|
|
|
|
Ô TOUTES MES VENISES ENGLOUTIES
S u l l a p o e s i a d i S a n d r o S i n i g a g l i a
17-18 février 2012
Université de Genève – Uni Bastions (salle B 105)
Conférenciers
Gualberto Alvino, Fernando Bandini, Giorgio Bàrberi Squarotti, Carlo Carena,
Franco Contorbia, Franco Esposito, Sveva Frigerio, Pietro Gibellini, Paola Italia,
Francesca Latini, Silvia Longhi, Emilio Manzotti
Organisation: Sveva Frigerio, Francesca Latini et Emilio Manzotti, Université de Genève
Secrétariat et contact: Sveva Frigerio (Sveva.Frigerio@unige.ch)
DÉPARTEMENT DES LANGUES ET DES LITTÉRATURES ROMANES
UNITÉ D’ITALIEN
Venerdì 17 febbraio 2012
09.00 Apertura dei lavori: Francesca Latini – Emilio Manzotti – Sveva Frigerio
09.15-11.00 Presiede: Fernando Bandini
Pietro Gibellini La tradizione di «Bordellesca»
Francesca Latini «Essere un Faldellin poetico»
(da «Il regesto della rosa e altre vanterie»)
Discussione
11.00-11.30 Pausa
11.30-13.30 Presiede: Franco Contorbia
Sveva Frigerio: «La cupola ho veduto»
(da «Il flauto e la bricolla»)
Luciana Alberti: Come è nata Virgiliana
Emilio Manzotti: Lettura di «Virgiliana»
(dai Versi dispersi e nugaci)
Discussione
13.30 Pranzo (buffet)
15.00-16.45 Presiede: Giorgio Bàrberi Squarotti
Gualberto Alvino: Sandro Sinigaglia: tecnica e pathos
Paola Italia: Le parole del poeta
Discussione
16.45-17.15 Pausa
17.15-19.00 Presiede: Silvia Longhi
Carlo Carena Sandro: Sinigaglia e la Resistenza
Franco Contorbia: Tra Sandro e Trabucco
Discussione
19.30 Cena
Sabato 18 febbraio 2012
09.00-10.45 Presiede: Carlo Carena
Franco Esposito: Sinigaglia privato
Giorgio Bàrberi Squarotti: Sandro Sinigaglia. Beffe e amore
Discussione
10.45-11.15 Pausa
11.15-13.00 Presiede: Pietro Gibellini
Silvia Longhi: Autoritratto in nero
Fernando Bandini: Sandro Sinigaglia tra i suoi poeti
Discussione
13.00-13.15 Conclusione dei lavori
13.30 Pranzo
Sandro Sinigaglia (Oleggio Castello 1921-Milano 1990), laureato in estetica a Milano con una tesi
sull’opera di Italo Svevo, si occupò di una piccola industria meccanica (fabbricava pezzi di precisione per
orologi) e fu poi insegnante al liceo e quindi redattore editoriale (lavorò per i Classici Italiani Ricciardi
alle edizioni del Folengo curato da Carlo Cordié e del Pascoli curato da Maurizio Perugi). Ha pubblicato
le raccolte poetiche Il flauto e la bricolla (Firenze, Sansoni, «Biblioteca di Paragone», 1954), La Camena
gurgandina (Torino, Einaudi, 1979) e Versi dispersi e nugaci (Milano, Scheiwiller, 1990). Le tre raccolte,
insieme ad alcune poesie disperse e ad un’ulteriore silloge inedita ma pressoché definitiva, integralmente
di tematica erotica (Il regesto della rosa e altre vanterie) sono poi state raccolte nell’edizione delle Poesie
curata da Paola Italia, con introduzione di Silvia Longhi (Milano, Garzanti, 1997).
I r e l a t o r i
Gualberto Alvino, filologo e critico letterario, ha dedicato particolare attenzione all’opera di Antonio
Pizzuto pubblicando, tra l’altro, in edizione critica Giunte e virgole (Fondazione Piazzolla 1996),
Spegnere le caldaie (Casta Diva, 1999), Ultime e Penultime (Cronopio 2001), Si riparano bambole
(Sellerio 2001; Bompiani 2010), Pagelle (Polistampa 2010) e i carteggi del prosatore siciliano con G.
Nencioni, M. e G. Contini. Fra i suoi ultimi lavori ricordiamo la raccolta di saggi Chi ha paura di Antonio
Pizzuto? (Polistampa 2000, introduzione di W. Pedullà), gli studi sulla lingua degli autori adunati in Tra
linguistica e letteratura. Scritti su D’Arrigo, Consolo, Bufalino (Fondazione Pizzuto 1998) e la curatela
dell’ultima silloge poetica di Nanni Balestrini, Sconnessioni (Fermenti 2008). Redattore di «Fermenti» e
«Le reti di Dedalus», collabora con diverse riviste accademiche e militanti. Sulla poesia di Sinigaglia ha
pubblicato articoli su «Microprovincia» e «Avanguardia» e il volume Peccati di lingua. Scritti su Sandro
Sinigaglia (Fermenti 2009).
Fernando Bandini, poeta in italiano, latino e dialetto vicentino, è autore di varie raccolte: In modo
lampante (1962), Per partito preso (1965), Memoria del futuro (1969), La màntide e la città (1979), Il
ritorno della cometa (1985), Santi di dicembre (1994), Meridiano di Greenwich (1998), Dietro i cancelli
e altrove (2007). Traduttore dal latino e dal provenzale, come saggista si è occupato di Leopardi e del
linguaggio poetico del Novecento (Rebora, Jahier, poeti dialettali). Ha insegnato Filologia romanza e
Stilistica e metrica italiana all’Università di Padova, quindi Letteratura moderna e contemporanea
all’Università di Ginevra.
Giorgio Barberi Squarotti, ordinario di Letteratura italiana all’Università di Torino dal 1967 al 1999,
ha diretto il Grande dizionario della lingua italiana (UTET). L’attività di critico lo vede impegnato sul
versante antico (Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, Tasso), come su autori otto-novecenteschi
(Manzoni, Pascoli, d’Annunzio, Pavese, Sbarbaro, Montale). Tra i saggi maggiori: Il codice di Babele
(1971), Gli inferi e il labirinto: da Pascoli a Montale (1974), Poesia e ideologia borghese (1976), Il
romanzo contro la storia (1980), La poesia del Novecento (1985), La forma e la vita: il romanzo del
Novecento (1987). È autore di alcune raccolte di versi.
Carlo Carena ha insegnato Letteratura latina all’università di Torino e lavorato nella redazione e nella
direzione della casa editrice Einaudi. Traduttore e curatore di classici, innumerevoli sono i suoi contributi
critici, tra i quali alcuni articoli su Sinigaglia apparsi su «Microprovincia», altre riviste e quotidiani.
Franco Contorbia è ordinario di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di
Genova. I suoi studi vertono su poesia, narrativa, critica e giornalismo tra Otto e Novecento; in particolare
si è occupato di Tarchetti, De Amicis, d’Annunzio, Gozzano, Moretti, Palazzeschi, Boine, Croce, Serra,
Gobetti, Debenedetti, Pavese, Montale. A Sinigaglia ha dedicato, per le edizioni della fondazione Achille
Marazza, il volume Sinigaglia, Montale e il “sabià” (2001).
Franco Esposito è poeta, scrittore, critico e giornalista (il volume più recente è la raccolta poetica
Frontiera di lago, pubblicata da Interlinea nel 2007). I suoi interventi si concentrano su critici e poeti
dell’Otto-Novecento, come Rosmini, Rebora, Contini, Bo, Emanuelli, Prezzolini e Sinigaglia. Oltre a
essere cofondatore del Premio Stresa di Narrativa, ha fondato nel 1979 la rivista di cultura
«Microprovincia», che ha ospitato in più occasioni articoli su Sandro Sinigaglia (in particolare
dedicandogli un numero monografico nel 1999)..
Sveva Frigerio è assistente di Linguistica italiana
all’Università di Ginevra, dove si è laureata con
una
tesi sulla poesia di Sinigaglia dal titolo «Cieloverbano». Un florilegio commentato del Sinigaglia
lacustre. Nel numero 20 di «Per Leggere» (2011) è comparso un suo studio sulla poesia I gabbiani.
Pietro Gibellini è stato ordinario di Letteratura italiana all’Aquila e a Trieste, e ora a Venezia. Il suoi
studi critici sono orientati sull’età moderna (Belli,
Porta, la “linea lombarda” da Parini a Gadda, Manzoni,
d’Annunzio, la critica delle varianti). A Sinigaglia ha dedicato un saggio su L’Adda ha buona voce. Studi
di letteratura lombarda dal Sette al Novecento (1984), La musa trasgressiva nei versi di Sandro
Sinigaglia, «Microprovincia» (n. 37, 1999), Da Rabelais a Virgilio, in Le lunghe fedeltà di Sandro
Sinigaglia. Convegno di Studi su Sandro Sinigaglia, Arona 16-17 novembre 2007 (2010). Sua la
postafazione a G. Alvino, I peccati di lingua. Studi su Sandro Sinigaglia (2009)
Paola Italia ha studiato a Pavia, Ginevra e Pisa e vive a Firenze. Ha lavorato a lungo in editoria e nella
formazione (didattica dell’Italiano scritto) e dal 2005 insegna Letteratura Italiana e Filologia Italiana
presso la Facoltà di Lettere dell’Università di
Siena. Si è occupata di letteratura dell’Ottocento
(Leopardi,
Manzoni) e del Novecento (Gadda, Bassani, Savinio, Tobino, Manganelli, Sinigaglia), con particolare
attenzione ai problemi linguistici e filologici legati alle edizioni scientifiche dei testi; e di filologia
d’autore (nel 2010 ha scritto con Giulia Raboni la “Bussola” Che cos'è la filologia d'autore, Roma,
Carocci). Sta preparando, insieme a Giorgio Pinotti, una nuova edizione del pamphlet gaddiano Eros e
Priapo basata sul manoscritto originario del 1944
Francesca Latini si è occupata di poesia italiana moderna, in particolare dell’opera pascoliana,
curandone i volumi dell’edizione dei classici UTET. Sulla poesia di Sinigaglia ha pubblicato due studi
(Seguendo il volo della giana, nel 2008, e Incontri terreni e celesti di Sandro Sinigaglia. Lettura di
«Servetta già impicciata» da «La Camena gurgandina», nel 2009).
Silvia Longhi è ordinario di Letteratura italiana nella Facoltà di Lingue e letterature straniere
dell’Università di Verona. Si è occupata in modo costante di letteratura del Rinascimento, con interesse
critico e filologico, e con speciale attenzione alla storia dei generi letterari. Un altro suo ambito di ricerca
è quello novecentesco (studi su Pizzuto, Bufalino, Caproni, Giudici, Bandini). Ha dedicato vari contributi
a Sinigaglia (saggi su «Autografo» e
«Verbanus», l’Introduzione all’edizione
Garzanti delle Poesie, e una
scelta di testi commentati nell'Antologia della poesia italiana Einaudi).
Emilio Manzotti è ordinario di Linguistica italiana all’Università di Ginevra. Oltre che di linguistica in
senso stretto (in particolare di semantica lessicale e frasale e di strutture testuali), si è occupato in
un’ottica prevalentemente linguistica e stilistica di testi letterari otto-novecenteschi: Pascoli, Saba,
Rebora, Caproni e C.E. Gadda. Alla poesia di Sinigaglia ha dedicato negli scorsi anni un corso e un
seminario.
R i n g r a z i a m e n t i
Istituto Italiano di Cultura, Zurigo
Faculté des Lettres, Université de Genève
Département des langues et des littératures romanes, Université de Genève
Stefano D’Arrigo
Un (anti )classico del Novecento ?
16 et 17 mars 2012
scarica la locandina
Les
Journées d’Études des 16 et 17 mars 2012,
organisées à l’université Toulouse II autour
de l’oeuvre de Stefano D’Arrigo, visent à mettre en valeur l’oeuvre d’un écrivain dont
George Steiner s’est demandé : « Comment se fait-il qu’un livre qui marque profondément
son lecteur et transforme son paysage intérieur puisse demeurer obscur à la très grande
majorité du public de la littérature? » (Corriere della Sera du 4 novembre 2003). George
Steiner exprimait ainsi la frustration éprouvée par le lecteur vis-à-vis d’un auteur qui avait
su tisser dans Horcynus Orca (1975) « une trame narrative complexe et polyphonique,
équivalente à celles de Gadda ou de Joyce », affirmant dans le même temps la valeur de
l’écrivain sicilien dans son siècle et dans les littératures italienne et européenne et, en
quelque sorte, le manque de reconnaissance dont il a été et continue d’être victime.
La thématique de la manifestation s’articule autour de deux aspects du fait littéraire : les
vicissitudes de l’édition des textes de D’Arrigo, d’une part, et la poétique de la langue (le
phénomène du plurilinguisme, les styles et les thématiques, les archétypes convoqués et
l’intertextualité mise en jeu), d’autre part. Les présentations et les deux tables rondes seront
enregistrées pour la chaîne Canal U. Les interventions ont lieu en italien et seront traduites
en français pour l’occasion. Une publication d’articles en volume est prévue en parallèle.
Ces
journées d’études résultent d’une
initiative de collaboration entre l’Università per
Stranieri di Perugia (Dipartimento di Culture comparate) et l’équipe italianiste Il Laboratorio
de l’université Toulouse II-Le Mirail.
Stefano D’Arrigo (Alì Terme, Messina, 1919 – Roma, 1992)
Joueur de football dans sa jeunesse, acteur épisodique – en 1961, il joua un petit rôle
dans le premier film de Pasolini, Accattone –, poète et critique d’art, le jeune homme
qui soutint une thèse sur Hölderlin en 1942 avant de partir à la guerre devient, dans les
années 70, un écrivain atypique, connu essentiellement pour son roman monumental de
quelque 1270 pages, Horcynus Orca, dont la première mouture (660 pages) fut intitulée
I fatti della fera. Après avoir publié, en 1957, un recueil de poèmes, Codice siciliano, il
a travaillé sans interruption à son oeuvre majeure, qui ne fut publiée dans son intégralité
qu’en 1975. La toile de fond se présente comme une sorte de saga, fondée sur le retour du
jeune marin ’Ndrja Cambrìa dans un village de la région de Messine en 1943, à partir de
laquelle s’engendre un immense complexe réseau d’écritures marginales, de digressions
sur l’histoire et la mémoire, et de réflexions sur le mythe et la légende. Le roman reçut
un accueil enthousiaste pour son audace narrative et pour la richesse de la langue et du
style. Réimprimé en 1982, souvent repris comme sujet d’étude, il représente un sommet
de la recherche
littéraire des dernières décennies du XXe
siècle. L’expérience stylistique et
la mythologie symboliste d’Horcynus Orca font penser à Gadda et à Céline, à l’Ulysses
de Joyce et au Moby Dick de Melville. L’autre roman de D’Arrigo, l’étrange Cima delle
nobildonne (1985), pour lequel il reçut le prix Elsa Morante, se situe aux antipodes par sa
brièveté et par la densité de son écriture.
VENDREDI 16 MARS 2012
SALLE D155
MAISON DE LA RECHERCHE
14h00 Ouverture de la journée
par Jean-Luc NARDONE et Margherita ORSINO.
14h30 Roberto FEDI (Università per Stranieri di Perugia),
Introduzione a un classico (dimenticato) del Novecento.
15h15 Siriana SGAVICCHIA (Università per Stranieri di Perugia),
Stefano D’Arrigo e l’avventura editoriale
del romanzo Horcynus Orca.
16h00 Pause
16h15 Andrea CEDOLA (Università di Cassino),
La parola-orca sdillabbrata.
Da I fatti della fera a Horcynus Orca.
17h00 Table ronde
SAMEDI 17 MARS 2012
SALLE DES CONFÉRENCES DU CHÂTEAU
PARC DE L’UNIVERSITÉ
9h30 Gualberto ALVINO (Università di Roma),
Nuove risultanze sul lessico orcinuso.
10h15 Daria BIAGI (Università di Trento),
Il poeta ingrato. D’Arrigo lettore di Hölderlin.
11h00 Jean NIMIS (Université de Toulouse II-Le Mirail),
La raccolta Codice siciliano e la poetica del chaosmos.
11h45 Table ronde
GUALBERTO ALVINO
DA CACCIA, DA
SÉGUITA E DA FERMA
Distassie del melo e della folgore
Introduzione
di Giovanni Fontana
Mirkal e-book, dicembre 2010
[Scarica
il libro]
Recensioni
Marzio
Pieri, "Da caccia,
da séguita e da
ferma", "Le reti di Dedalus", gennaio 2011:
Ricevo,
in
questa emergenza, il nuovo romanzo (ma in versi) di Gualberto Alvino.
Il suo
secondo, se conto bene, e col gesto elegantissimo di pubblicarlo in
e-book.
Elegante a partire dal titolo; rifletteteci, in tutta la lunga storia
di nostre
lettere, non lo trovate un titolo così: Da caccia,
da séguita e da ferma.
‘Saper scrivere’ è un dono consolatorio,
smondanato; scrittura grande impone
crudeltà. Non c’è bisogno di pensare
alle torture fisiche, alle titillazioni
sessuali; crudele è anche la fermezza con cui Alvino
èvita l’endecasillabo che
ogni orecchiante avrebbe trovato più giusto e melodico. Il
trinomio lascia
l’aere e si fissa nel marmo. Il sottotitolo (distassie
del melo e della
folgore) più indulgente arieggia al verso
più ovvio che un italiano serbi
nell’orecchio, ma non è detto; bisogna chiamare in
soccorso la disusata dieresi
ed essere convinti che il melo non sia, metticaso, il mélo.
Il libro sbandiera,
e la mèrita, una insostituibile prefazione di Giovanni
Fontana. Fontana e
Alvino erano già amici quando io avevo 40 anni e loro
facevano insieme (con
altri amici che la varia vicenda delle vite d’ognuno mi ha
poi sottratto) dopo Dismisura
la Taverna di Auerbach, una rivista bella come uno
stellato e,
purtroppo, di vita brevissima, non così breve che non le
riuscisse piazzare un
numero tutto dedicato all’allora ancóra sub
iudice, e disamato, Pizzuto.
Non avrò la convalida d’un bibliografo in forma
accademica, certo per me quel
fascicolo (del quale, incredulo, mi dovetti trovare, invitato, ad esser
partecipe) segna la
vera partenza
(anche nel senso di una annessione, di una formattazione) critica a
tutte vele
dell’insigne scrittore siciliano. Chissà se possan
trovarsene in giro, del
mitico fascicolo, delle copie superstiti. Io (vecchio discorso, fra
Gualberto e
me) nella spinta a Pizzuto ero stato bloccato proprio dagli
sbandieramenti
continiani, insolentemente rivolti alle caratteristiche sintattiche e
grammaticali dell’autore di Ravenna. A me
piace la poesia di Saba, il
melodramma più scombinato, il cinema di serie popolare
(Matarazzo, Joe Kane, a
mò d’esempio), e, fra gli auteurs,
preferisco Kazan a Fellini, Anthony
Mann a Buñuel, e Scarpette Rosse al Potemkin;
leggo volentieri Quarantotti, Morante, Pea, Cinelli, Moretti,
Cicognani. Per me
la saga di Moravia è come la collezione di Tex, che si
ristampa a colori mentre
del grande Alberto si trovano ormai con crescente difficoltà
la maggior parte
dei titoli meno canonici. (Ma che fa? estrae?) Fra i critici
d’antan,
preferisco il Settembrini delle lezioni napoletane, fra quelli del mio
secolo
antepongo la scrittura volutamente impura e debordante di un
Pedullà alle
squisitezze del suo maestro Giacomino. Con eccezione del mirabile Tommaseo.
Il mio antidarmstadismo reagì come una vergine a vedere un
moscone appollaiato
nel taglio d’un fico giulebbe. Ma fra le tavole innaffiate di
birra della
taverna fontaniana, se si attestavano a congiura i grammatichevoli
(scambiandosi
la parola d’ordine jakobsoniana, “poesia e
grammatica? sorelle!”) c’era anche
chi ballava dei tango, dei fox-trot richiamando alla mente dei
dimentichi e
degli increduli che a dare pubblica ed editoriale fiducia al magnifico
Pizzuto
erano stati dei non continiani, Luzi Bilenchi Baldacci, una legione
post-ermetica formatasi, almeno il più giovane, nei pressi
del De Robertis anni
50, macerato a una qualche pieghevolezza e formale e sentimentale. Il
‘numero
unico’ rincollava le squadre e additava un futuro
percorribile. In fondo, nelle
filigrane, dura in Pizzuto il volontarismo testardo del Verga
più grande, non
mi pare sia estraneo il mondo artificioso di Lucio Piccolo, qualche
parentela
anche magari luttuosa con Bufalino si potrà indicarla.
Nessuno però così devoto
alla macchia come l’antico questore (volevo scrivere
macchina, mi correggo con
rimpianto); e nessuno così intrinsecamente gaudioso.
Praticando Pizzuto si
capisce che scrivere gli costava infinita pazienza, costanza,
sofferenza, ma
era anche un modo ‘heroico’ di rimettere in ordine
il mondo. Al caos del mondo
il Gran Lombardo Gadda reagisce con la filosofia (ben temperata per
fortuna da
una mai appagata bulimia delle cose), Pizzuto con l’umor
freddo, con la
consapevolezza che nissuno, neanche forse lo stesso adorante-adorato
Contini,
vi legge del tutto addentro. Quando Pane (l’altro maggior
pizzutiano, con
Alvino, degli operosi e devoti fra noi, muniti d’ogni
conforto della filologia
e della ricerca erudita) ci invitò a un Pizzuto
‘leggibile’, fu anche quella
una bella mossa, tranne che nulla è illeggibile a chi vuol
leggere, e
viceversa. Chiaro che di Pizzuto meglio si giovi chi abbia mantenuto
dei
rapporti con le delizie un poco purulente della école
du regard. Solo
che quelli si prendono maledettamente sul serio. è
un cattivo collante. Anche Pizzuto? Io ho sempre tenuto
gran conto della sua passione per il cinematografo. Leggendo, cerco
d’indovinare quelle barre di vignetta che il cinema dei
poveri, il fumetto,
fornisce esplicitamente. Alcuni immensi fumettisti ne hanno saputo
anche far di
meno. Se riesco a isolare il fotogramma, Pizzuto diventa come un film
possibile
e irrigidito. Un colpo di pollice e quello che parve estraneo diventa
familiare.
Si ride, perfino; senza beninteso spanciarsi. Si piange, anche
più ovvio, ma
non si esibisce a riprova il lacrimatojo. Così, negli anni
del primo pizzutiano
boom, era merce di scambio che altro fosse il comico sentimentale
(dickensiano)
di Chaplin altro il comico differenziale (kraussiano) di Buster Keaton.
Fra una
pizza e una coca. Intitolereste un libro: ‘il leggibile
Keaton’?
Gli
amici
(Alvino fra i più egregi) sanno che non ho scritto mai
recensioni in forma; poche,
proprio per obbligo, ai miei primi passi: su
“Convivium”, su “Paragone”
qualche
schedina, ma non sono all’altezza. Non so raccontare un
libro, non risparmiare
fatica al lettore. Il mio cómpito si esaurisce
nell’invogliarlo a fatica. Se
volete un parere da lettore a lettore, ritengo fermissimamente che il
libro del
quale si dicono, qui liete parole a contorno, sia libro di forte
– e vera – e
unica scrittura. Scrittura intransitiva, scrittura da mago e tecnico
rifinito.
Ha qualcosa di metallico, vergato in làmine d’oro.
Prendiamo il mago e tecnico
per eccellenza, dei nostri, a norma di manuale: –
D’Annunzio. Nulla di meno
dannunziano di questo libro, nessuno meno dannunziano e di Pizzuto e di
Alvino.
Le correnti di fiumi s’incrociano ma non si rendono
intrinseche. D’Annunzio
corre alla foce. Diceva: superuomo e intendeva uno che si è
fatto un bel nome,
ha contato nel mondo e si è garantito una villula che lo
stato gli paga.
Alvino, più ancóra del suo maestro, pensa:
superuomo è chi supera le prove.
Vedi il Flauto ammaliato. Fossi un De Chirico, un Savinio, ritrarrei il
gran
Gualberto rivestito da mastro palombaro con in mano le trippe della
piovra.
Ogni bottone una perla zecchina. Aggiungi che questo nuovo si presenta
romanzo
ma è (si è detto) pressoché tutto in
versi. Parola, verso, emblema, eros, qui
sono nuovi come in un mondo che non prevede la morte. O che,
bachianamente, la
esorcizza.
Il
che,
sappiamo, può essere una gran fregatura. Uno dei
componimenti del libro (che,
composizione via composizione, ognuna dedicata a un consorte o discorde
d’elezione,
dunque oltreché ‘romanzo’, galleria di
pensosi della forma contemporanei, prova
di vita di uno scambio intellettuale che giornalisti, ministri e
scolastici
neanche sospettano, sennò ne tremerebbero) è
rivòlto addirittura a me; si
intitola subdolamente Mal di testo e ha bel gioco
nel dribblarmi,
nell’incornarmi. Sembra il duetto fra il Borromeo e don
Abbondio, o fra il
padre guardiano e fra Melitone; o, anche, fra don Giovanni e Leporello,
o fra
il Toro e il Matador. Finir dietro la lavagna non è una
punizione ma un bramato
riscatto da culpa dimonstrata.
“se
niente è
escluso a priori dal poetico non vedo perché
poetare”.
“l’arte
ha il
dovere preciso di costruire immagini...”
La
prima
dichiarazione (tecnico e mago peritissimo) Alvino la sottoscrive, o
sembra che
sottoscriva, ma potrebbe anche darsi che ora scattasse: ‘ci
sei cascato! questo sei tu...’ E, come
Adamo, mi coprirei le vergogne.
Ma
sul dovere
di costruire, sottraendo e scavando, Alvino ce lo ritrovo nato e
sputato. Mi è
difficile parlarne, perché da sempre mi supera per
quantità di letture, per
perizia di stromenti, per altezza d’ingegno e
maestà del fine. Finalmente in
pensione, cessa di darmi imbarazzo una cattedra non goduta. La
conclusione,
poi, quasi mallarméana, o valeriana: “passa una
barca prendiamola”. Il faut
tenter de vivre?
Io
posso
poetare (v’è anche una più modesta,
appena rilevante poesia della critica) solo
se penso che tutto sia escluso dal poetico. Non si
gioca con carte
segnate. La barca passa e non ammette carichi. Forse qualcuno era a
bordo da
prima, pare d’intravedere dei ciao-ciao col fazzoletto,
perfino illude uno
schiocco (per noi?) di baci. Già fuori dalle viste.
L’arte
sta
tutta nel decostruire. Dovere, precisioni, edificazioni, geometrie,
tutto filo
spinato. Aria, aria. Zoppicando, muovo verso orizzonti da The End.
Cerco da
secoli una barca squinternata, il vascello fantasma. Dice che sulla
cima
dell’albero sventoli questa insegna:
ARCA
DE SAMBO
Olè!
(In
un
vecchio film di Pieraccioni, era la voce di Comencini che si levava da
un
casolare in cima al colle, da un eremo su vette di saviezza.
“Vado in
Ispagna...” “Olè!” Amici dalla
barca io vedo il mondo. La Marchesa uscì alle
sette. (E chi se ne frega). Salì sopra un fiacchere. (E chi
se ne frega). Aprì
la borsetta. (E chi se ne frega). Pensò ho fatto tardi; e
chi se ne frega.
Frega frega; l’Odissea... Ulisse uscì
dall’acqua e svenne sfinito sul
bagnasciuga... la Bibbia... Dio creò diverse
beltà e vini diversi...
Sheherazade: il califfo si addormenterà con qualche
camomilla o col kamasutra
ascoltato... Wagner: riusciranno i nostri amici a rimanere svegli fino
all’ultimo zompo della Valchiria à la flamme?....
O bella; son tutti libri che
mi hanno formato; e anche guerra e pace e anche i cantos di ezra...
perfino i
poemi conviviali... E i più li ho dovuti leggere in
traduzione. Solo la poesia
mediana è intraducibile. Quella è fatta in
parole. il resto è storia di tutti).
* * *
Una
poesia da leggere come un manuale di anatomia, una dissezione organica
e un'opera
di pensiero, come eccesso ed esplosione carnale, "sfondamento del
limite" e "cellula generativa del testo", dove lo "stile è
materia domata" e altro ancora. Dove l' "humanitas" conquista la
sua perduta animalità. Straordinario! (Stefano
Docimo)
ANTONIO PIZZUTO
SI RIPARANO BAMBOLE
a cura di Gualberto Alvino
con una nota di Gianfranco Contini
Milano, Bompiani, 2010

Recensioni
Salvatore
Ferlita, "La Repubblica", 31 ottobre 2010 [Leggi]
Andrea
Cortellessa, Rai Radio3 Fahrenheit, 15 novembre 2010 [Leggi]
Giuseppe
Marcenaro, E il
questore di Proust dava le pagelle, "Tuttolibri/La
Stampa", 8 gennaio 2011, p. 6 [Leggi]
Antonio Pane, Pizzuto, narratore temerario,
"451 via della letteratura della scienza e dell'arte", n. 2, gennaio
2011, pp. 16-19 [Leggi]
Lorenzo Pezzato, "Si riparano bambole" di Antonio
Pizzuto, "Undupalermo", 17 gennaio 2011 [Leggi]
È
in libreria la mia edizione critica e commentata di Pagelle di Antonio
Pizzuto
Firenze,
Polistampa, luglio 2010

(clicca
per visualizzare l'immagine)
Ginevra,
14 settembre 2010
Caro
Gualberto,
ecco
che pur col suo lento passo la posta mi ha portato ieri
(lunedì) le Pagelle,
che hanno rallegrato così la prima parte della notte. Non ho
naturalmente
ancora letto tutto (che per procedere qui si raccomanda passo ancor
più
misurato del postale), ma quello che, dopo la bella introduzione, ho
potuto
vedere dell’apparato e del commento, mi lascia
ébloui, per la quantità e per la
qualità del lavoro profuso. Splendida edizione! Finalmente
le pagelle restituite
al lettore in totale trasparenza! Hai davvero reso un gran servizio a
Pizzuto
ed a noi poveri (ma appassionati) lettori!
Il
“GRAZIE” che ti devo e che ti dico è
tutto maiuscolo…
Emilio
Manzotti
*
* *
Parma,
5 novembre 2010
Caro
Gualberto,
le
tue Pagelle sono un modello di edizione scientifica
e, insieme, staccano
distanze dai filologi antichi, sempre nerboruti e disposti a non
lasciarsi
seguire. Io non mi sono mai nascosto che esiste in Pizzuto un
plotinismo della
frase (n'era stata una intuizione nel geniale e indifeso Campana); come
già in
Joyce. Credo che il punto di arrivo sarebbe stato la Kunstgeschichte
ohne Namen. Vero il ritorno alla Bibbia. Pagelle
potrebbe corrispondere al Libro dei Numeri,
come Si riparano bambole al Genesi e Ravenna
al Cantico dei
cantici. Scherzo; ma non scherzo ringraziandoti per questa
luminosa altezza
del tuo perfetto lavoro.
Marzio
Pieri
Recensioni
Tommy
Cappellini - "Il Giornale" [Leggi]
Live
Journal [Leggi]
Andrea
Cortellessa, Rai Radio3 Fahrenheit, 15 novembre 2010 [Leggi]
Simona
Cigliana, "Le reti di Dedalus", gennaio 2011 [Leggi]
Alfonso Lentini, Sintassi narrativa,
"L'Indice dei libri del mese", dicembre 2010, n. 12, p. 15 [Leggi]
Giuseppe
Marcenaro, E il
questore di Proust dava le pagelle, "Tuttolibri/La
Stampa", 8 gennaio 2011, p. 6 [Leggi]
Antonio Pane, Pizzuto, narratore temerario,
"451 via della letteratura della scienza e dell'arte", n. 2, gennaio
2011, pp. 16-19 [Leggi]
Filippo Secchieri ("Oblio, Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca", a. I, 2011, n. 1 pp. 304-5)
Antonio Pizzuto, Pagelle, edizione critica e commentata di Gualberto Alvino
Firenze, Polistampa, 2010
ISBN 978-88-5960-774-8
All’impresa
di leggere Pizzuto - ché tale perlopiù si configura
l’accesso alla sua pagina letteraria - Alvino ha dedicato, nel
corso di un ventennio abbondante, notevoli sussidi filologici ed
esegetici. Parzialmente anticipata in varie sedi periodiche, la
munitissima edizione di Pagelle
che vede ora la luce parrebbe possedere i crismi per togliere il bando
che impedisce la circolazione attiva dell’opera pizzutiana tra un
pubblico meno ristretto di quello rappresentato dai soli addetti ai
lavori: sia concesso, quantomeno, formulare questo auspicio,
incoraggiati anche dalla di poco successiva riproposta nella collana
dei «Tascabili Bompiani» di Si riparano bambole, un romanzo del 1960 che torna in commercio nell’edizione approntata sempre da Alvino per Sellerio nel 2001. Pagelle appartiene alla fase della «sintassi nominale» o tout court
«narrativa», se possibile ancor più catafratta delle
precedenti, che informa la produzione estrema dell’ex-questore
palermitano; così, tra i brani meno impegnativi, càpita
ad esempio di leggere nelle battute finali di Idrovolante (una pagella
di neppure trenta righe, che richiese circa un mese di lavoro):
«Mestieri, unico passeggero, ricoverarti digiuno e squattrinato
in locanda contrabbandiera là presso. Uno stambugio a abbaini,
fornirlo branda, sedia, pila minima da acqua santa, decalogo; nel
ricetto, niente giordano» (p. 119). Colpo di coda o di teatro
– il sostantivo di cui si asserisce la mancanza – che non
può non lasciare interdetti e sul quale torneremo.
In origine le Pagelle
apparvero in due volumi, ognuno contenente 20 pezzi, per i tipi de Il
Saggiatore tra il 1973 e il 1975 con, a fronte, la versione francese
(qui non riprodotta ma fruita al bisogno) e le note di Madeleine
Santschi (in realtà ispirate da Pizzuto, quindi tenute in
maggior considerazione nell’apparato). Già
l’intromissione, nelle rispettive principes,
di un’assortita serqua di refusi, di cui viene data opportuna
collazione, sarebbe di per sé bastevole a salutare con favore la
nuova stampa, riscontrata sui manoscritti autografi conservati presso
la Fondazione Pizzuto di Roma nonché su parecchi altri documenti
(dagli apografi autoriali di 37 Pagelle
inviati in lettura a Contini, attualmente alla Fondazione Ezio
Franceschini di Firenze, ai dattiloscritti della versione francese
annotata, per giungere sino alle pre-pubblicazioni in rivista di alcuni
gruppi di pagelle).
Ma, naturalmente, c’è di più. L’esame degli
autografi, spesso tormentati al limite
dell’indecifrabilità, non ha soltanto consentito di
ripristinare l’esatta lezione dei quaranta componimenti: ha
altresì fornito un importante spaccato del laboratorio
pizzutiano attraverso la ricostruzione, minuziosamente espletata nel
folto apparato, del processo variantistico (comprendente anche le
varianti alternative e cassate) da cui originano le singole pagelle.
Non meno rilevanti sono le molte glosse marginali (scolî,
annotazioni testuali ed extratestuali) che costellano il manoscritto
ovvero rinvenute in un paio di missive a corrispondenti, utili a
realizzare la seconda finalità (l’esegetica, in effetti
inscindibile dalla prima) di questa edizione. Dopo un ampio saggio
introduttivo (Fragments à réassembler) e la Nota al testo
che con qualche coatta acrobazia dà conto dei criteri adottati,
Alvino offre per ciascuna pagella un apparato costituto da una
sintetica introduzione, da una fascia devoluta al commento (che a
giusto titolo si avvale anche di riscontri intertestuali e di
suggerimenti epitestuali) e da un’altra cospicua fascia riservata
alla puntuale registrazione della frastagliata fenomenologia genetica.
A seguire viene ristampato, come dalla princeps del ‘73, il breve saggio teorico pizzutiano Sintassi nominale e pagelle, mentre concludono il volume quindici lodevoli pagine di Glossario e alcune tavole che riproducono una campionatura dello stato degli autografi.
Simile profusione di energie si serba a conveniente distanza dalle
superfetazioni e dagli idoleggiamenti feticistici che in più di
un caso accompagnano, o addirittura motivano, operazioni così
concepite; a richiederla è infatti l’oggetto stesso nella
sua prismatica, reale ma non per ciò insondabile densità.
Leggere Pizzuto è indubbiamente difficile, ma è
altrettanto indubbio che non si danno letture davvero semplici, dal
momento che, lo ricordava Borges nel Prologo a Il manoscritto di Brodie,
«non c’è sulla terra una sola pagina, una sola
parola che lo sia, poiché tutte quante postulano
l’universo». Ed è una presupposizione di
complessità che ritroviamo anche nella prassi pizzutiana, la cui
oltranza agisce, secondo Alvino, «allargando sino alle estreme
conseguenze le virtualità del sistema linguistico non – o
non solo – a scopi comunicativi, bensì
d’instaurazione di mondi» (Fragments,
p. 9), all’incirca sostituendo alla realtà finita la
potenzialità infinita della coscienza. La complessione dei mondi
linguistici pizzutiani non è d’altronde priva di punti
d’appoggio per un lettore partecipe e intraprendente.
All’auspicio della sua esistenza l’autore fa esplicito
appello nella pagella proemiale – Lettura
– come a una desiderata controparte verso la quale
«protendere ancor poco la mano» (p. 71) affinché
abbia a verificarsi, con termine della filosofia tomista e rosminiana
caro a Pizzuto, quella contuizione
che gli permetterà di riconoscere le tracce del processo di
elaborazione compositiva e di realizzarne il senso possibile. Allo
stabilirsi di questa cooperante sintonia, il contributo del curatore
è obiettivamente essenziale: grazie al suo commento (e al
riassuntivo glossario) si apprenderà che l’altrimenti
enigmatico «giordano» in explicit a Idrovolante è un neologismo coniato sul «jordan» dell’Henry IV di Shakespeare, dove se ne hanno due occorrenze; vulgus:
che l’equivoca e disadorna stanza di fortuna è sprovvista
anche di pitale. Siffatte integrazioni, atte a conferire
perspicuità non soltanto alla sfera semantica, interessano ogni
pagella, derivando sia dallo scandaglio della falda intertestuale
(esterna e interna, come nel caso appena menzionato, visto il reimpiego
della medesima fonte shakesperiana nel debutto della pagella
successiva) sia dalla vigile interpretazione di un lavoro correttorio
che dalla distillazione del dato realistico e talora aneddotico trae
forza per ambire all’assoluto. Si ha in tal modo la riprova che
«l’ultimo Pizzuto stampato nudo
è un Pizzuto monco, dimidiato», poiché il suo
scrivere costituisce «uno dei rari casi letterari, forse
l’unico, in cui il percorso conti quanto la meta» (Fragments,
p. 28; corsivo nel testo). Ne discende che l’edizione critica di
Alvino, debitamente abbinata alle istanze del commento, non ha alcuna
parvenza del vezzo amatoriale né dell’esercizio
tecnico-culturale auto-ostensivo, al contrario ponendosi decisamente
nel segno di una necessità concreta alla stregua di uno
strumento di bordo indispensabile per avanzare lungo le rotte creative
tracciate da Pizzuto e, soprattutto, per meglio apprezzare gli approdi
raggiunti nella sua insistita, plenaria sperimentazione.
COLLEGIO GHISLIERI
PAVIA
UNIVERSITÀ DI PAVIA
Dipartimento di Scienza della Letteratura
e dell’Arte medievale e moderna
CONTINI E LA CULTURA
CONTEMPORANEA
Giornata di studi
in
ricordo di Gianfranco Contini
Giovedì
4 febbraio
2010
ore 9.30
- Presiede:
CARLA RICCARDI
Saluto del Rettore del Collegio
Ghislieri ANDREA BELVEDERE
Presentazione del volume Gianfranco
Contini-Carlo Emilio Gadda, Carteggio 1934-1963. Con 62 lettere inedite,
a
cura di Dante Isella, Gianfranco Contini, Giulio
Ungarelli (Garzanti 2009).Intervengono: PIERO GELLI (Milano) e GUIDO
LUCCHINI (Pavia)
ore 10.30 - CLAUDIO CIOCIOLA (Pisa), Frammenti di filologia: carteggio Contini-De
Luca
ore
11.15 - Proiezione del video Ritratto di
Gianfranco Contini, di
Enrico Lombardi, prodotto dalla RSI
per la puntata di “Nautilus”
dell’11.2.1990
ore
11.30 - DOMENICO DE MARTINO
(Firenze), Travasi segreti e personali:
sguardi sulla
corrispondenza Contini-Russo
ore
12.00 - GUALBERTO ALVINO
(Roma), «Verrei in tassì
a catturarti». Il carteggio
Contini-Pizzuto
ore
12.30 - ALDO MASTROPASQUA (Roma),
Gianfranco Contini ed Enrico Falqui: storia di un’amicizia
epistolare
ore 14.30
- Presiede:
CLELIA MARTIGNONI
MAURO
MORETTI (Siena), Carteggio
Contini-Capitini
ore 15.00
- FRANCO
CONTORBIA (Genova), Carteggio
Contini-Montale
ore 15.30
- DOMENICO SCARPA (Pisa), Cultura e Azione.
Prima lettura dell’epistolario
Gianfranco Contini-Guglielmo Alberti
ore 16.00 - Contini e la cultura contemporanea.
Intervengono: CARLO CARENA (Milano), MARIA ANTONIETTA GRIGNANI (Pavia),
LINO
LEONARDI (Siena), PIETRO GIBELLINI (Venezia)
Un momento del
convegno nell'Aula Goldoniana del Collegio Ghislieri
dell'Università di Pavia
La vera novità ha nome
Pizzuto
Convegno internazionale di
studi sull’opera
di Antonio Pizzuto
19 / 21 Ottobre 2009
Villa Cattolica-Bagheria
Lunedì
19 Ottobre 2009
Ore
17,00 Villa Cattolica
Presentazione
del Convegno: Domenica Perrone
Saluti:
Biagio
Sciortino, sindaco di Bagheria
Biagio
Martorana, assessore alla cultura di Bagheria
Dora
Favatella Lo Cascio, direzione Museo Guttuso
Fabio
Carapezza, direzione Museo Guttuso
Roberto
Lagalla, rettore dell’Università degli
Studi di Palermo
Vincenzo
Guarrasi, preside della facoltà di Lettere e
Filosofia,
Palermo
Contributo
di Maria Pizzuto, presidente della Fondazione Antonio
Pizzuto, Roma
Lettura
di una testimonianza di Andrea Camilleri
Apertura
dei lavori:
Gillo
Dorfles
Walter
Pedullà
Martedì
20 Ottobre 2009
Ore 9,30 Villa Cattolica
Presiede Natale Tedesco, Università di
Palermo
Interventi:
Angelo Guglielmi, critico letterario: Antonio Pizzuto
Madeleine Santschi, critico letterario e traduttrice: Antonio Pizzuto: una
collaborazione
Gualberto Alvino, critico letterario: «Altera iam pagella
procedit». L’estremo Pizzuto
Salvatore Ferlita, Università di Palermo: Un Pizzuto finalmente
accessibile. L’epistolario del questore
Angelo Rossi, Università di Napoli: I romanzi postumi di Pizzuto
Giuseppe Bentivegna, Università di Catania: Aspetti del fenomenismo di Cosmo
Guastella
Ore
16,00
Presiede: Piero Violante, Università di
Palermo
Interventi:
Denis Ferraris, Università La Sorbona Parigi: L’umorismo in Pizzuto
Felicita Audisio, Università di Firenze: Campionature metriche in Pizzuto
Rosalba Galvagno, Università di Catania: Scrittura e passione musicale in
Pizzuto
Salvo Zarcone, Università di Palermo: Pizzuto e il Novecento
Benedetta Panieri, Università di Bologna: Pizzuto da Bagheria alla
crittografia
Salvo Butera, giornalista: Pizzuto
e la visione multimediale
Mercoledì
21 Ottobre 2009
Ore 9,30 Villa Cattolica
Aspetti filosofici di Pizzuto e il rapporto con il fenomenismo di Cosmo
Guastella
Presiede Franco Lo Piparo, Università di
Palermo
Interventi:
Giuseppe Di Giacomo, Sapienza Università di Roma: Antonio Pizzuto tra filosofia e
letteratura
Domenico Tubiolo: La
vita e il pensiero di Cosmo Guastella: la cosa in sè
Antonio Pane, critico letterario: Commento
a Devota
Lettura brani di Pizzuto a cura di Gianni Nanfa
Testimonianze
e contributi:
Giovanna
Friscia Pizzuto
Marco
Carapezza
Aldo
Gerbino
Donatella
La Monaca
Salvatore
Lo Bue
Francesca
Noto
Maurizio
Padovano
Tommaso
Romano
Mario
Rubino
Salvatore
Tedesco
Renato Tomasino
Lucio Zinna
|
|
L'AUTORE
Gualberto
Alvino (Roma, 1953) ha sempre mostrato una particolare inclinazione per
gli «irregolari» della letteratura italiana, da
Antonio
Pizzuto a Stefano D'Arrigo, da Vincenzo Consolo a Gesualdo Bufalino, da
Sandro Sinigaglia a Nanni Balestrini. Scrive su varie riviste
accademiche, tra cui «Studi di filologia italiana»,
«Ermeneutica letteraria», «Studi e
problemi di
critica testuale», «Strumenti critici»,
«Filologia e critica», «Filologia
italiana».
Nel 2008 ha esordito nella narrativa col romanzo Là comincia il Messico ( Polistampa), finalista al Premio Feronia-Città
di Fiano 2008 e 2009.
|
|
|
ferm99@iol.it
www.fermenti-editrice.it
PECCATI DI LINGUA
Scritti
su Sandro Sinigaglia
di Gualberto Alvino
postfazione di Pietro Gibellini
Editrice Fermenti
Collana Nuovi Fermenti/Saggistica
pubblicazione realizzata in collaborazione
con la Fondazione Marino Piazzolla
www.fondazionemarinopiazzolla.it
Luglio 2009
pp. 144 - € 15,00
(15 cm x 21 cm)
ISBN 978-88-89934-92-0
Genere:
saggistica
Il volume, ordinabile qui, è
destinato ai cultori della poesia intesa sia come continua
ricerca e temeraria sperimentazione linguistico-espressiva, sia quale
profonda e appassionante meditazione sui nostri tempi e sulla
condizione umana.
|
|
|
|
| |
| HANNO SCRITTO |
Pavia,
22 luglio 2009
Caro
Gualberto,
ieri, tornando da tre giorni fuori città, ho trovato Peccati
di lingua!
(bellissimo titolo). Il primo saggio l'avevo appena letto sull'ultimo
numero di
«Microprovincia», ricevuto settimana scorsa:
è un bellissimo saggio, che mette
in una giusta e calibrata prospettiva gli studi su Sinigaglia; in
particolare
poi ti ringrazio molto per l'assenso aperto e cordiale che
dài al mio punto di
vista. Aditus ad antrum lo devo percorrere
lentamente, e con cura: è
prezioso. Sono lieta di ritrovare anche le traduzioni delle liriche in
francese, tutt'altro che facili. Conoscevo qualcuna delle fotografie
(qualcosa
mi aveva mostrato, a suo tempo, il Luigi Sinigaglia). Mi è
piaciuta molto la
Postfazione di Gibellini. Poi ti dirò quando avrò
letto tutto. Intanto, un vivo
ringraziamento e i miei complimenti più sinceri per questo
libro importante e
riuscito!
Saluti cordialissimi.
Silvia Longhi
Monforte d'Alba, 24 luglio 2009
Caro
Alvino,
ricevo (…) il Suo acuto e arguto saggio sull'opera poetica
di Sandro
Sinigaglia, bene armonizzato fra filologia, linguistica e
interpretazione
critica. Con molto piacere in questo modo riprendo contatto con un
poeta molto
amato e ammirato (ed era anche un uomo splendidamente ironico e
giocoso).
Grazie del dono. Con i più vivi auguri e saluti,
Giorgio Bàrberi Squarotti
Vacciago, 4 agosto 2009
Caro
Alvino,
ho ripercorso con piacere e profitto i Suoi saggi e le Sue ricerche
sulla
poesia di Sinigaglia, raccolti in Peccati di lingua.
Si confermano
come contributi importanti e utili, in particolare le bibliografie e
l'analisi
lessicale di Aditus ad antrum, molto circostanziata
e approfondita. La
ringrazio della stima e Le invio i più cordiali saluti.
Carlo Carena
Gualberto Alvino.
"Peccati di lingua. Scritti su Sandro
Sinigaglia"
di Luciano Nanni
"Literary.it", n. 8, agosto 2009
La
figura di Alessandro Sinigaglia (Oleggio Castello 1921 - Arona 1990)
è di non
facile classificazione, tanto da suscitare anche reazioni negative: ma
"questo libro ci voleva" (P. Gibellini) non solo per un fatto di
memoria ma di cultura. Si tratta "Di babelico idioma passeggero"
(citando dal poeta) o lingua da plasmare nelle sue infinite
possibilità con una
logica individuale? Siamo piuttosto per la seconda ipotesi. La
quantità di vocaboli,
obsoleti, onomaturgici, univerbati, ecc. è impressionante:
ancor più lo è la volontà
creativa. Davvero esemplare poi l'analisi metrica di alcuni testi
(iniziando da
Il flauto e la bricolla, 1954) del Sinigaglia nella Lettera
non spedita a
Luigi Baldacci.
Sandro Sinigaglia e i "Peccati di lingua"
di Franco Esposito
"Eco risveglio", 14 ottobre 2009
I veri e disinteressati ammiratori della poesia di Sandro Sinigaglia
direi che
erano pochi prima della sua morte e sono pochi anche oggi.
Negli ultimi
anni, per essere sinceri fino in fondo, molti e importanti critici
hanno
scritto sulla sua opera, ma in modo sporadico o per qualche convegno o
per
qualche rivista, ma è mancata, secondo me, la
fedeltà al personaggio e alla sua
poesia. Uno dei pochi, stavo per dire l'unico, che ha proseguito
testardamente
nella sua ricerca senza sosta e senza tentennamenti è senza
dubbio Gualberto
Alvino. Dopo i suoi importanti studi sulla nostra Microprovincia
è
tornato questa volta sul poeta aronese con un libro importante: Peccati
di
lingua. Scritti su Sandro Sinigaglia, Fermenti editrice. Un
libro squisito,
da palati fini, come d'altronde la poesia di Sandro Sinigaglia. Una
raccolta di
scritti sul poeta aronese nella speranza di poter contribuire a
riaccendere
l'interesse non solo della critica, ma anche del pubblico su una delle
voci più
originali e dimenticate del secondo Novecento. Un libro, un'impresa che
ho
seguito dalla nascita e che Alvino ha voluto con grande determinazione,
malgrado parecchi rifiuti ed esitazioni di editori che non vedevano
come al
solito che il fine commerciale. Ma il mondo editoriale, il mondo
dell'informazione, caro Gualberto, ormai rasenta il ridicolo,
uniformandosi a
stereotipi costruiti a tavolino o inventati ad arte per non dire nulla
e per
non rompere equilibri che rasentano il ridicolo. Se penso alla montagna
di
libri inutili che i grandi e piccoli editori stampano a pieno ritmo per
un
pubblico guardone di analfabeti di ritorno, e colonizzato da autori
stranieri
che non hanno nulla a che vedere con la nostra tradizione narrativa e
poetica,
sento i brividi alla schiena. Sinigaglia aveva intuito questi nostri
momenti
bui, di perdita d'identità, e con grande talento ed eleganza
nella sua poesia
aveva cercato di introdurre dei giochi verbali che spaziavano dal dolce
latino
di Virgilio al dialetto di Porta, a raffinatissimi francesismi di
pregio e
accenni al meraviglioso cantore veneziano Baffo. Questo libro di
Gualberto
Alvino serve, come dicevo all'inizio, come un ulteriore omaggio a
Sinigaglia,
ma serve anche ad avvicinare il lettore comune alla sua poesia per
poterla
gustare in tutte le sue sfumature. Per dare un aiuto ancora
più concreto ed
innovativo al lettore occasionale, Alvino si è immerso con
pazienza certosina
nel suo originale lessico e ci ha offerto anche un prezioso glossario.
Come
dire, non ci sono più scuse per non scoprire e amare la
poesia di Sandro
Sinigaglia.
Gualberto
Alvino. "Peccati di lingua. Scritti su Sandro
Sinigaglia"
di Elisa Davoglio
"Literary.it", n. 3, marzo 2010
Il
critico
militante Gualberto Alvino ci fornisce in questo libro la summa
lessicale della
produzione di Sandro Sinigaglia, compiendo una attenta analisi sulla
produzione
dell’originale autore novarese.
Come
ben sottolinea Alvino nella prefazione dell’opera,
“la
presenza costante di micro sequenze descrittive” e
“il furore
linguistico e retorico”
costruiscono due importanti e decisive chiavi di
lettura per penetrare al meglio la scrittura di Sinigaglia, autore
restio a frequentare la mondanità letteraria ma attento
conoscitore e
sperimentatore della lingua.
Gualberto
Alvino costruisce a partire dal lessico e
dall’analisi metrica dei testi di Sandro Sinigaglia una
profonda e attenta
analisi della poetica di questo autore, offrendo al lettore numerosi
spunti per
penetrare con maggior consapevolezza in versi originali, vasti di
contenuto e
talora complessi nella forma; una forma non immediata ma intensamente
vera,
diremmo per ribaltare quell’accusa di
“falsità” espressa nei confronti di
Sinigaglia da Franco Fortini.
La
sperimentazione di Sandro Sinigaglia è proprio quella di
adoprarsi sulla parola e nella parola, mistificandone forse gli accenti
di
senso e di ritmo ma senza mai perdere l’adesione a una
struttura a più largo
respiro, in cui si manifesta tutta la volontà spassionata
dell’autore, scevra
dal parossismo di un dictat esclusivamente formale.
Gualberto
Alvino compie uno studio importante sul poeta,
analizzando e confrontando tutte le porzioni che alimentano la poetica
di
Sinigaglia, anche nel ruolo di traduttore, fornendo dunque nuovi input
di
ricerca che possano ancora svelare – per dirla con il poeta
novarese –
ulteriori frutti di quelle “gravidanze altrettanto
strane” proprie della
poesia più significativa.
Offro volentieri
questo spazio a Maria Pizzuto
Caro
Gualberto,
in
questo 2011 cadrebbe il settimo lustro da quando (tu
laureando, io l’erede) pizzuteggiavamo
sull’avvenire di questo scrittore del
quale il corrente laicismo – a parte pochi eletti –
non voleva avere notizia.
Tuttavia,
a partire dal 2010, dopo il Convegno di Ba’aria,
cogliermi repentina decisione di esporre in Internet un discorso
culturale.
Come
di buon accordo, lo propongo a te, mago del computer,
estimatore di Pizzuto e, ritengo, anche del mio introito alla scrittura
e alla
riesumazione dell’Omnia pizzutiana, messa in salvo entro i
termini: “fondazione
non riconosciuta, titolare di Impresa editoriale, non a scopo di
lucro”.
In
questa e sotto la testata dei “Quaderni
Pizzutiani”,
Pizzuto è salvo.
Raccontiamoci
su Internet, la più estesa catena di
informazioni nel mondo.
Propongo dunque, non
impongo, però un proposito mette in essere un
accurato piano di lavoro,
entro il quale esporre con ordine i possibili risultati da farsene.
Benefici
estensibili per il progresso di quell’adempiuta
globalità di quell’insieme
dello stato dell’essere umano,
manifesto come luce e sonorità, all’origine: indivisibile
insieme
estesissimo, compartecipandovi
tuttavia vastità popolose di singole forme, collante e
sostanza della vibrante
compagine di energia universale.
Grazie
Maria
Pizzuto
*
* *
LA
SCRIPTURA
Come
scrittura
docet,
l’uso della parola transitante
attraverso la genialità del grammatico,
impegnatosi in memori agguati, è in grado di conferire alla
stessa, attraverso
modulazioni di pensiero e sentimento, karmiche, talvolta, inattese
significazioni. Il significante, spesso, slitta verso imponderabili
singolari
valori. Tra le varie voci, sovente l’insorgere di
sofisticazioni inattese.
Specialmente se risultati emozionali suggeriscono priorità
di azioni difensive.
Allora, una parola divenuta simbolo di pericolo, si trasforma in
moralistico
ammonimento.
Orbene,
il sostantivo ipocrita è in me presente col peso di
un edificio di immane estensione e pericolosità: generatore
atomico.
Ipocrita,
nell’uso sostantivato e non aggettivale,
identificarsi in me col pericolo di energie distruttive portatrici di
sconvolgimenti della vita planetaria.
Energie
usate con ambigui scopi distruttivi. Quanti gli
ipocriti in essere sulla Terra? Perché aggiungerne altri?
Dovendo
mutare le sorti del Pianeta per l’instaurarsi di
rinnovate energie, cancelliamo l’idea di questi vecchiumi
pericolosi, affidando
la speranza al contenuto dell’acqua: H2O.
Siano
di ausilio questi 2 elementi sostenitori della Vita;
l’Ossigeno come respiro dello Spirito che tutto pervade e
l’Idrogeno come fonte
di calore attivo per operare proficuamente.
Uomini
ipocriti tendono ad impedire un sano ricambio
generazionale riproponendo le vecchie modalità, soprattutto
per sostenere
disdicevoli commerci lucrativi.
Ma
è tempo di deporre l’avversario.
Non
lasciamo bivaccare gli Ipocriti alle porte del nuovo
ciclo cosmico. Né bisogna permettere che un cavallo di legno
con un manipolo di
astuti combattenti acquattatisi nel suo grembo, così grande
ma così grande da
pover abbattere la porta d’entrata della città,
interrompa la catena difensiva
di energie che avevano permesso la difesa di Troia sin da quando Ilo
ricevette
il progetto difensivo dalla sapienza degli originali scienziati
iperborei.
Rifacendoci
al messaggio virgiliano contenuto nell’Egloga
quarta, il nostro tempo promette un ciclo aureo di ritorno alle felici
origini
umane. Se saremo coadiuvatori delle necessità alla
manifestazione di questa Età
dell’Oro – della quale ci dà notizia
anche Giovanni in Apocalisse – opponiamoci
agli Ipocriti, con tutte le nostre forze, per alimentare
l’Amore di Dio.
PREMESSE
COME
CONCLUSIONE
Il luogo comune, se
di moda o non
più, parlare di Dio ingenera discussione che induce al sorriso.
Oggi si fa un gran parlare di democrazia, di
democratismo, conditi in
tutte le salse.
Il tiranno di Siracusa fu agli
occhi dei suoi concittadini ritenuto un democratico assai apprezzato.
Il
furbacchione sapeva trovare il modo di piacere alle masse e le
governava con
pugno di ferro e per i suoi interessi, ostentando angelici
atteggiamenti.
Ipnotizzati in seno alla storia,
molti hanno amato e subìto tiranni, costringendosi a
crederli come il massimo
dono della vita sociale.
La mia spiritualità mi consente
di assaporare libertà ideali. Il senso della Verità
nello stato sublime dell’essere umano, come figli della
Luce, per concepimento dell’Altissimo, mi induce a rispettare
questo mondo
laico e perverso. Ne provo struggente pena e dolore, osservando il suo
degrado
inarrestabile, adempiutosi ormai.
UNICISMO
Difficoltoso impegno
volere e
riacquistare la consapevolezza originale, dopo lunga immersione entro
erratici
canoni umanistici giaciutisi in un soggiorno devastante, dimenticando
tutti i
valori tradizionali.
Quell’unicismo, così consono alla idea
consapevole di una eterna condizione
vivente, immerso nel lezzo di disfacimenti mortali, sovvertitore
qualunque pur
coscienziosa ricerca di immersione nell’eterna
Verità.
Le troppe sbavature annientatrici
limpidezza del disegno originale, tormentano l’uomo
costantemente, ritardando
l’aprirsi dell’anima sua alla coscienza
dell’Essere.
Il dubbio, erede dell’errore e
della sopraggiunta dimenticanza, a questo punto edificatore di molte
intellettualistiche sovrastrutture.
Pur se intuito ed auspicato, il
senso di una divina presenza
— causa
stessa della manifestazione Lux,
ove
residente l’umana forma — entrando a questo punto
in contrastante
conflagrazione di ogni pro quo,
sufficiente a gettare nel panico i viventi.
Così sbandati, privi di una causa
convincente, intenti a chiedersi, senza trarre risposta, significato
della
Vita, messaggio ascosivi, giusto impiego dei doni divini.
L’Unicismo, per contro, persino
avvertibile nel mistero stesso del
nostro concepimento attraverso la Luce.
questa, indagando solo la Scienza, purezza unica
rivelatrice di tracce occulte delle quali l’uomo non
più consapevole.
Unicismo comunicatore alla nostra
sensibilità del concetto di una vita presente, in atto.
Inesistente pertanto il concetto
di Nulla, o il consequenziale
ateismo,
poiché la pienezza di Vita non ammette in se stessa nullità.
Lo stato umano, testimone di un
modo multipersonale di esercitare la Fede: così nel Bene,
come nel Male, lo stato umano deve
credere nell’esistenza condizionante dell’uno o
dell’altro. Pertanto, la Fede è una valore
unicistico,
spiritualmente attivo a richiamare la Verità.
A prescindere da questioni
religiose (le quali sono l’ultima spiaggia della perduta
consapevolezza del
divino), la spiritualità è uno stato di grazia
significante la consapevolezza
del singolo di appartenere ad un Insieme della
manifestazione divina.
Le religioni, viceversa, portano
avanti un discorso attinente a canoni della sola realtà
sensibile dell’uomo
planetario incarnato.
CONCLUSIONE
Le pregresse notule
esposte
desiderando con ordine e proprietà puntualizzare il concetto
mio personale intorno
ai valori spirituali.
Necessario analizzare talune sfumature,
in quanto le stesse situate alla base di ogni intuizione intellettuale,
concernente l’attuale realtà planetaria di noi
figli della luce, in questa io
mi muovo e sono e mi confronto con tutte le problematiche questioni
ontologiche, identificandovi la mia incarnazione.
Non professando mire di
religiosità fideistica e intellettualistica, attinenti alla
sola realtà
terrena, di continuo vado ponendomi le domande sull’essenza ultrasensibile, da cui aver luogo
ogni evento di
manifestazione.
Intendo testimoniare così
l’impellente bisogno — ossigeno per
l’anima mia — di approfondimenti
metafisici, deducibili da sublimi sfumature dell’evento-vita, in cui sono coinvolta.
In assoluta assenza di emettere
giudizi, lo spirito indagatore mi induce a domande e, in
unità, la mente a questo
cerca di dare una soddisfacente risposta.
Una tale ricerca coinvolgermi ben
di là dal cercare appagamenti edonistici personali.
Esiste una fame di spiritualità simile
alla bulimia. Però, il
discernimento
salva dall’ingurgitare qualunque cosa e induce a scelte
preziosamente etiche ed estetiche di essere davanti
all’apprezzabile certezza
dell’illuminante compatta verità dimensionale
dell’Universo.
Il mio attento ascolto non
significa affatto un voler parlare di Dio con il mero proposito di
esercitare
religiosità. Sono mossa da una spinta ancestrale e
tradizionale a spolverare
memorie originali, cadute in disuso, per rinvigorle fino al totale
intendimento
delle stesse.
INVENZIONE
Caro
Gualberto, mi piacerebbe di
continuo, come se ti scrivessi, rammentarmi a te per gentilezza con cui
mi hai
accolto nel tuo dovizioso sito.
La tua prova di stima per la mia scriptura,
accende di splendide
faville intellettuali questo improvviso sodalizio inteso a indagare le
faccende
del nostro tempo e di questo travagliato mondo.
A testimonianza di mia gratitudo, e
con un legittimo esplodere
di vanità, tu mi hai
fatto un grande
dono sulla prefazione, sensibilmente attentissima, del mio 999, quando affermi che la mia poesia
è «tra i prodotti più
raffinati dell’espressionismo europeo di questo
secolo». E ti dirò, detto da
te: a ben sperare cagione.
Con l’esposizione in fieri del
mio Umanesimo innovativo,
cimentarmi
in tale impegno una speranza (etimo, visionario, significante
l’osservazione controluce
del nuovo
mondo e della limpidezza di contenuti suoi quali
testimonianza).
Inventare,
soprattutto avere il tempo di rivisitazione
intorno
alla memoria, della vita presente
attraverso l’esperienza dell’incarnazione.
Quanto all’invenzione
invece attenerci a reputarla, talvolta, una fantasia,
singola e personale visione carpita alla quotidianità.
Orbene, l’invenzione, attinente
alle radici stesse dell’albero
della vita.
La memoria, puntualizzarla come
ricordo, dandole simbologie
mitiche.
Laddove dunque il mito, portatore in sé di verità
dell’essere.
Un mito
nel suo meraviglioso,
adombrare appunti precisi dell’umana percezione storiografica
in divenire lungo
il corso dei cicli cosmici.
A chi concesso sperare con acutezza
nella storia dello stato umano
dell’essere indivisibile e
singolo, occasione di sperimentare cosmiche
possibilità e splendenti con
chiarezza nella mente; appropriatesi della verità di una
originaria perfezione,
guastatasi purtroppo strada facendo.
Per questo, l’Umanesimo storicistico
è un regresso, frutto della
perdita di valori originali.
Il progresso dell’attuale
umanità, esemplificata come suprema
espressione dell’umano impegno; dunque, significando solo un penoso adattamento a un ordine di vita
inferiore, entro limiti non consoni alla natura divina pensata dalla Mente Suprema come nostra condizione
legittima.
L’onda
d’urto mediatica, nel suo
squallore quotidianamente diffuso, mostrarci un volto infelice
dell’uomo.
Il volto della suprema scienza
dell’essere, invece, datoci a immagine di un divino atto
dell’androgina concretezza
realistica, a riparo dall’idea di mito, termine adottato sul
piano della
condizione umana in terra dei figli della Luce.
Per chi dedito da oltre 35 anni
all’approfondimento degli studi tradizionali e alle invenzioni da trarsene, mitici e
simbolici tutti i pensamenti
intorno alla Vita, considerati nell’Unicismo
tuttavia del loro singolare esistere, sussistente come ricerca di una
verità
perduta.
La tradizione informarci intorno
alla Scienza per antonomasia
— quale
qualità cognitiva e unicistica — espressione
essenziale e sintesi dello status
dell’essere umano, individuo e singolo, al quale la suprema
Presenza ha voluto
legare la
Scienza,e
affinché ciascun umano, estrapolandone le condizioni
conoscitive, per induzione
possa estenderle alla vita planetaria incarnata e cosmicamente,
sperimentanda.
La Scienza,
pertanto, estesa alla vita cosmica
diviene arte
per ogni altra necessità in fieri.
Filiazione della Scienza,
dunque, le Arti e i Mestieri — come ben ci espose il sommo
Dante — quando per
servire la sua Firenze, entrando a far parte di una corporazione,
abbracciò
questa definizione.
L’accademico
evento di inseguire
lo svolgersi delle scienze umane,
in
questa mediatica parentesi di incultura, una bufalotta
di quelle da mandarti in pipì dal gran ridere; a causa
della prosopopea, ammantatasi di ignoranza, l’uomo dimentico
di propria verace
essenza.
«Come sa di sale lo pane altrui»
lamentava Dante, fedele al gusto tutto toscano del buon pane sciapo. Io
sono
tradizionale.
VISIONE
TRADIZIONALE
Riguardo alla
visione
tradizionale dell’Universo, ogni studioso in grado di trarne
alimento di conoscenza, scoprirsi
fautore di
scrupolose continuative puntualizzazioni.
Nella visione universale vigente,
una sistematicità piramidale nel concatenarsi di eventi
successorî, di cosmica
derivazione.
Perciò, un discorso tradizionale
inerpicarsi lungo un’astratta configurazione piramidale
su base quadrangolare la cui sezione aurea
responsabile di valori volumetrici; il tutto
esprimendosi con incidentale precisione, attraverso la fondante
qualità
dell’intero in cui converge: il quale esprimersi con
l’impatto intellettuale di
applicazioni della Scienza.
Ogni tradizionale ingegno nell’impossibilità
di porre in seno ad una casualità il
concepimento universale.
Caso,
null’altro se non traslitterazione di Caos, ossia di
quell’insieme di pulsioni vitali dell’Atto
originale per l’attuazione di una successione
di eventi ai quali
necessario accodarsi, per trarne una costituenda stabile
forma. Di ciò ogni singolo individuo, membro dello
status
dell’essere umano, testimone dell’intelligere
il concatenarsi degli eventi. Tale testimonianza, accettata, esprimersi
come
ubbidienza alla legalità
tradizionale
della spiritualità.
La
manifestazione vivente mostrarsi
felicemente coesa, attiva quando caldamente appoggiata alle pietre di
fondamento
della legalità originale.
Nella devianza di un eventuale
comportamento errato, inevitabile il crollo. Poiché la Legge
eterna originale non
altro se non quanto dall’intelligere
definito Giustizia.
Tale giustizia per antonomasia,
diffondersi con fluxo costante attraverso tutte le vitali espressioni
dell’essenza universale.
In questa, a dimora,
diritti tutti e doveri concernenti la condizione vivente.
Ogni unicistico aspetto della
vita, ne attesta la suprema veritas.
Entro la Legge canonica
originale della verità, la Vita della giustizia
esprimersi come essenza,
emergendo dal convergere disparato delle energie.
Nel Fiat Lux, lo
stato
dell’essere umano, indivisibile come insieme, singolo
tuttavia nelle
molteplicità, portatore di tutte le divine
qualità. Tali valori di base,
compartecipi dell’umano insieme, erede qualificato
e designato a possederle.
Nell’ordine
della chiarezza non
superfluo ma specchietto dettagliato degli unicismi alla base del Fiat
Lux, il
preciso indirizzo di una doverosa obbedienza alla legge.
Questa, inderogabile elargizione,
all’indirizzo di una perfezione aquisibile animicamente,
seguendo i valori di
un retto pensare e operare.
Tale legge in grado di consentire
allo stato umano la libertà dall’errore e la
stabilizzazione meritevole di
servire la vita, impiegando i valori disponibili quali:
l’atto di fede; la
speranza di saper sorgere attraverso la luce; l’ubbidienza,
liberamente
accettata e non impostaci, ma della quale indispensabile fare la scelta.
L'AMOR CHE MOVE IL
SOLE E L'ALTRE STELLE
Intuibile
— talvolta con folgorante comprensione percepito,
percepibile amore — l’empatico sentimento della
vita in traspirare,
sorprendendoci con docile emozione.
Tendiamo dita ansiose allora per aggrapparci ad esso, per
trarne sostegno e volontà in fiducia,
d’abbandonarci saggiamente come se
provvisti di remiganti ali.
L’evento di tale percezione dovuto all’insorgente
risvegliare di quel segretissimo sito da attivare, traendone la
necessaria
spinta dalle energie captabili durante l’incarnazione,
planetaria.
L’anima riceverne messaggi tradotti in reali palpiti e, come
dettata da un profondo sogno, riconoscere note
consapevolezze e visionarie novità.
Intimamente consapevole, tuttavia frastornata dalle
successioni innovativi eventi in cui sommersa.
Se spiritus
presente nel miniaturizzato genoma
umano (dotato
di tutte le unicistiche qualità essenti), già
attive e responsabili della
universale divina vita.
Per volontà della suprema
persona, la scoperta infine
dell’anima come intimo dono divino sottomesso alla scelta di ogni
singola
apparecchiatura vivente, animale.
La divina Presenza, in
noi immersa, come un ospite discreto
affacciarsi alla porta della singola anima, attendendone
l’invito.
Dio si affida, prima di familiarizzare con noi, all’impulso
spontaneo della nostra accoglienza. E, pazientemente, attende che
l’intuizione
guidi ogni singolo a scegliere gli addobbi
più consoni, ritenuti necessari al
punto da indurlo a sostare con noi nel cuore senza lasciarci mai
più. Deciso
dunque a vivere con noi, solo a patto della nostra esclusiva scelta.
L’essenza del divino
vivente supremo, ama respirare
l’anima
nostra compiaciuto dalle esclusive sfumature espresse, guidate dalla
traccia
purissima dell’intuizione intellettuale.
Adempiersi, così riesumata, la felicità
spettante allo status dell’essere umano, indivisibile
globalmente
come pure nella singola condizione di anima vivente.
Gloriosa esaltazione nostra licitarsi nell’unicismo
legittimante l’adempiuto legame con lo status
dell’essere umano e nella
crescita dell’anima gestata in se stesso come in un materno
grembo dove
confermasi qualunque divino legame della vita, in adempimento.
Così ogni singola
anima, dedicatasi alla spirituale
edificazione dell’essere,
accoglie in sé la gloriosa presenza divina, divenendo forma eterna,
nonché icona d’immortalità.
Riconoscersi anima singola vivente, con aquisita capacità
d’essere tabernacolo gradito, nel quale Dio ama sostare,
coinvolgerci
emotivamente in una esaltazione sublime così intensa da
togliere il fiato.
Col Fiat Lux
in esplodere, la consacrazione dello spazio per il Regno
della Luce, da Dio
dedicato alla condizione umana.
Dio darci precisa e continua informazione intorno alla sua
spirituale identità; confermata dall’essenziale e
consapevole difesa a tutti i
costi della libertà.
Inculcarci, democraticamente, diritto a gestire l’anima
singola come dono esclusivo, elargito a ciascuno di noi, facenti parte
dell’indiviso status dell’esser umano.
Infine darci conferma della nostra suprema felice
identificazione dell’idea da assimilare: noi in
Lui e Lui in noi.
Ormai prossimo l'evento adempiuto di questa verità
fondamentale.
TECNOLOGIE
Un
velocior
degenerativo, della durata più o meno di un
secolo, a partire da un originale senso della velocità,
quale recepito e
promulgato dal Futurismo italiano.
Vi fu un incontro con la velocità dell’Universo,
nella sua
più subtile antonomasia; una sorta di messaggio pieno di premesse e ricco di
promesse.
Tuttavia, quando fagocitati e trascinati nel caotico
disordine di un ciclo,
ammorbato di antitradizionalità,
la vita simbolicamente
viene sacrificata sulla croce.
Questa estrema propaggine e relativa chiusura della
cristianissima Era zodiacale dei Pesci è una sorta di
condivisione del
dinamismo, circonfuso di macchinazioni superflue, gabellate come
progresso
scientifico; nessuna impronta avendo, invero, del carisma attinente
alla
Scienza.
Dimenticate
le iscrizioni memorizzate nel DNA - relative
alla forme viventi, trasmesse lungo i
corsi e ricorsi dei cosmici cicli, nel miliardario
rincorrersi
- nella loro
intrinseca verità attinente lo spirito.
L’informale,
poco conservatore per sua natura, dirimere
acutamente consapevolezza atta a programmare, attraverso innata
conoscenza,
quei macchinari complessi e superflui dei quali noi umani divenuti
adoratori e
utilizzatori compartecipi; a volte, però, parlandone, con
incompetente
leggerezza, al plurale siamo soliti definire Scienze quanto attiene
invece alle
Arti, figlie legittime di un’unica madre scienza,
unicistica.
La menzognera, gaia e trista vicenda, della nostra ricerca
di macchinari utili – tutti
da programmare – sopprime inesorabilmente
l’impulso
spontaneo della diretta azione umana.
Questo detto non per condannare l'uso costante delle tecnologie,
bensì per puntualizzare come tali tecnologie siano
già
riposte nel gesto prensile della mano umana, dove il pollice e l'indice
capaci di sostituire, ove se ne presenti la necessità,
qualunque
oggetto extracorporeo.
LETTERE,
Scritte,
però, di là dal
concepente mio impulso, mai inviate.
Di seguito, timidezza,
o piuttosto sfiducia,
o timore di altre
vulnerabilità?
L’anima mia, tradizionale,
resta in silenzio…
Nell’etere però, l’anima è
come una barca avanzante e, finché la barca va, lasciamola
libera nell’etere.
Ogni mia lettera, decifrata e
archiviata, un atto doveroso di sottomissione all’impulso di
esprimere sempre una
schietta testimonianza del mio essere; testimonianza di un tradizionale
allineamento di valori dello status
dell’essere
umano come indiviso insieme, anche indivisibile in ogni singolo
frammento della forma planetaria, rivestita durante
l’incarnazione.
Non misticismo governarmi
bensì l’impulso ad esprimere degnamente
l’umana mia condizione: come corporeità
attinente alla condizione planetaria della forma e come
spiritualità nella vera essenza
dell’essere.
Ill.mo Mons. Cesare
Pasini
Prefetto della
Biblioteca
Apostolica Vaticana
Reverendissimo
Monsignore,
arduo
per me
affrontare questa esperienza epistolare. Non voglio, di fatto, essere
null’altro se non me stessa. Qualunque cosa deve essere detta
secondo il mio
pensiero-sentimento; lo stato della mia coscienza è immune
da superflue
ambizioni, propenso piuttosto ad una attenta ricerca della crescita
spirituale,
realizzanda mediante la conquista della verità.
Molte
sono le
realtà, innumerevoli, e
il nostro mondo
umano è l’espressione di una di esse; ma tutte le
realtà, rientrando
nell’universale, esprimono una
ben più
vasta, impensabile, formale manifestazione. Da considerarsi, detta
manifestazione, il nostro punto di partenza verso
l’ampliamento della coscienza
comune della vita universale.
Ciò premesso,
vorrei dare a queste mie notizie il significato intenso di una
confessione,
soprattutto di una testimonianza, poiché
quanto mi riprometto di
ottenere deve sottostare all’autorevole giudizio di una
competenza che rientri
nell’ordine di valutazione dei propositi umani. Sollecitazione ad
agire è un desiderio profondo di perfezione. Ma questo pur
virtuoso desiderio
non esclude in me la comprensione, la tolleranza,
l’inevitabile perdono delle
mende di cui lo stato umano sovente resta vittima.
Mio padre soleva
dire: “Noi non siamo i nostri giudizi, siamo vita”.
Se una virtù ho cercato
di conquistarmi, è proprio quella di autogovernarmi secondo
una vigilante
consapevolezza del mio particolare modo di esprimere la vita. Pertanto,
riconoscendomi
vivente, mi è difficile escludere il concetto di una morte
come atto definitivo,
però nutro fede assoluta in un’autentica
resurrezione.
Ho preso a modello
la vita di mio padre, la sua grande disponibilità
connaturata verso l’arte, la
specializzazione narrativa, la specifica volontà di sempre
più approfondirsi nella
conoscenza attraverso lo sviluppo dello spirito (Benedetto XVI dice
splendidamente: "Il genoma umano contiene lo spirito assieme a tutto il
resto").
Considero, pertanto,
lo spirito l’input
connaturato della mia
espressione vivente e la mia verità ancora da raggiungere,
attraverso la
disciplina dei sentimenti e l’impegno di bene operare nel
mondo.
Poiché ho la
fortuna di crescere alla scuola di mio padre, io so riconoscere la sua
grandezza
di narratore e sono fruitrice di insegnamenti circa i quali non
presuppongo di
poter esprimere adeguato giudizio.
Il giudizio
appartiene a Dio, concepente l‘umana condizione di tutto
l’insieme delle parti
a formare una singola entità sublime.
Ritenendo questi
valori presenti nella narrativa di mio padre, oso caldamente
raccomandare di
accogliere, insieme agli altri codici della Biblioteca Vaticana, gli
autografi
di Antonio Pizzuto, nella consapevolezza di esaudire anche un suo
lontano
desiderio.
Sul finire della
guerra mio padre era sollecitato, per la sua perfetta conoscenza della
lingua
tedesca, a seguire i tedeschi verso il Nord Italia (Repubblica di
Salò). Ma Antonio
Pizzuto non intendeva muoversi da Roma, poiché era chiaro
per lui che la
vicenda nazi-fascista era una pagina chiusa e non era auspicabile
appartenervi
in extremis. Conosceva il monsignore cattolico irlandese Hugh
O’Flaherty,
benemerito all’epoca di aver salvato migliaia di persone,
compresi militari
alleati ed ebrei, che fece rifugiare presso residenze vaticane durante
l’occupazione nazista a Roma.
Propose dunque a
Pizzuto di riservargli, all’occorrenza, un cantuccio
accogliente in Vaticano.
Questo accese in mio padre la speranza di poter, durante quel
soggiorno, frequentare
le sale della Biblioteca e, magari, dare qui e là qualche
sbirciatina a codici
preziosissimi del Petrarca – che egli amava particolarmente
– e di Leonardo da
Vinci, che accendeva le sue fantastiche visioni dell’unita
scienza universale.
Tuttavia, superata
in maniera indenne questa opportunità, egli rimase sempre in
una fantastica
supposizione delle sale mai potute frequentare.
Ecco perché io,
seppur laicamente avevo pensato di legare ai Beni Culturali i
manoscritti di
Pizzuto, imploro oggi il Vaticano di accoglierli affinché,
degnamente, l’opera
sua conviva con i geni che lo precedettero, nella certezza mia che egli
di ciò
è degno.
Da questo limbo in
cui, per adesso, ci troviamo, mi rifarei a Dante, il quale
nell’attesa del suo
viaggio glorioso, incontrandosi con le figure somme dei geni che lo
precedettero,
conclude: “sì ch'io fui sesto tra cotanto senno”.
Queste mie confesse
testimonianze le deposito nel Suo cuore. Né vorrei ora
sciuparne l’intensità
aggiungendo un elenco di opere che, sono certa, gerarchicamente gli
interessati
della Biblioteca Vaticana vorranno con me stabilire quando
sarà deciso l’assenso
ad accogliere l’opera autografa di Antonio Pizzuto.
Con fiducia ell’adempimento
di questi miei voti, porgo i miei deferenti saluti e ringraziamenti
sentiti.
25 gennaio 2010
Maria Pizzuto - via Fregene 6 - 00183 Roma - tel.
06.770.71.897 - email: kipsia@libero.it
|
|
|
|
|
|