I misteri del delitto di Marta

Controinchiesta  (Prima puntata)

di Giovanni Valentini

La Repubblica, marzo 1999

Il delitto ascritto agli indagati è di una gravità sconcertante proprio perché il movente che ha determinato l' azione omicida è l'assenza di un movente specifico direttamente connesso alla vittima". (Dall'ordinanza del Tribunale della Libertà, pagina 61. Roma, 28 giugno 1997).

Roma - Più che il rimbombo di uno sparo, fu un tonfo, un rumore sordo, ovattato, come lo scoppio di una bottiglia di plastica sotto la ruota di un'automobile. Mancava poco a mezzogiorno di quel maledetto venerdì, 9 maggio 1997, quando un colpo d'arma da fuoco raggiunse alla testa la studentessa Marta Russo, 22 anni, iscritta al terzo anno di Giurisprudenza, mentre passava casualmente con un'amica in un vialetto della Città universitaria a Roma. Ferita a morte, la ragazza cadde a terra di schianto ed entrò in coma irreversibile. Spirò cinque giorni più tardi, dopo l'espianto degli organi autorizzato dai genitori per la donazione, secondo la volontà che lei stessa aveva manifestato più volte in famiglia.
Nella capitale e in tutto il paese, lo choc è molto forte. Un omicidio in pieno giorno, nel cuore dell'università più grande d'Italia, affollata quotidianamente da migliaia di giovani, scuote l' opinione pubblica anche sul piano emotivo, alimentando paure e psicosi collettive.

Scatta in grande stile la caccia all'assassino, ma le indagini partono dal nulla e sono destinate a procedere nel buio: tanto che gli inquirenti non riusciranno mai a scoprire né il movente né l'arma del delitto, una calibro 22, presumibilmente una pistola semiautomatica munita di silenziatore.
Le prime ipotesi variano senza riscontri dall'attentato politico ispirato da una nuova strategia della tensione a quello terroristico di matrice islamica, dal gesto di un folle all'errore di persona. Poi si comincia a immaginare un gioco di morte, un feroce tiro a segno, mentre si profila l'ombra inquietante di un serial killer o di un maniaco. I telefoni della Questura e dei giornali vengono tempestati da centinaia di chiamate e segnalazioni, per lo più anonime, che suggeriscono una traccia o una pista. La ridda di voci rilancia uno scenario che mette ancor più i brividi: non era Marta l'obiettivo dell'assassino, lei è finita per caso in un regolamento di conti, un avvertimento tra spacciatori di cocaina.
Si scopre che l'amica al suo fianco nel vialetto dell'Università, Jolanda Ricci, è figlia di un dirigente superiore del ministero di Grazia e Giustizia, ex direttore del carcere di Rebibbia, ora responsabile degli acquisti per gli istituti penitenziari. Non è escluso perciò che potesse essere lei, magari per una ritorsione, il vero bersaglio dell'agguato. La stessa Jolanda racconta di tante telefonate mute, vagamente minacciose, che da tempo turbano la tranquillità familiare, tra cui una notturna a cui risponde il padre ascoltando frasi volgari e offensive nei confronti della ragazza. Gli inquirenti, però, non ritengono di approfondire e verificare più di tanto questa indicazione.
In seguito affiorerà perfino una pista mafiosa, con un sosia di Marta Russo che si presenta come vittima designata di una vendetta trasversale. La ragazza, anche lei studentessa alla "Sapienza", figlia di un imprenditore siciliano braccato dai boss del racket e messo sotto protezione dalla polizia, sostiene l'ipotesi dello scambio di persona. Ma gli investigatori non prendono sul serio la sua versione e l'accantonano.
Dall'esterno, intanto, la pressione dell'opinione pubblica sugli inquirenti aumenta di giorno in giorno: mentre si celebrano i funerali di Marta Russo, a cui partecipa una folla di diecimila persone, sull'assassinio all'Università interviene il presidente del Consiglio, Romano Prodi, e anche il Papa denuncia un "clima di odio". Evidentemente, un' inchiesta su un caso così clamoroso non si può archiviare con una denuncia contro ignoti, un colpevole si deve trovare a ogni costo, il "moloch" dell'informazione reclama il nome dell'assassino.
Per ricostruire la dinamica del delitto e risalire quindi all' autore, bisogna riuscire almeno a individuare il punto da dove è partito il colpo: le ricerche si orientano naturalmente sulle finestre al piano terra di Statistica, quelle più vicine al luogo del delitto. A una distanza di sette- otto metri, appaiono subito come le più probabili. L'attenzione si concentra sulla finestra del bagno degli uomini, con un locale per gli handicappati che affaccia proprio sul vialetto. Per evitare l'inquinamento degli indizi, la polizia decide di sigillare quattro bagni, i due di Statistica al pianterreno e i due dell'Istituto di Filosofia del Diritto al primo piano: per un cecchino lì è più facile chiudersi a chiave, in modo da non essere visto e non destare sospetti.
Le prime indagini riguardano gli addetti della "Pul.Tra.", un' impresa di pulizie che ha un magazzino vicino al luogo del delitto, dove vengono ritrovate due cartucce a salve. Alcuni di loro, a quanto pare, hanno l'hobby del tiro a segno e circola anche l'ipotesi del colpo di pistola partito accidentalmente durante una lite. Gli operai vengono interrogati e durante una perquisizione in casa di uno di loro spuntano fuori alcune pistole-giocattolo modificate. Ma risultano incompatibili con il proiettile che ha ucciso Marta Russo e la pista viene abbandonata.
Sulla base di altre segnalazioni, la polizia indaga allora su un bibliotecario, Rino Zingale, già dipendente dell'istituto di Diritto penale e ora di Lettere. L' uomo, incensurato, risulta proprietario di diverse armi, ma sono tutte regolarmente registrate. Questo basta per scagionarlo. Zingale esce dall'inchiesta e non vi comparirà più.
Domenica 18 maggio, allo stadio Olimpico, si gioca Roma-Inter: gli amici di Luca Bincelli, il fidanzato di Marta, espongono in Curva Sud uno striscione per ricordare la ragazza, anche lei tifosa giallorossa: "Marta, il tuo ricordo vivrà per sempre". Approfittando della giornata festiva, gli inquirenti tornano nell'ateneo vuoto per lavorare in tranquillità e fare nuovi accertamenti con la tecnica dello Stub, un esame che consente di rilevare la presenza di residui di sparo. Viene controllata in particolare l' ala dell'edificio che ospita i bagni di Statistica e alcune aule di Giurisprudenza, nella palazzina da dove si ritiene più probabile che l'assassino abbia sparato.
Nei giorni successivi, attraverso i rilievi della Scientifica e le perizie balistiche, comincia a emergere l'ipotesi che il colpo sia partito dalla Sala 6 di Filosofia del Diritto, al primo piano di Giurisprudenza, riservata agli assistenti: sulla finestra sarebbero state trovate tracce "significative" di polvere da sparo. Sarà proprio quel granello, una particella infinitesimale di dubbia e controversa classificazione, a far precipitare la valanga dell'accusa. Ma inspiegabilmente la stanza, al contrario dei bagni al pianoterra sequestrati in precedenza, è stata lasciata incustodita e chiunque potrebbe aver inquinato le prove, anche senza volerlo.
Contro quelle che appaiono a tanti come evidenze oggettive, gli inquirenti maturano la certezza che proprio dalla Sala 6 il killer ha premuto il grilletto e perciò mettono sotto torchio una quarantina di persone che lavorano nell'Istituto di Filosofia del Diritto. La notizia filtra sui giornali del 30 maggio, quando il direttore, Bruno Romano, allontanandosi dalla facoltà a bordo della sua Mini rossa dopo un interrogatorio, dichiara ai cronisti: "È ormai ufficiale che chi ha sparato l'ha fatto dall'aula 6".
Il 2 giugno, nel corso di un nuovo sopralluogo, una prova di "puntamento laser" sembra confermare la scoperta: un raggio, diretto dal davanzale della finestra fino al punto in cui è caduta Marta Russo, consente di riprodurre virtualmente la linea di tiro. Non si tiene conto però del fatto che lo stesso esperimento, ripetuto più volte da altre finestre, dà ugualmente esito positivo: quella "incriminata", insomma, non è l'unica finestra da cui può essere partito il colpo. Questa verità, piaccia o non piaccia, risulta chiara fin dall'inizio. Ma quasi due anni più tardi, come vedremo meglio in seguito, la tesi sostenuta dai consulenti dell'accusa sarà contraddetta dalla perizia collegiale presentata il 10 febbraio scorso dai tre tecnici "super partes", nominati dalla stessa Corte d'Assise, sia sulla traiettoria del proiettile sia sui presunti residui di sparo.
Una volta imboccata con decisione la pista della Sala 6, si tratta però di cercare i testimoni e magari identificare attraverso di loro l'assassino o gli assassini. In un clima avvelenato dai sospetti e dalle polemiche, l'Istituto di Filosofia del Diritto diventa così il centro delle indagini, l'obiettivo, il bersaglio privilegiato. Si arriva a parlare addirittura di omertà tra professori, assistenti e impiegati, con allusioni a esami truccati, a un giro di sesso e di droga. Non risulterà niente di vero e comunque l'omertà potrebbe riguardare semmai interessi in comune, non la responsabilità personale e materiale di un omicidio.
Gli inquirenti puntano sui frequentatori di quella stanza: chi c'era nella Sala 6 al momento dello sparo? Dai tabulati della Telecom risultano partite da lì due telefonate intorno all'ora del delitto e dai numeri chiamati s'individua una giovane assistente che ha cercato suo padre, prima a casa e poi in studio: è Maria Chiara Lipari, figlia di un illustre docente di Diritto privato, personaggio noto e stimato, già senatore democristiano. E questo spunto diventa il bandolo di tutta la matassa. A dodici giorni dal delitto, le telefonate servono a sottoporre la Lipari a un lungo interrogatorio nel quale, come potremo approfondire nella prossima puntata, prima la teste dichiara che nella stanza non c'era nessuno; poi fa i nomi di due assistenti, Andrea Simari e Massimo Mancini, risultati assenti la mattina del 9 maggio; e soltanto alla fine afferma di aver visto "due o forse tre persone", chiamando in causa gli impiegati Gabriella Alletto e Francesco Liparota, di cui ricorda la presenza "a livello subliminale".
Per tre settimane, i due vengono interrogati inutilmente: Liparota afferma di non ricordare niente, la Alletto nega agli inquirenti e a tutti i suoi colleghi di essere entrata nella Sala 6. Il 12 giugno, con una mossa a sorpresa che a molti sembra intimidatoria nei confronti dell'intero istituto, viene mandato agli arresti domiciliari per favoreggiamento il direttore, professor Romano. Il giorno successivo la Alletto nega ancora. Ma poi il 14, dopo un interrogatorio di dodici ore di cui solo le ultime tre verbalizzate, crolla e dichiara di aver visto in quella stanza al momento dello sparo, oltre all'impiegato Liparota, anche gli assistenti Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro: il primo impugnava una pistola, l'altro si metteva le mani sulla testa "in un gesto di disperazione".
Nella stessa notte tra il 14 e il 15 giugno, in base a un'ordinanza di custodia cautelare del Gip consegnata appena un'ora dopo l'interrogatorio della testimone, Scattone e Ferraro vengono arrestati con l'accusa di concorso in omicidio volontario aggravato, esteso anche a Liparota.