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PROGRAMMA
11
aprile, Auditorium di S.Teresa, Ragusa Ibla
ore
9.30
- Nunzio
Zago (Università di Catania): Introduzione
- Gualberto
Alvino (Università di Roma La Sapienza): Effetto
ikebana
- Alessandro
Cinquegrani (Università Ca’ Foscari di Venezia): Un personaggio chiamato Orfeo, Narciso, Edipo
Discussione
11
aprile, Auditorium di S.Teresa, Ragusa Ibla
ore
16.30
Presiede:
Natale Tedesco (Università di Palermo)
- Domenica
Perrone (Università di Palermo): «È solo
un po’ di vento». Parola e silenzio nell’opera di Bufalino
- Antonio
Sichera (Università di Catania): Echi
scritturali e lessico religioso nel primo
Bufalino
- Marina
Paino (Università di Catania): Autobiografia
in corpore vili
Discussione
12
aprile, Fondazione Gesualdo Bufalino, Comiso
ore
9.30
Presiede:
Nunzio Zago
- Giuseppe
Traina (Università di Catania): L’ingegnere
di Babele. Bufalino antologista
- Maria
Panetta (Università di Roma La Sapienza): Le
api iblee: fiele e miele nella saggistica di Gesualdo Bufalino
- Giulia
Cacciatore (Université Stendhal-Grenoble 3): L' "opus perpetuum" di Gesualdo Bufalino
Discussione
La parola verticale. Pizzuto,
Consolo, Bufalino
Prefazione di Pietro Trifone
Loffredo Editore
Giugno 2012
Vedi
il pdf
Recensioni
Salvatore Ferlita, "La
Repubblica/Palermo", 17 luglio 2012 [ Leggi]
Antonino Contiliano, "Retroguardia2", 6 agosto 2012 [ Leggi]
Giuseppe Panella, "Retroguardia2", 1 ottobre 2012 [ Leggi]
Siriana Sgavicchia, "Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca", II, 8, 2012, pp. 117-119 [ Leggi]
Francesca Latini, "Per leggere", 23 (2012), pp. 191-198 [ Leggi]
Ô TOUTES MES VENISES ENGLOUTIES
S u l l a p o e s i a d i S a n d r o
S i n i g a g l i a
17-18 février 2012
Université
de Genève – Uni Bastions (salle B 105)
Conférenciers
Gualberto Alvino, Fernando Bandini, Giorgio Bàrberi
Squarotti, Carlo Carena,
Franco Contorbia, Franco Esposito, Sveva Frigerio, Pietro Gibellini,
Paola Italia,
Francesca Latini, Silvia Longhi, Emilio Manzotti
Organisation: Sveva Frigerio, Francesca Latini et Emilio Manzotti,
Université de Genève
Secrétariat et contact: Sveva Frigerio
(Sveva.Frigerio@unige.ch)
DÉPARTEMENT DES LANGUES ET DES LITTÉRATURES
ROMANES
UNITÉ D’ITALIEN
Venerdì
17 febbraio 2012
09.00 Apertura dei lavori: Francesca Latini – Emilio Manzotti
– Sveva Frigerio
09.15-11.00 Presiede: Fernando Bandini
Pietro Gibellini La tradizione di «Bordellesca»
Francesca Latini «Essere un Faldellin poetico»
(da «Il regesto della rosa e altre vanterie»)
Discussione
11.00-11.30 Pausa
11.30-13.30 Presiede: Franco Contorbia
Sveva Frigerio: «La cupola ho veduto»
(da «Il flauto e la bricolla»)
Luciana Alberti: Come è nata Virgiliana
Emilio Manzotti: Lettura di «Virgiliana»
(dai Versi dispersi e
nugaci)
Discussione
13.30 Pranzo (buffet)
15.00-16.45 Presiede: Giorgio Bàrberi Squarotti
Gualberto Alvino: Sandro Sinigaglia: tecnica e pathos
Paola Italia: Le parole del poeta
Discussione
16.45-17.15 Pausa
17.15-19.00 Presiede: Silvia Longhi
Carlo Carena Sandro: Sinigaglia e la Resistenza
Franco Contorbia: Tra Sandro e Trabucco
Discussione
19.30 Cena
Sabato
18 febbraio 2012
09.00-10.45 Presiede: Carlo Carena
Franco Esposito: Sinigaglia privato
Giorgio Bàrberi Squarotti: Sandro Sinigaglia. Beffe e amore
Discussione
10.45-11.15 Pausa
11.15-13.00 Presiede: Pietro Gibellini
Silvia Longhi: Autoritratto in nero
Fernando Bandini: Sandro Sinigaglia tra i suoi poeti
Discussione
13.00-13.15 Conclusione dei lavori
13.30 Pranzo
Sandro Sinigaglia (Oleggio Castello 1921-Milano 1990), laureato in
estetica a Milano con una tesi
sull’opera di Italo Svevo, si occupò di una
piccola industria meccanica (fabbricava pezzi di precisione per
orologi) e fu poi insegnante al liceo e quindi redattore editoriale
(lavorò per i Classici Italiani Ricciardi
alle edizioni del Folengo curato da Carlo Cordié e del
Pascoli curato da Maurizio Perugi). Ha pubblicato
le raccolte poetiche Il
flauto e la bricolla (Firenze, Sansoni,
«Biblioteca di Paragone», 1954), La Camena
gurgandina
(Torino, Einaudi, 1979) e Versi
dispersi e nugaci (Milano, Scheiwiller, 1990). Le tre
raccolte,
insieme ad alcune poesie disperse e ad un’ulteriore silloge
inedita ma pressoché definitiva, integralmente
di tematica erotica ( Il
regesto della rosa e altre vanterie) sono poi state
raccolte nell’edizione delle Poesie
curata da Paola Italia, con introduzione di Silvia Longhi (Milano,
Garzanti, 1997).
I r e l a t o r i
Gualberto Alvino, filologo e critico letterario, ha dedicato
particolare attenzione all’opera di Antonio
Pizzuto pubblicando, tra l’altro, in edizione critica Giunte e virgole
(Fondazione Piazzolla 1996),
Spegnere
le caldaie (Casta Diva, 1999), Ultime e Penultime
(Cronopio 2001), Si
riparano bambole
(Sellerio 2001; Bompiani 2010), Pagelle
(Polistampa 2010) e i carteggi del prosatore siciliano con G.
Nencioni, M. e G. Contini. Fra i suoi ultimi lavori ricordiamo la
raccolta di saggi Chi
ha paura di Antonio
Pizzuto?
(Polistampa 2000, introduzione di W. Pedullà), gli studi
sulla lingua degli autori adunati in Tra
linguistica
e letteratura. Scritti su D’Arrigo, Consolo, Bufalino
(Fondazione Pizzuto 1998) e la curatela
dell’ultima silloge poetica di Nanni Balestrini, Sconnessioni
(Fermenti 2008). Redattore di «Fermenti» e
«Le reti di Dedalus», collabora con diverse riviste
accademiche e militanti. Sulla poesia di Sinigaglia ha
pubblicato articoli su «Microprovincia» e
«Avanguardia» e il volume Peccati di lingua. Scritti su
Sandro
Sinigaglia
(Fermenti 2009).
Fernando Bandini, poeta in italiano, latino e dialetto vicentino,
è autore di varie raccolte: In modo
lampante (1962), Per partito preso (1965), Memoria del futuro (1969),
La màntide e la città (1979), Il
ritorno della cometa (1985), Santi di dicembre (1994), Meridiano di
Greenwich (1998), Dietro i cancelli
e altrove (2007). Traduttore dal latino e dal provenzale, come saggista
si è occupato di Leopardi e del
linguaggio poetico del Novecento (Rebora, Jahier, poeti dialettali). Ha
insegnato Filologia romanza e
Stilistica e metrica italiana all’Università di
Padova, quindi Letteratura moderna e contemporanea
all’Università di Ginevra.
Giorgio Barberi Squarotti, ordinario di Letteratura italiana
all’Università di Torino dal 1967 al 1999,
ha diretto il Grande dizionario della lingua italiana (UTET).
L’attività di critico lo vede impegnato sul
versante antico (Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, Tasso), come su
autori otto-novecenteschi
(Manzoni, Pascoli, d’Annunzio, Pavese, Sbarbaro, Montale).
Tra i saggi maggiori: Il codice di Babele
(1971), Gli inferi e il labirinto: da Pascoli a Montale (1974), Poesia
e ideologia borghese (1976), Il
romanzo contro la storia (1980), La poesia del Novecento (1985), La
forma e la vita: il romanzo del
Novecento (1987). È autore di alcune raccolte di versi.
Carlo Carena ha insegnato Letteratura latina
all’università di Torino e lavorato nella
redazione e nella
direzione della casa editrice Einaudi. Traduttore e curatore di
classici, innumerevoli sono i suoi contributi
critici, tra i quali alcuni articoli su Sinigaglia apparsi su
«Microprovincia», altre riviste e quotidiani.
Franco Contorbia è ordinario di Letteratura italiana moderna
e contemporanea all’Università di
Genova. I suoi studi vertono su poesia, narrativa, critica e
giornalismo tra Otto e Novecento; in particolare
si è occupato di Tarchetti, De Amicis, d’Annunzio,
Gozzano, Moretti, Palazzeschi, Boine, Croce, Serra,
Gobetti, Debenedetti, Pavese, Montale. A Sinigaglia ha dedicato, per le
edizioni della fondazione Achille
Marazza, il volume Sinigaglia, Montale e il
“sabià” (2001).
Franco Esposito è poeta, scrittore, critico e giornalista
(il volume più recente è la raccolta poetica
Frontiera di lago, pubblicata da Interlinea nel 2007). I suoi
interventi si concentrano su critici e poeti
dell’Otto-Novecento, come Rosmini, Rebora, Contini, Bo,
Emanuelli, Prezzolini e Sinigaglia. Oltre a
essere cofondatore del Premio Stresa di Narrativa, ha fondato nel 1979
la rivista di cultura
«Microprovincia», che ha ospitato in più
occasioni articoli su Sandro Sinigaglia (in particolare
dedicandogli un numero monografico nel 1999)..
Sveva Frigerio è assistente di Linguistica italiana
all’Università di Ginevra, dove si è
laureata con
una
tesi sulla poesia di Sinigaglia dal titolo
«Cieloverbano». Un florilegio commentato del
Sinigaglia
lacustre. Nel numero 20 di «Per Leggere» (2011)
è comparso un suo studio sulla poesia I gabbiani.
Pietro Gibellini è stato ordinario di Letteratura italiana
all’Aquila e a Trieste, e ora a Venezia. Il suoi
studi critici sono orientati sull’età moderna
(Belli,
Porta, la “linea lombarda” da Parini a Gadda,
Manzoni,
d’Annunzio, la critica delle varianti). A Sinigaglia ha
dedicato un saggio su L’Adda ha buona voce. Studi
di letteratura lombarda dal Sette al Novecento (1984), La musa
trasgressiva nei versi di Sandro
Sinigaglia, «Microprovincia» (n. 37, 1999), Da
Rabelais a Virgilio, in Le lunghe fedeltà di Sandro
Sinigaglia. Convegno di Studi su Sandro Sinigaglia, Arona 16-17
novembre 2007 (2010). Sua la
postafazione a G. Alvino, I peccati di lingua. Studi su Sandro
Sinigaglia (2009)
Paola Italia ha studiato a Pavia, Ginevra e Pisa e vive a Firenze. Ha
lavorato a lungo in editoria e nella
formazione (didattica dell’Italiano scritto) e dal 2005
insegna Letteratura Italiana e Filologia Italiana
presso la Facoltà di Lettere
dell’Università di
Siena. Si è occupata di letteratura dell’Ottocento
(Leopardi,
Manzoni) e del Novecento (Gadda, Bassani, Savinio, Tobino, Manganelli,
Sinigaglia), con particolare
attenzione ai problemi linguistici e filologici legati alle edizioni
scientifiche dei testi; e di filologia
d’autore (nel 2010 ha scritto con Giulia Raboni la
“Bussola” Che cos'è la filologia
d'autore, Roma,
Carocci). Sta preparando, insieme a Giorgio Pinotti, una nuova edizione
del pamphlet gaddiano Eros e
Priapo basata sul manoscritto originario del 1944
Francesca Latini si è occupata di poesia italiana moderna,
in particolare dell’opera pascoliana,
curandone i volumi dell’edizione dei classici UTET. Sulla
poesia di Sinigaglia ha pubblicato due studi
(Seguendo il volo della giana, nel 2008, e Incontri terreni e celesti
di Sandro Sinigaglia. Lettura di
«Servetta già impicciata» da
«La Camena gurgandina», nel 2009).
Silvia Longhi è ordinario di Letteratura italiana nella
Facoltà di Lingue e letterature straniere
dell’Università di Verona. Si è
occupata in modo costante di letteratura del Rinascimento, con interesse
critico e filologico, e con speciale attenzione alla storia dei generi
letterari. Un altro suo ambito di ricerca
è quello novecentesco (studi su Pizzuto, Bufalino, Caproni,
Giudici, Bandini). Ha dedicato vari contributi
a Sinigaglia (saggi su «Autografo» e
«Verbanus», l’Introduzione
all’edizione
Garzanti delle Poesie, e una
scelta di testi commentati nell'Antologia della poesia italiana
Einaudi).
Emilio Manzotti è ordinario di Linguistica italiana
all’Università di Ginevra. Oltre che di
linguistica in
senso stretto (in particolare di semantica lessicale e frasale e di
strutture testuali), si è occupato in
un’ottica prevalentemente linguistica e stilistica di testi
letterari otto-novecenteschi: Pascoli, Saba,
Rebora, Caproni e C.E. Gadda. Alla poesia di Sinigaglia ha dedicato
negli scorsi anni un corso e un
seminario.
R i n g r a z i a m e n t i
Istituto Italiano di Cultura, Zurigo
Faculté des Lettres, Université de
Genève
Département des langues et des littératures
romanes, Université de Genève
Stefano
D’Arrigo
Un (anti
)classico del Novecento ?
16 et 17 mars 2012
scarica
la locandina
Les
Journées d’Études des 16 et 17 mars
2012,
organisées à l’université
Toulouse II autour
de
l’oeuvre de Stefano D’Arrigo, visent à
mettre en valeur l’oeuvre d’un écrivain
dont
George
Steiner s’est demandé : « Comment se
fait-il qu’un livre qui marque profondément
son
lecteur et transforme son paysage intérieur puisse demeurer
obscur à la très grande
majorité
du public de la littérature? » (Corriere della
Sera du 4 novembre 2003). George
Steiner
exprimait ainsi la frustration éprouvée par le
lecteur vis-à-vis d’un auteur qui avait
su
tisser dans Horcynus Orca (1975) « une trame narrative
complexe et polyphonique,
équivalente
à celles de Gadda ou de Joyce », affirmant dans le
même temps la valeur de
l’écrivain
sicilien dans son siècle et dans les littératures
italienne et européenne et, en
quelque
sorte, le manque de reconnaissance dont il a été
et continue d’être victime.
La
thématique de la manifestation s’articule autour
de deux aspects du fait littéraire : les
vicissitudes
de l’édition des textes de D’Arrigo,
d’une part, et la poétique de la langue (le
phénomène
du plurilinguisme, les styles et les thématiques, les
archétypes convoqués et
l’intertextualité
mise en jeu), d’autre part. Les présentations et
les deux tables rondes seront
enregistrées
pour la chaîne Canal U. Les interventions ont lieu en italien
et seront traduites
en
français pour l’occasion. Une publication
d’articles en volume est prévue en
parallèle.
Ces
journées d’études résultent
d’une
initiative de collaboration entre l’Università per
Stranieri
di Perugia (Dipartimento di Culture comparate) et
l’équipe italianiste Il Laboratorio
de
l’université Toulouse II-Le Mirail.
Stefano
D’Arrigo (Alì Terme, Messina, 1919 –
Roma, 1992)
Joueur
de football dans sa jeunesse, acteur épisodique –
en 1961, il joua un petit rôle
dans
le premier film de Pasolini, Accattone –, poète et
critique d’art, le jeune homme
qui
soutint une thèse sur Hölderlin en 1942 avant de
partir à la guerre devient, dans les
années
70, un écrivain atypique, connu essentiellement pour son
roman monumental de
quelque
1270 pages, Horcynus Orca, dont la première mouture (660
pages) fut intitulée
I
fatti della fera. Après avoir publié, en 1957, un
recueil de poèmes, Codice siciliano, il
a
travaillé sans interruption à son oeuvre majeure,
qui ne fut publiée dans son intégralité
qu’en
1975. La toile de fond se présente comme une sorte de saga,
fondée sur le retour du
jeune
marin ’Ndrja Cambrìa dans un village de la
région de Messine en 1943, à partir de
laquelle
s’engendre un immense complexe réseau
d’écritures marginales, de digressions
sur
l’histoire et la mémoire, et de
réflexions sur le mythe et la légende. Le roman
reçut
un
accueil enthousiaste pour son audace narrative et pour la richesse de
la langue et du
style.
Réimprimé en 1982, souvent repris comme sujet
d’étude, il représente un sommet
de
la recherche
littéraire des dernières décennies du
XXe
siècle. L’expérience stylistique et
la
mythologie symboliste d’Horcynus Orca font penser
à Gadda et à Céline, à
l’Ulysses
de
Joyce et au Moby Dick de Melville. L’autre roman de
D’Arrigo, l’étrange Cima delle
nobildonne
(1985), pour lequel il reçut le prix Elsa Morante, se situe
aux antipodes par sa
brièveté
et par la densité de son écriture.
VENDREDI
16 MARS 2012
SALLE
D155
MAISON
DE LA RECHERCHE
14h00
Ouverture de la journée
par
Jean-Luc NARDONE et Margherita ORSINO.
14h30 Roberto
FEDI
(Università per Stranieri di Perugia),
Introduzione
a un classico (dimenticato) del Novecento.
15h15
Siriana
SGAVICCHIA
(Università per Stranieri di Perugia),
Stefano
D’Arrigo e l’avventura editoriale
del
romanzo Horcynus Orca.
16h00
Pause
16h15
Andrea
CEDOLA
(Università di Cassino),
La
parola-orca sdillabbrata.
Da
I fatti della fera a Horcynus Orca.
17h00
Table ronde
SAMEDI
17 MARS 2012
SALLE
DES CONFÉRENCES DU CHÂTEAU
PARC
DE L’UNIVERSITÉ
9h30
Gualberto
ALVINO
(Università di Roma),
Nuove
risultanze sul lessico orcinuso.
10h15
Daria
BIAGI
(Università di Trento),
Il
poeta ingrato. D’Arrigo lettore di Hölderlin.
11h00
Jean NIMIS (Université de
Toulouse II-Le Mirail),
La
raccolta Codice siciliano e la poetica del chaosmos.
11h45
Table ronde
GUALBERTO ALVINO
DA CACCIA, DA
SÉGUITA E DA FERMA
Distassie del melo e della folgore
Introduzione
di Giovanni Fontana
Mirkal e-book, dicembre 2010
[Scarica
il libro]
Recensioni
Marzio
Pieri, "Da caccia,
da séguita e da
ferma", "Le reti di Dedalus", gennaio 2011:
Ricevo,
in
questa emergenza, il nuovo romanzo (ma in versi) di Gualberto Alvino.
Il suo
secondo, se conto bene, e col gesto elegantissimo di pubblicarlo in
e-book.
Elegante a partire dal titolo; rifletteteci, in tutta la lunga storia
di nostre
lettere, non lo trovate un titolo così: Da caccia,
da séguita e da ferma.
‘Saper scrivere’ è un dono consolatorio,
smondanato; scrittura grande impone
crudeltà. Non c’è bisogno di pensare
alle torture fisiche, alle titillazioni
sessuali; crudele è anche la fermezza con cui Alvino
èvita l’endecasillabo che
ogni orecchiante avrebbe trovato più giusto e melodico. Il
trinomio lascia
l’aere e si fissa nel marmo. Il sottotitolo (distassie
del melo e della
folgore) più indulgente arieggia al verso
più ovvio che un italiano serbi
nell’orecchio, ma non è detto; bisogna chiamare in
soccorso la disusata dieresi
ed essere convinti che il melo non sia, metticaso, il mélo.
Il libro sbandiera,
e la mèrita, una insostituibile prefazione di Giovanni
Fontana. Fontana e
Alvino erano già amici quando io avevo 40 anni e loro
facevano insieme (con
altri amici che la varia vicenda delle vite d’ognuno mi ha
poi sottratto) dopo Dismisura
la Taverna di Auerbach, una rivista bella come uno
stellato e,
purtroppo, di vita brevissima, non così breve che non le
riuscisse piazzare un
numero tutto dedicato all’allora ancóra sub
iudice, e disamato, Pizzuto.
Non avrò la convalida d’un bibliografo in forma
accademica, certo per me quel
fascicolo (del quale, incredulo, mi dovetti trovare, invitato, ad esser
partecipe) segna la
vera partenza
(anche nel senso di una annessione, di una formattazione) critica a
tutte vele
dell’insigne scrittore siciliano. Chissà se possan
trovarsene in giro, del
mitico fascicolo, delle copie superstiti. Io (vecchio discorso, fra
Gualberto e
me) nella spinta a Pizzuto ero stato bloccato proprio dagli
sbandieramenti
continiani, insolentemente rivolti alle caratteristiche sintattiche e
grammaticali dell’autore di Ravenna. A me
piace la poesia di Saba, il
melodramma più scombinato, il cinema di serie popolare
(Matarazzo, Joe Kane, a
mò d’esempio), e, fra gli auteurs,
preferisco Kazan a Fellini, Anthony
Mann a Buñuel, e Scarpette Rosse al Potemkin;
leggo volentieri Quarantotti, Morante, Pea, Cinelli, Moretti,
Cicognani. Per me
la saga di Moravia è come la collezione di Tex, che si
ristampa a colori mentre
del grande Alberto si trovano ormai con crescente difficoltà
la maggior parte
dei titoli meno canonici. (Ma che fa? estrae?) Fra i critici
d’antan,
preferisco il Settembrini delle lezioni napoletane, fra quelli del mio
secolo
antepongo la scrittura volutamente impura e debordante di un
Pedullà alle
squisitezze del suo maestro Giacomino. Con eccezione del mirabile Tommaseo.
Il mio antidarmstadismo reagì come una vergine a vedere un
moscone appollaiato
nel taglio d’un fico giulebbe. Ma fra le tavole innaffiate di
birra della
taverna fontaniana, se si attestavano a congiura i grammatichevoli
(scambiandosi
la parola d’ordine jakobsoniana, “poesia e
grammatica? sorelle!”) c’era anche
chi ballava dei tango, dei fox-trot richiamando alla mente dei
dimentichi e
degli increduli che a dare pubblica ed editoriale fiducia al magnifico
Pizzuto
erano stati dei non continiani, Luzi Bilenchi Baldacci, una legione
post-ermetica formatasi, almeno il più giovane, nei pressi
del De Robertis anni
50, macerato a una qualche pieghevolezza e formale e sentimentale. Il
‘numero
unico’ rincollava le squadre e additava un futuro
percorribile. In fondo, nelle
filigrane, dura in Pizzuto il volontarismo testardo del Verga
più grande, non
mi pare sia estraneo il mondo artificioso di Lucio Piccolo, qualche
parentela
anche magari luttuosa con Bufalino si potrà indicarla.
Nessuno però così devoto
alla macchia come l’antico questore (volevo scrivere
macchina, mi correggo con
rimpianto); e nessuno così intrinsecamente gaudioso.
Praticando Pizzuto si
capisce che scrivere gli costava infinita pazienza, costanza,
sofferenza, ma
era anche un modo ‘heroico’ di rimettere in ordine
il mondo. Al caos del mondo
il Gran Lombardo Gadda reagisce con la filosofia (ben temperata per
fortuna da
una mai appagata bulimia delle cose), Pizzuto con l’umor
freddo, con la
consapevolezza che nissuno, neanche forse lo stesso adorante-adorato
Contini,
vi legge del tutto addentro. Quando Pane (l’altro maggior
pizzutiano, con
Alvino, degli operosi e devoti fra noi, muniti d’ogni
conforto della filologia
e della ricerca erudita) ci invitò a un Pizzuto
‘leggibile’, fu anche quella
una bella mossa, tranne che nulla è illeggibile a chi vuol
leggere, e
viceversa. Chiaro che di Pizzuto meglio si giovi chi abbia mantenuto
dei
rapporti con le delizie un poco purulente della école
du regard. Solo
che quelli si prendono maledettamente sul serio. è
un cattivo collante. Anche Pizzuto? Io ho sempre tenuto
gran conto della sua passione per il cinematografo. Leggendo, cerco
d’indovinare quelle barre di vignetta che il cinema dei
poveri, il fumetto,
fornisce esplicitamente. Alcuni immensi fumettisti ne hanno saputo
anche far di
meno. Se riesco a isolare il fotogramma, Pizzuto diventa come un film
possibile
e irrigidito. Un colpo di pollice e quello che parve estraneo diventa
familiare.
Si ride, perfino; senza beninteso spanciarsi. Si piange, anche
più ovvio, ma
non si esibisce a riprova il lacrimatojo. Così, negli anni
del primo pizzutiano
boom, era merce di scambio che altro fosse il comico sentimentale
(dickensiano)
di Chaplin altro il comico differenziale (kraussiano) di Buster Keaton.
Fra una
pizza e una coca. Intitolereste un libro: ‘il leggibile
Keaton’?
Gli
amici
(Alvino fra i più egregi) sanno che non ho scritto mai
recensioni in forma; poche,
proprio per obbligo, ai miei primi passi: su
“Convivium”, su “Paragone”
qualche
schedina, ma non sono all’altezza. Non so raccontare un
libro, non risparmiare
fatica al lettore. Il mio cómpito si esaurisce
nell’invogliarlo a fatica. Se
volete un parere da lettore a lettore, ritengo fermissimamente che il
libro del
quale si dicono, qui liete parole a contorno, sia libro di forte
– e vera – e
unica scrittura. Scrittura intransitiva, scrittura da mago e tecnico
rifinito.
Ha qualcosa di metallico, vergato in làmine d’oro.
Prendiamo il mago e tecnico
per eccellenza, dei nostri, a norma di manuale: –
D’Annunzio. Nulla di meno
dannunziano di questo libro, nessuno meno dannunziano e di Pizzuto e di
Alvino.
Le correnti di fiumi s’incrociano ma non si rendono
intrinseche. D’Annunzio
corre alla foce. Diceva: superuomo e intendeva uno che si è
fatto un bel nome,
ha contato nel mondo e si è garantito una villula che lo
stato gli paga.
Alvino, più ancóra del suo maestro, pensa:
superuomo è chi supera le prove.
Vedi il Flauto ammaliato. Fossi un De Chirico, un Savinio, ritrarrei il
gran
Gualberto rivestito da mastro palombaro con in mano le trippe della
piovra.
Ogni bottone una perla zecchina. Aggiungi che questo nuovo si presenta
romanzo
ma è (si è detto) pressoché tutto in
versi. Parola, verso, emblema, eros, qui
sono nuovi come in un mondo che non prevede la morte. O che,
bachianamente, la
esorcizza.
Il
che,
sappiamo, può essere una gran fregatura. Uno dei
componimenti del libro (che,
composizione via composizione, ognuna dedicata a un consorte o discorde
d’elezione,
dunque oltreché ‘romanzo’, galleria di
pensosi della forma contemporanei, prova
di vita di uno scambio intellettuale che giornalisti, ministri e
scolastici
neanche sospettano, sennò ne tremerebbero) è
rivòlto addirittura a me; si
intitola subdolamente Mal di testo e ha bel gioco
nel dribblarmi,
nell’incornarmi. Sembra il duetto fra il Borromeo e don
Abbondio, o fra il
padre guardiano e fra Melitone; o, anche, fra don Giovanni e Leporello,
o fra
il Toro e il Matador. Finir dietro la lavagna non è una
punizione ma un bramato
riscatto da culpa dimonstrata.
“se
niente è
escluso a priori dal poetico non vedo perché
poetare”.
“l’arte
ha il
dovere preciso di costruire immagini...”
La
prima
dichiarazione (tecnico e mago peritissimo) Alvino la sottoscrive, o
sembra che
sottoscriva, ma potrebbe anche darsi che ora scattasse: ‘ci
sei cascato! questo sei tu...’ E, come
Adamo, mi coprirei le vergogne.
Ma
sul dovere
di costruire, sottraendo e scavando, Alvino ce lo ritrovo nato e
sputato. Mi è
difficile parlarne, perché da sempre mi supera per
quantità di letture, per
perizia di stromenti, per altezza d’ingegno e
maestà del fine. Finalmente in
pensione, cessa di darmi imbarazzo una cattedra non goduta. La
conclusione,
poi, quasi mallarméana, o valeriana: “passa una
barca prendiamola”. Il faut
tenter de vivre?
Io
posso
poetare (v’è anche una più modesta,
appena rilevante poesia della critica) solo
se penso che tutto sia escluso dal poetico. Non si
gioca con carte
segnate. La barca passa e non ammette carichi. Forse qualcuno era a
bordo da
prima, pare d’intravedere dei ciao-ciao col fazzoletto,
perfino illude uno
schiocco (per noi?) di baci. Già fuori dalle viste.
L’arte
sta
tutta nel decostruire. Dovere, precisioni, edificazioni, geometrie,
tutto filo
spinato. Aria, aria. Zoppicando, muovo verso orizzonti da The End.
Cerco da
secoli una barca squinternata, il vascello fantasma. Dice che sulla
cima
dell’albero sventoli questa insegna:
ARCA
DE SAMBO
Olè!
(In
un
vecchio film di Pieraccioni, era la voce di Comencini che si levava da
un
casolare in cima al colle, da un eremo su vette di saviezza.
“Vado in
Ispagna...” “Olè!” Amici dalla
barca io vedo il mondo. La Marchesa uscì alle
sette. (E chi se ne frega). Salì sopra un fiacchere. (E chi
se ne frega). Aprì
la borsetta. (E chi se ne frega). Pensò ho fatto tardi; e
chi se ne frega.
Frega frega; l’Odissea... Ulisse uscì
dall’acqua e svenne sfinito sul
bagnasciuga... la Bibbia... Dio creò diverse
beltà e vini diversi...
Sheherazade: il califfo si addormenterà con qualche
camomilla o col kamasutra
ascoltato... Wagner: riusciranno i nostri amici a rimanere svegli fino
all’ultimo zompo della Valchiria à la flamme?....
O bella; son tutti libri che
mi hanno formato; e anche guerra e pace e anche i cantos di ezra...
perfino i
poemi conviviali... E i più li ho dovuti leggere in
traduzione. Solo la poesia
mediana è intraducibile. Quella è fatta in
parole. il resto è storia di tutti).
* * *
Una
poesia da leggere come un manuale di anatomia, una dissezione organica
e un'opera
di pensiero, come eccesso ed esplosione carnale, "sfondamento del
limite" e "cellula generativa del testo", dove lo "stile è
materia domata" e altro ancora. Dove l' "humanitas" conquista la
sua perduta animalità. Straordinario! (Stefano
Docimo)
ANTONIO PIZZUTO
SI RIPARANO BAMBOLE
a cura di Gualberto Alvino
con una nota di Gianfranco Contini
Milano, Bompiani, 2010

Recensioni
Salvatore
Ferlita, "La Repubblica", 31 ottobre 2010 [Leggi]
Andrea
Cortellessa, Rai Radio3 Fahrenheit, 15 novembre 2010 [Leggi]
Giuseppe
Marcenaro,
"Tuttolibri/La
Stampa", 8 gennaio 2011, p. 6 [Leggi]
Antonio Pane, Pizzuto, narratore temerario,
"451 via della letteratura della scienza e dell'arte", n. 2, gennaio
2011, pp. 16-19 [Leggi]
Lorenzo Pezzato, "Si riparano bambole" di Antonio
Pizzuto, "Undupalermo", 17 gennaio 2011 [Leggi]
È
in libreria la mia edizione critica e commentata di Pagelle di Antonio
Pizzuto
Firenze,
Polistampa, luglio 2010

(clicca
per visualizzare l'immagine)
Ginevra,
14 settembre 2010
Caro
Gualberto,
ecco
che pur col suo lento passo la posta mi ha portato ieri
(lunedì) le Pagelle,
che hanno rallegrato così la prima parte della notte. Non ho
naturalmente
ancora letto tutto (che per procedere qui si raccomanda passo ancor
più
misurato del postale), ma quello che, dopo la bella introduzione, ho
potuto
vedere dell’apparato e del commento, mi lascia
ébloui, per la quantità e per la
qualità del lavoro profuso. Splendida edizione! Finalmente
le pagelle restituite
al lettore in totale trasparenza! Hai davvero reso un gran servizio a
Pizzuto
ed a noi poveri (ma appassionati) lettori!
Il
“GRAZIE” che ti devo e che ti dico è
tutto maiuscolo…
Emilio
Manzotti
*
* *
Parma,
5 novembre 2010
Caro
Gualberto,
le
tue Pagelle sono un modello di edizione scientifica
e, insieme, staccano
distanze dai filologi antichi, sempre nerboruti e disposti a non
lasciarsi
seguire. Io non mi sono mai nascosto che esiste in Pizzuto un
plotinismo della
frase (n'era stata una intuizione nel geniale e indifeso Campana); come
già in
Joyce. Credo che il punto di arrivo sarebbe stato la Kunstgeschichte
ohne Namen. Vero il ritorno alla Bibbia. Pagelle
potrebbe corrispondere al Libro dei Numeri,
come Si riparano bambole al Genesi e Ravenna
al Cantico dei
cantici. Scherzo; ma non scherzo ringraziandoti per questa
luminosa altezza
del tuo perfetto lavoro.
Marzio
Pieri
Recensioni
Tommy
Cappellini - "Il Giornale" [Leggi]
Live
Journal [Leggi]
Andrea
Cortellessa, Rai Radio3 Fahrenheit, 15 novembre 2010 [Leggi]
Simona
Cigliana, "Le reti di Dedalus", gennaio 2011 [Leggi]
Alfonso Lentini, Sintassi narrativa,
"L'Indice dei libri del mese", dicembre 2010, n. 12, p. 15 [Leggi]
Giuseppe
Marcenaro, E il
questore di Proust dava le pagelle, "Tuttolibri/La
Stampa", 8 gennaio 2011, p. 6 [Leggi]
Antonio Pane, Pizzuto, narratore temerario,
"451 via della letteratura della scienza e dell'arte", n. 2, gennaio
2011, pp. 16-19 [Leggi]
Filippo Secchieri ("Oblio,
Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana
Otto-novecentesca", a. I, 2011, n. 1 pp. 304-5)
Antonio
Pizzuto, Pagelle, edizione critica e commentata
di Gualberto Alvino
Firenze,
Polistampa, 2010
ISBN
978-88-5960-774-8
All’impresa
di leggere Pizzuto - ché tale perlopiù si
configura
l’accesso alla sua pagina letteraria - Alvino ha dedicato,
nel
corso di un ventennio abbondante, notevoli sussidi filologici ed
esegetici. Parzialmente anticipata in varie sedi periodiche, la
munitissima edizione di Pagelle
che vede ora la luce parrebbe possedere i crismi per togliere il bando
che impedisce la circolazione attiva dell’opera pizzutiana
tra un
pubblico meno ristretto di quello rappresentato dai soli addetti ai
lavori: sia concesso, quantomeno, formulare questo auspicio,
incoraggiati anche dalla di poco successiva riproposta nella collana
dei «Tascabili Bompiani» di Si riparano bambole,
un romanzo del 1960 che torna in commercio nell’edizione
approntata sempre da Alvino per Sellerio nel 2001. Pagelle appartiene
alla fase della «sintassi nominale» o tout court
«narrativa», se possibile ancor più
catafratta delle
precedenti, che informa la produzione estrema
dell’ex-questore
palermitano; così, tra i brani meno impegnativi,
càpita
ad esempio di leggere nelle battute finali di Idrovolante (una pagella
di neppure trenta righe, che richiese circa un mese di lavoro):
«Mestieri, unico passeggero, ricoverarti digiuno e
squattrinato
in locanda contrabbandiera là presso. Uno stambugio a
abbaini,
fornirlo branda, sedia, pila minima da acqua santa, decalogo; nel
ricetto, niente giordano» (p. 119). Colpo di coda o di teatro
– il sostantivo di cui si asserisce la mancanza –
che non
può non lasciare interdetti e sul quale torneremo.
In origine le Pagelle
apparvero in due volumi, ognuno contenente 20 pezzi, per i tipi de Il
Saggiatore tra il 1973 e il 1975 con, a fronte, la versione francese
(qui non riprodotta ma fruita al bisogno) e le note di Madeleine
Santschi (in realtà ispirate da Pizzuto, quindi tenute in
maggior considerazione nell’apparato). Già
l’intromissione, nelle rispettive principes,
di un’assortita serqua di refusi, di cui viene data opportuna
collazione, sarebbe di per sé bastevole a salutare con
favore la
nuova stampa, riscontrata sui manoscritti autografi conservati presso
la Fondazione Pizzuto di Roma nonché su parecchi altri
documenti
(dagli apografi autoriali di 37 Pagelle
inviati in lettura a Contini, attualmente alla Fondazione Ezio
Franceschini di Firenze, ai dattiloscritti della versione francese
annotata, per giungere sino alle pre-pubblicazioni in rivista di alcuni
gruppi di pagelle).
Ma, naturalmente, c’è di più.
L’esame degli
autografi, spesso tormentati al limite
dell’indecifrabilità, non ha soltanto consentito
di
ripristinare l’esatta lezione dei quaranta componimenti: ha
altresì fornito un importante spaccato del laboratorio
pizzutiano attraverso la ricostruzione, minuziosamente espletata nel
folto apparato, del processo variantistico (comprendente anche le
varianti alternative e cassate) da cui originano le singole pagelle.
Non meno rilevanti sono le molte glosse marginali (scolî,
annotazioni testuali ed extratestuali) che costellano il manoscritto
ovvero rinvenute in un paio di missive a corrispondenti, utili a
realizzare la seconda finalità (l’esegetica, in
effetti
inscindibile dalla prima) di questa edizione. Dopo un ampio saggio
introduttivo (Fragments
à réassembler) e la Nota al testo
che con qualche coatta acrobazia dà conto dei criteri
adottati,
Alvino offre per ciascuna pagella un apparato costituto da una
sintetica introduzione, da una fascia devoluta al commento (che a
giusto titolo si avvale anche di riscontri intertestuali e di
suggerimenti epitestuali) e da un’altra cospicua fascia
riservata
alla puntuale registrazione della frastagliata fenomenologia genetica.
A seguire viene ristampato, come dalla princeps del
‘73, il breve saggio teorico pizzutiano Sintassi nominale e pagelle,
mentre concludono il volume quindici lodevoli pagine di Glossario e alcune
tavole che riproducono una campionatura dello stato degli autografi.
Simile profusione di energie si serba a conveniente distanza dalle
superfetazioni e dagli idoleggiamenti feticistici che in più
di
un caso accompagnano, o addirittura motivano, operazioni
così
concepite; a richiederla è infatti l’oggetto
stesso nella
sua prismatica, reale ma non per ciò insondabile
densità.
Leggere Pizzuto è indubbiamente difficile, ma è
altrettanto indubbio che non si danno letture davvero semplici, dal
momento che, lo ricordava Borges nel Prologo a Il manoscritto di Brodie,
«non c’è sulla terra una sola pagina,
una sola
parola che lo sia, poiché tutte quante postulano
l’universo». Ed è una presupposizione di
complessità che ritroviamo anche nella prassi pizzutiana, la
cui
oltranza agisce, secondo Alvino, «allargando sino alle
estreme
conseguenze le virtualità del sistema linguistico non
– o
non solo – a scopi comunicativi, bensì
d’instaurazione di mondi» (Fragments,
p. 9), all’incirca sostituendo alla realtà finita
la
potenzialità infinita della coscienza. La complessione dei
mondi
linguistici pizzutiani non è d’altronde priva di
punti
d’appoggio per un lettore partecipe e intraprendente.
All’auspicio della sua esistenza l’autore fa
esplicito
appello nella pagella proemiale – Lettura
– come a una desiderata controparte verso la quale
«protendere ancor poco la mano» (p. 71)
affinché
abbia a verificarsi, con termine della filosofia tomista e rosminiana
caro a Pizzuto, quella contuizione
che gli permetterà di riconoscere le tracce del processo di
elaborazione compositiva e di realizzarne il senso possibile. Allo
stabilirsi di questa cooperante sintonia, il contributo del curatore
è obiettivamente essenziale: grazie al suo commento (e al
riassuntivo glossario) si apprenderà che
l’altrimenti
enigmatico «giordano» in explicit a Idrovolante
è un neologismo coniato sul «jordan»
dell’Henry IV
di Shakespeare, dove se ne hanno due occorrenze; vulgus:
che l’equivoca e disadorna stanza di fortuna è
sprovvista
anche di pitale. Siffatte integrazioni, atte a conferire
perspicuità non soltanto alla sfera semantica, interessano
ogni
pagella, derivando sia dallo scandaglio della falda intertestuale
(esterna e interna, come nel caso appena menzionato, visto il reimpiego
della medesima fonte shakesperiana nel debutto della pagella
successiva) sia dalla vigile interpretazione di un lavoro correttorio
che dalla distillazione del dato realistico e talora aneddotico trae
forza per ambire all’assoluto. Si ha in tal modo la riprova
che
«l’ultimo Pizzuto stampato nudo
è un Pizzuto monco, dimidiato», poiché
il suo
scrivere costituisce «uno dei rari casi letterari, forse
l’unico, in cui il percorso conti quanto la meta» (Fragments,
p. 28; corsivo nel testo). Ne discende che l’edizione critica
di
Alvino, debitamente abbinata alle istanze del commento, non ha alcuna
parvenza del vezzo amatoriale né dell’esercizio
tecnico-culturale auto-ostensivo, al contrario ponendosi decisamente
nel segno di una necessità concreta alla stregua di uno
strumento di bordo indispensabile per avanzare lungo le rotte creative
tracciate da Pizzuto e, soprattutto, per meglio apprezzare gli approdi
raggiunti nella sua insistita, plenaria sperimentazione.
COLLEGIO GHISLIERI
PAVIA
UNIVERSITÀ DI PAVIA
Dipartimento di Scienza della Letteratura
e dell’Arte medievale e moderna
CONTINI E LA CULTURA
CONTEMPORANEA
Giornata di studi
in
ricordo di Gianfranco Contini
Giovedì
4 febbraio
2010
ore 9.30
- Presiede:
CARLA RICCARDI
Saluto del Rettore del Collegio
Ghislieri ANDREA BELVEDERE
Presentazione del volume Gianfranco
Contini-Carlo Emilio Gadda, Carteggio 1934-1963. Con 62 lettere inedite,
a
cura di Dante Isella, Gianfranco Contini, Giulio
Ungarelli (Garzanti 2009).Intervengono: PIERO GELLI (Milano) e GUIDO
LUCCHINI (Pavia)
ore 10.30 - CLAUDIO CIOCIOLA (Pisa), Frammenti di filologia: carteggio Contini-De
Luca
ore
11.15 - Proiezione del video Ritratto di
Gianfranco Contini, di
Enrico Lombardi, prodotto dalla RSI
per la puntata di “Nautilus”
dell’11.2.1990
ore
11.30 - DOMENICO DE MARTINO
(Firenze), Travasi segreti e personali:
sguardi sulla
corrispondenza Contini-Russo
ore
12.00 - GUALBERTO ALVINO
(Roma), «Verrei in tassì
a catturarti». Il carteggio
Contini-Pizzuto
ore
12.30 - ALDO MASTROPASQUA (Roma),
Gianfranco Contini ed Enrico Falqui: storia di un’amicizia
epistolare
ore 14.30
- Presiede:
CLELIA MARTIGNONI
MAURO
MORETTI (Siena), Carteggio
Contini-Capitini
ore 15.00
- FRANCO
CONTORBIA (Genova), Carteggio
Contini-Montale
ore 15.30
- DOMENICO SCARPA (Pisa), Cultura e Azione.
Prima lettura dell’epistolario
Gianfranco Contini-Guglielmo Alberti
ore 16.00 - Contini e la cultura contemporanea.
Intervengono: CARLO CARENA (Milano), MARIA ANTONIETTA GRIGNANI (Pavia),
LINO
LEONARDI (Siena), PIETRO GIBELLINI (Venezia)
Un momento del
convegno nell'Aula Goldoniana del Collegio Ghislieri
dell'Università di Pavia
La vera novità ha nome
Pizzuto
Convegno internazionale di
studi sull’opera
di Antonio Pizzuto
19 / 21 Ottobre 2009
Villa Cattolica-Bagheria
Lunedì
19 Ottobre 2009
Ore
17,00 Villa Cattolica
Presentazione
del Convegno: Domenica Perrone
Saluti:
Biagio
Sciortino, sindaco di Bagheria
Biagio
Martorana, assessore alla cultura di Bagheria
Dora
Favatella Lo Cascio, direzione Museo Guttuso
Fabio
Carapezza, direzione Museo Guttuso
Roberto
Lagalla, rettore dell’Università degli
Studi di Palermo
Vincenzo
Guarrasi, preside della facoltà di Lettere e
Filosofia,
Palermo
Contributo
di Maria Pizzuto, presidente della Fondazione Antonio
Pizzuto, Roma
Lettura
di una testimonianza di Andrea Camilleri
Apertura
dei lavori:
Gillo
Dorfles
Walter
Pedullà
Martedì
20 Ottobre 2009
Ore 9,30 Villa Cattolica
Presiede Natale Tedesco, Università di
Palermo
Interventi:
Angelo Guglielmi, critico letterario: Antonio Pizzuto
Madeleine Santschi, critico letterario e traduttrice: Antonio Pizzuto: una
collaborazione
Gualberto Alvino, critico letterario: «Altera iam pagella
procedit». L’estremo Pizzuto
Salvatore Ferlita, Università di Palermo: Un Pizzuto finalmente
accessibile. L’epistolario del questore
Angelo Rossi, Università di Napoli: I romanzi postumi di Pizzuto
Giuseppe Bentivegna, Università di Catania: Aspetti del fenomenismo di Cosmo
Guastella
Ore
16,00
Presiede: Piero Violante, Università di
Palermo
Interventi:
Denis Ferraris, Università La Sorbona Parigi: L’umorismo in Pizzuto
Felicita Audisio, Università di Firenze: Campionature metriche in Pizzuto
Rosalba Galvagno, Università di Catania: Scrittura e passione musicale in
Pizzuto
Salvo Zarcone, Università di Palermo: Pizzuto e il Novecento
Benedetta Panieri, Università di Bologna: Pizzuto da Bagheria alla
crittografia
Salvo Butera, giornalista: Pizzuto
e la visione multimediale
Mercoledì
21 Ottobre 2009
Ore 9,30 Villa Cattolica
Aspetti filosofici di Pizzuto e il rapporto con il fenomenismo di Cosmo
Guastella
Presiede Franco Lo Piparo, Università di
Palermo
Interventi:
Giuseppe Di Giacomo, Sapienza Università di Roma: Antonio Pizzuto tra filosofia e
letteratura
Domenico Tubiolo: La
vita e il pensiero di Cosmo Guastella: la cosa in sè
Antonio Pane, critico letterario: Commento
a Devota
Lettura brani di Pizzuto a cura di Gianni Nanfa
Testimonianze
e contributi:
Giovanna
Friscia Pizzuto
Marco
Carapezza
Aldo
Gerbino
Donatella
La Monaca
Salvatore
Lo Bue
Francesca
Noto
Maurizio
Padovano
Tommaso
Romano
Mario
Rubino
Salvatore
Tedesco
Renato Tomasino
Lucio Zinna
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