L’omicidio della Sapienza: l’arringa dell’avvocato Francesco Petrelli

ASSOLVETE SCATTONE, NON FU SUA LA MANO CHE UCCISE MARTA RUSSO”

di Maurizio Gallo

da Il Tempo, 15 giugno 2000 

"Fare ordine". Francesco Petrelli, uno dei difensori Giovanni Scattone, aveva cominciato così, mercoledì scorso, la prima parte della sua arringa. Ieri l'ha conclusa con le stesse parole, "fare ordine in questo processo - ha detto - significa fare giustizia". Ed è proprio il tentativo di mostrare con chiarezza la logica attendibilità della tesi difensiva che l'ha spinto a scarnificare ogni dettaglio, passare al setaccio ogni testimonianza e scoprire addirittura un "refuso", un errore di trascrizione nella relazione della perizia collegiale primo grado. In questa si sottolinea che la traiettoria di un proiettile esploso dall'aula 6 era compatibile soltanto con una determinata posizione della vittima: la testa di Marta Russo avrebbe dovuto essere ruotata a sinistra di circa 50 gradi e "vistosamente" inclinata sulla sua spalla destra. Ma in un brano della medesima relazione si parla, invece, di inclinazione del capo a sinistra. Nelle sue motivazioni il verdetto raccoglie l'errore, decretando così, involontariamente, l'incompatibilità dell'aula 6. I dubbi sollevati da Petrelli hanno probabilmente rinforzato nei giudici il desiderio di approfondire l'aspetto tecnico della vicenda. A tale proposito, lunedì, dopo l'intervento del difensore di Salvatore Ferraro, la Corte si riunirà in camera di consiglio per decidere se riaprire parzialmente l'istruttoria dibattimentale. Quindi la perizia potrebbe essere riesaminata e ridiscussa in aula o gli stessi esperti potrebbero venire riascoltati nelle prossime udienze.

Ma torniamo alla arringa. L'abile e preparatissimo legale del principale imputato per l'omicidio della Sapienza è partito da un assunto di base: in questo processo, al contrario di quanto dovrebbe accadere, da un iniziale accertamento scientifico (i residui di sparo sul davanzale della finestra della sala assistenti) si è giunti alle "prove dichiarative" (testimonianze di Lipari, Alletto, Liparota e Olzai). E se questo è il primo anello di una catena di errori, come ha sostenuto il penalista, allora tutto il castello accusatorio crolla miseramente. "La particella composta da antimonio, ferro, zolfo e da un po' di bario trovata sulla finestra dell'aula 6 e ritenuta esclusiva dello sparo - ha osservato Petrelli - è quasi sicuramente il residuo di una frenatura con freni a disco". La letteratura settoriale mondiale, infatti, indica come incompatibile la presenza del ferro in un residuo di sparo e, anche se fosse stato uno sparo a rilasciare quella particella, essa non ha nulla a che vedere con l'omicidio. Per quale motivo? "Il proiettile calibro 22 che ha ucciso Marta Russo è stato prodotto dalla ditta inglese Eley - ricorda l'avvocato di Scattone - e le cartucce della Eley non contengono nell'innesco antimonio, ma con l'esplosione rilasciano ipofosfito di sodio, cioè calcio e fosforo". L'accusa ha ribattuto che è stato il proiettile a rilasciare l'antimonio. Ma, se fosse vero, "il colpo avrebbe rilasciato anche piombo poiché l'antimonio viene usato per rendere più duro di piombo del proietto". Così, mancando il supporto scientifico, le dichiarazioni dei testi, "fatte di aggiustamenti, allineamenti, condizionamenti progressivi e continui" non hanno valore di prova. Gabriella Alletto dal 14 giugno del '97 "si è sigillata in dichiarazioni che solo Dio sa che cosa significano e perché siano state rilasciate". La segretaria "non vede, non descrive e non disegna il silenziatore" che, con tutta probabilità, è stato utilizzato dall'assassino il 9 maggio di tre anni fa e che "anche il più rustico degli osservatori avrebbe notato".

"Io vi chiedo - ha concluso Petrelli rivolto alla Corte - di seguire la vostra coscienza e la vostra ragione e di assolvere Giovanni Scattone, perché la mia coscienza mi dice che non fu sua mano che uccise Marta Russo".