutibile grado di invalidità grazie al quale la Alletto era stata assunta viene dunque usato dal P.M. come strumento di pressione per indurla a convalidare una data "verità". Dalle parole del P.M. La Speranza emerge anche chiaramente quale era il clima in cui si svolgevano le indagini: "Noi questo caso lo dobbiamo chiudere e lo chiuderemo. Qui la Polizia non riusciamo più a tenerla, sta spingendo. C'è il capo della Polizia, c'è il Questore, bisogna concluderla sta storia, il G.I.P. è d'accordo, so' tutti d'accordo". Il cognato della Alletto, l'ispettore di Polizia Di Mauro, le dice: "Qui il caso devono chiuderlo prima delle ferie". E il P.A. Ormanni, sempre rivolgendosi alla Alletto, dice: "I casi sono due: o lei è responsabile di omicidio, o lei è responsabile di favoreggiamento personale. Non si sbaglia, non si scappa! Per omicidio lei va certamente in carcere e non esce più".
La Alletto, che già aveva resistito per ore e ore a numerosi interrogatori, diurni e notturni, supera anche questo dell'11 giugno, supera anche il confronto del 13 giugno con la Lipari, ma infine, la sera del 14, cede e mi accusa. In condizioni simili, Signori Giudici della Suprema Corte, quanto pensate che resisterebbe un'altra "donna qualunque" (che cioè non sia un'eroina) prima di dichiarare di aver visto con una pistola in mano una qualsiasi persona?
La testimone Serenella Armellini ha riferito che la mattina del 14 giugno la Alletto, subito prima di recarsi in Questura, dove sarà interrogata da funzionari della DIGOS, senza difensore e per nove ore non verbalizzate, le confidò: "Bisogna fare come dicono loro": dove il "loro", ha aggiunto la teste, si riferiva evidentemente agli inquirenti. E' comprensibile quindi che nel processo di primo grado la Alletto, ormai indissolubilmente vincolata alla sua nuova "verità", si sia sottratta al confronto, disposto dalla Corte, con la stessa Armellini e con due dipendenti dell'Istituto, la Cappelli e la Sagnotti, che avevano reso testimonianze analoghe.

Ma perché la Alletto ha accusato proprio me? Ho già ricordato che l'attenzione degli inquirenti si era concentrata sugli assistenti di Filosofia del diritto e che io e Ferraro eravamo i soli a essere presenti quel giorno nei pressi dell'Università; ho anche ricordato che Ferraro non sa sparare ed è mancino; ma a riprova di quanto ho detto finora vorrei sottolineare una circostanza fondamentale, che emerge dalla videoregistrazione dell'11 giugno 1997. I due P.M. forniscono alla Alletto un'informazione che in quel momento non risultava da nulla: fino allora la Lipari aveva parlato, nella sua ultima versione (nella prima aveva detto "mi pare che non c'era nessuno"), di tre persone presenti in sala assistenti; così come con tre manichini si era svolto il sopralluogo nell'aula 6 al quale la Lipari aveva partecipato il 26 maggio. Ora invece i P.M. informano la Alletto della presenza di una quarta persona, che fino a quel momento non era mai apparsa negli atti delle indagini, ma a cui presto verrà attribuito il mio nome. Sono dunque i P.M., e non le due testimoni, a inserire una quarta persona; sono i P.M. a lasciare alla teste Alletto una casella vuota da riempire con un nome.

Data la mia totale estraneità ai fatti, ho sempre avuto fiducia che il processo potesse risolversi positivamente già in primo o quanto meno in secondo grado: infatti per condannare qualcuno bisognerebbe dimostrare la sua colpevolezza "al di là di ogni ragionevole dubbio". In questo processo non solo vi è abbondanza di dubbi, ma vi sono almeno tre prove inconfutabili che minano alle fondamenta la credibilità della ricostruzione accusatoria.
In primo luogo le perizie. I tre periti nominati dalla Corte d'Assise e il perito chimico nominato dalla Corte d'Assise d'Appello hanno dichiarato che la particella trovata sulla finestra della sala assistenti, da cui è nato l'intero processo, non ha nulla a che fare con il colpo che ha ucciso Marta Russo. I periti di primo grado, oltre ad affermare che "non vi sono elementi tecnici che indichino il coinvolgimento degli imputati in quello sparo", hanno sostenuto che la provenienza più probabile del colpo è quella dal bagno disabili di Statistica. Inoltre, nel proiettile che ha colpito Marta Russo è stato rinvenuto un filamento di fibra di vetro identico a quelli che compongono i pannelli isolanti del bagno disabili di Statistica. Già questo dovrebbe bastare per un'assoluzione.
In secondo luogo le intercettazioni. Anche a prescindere dalle intercettazioni presso la mia utenza, dalle quali non risulta assolutamente nulla a mio carico, va ricordata ancora una volta la parte dell'intercettazione ambientale dell'11 giugno 1997 che è stata ritenuta utilizzabile e valutabile dalle due Corti giudicanti. Parlando a quattr'occhi col cognato, la Alletto mostra di ignorare i nomi delle persone presenti nella sala assitenti al momento dello sparo; e dopo aver ricordato quelli di Liparota e Ferraro, che poco prima le erano stati fatti dal P.M. La Speranza - come le Corti avrebbero saputo se avessero acquisito agli atti l'intera videoregistrazione - la Alletto dice a Di Mauro: "Bisognerebbe sapere chi è quell'altro oltre a Ferraro", dimostrando così in modo inequivocabile di non aver assistito al delitto. Una riprova significativa, anche se indiretta, di ciò è fornita dalla risposta data dalla Alletto a un difensore che le chiedeva perché, pur sapendo che a sparare ero stato io, non era intervenuta a discolpare un precedente indagato, Rino Zingale. La risposta è: "Ma io non conoscevo gli spostamenti di Zingale quel giorno". Che bisogno c'era di conoscerli, se veramente avesse visto me sparare?
In terzo luogo i tempi. L'ora dello sparo è stata fissata dalla sentenza alle 11.42.05. Da questo momento fino all'ingresso della Lipari nella sala assistenti, che la Alletto dice essere avvenuto subito dopo lo sparo, passano invece almeno due minuti, perché la prima telefonata della Lipari ha inizio alle 11.44.30: la ricostruzione accusatoria non può quindi in alcun modo corrispondere alla realtà. E' mai pensabile che dopo un colpo di pistola quattro persone siano rimaste immobili e in silenzio, senza alcuna reazione, per un tempo così lungo?

Sono un cittadino italiano finito negli ingranaggi della giustizia e non riesco a difendermi da questo meccanismo. Sono rimasto negativamente impressionato dalle ripetute e aprioristiche prese di posizione della Procura, anche attraverso comunicati stampa. Non solo è stato difeso incondizionatamente, contro tutti, l'operato degli inquirenti, all'indomani della fortunosa comparsa della videoregistrazione dell'11 giugno 1997; ma si è interferito nel processo in corso criticando radicalmente il lavoro e le conclusioni dei periti di primo grado, che scagionavano me e gli altri imputati.
Una volta avviato il meccanismo perverso che mi ha portato in carcere, una volta convocata, la mattina dopo gli arresti, la conferenza stampa in cui il Procuratore aggiunto e il Questore di Roma dichiaravano che "il caso è chiuso", è diventato a quanto pare impossibile per gli accusatori tornare indietro e per le Corti giudicanti assolvermi.

Non mi resta che chiedere a voi, quali membri del Supremo Tribunale dello Stato italiano, di fermare questo meccanismo perverso, di restituirmi la dignità dell'innocenza e di far sì che si renda giustizia alla vittima, identificando con ulteriori indagini il vero autore dell'omicidio.