Ô TOUTES MES VENISES ENGLOUTIES
S u l l a   p o e s i a   d i   S a n d r o   S i n i g a g l i a
17-18 février 2012

Université de Genève – Uni Bastions (salle B 105)

Conférenciers
Gualberto Alvino, Fernando Bandini, Giorgio Bàrberi Squarotti, Carlo Carena,
Franco Contorbia, Franco Esposito, Sveva Frigerio, Pietro Gibellini, Paola Italia,
Francesca Latini, Silvia Longhi, Emilio Manzotti
Organisation: Sveva Frigerio, Francesca Latini et Emilio Manzotti, Université de Genève
Secrétariat et contact: Sveva Frigerio (Sveva.Frigerio@unige.ch)
DÉPARTEMENT DES LANGUES ET DES LITTÉRATURES ROMANES
UNITÉ D’ITALIEN

Venerdì 17 febbraio 2012
09.00 Apertura dei lavori: Francesca Latini – Emilio Manzotti – Sveva Frigerio
09.15-11.00 Presiede: Fernando Bandini
Pietro Gibellini La tradizione di «Bordellesca»
Francesca Latini «Essere un Faldellin poetico»
(da «Il regesto della rosa e altre vanterie»)
Discussione
11.00-11.30 Pausa
11.30-13.30 Presiede: Franco Contorbia
Sveva Frigerio: «La cupola ho veduto»
(da «Il flauto e la bricolla»)
Luciana Alberti: Come è nata Virgiliana
Emilio Manzotti: Lettura di «Virgiliana»
(dai Versi dispersi e nugaci)
Discussione
13.30 Pranzo (buffet)
15.00-16.45 Presiede: Giorgio Bàrberi Squarotti
Gualberto Alvino: Sandro Sinigaglia: tecnica e pathos
Paola Italia: Le parole del poeta
Discussione
16.45-17.15 Pausa
17.15-19.00 Presiede: Silvia Longhi
Carlo Carena Sandro: Sinigaglia e la Resistenza
Franco Contorbia: Tra Sandro e Trabucco
Discussione
19.30 Cena

Sabato 18 febbraio 2012
09.00-10.45 Presiede: Carlo Carena
Franco Esposito: Sinigaglia privato
Giorgio Bàrberi Squarotti: Sandro Sinigaglia. Beffe e amore
Discussione
10.45-11.15 Pausa
11.15-13.00 Presiede: Pietro Gibellini
Silvia Longhi: Autoritratto in nero
Fernando Bandini: Sandro Sinigaglia tra i suoi poeti
Discussione
13.00-13.15 Conclusione dei lavori
13.30 Pranzo

Sandro Sinigaglia (Oleggio Castello 1921-Milano 1990), laureato in estetica a Milano con una tesi
sull’opera di Italo Svevo, si occupò di una piccola industria meccanica (fabbricava pezzi di precisione per
orologi) e fu poi insegnante al liceo e quindi redattore editoriale (lavorò per i Classici Italiani Ricciardi
alle edizioni del Folengo curato da Carlo Cordié e del Pascoli curato da Maurizio Perugi). Ha pubblicato
le raccolte poetiche Il flauto e la bricolla (Firenze, Sansoni, «Biblioteca di Paragone», 1954), La Camena
gurgandina (Torino, Einaudi, 1979) e Versi dispersi e nugaci (Milano, Scheiwiller, 1990). Le tre raccolte,
insieme ad alcune poesie disperse e ad un’ulteriore silloge inedita ma pressoché definitiva, integralmente
di tematica erotica (Il regesto della rosa e altre vanterie) sono poi state raccolte nell’edizione delle Poesie
curata da Paola Italia, con introduzione di Silvia Longhi (Milano, Garzanti, 1997).

I   r e l a t o r i
Gualberto Alvino, filologo e critico letterario, ha dedicato particolare attenzione all’opera di Antonio
Pizzuto pubblicando, tra l’altro, in edizione critica Giunte e virgole (Fondazione Piazzolla 1996),
Spegnere le caldaie (Casta Diva, 1999), Ultime e Penultime (Cronopio 2001), Si riparano bambole
(Sellerio 2001; Bompiani 2010), Pagelle (Polistampa 2010) e i carteggi del prosatore siciliano con G.
Nencioni, M. e G. Contini. Fra i suoi ultimi lavori ricordiamo la raccolta di saggi Chi ha paura di Antonio
Pizzuto? (Polistampa 2000, introduzione di W. Pedullà), gli studi sulla lingua degli autori adunati in Tra
linguistica e letteratura. Scritti su D’Arrigo, Consolo, Bufalino (Fondazione Pizzuto 1998) e la curatela
dell’ultima silloge poetica di Nanni Balestrini, Sconnessioni (Fermenti 2008). Redattore di «Fermenti» e
«Le reti di Dedalus», collabora con diverse riviste accademiche e militanti. Sulla poesia di Sinigaglia ha
pubblicato articoli su «Microprovincia» e «Avanguardia» e il volume Peccati di lingua. Scritti su Sandro
Sinigaglia (Fermenti 2009).
Fernando Bandini, poeta in italiano, latino e dialetto vicentino, è autore di varie raccolte: In modo
lampante (1962), Per partito preso (1965), Memoria del futuro (1969), La màntide e la città (1979), Il
ritorno della cometa (1985), Santi di dicembre (1994), Meridiano di Greenwich (1998), Dietro i cancelli
e altrove (2007). Traduttore dal latino e dal provenzale, come saggista si è occupato di Leopardi e del
linguaggio poetico del Novecento (Rebora, Jahier, poeti dialettali). Ha insegnato Filologia romanza e
Stilistica e metrica italiana all’Università di Padova, quindi Letteratura moderna e contemporanea
all’Università di Ginevra.
Giorgio Barberi Squarotti, ordinario di Letteratura italiana all’Università di Torino dal 1967 al 1999,
ha diretto il Grande dizionario della lingua italiana (UTET). L’attività di critico lo vede impegnato sul
versante antico (Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, Tasso), come su autori otto-novecenteschi
(Manzoni, Pascoli, d’Annunzio, Pavese, Sbarbaro, Montale). Tra i saggi maggiori: Il codice di Babele
(1971), Gli inferi e il labirinto: da Pascoli a Montale (1974), Poesia e ideologia borghese (1976), Il
romanzo contro la storia (1980), La poesia del Novecento (1985), La forma e la vita: il romanzo del
Novecento (1987). È autore di alcune raccolte di versi.
Carlo Carena ha insegnato Letteratura latina all’università di Torino e lavorato nella redazione e nella
direzione della casa editrice Einaudi. Traduttore e curatore di classici, innumerevoli sono i suoi contributi
critici, tra i quali alcuni articoli su Sinigaglia apparsi su «Microprovincia», altre riviste e quotidiani.
Franco Contorbia è ordinario di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di
Genova. I suoi studi vertono su poesia, narrativa, critica e giornalismo tra Otto e Novecento; in particolare
si è occupato di Tarchetti, De Amicis, d’Annunzio, Gozzano, Moretti, Palazzeschi, Boine, Croce, Serra,
Gobetti, Debenedetti, Pavese, Montale. A Sinigaglia ha dedicato, per le edizioni della fondazione Achille
Marazza, il volume Sinigaglia, Montale e il “sabià” (2001).
Franco Esposito è poeta, scrittore, critico e giornalista (il volume più recente è la raccolta poetica
Frontiera di lago, pubblicata da Interlinea nel 2007). I suoi interventi si concentrano su critici e poeti
dell’Otto-Novecento, come Rosmini, Rebora, Contini, Bo, Emanuelli, Prezzolini e Sinigaglia. Oltre a
essere cofondatore del Premio Stresa di Narrativa, ha fondato nel 1979 la rivista di cultura
«Microprovincia», che ha ospitato in più occasioni articoli su Sandro Sinigaglia (in particolare
dedicandogli un numero monografico nel 1999)..
Sveva Frigerio è assistente di Linguistica italiana all’Università di Ginevra, dove si è laureata con una
tesi sulla poesia di Sinigaglia dal titolo «Cieloverbano». Un florilegio commentato del Sinigaglia
lacustre. Nel numero 20 di «Per Leggere» (2011) è comparso un suo studio sulla poesia I gabbiani.
Pietro Gibellini è stato ordinario di Letteratura italiana all’Aquila e a Trieste, e ora a Venezia. Il suoi
studi critici sono orientati sull’età moderna (Belli, Porta, la “linea lombarda” da Parini a Gadda, Manzoni,
d’Annunzio, la critica delle varianti). A Sinigaglia ha dedicato un saggio su L’Adda ha buona voce. Studi
di letteratura lombarda dal Sette al Novecento (1984), La musa trasgressiva nei versi di Sandro
Sinigaglia, «Microprovincia» (n. 37, 1999), Da Rabelais a Virgilio, in Le lunghe fedeltà di Sandro
Sinigaglia. Convegno di Studi su Sandro Sinigaglia, Arona 16-17 novembre 2007 (2010). Sua la
postafazione a G. Alvino, I peccati di lingua. Studi su Sandro Sinigaglia (2009)
Paola Italia ha studiato a Pavia, Ginevra e Pisa e vive a Firenze. Ha lavorato a lungo in editoria e nella
formazione (didattica dell’Italiano scritto) e dal 2005 insegna Letteratura Italiana e Filologia Italiana
presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Siena. Si è occupata di letteratura dell’Ottocento (Leopardi,
Manzoni) e del Novecento (Gadda, Bassani, Savinio, Tobino, Manganelli, Sinigaglia), con particolare
attenzione ai problemi linguistici e filologici legati alle edizioni scientifiche dei testi; e di filologia
d’autore (nel 2010 ha scritto con Giulia Raboni la “Bussola” Che cos'è la filologia d'autore, Roma,
Carocci). Sta preparando, insieme a Giorgio Pinotti, una nuova edizione del pamphlet gaddiano Eros e
Priapo basata sul manoscritto originario del 1944
Francesca Latini si è occupata di poesia italiana moderna, in particolare dell’opera pascoliana,
curandone i volumi dell’edizione dei classici UTET. Sulla poesia di Sinigaglia ha pubblicato due studi
(Seguendo il volo della giana, nel 2008, e Incontri terreni e celesti di Sandro Sinigaglia. Lettura di
«Servetta già impicciata» da «La Camena gurgandina», nel 2009).
Silvia Longhi è ordinario di Letteratura italiana nella Facoltà di Lingue e letterature straniere
dell’Università di Verona. Si è occupata in modo costante di letteratura del Rinascimento, con interesse
critico e filologico, e con speciale attenzione alla storia dei generi letterari. Un altro suo ambito di ricerca
è quello novecentesco (studi su Pizzuto, Bufalino, Caproni, Giudici, Bandini). Ha dedicato vari contributi
a Sinigaglia (saggi su «Autografo» e «Verbanus», l’Introduzione all’edizione Garzanti delle Poesie, e una
scelta di testi commentati nell'Antologia della poesia italiana Einaudi).
Emilio Manzotti è ordinario di Linguistica italiana all’Università di Ginevra. Oltre che di linguistica in
senso stretto (in particolare di semantica lessicale e frasale e di strutture testuali), si è occupato in
un’ottica prevalentemente linguistica e stilistica di testi letterari otto-novecenteschi: Pascoli, Saba,
Rebora, Caproni e C.E. Gadda. Alla poesia di Sinigaglia ha dedicato negli scorsi anni un corso e un
seminario.

R i n g r a z i a m e n t i
Istituto Italiano di Cultura, Zurigo
Faculté des Lettres, Université de Genève
Département des langues et des littératures romanes, Université de Genève




Stefano D’Arrigo
Un (anti )classico del Novecento ?
16 et 17 mars 2012

scarica la locandina

Les Journées d’Études des 16 et 17 mars 2012, organisées à l’université Toulouse II autour
de l’oeuvre de Stefano D’Arrigo, visent à mettre en valeur l’oeuvre d’un écrivain dont
George Steiner s’est demandé : « Comment se fait-il qu’un livre qui marque profondément
son lecteur et transforme son paysage intérieur puisse demeurer obscur à la très grande
majorité du public de la littérature? » (Corriere della Sera du 4 novembre 2003). George
Steiner exprimait ainsi la frustration éprouvée par le lecteur vis-à-vis d’un auteur qui avait
su tisser dans Horcynus Orca (1975) « une trame narrative complexe et polyphonique,
équivalente à celles de Gadda ou de Joyce », affirmant dans le même temps la valeur de
l’écrivain sicilien dans son siècle et dans les littératures italienne et européenne et, en
quelque sorte, le manque de reconnaissance dont il a été et continue d’être victime.
La thématique de la manifestation s’articule autour de deux aspects du fait littéraire : les
vicissitudes de l’édition des textes de D’Arrigo, d’une part, et la poétique de la langue (le
phénomène du plurilinguisme, les styles et les thématiques, les archétypes convoqués et
l’intertextualité mise en jeu), d’autre part. Les présentations et les deux tables rondes seront
enregistrées pour la chaîne Canal U. Les interventions ont lieu en italien et seront traduites
en français pour l’occasion. Une publication d’articles en volume est prévue en parallèle.
Ces journées d’études résultent d’une initiative de collaboration entre l’Università per
Stranieri di Perugia (Dipartimento di Culture comparate) et l’équipe italianiste Il Laboratorio
de l’université Toulouse II-Le Mirail.
Stefano D’Arrigo (Alì Terme, Messina, 1919 – Roma, 1992)
Joueur de football dans sa jeunesse, acteur épisodique – en 1961, il joua un petit rôle
dans le premier film de Pasolini, Accattone –, poète et critique d’art, le jeune homme
qui soutint une thèse sur Hölderlin en 1942 avant de partir à la guerre devient, dans les
années 70, un écrivain atypique, connu essentiellement pour son roman monumental de
quelque 1270 pages, Horcynus Orca, dont la première mouture (660 pages) fut intitulée
I fatti della fera. Après avoir publié, en 1957, un recueil de poèmes, Codice siciliano, il
a travaillé sans interruption à son oeuvre majeure, qui ne fut publiée dans son intégralité
qu’en 1975. La toile de fond se présente comme une sorte de saga, fondée sur le retour du
jeune marin ’Ndrja Cambrìa dans un village de la région de Messine en 1943, à partir de
laquelle s’engendre un immense complexe réseau d’écritures marginales, de digressions
sur l’histoire et la mémoire, et de réflexions sur le mythe et la légende. Le roman reçut
un accueil enthousiaste pour son audace narrative et pour la richesse de la langue et du
style. Réimprimé en 1982, souvent repris comme sujet d’étude, il représente un sommet
de la recherche littéraire des dernières décennies du XXe siècle. L’expérience stylistique et
la mythologie symboliste d’Horcynus Orca font penser à Gadda et à Céline, à l’Ulysses
de Joyce et au Moby Dick de Melville. L’autre roman de D’Arrigo, l’étrange Cima delle
nobildonne (1985), pour lequel il reçut le prix Elsa Morante, se situe aux antipodes par sa
brièveté et par la densité de son écriture.
VENDREDI 16 MARS 2012
SALLE D155
MAISON DE LA RECHERCHE
14h00 Ouverture de la journée
par Jean-Luc NARDONE et Margherita ORSINO.
14h30 Roberto FEDI (Università per Stranieri di Perugia),
Introduzione a un classico (dimenticato) del Novecento.
15h15 Siriana SGAVICCHIA (Università per Stranieri di Perugia),
Stefano D’Arrigo e l’avventura editoriale
del romanzo Horcynus Orca.
16h00 Pause
16h15 Andrea CEDOLA (Università di Cassino),
La parola-orca sdillabbrata.
Da I fatti della fera a Horcynus Orca.
17h00 Table ronde
SAMEDI 17 MARS 2012
SALLE DES CONFÉRENCES DU CHÂTEAU
PARC DE L’UNIVERSITÉ
9h30 Gualberto ALVINO (Università di Roma),
Nuove risultanze sul lessico orcinuso.
10h15 Daria BIAGI (Università di Trento),
Il poeta ingrato. D’Arrigo lettore di Hölderlin.
11h00 Jean NIMIS (Université de Toulouse II-Le Mirail),
La raccolta Codice siciliano e la poetica del chaosmos.
11h45 Table ronde


GUALBERTO ALVINO

DA CACCIA, DA SÉGUITA E DA FERMA
Distassie del melo e della folgore

Introduzione di Giovanni Fontana

Mirkal e-book, dicembre 2010

[Scarica il libro]


Recensioni

Marzio Pieri, "Da caccia, da séguita e da ferma", "Le reti di Dedalus", gennaio 2011:

Ricevo, in questa emergenza, il nuovo romanzo (ma in versi) di Gualberto Alvino. Il suo secondo, se conto bene, e col gesto elegantissimo di pubblicarlo in e-book. Elegante a partire dal titolo; rifletteteci, in tutta la lunga storia di nostre lettere, non lo trovate un titolo così: Da caccia, da séguita e da ferma. ‘Saper scrivere’ è un dono consolatorio, smondanato; scrittura grande impone crudeltà. Non c’è bisogno di pensare alle torture fisiche, alle titillazioni sessuali; crudele è anche la fermezza con cui Alvino èvita l’endecasillabo che ogni orecchiante avrebbe trovato più giusto e melodico. Il trinomio lascia l’aere e si fissa nel marmo. Il sottotitolo (distassie del melo e della folgore) più indulgente arieggia al verso più ovvio che un italiano serbi nell’orecchio, ma non è detto; bisogna chiamare in soccorso la disusata dieresi ed essere convinti che il melo non sia, metticaso, il mélo. Il libro sbandiera, e la mèrita, una insostituibile prefazione di Giovanni Fontana. Fontana e Alvino erano già amici quando io avevo 40 anni e loro facevano insieme (con altri amici che la varia vicenda delle vite d’ognuno mi ha poi sottratto) dopo Dismisura la Taverna di Auerbach, una rivista bella come uno stellato e, purtroppo, di vita brevissima, non così breve che non le riuscisse piazzare un numero tutto dedicato all’allora ancóra sub iudice, e disamato, Pizzuto. Non avrò la convalida d’un bibliografo in forma accademica, certo per me quel fascicolo (del quale, incredulo, mi dovetti trovare, invitato, ad esser partecipe) segna la vera partenza (anche nel senso di una annessione, di una formattazione) critica a tutte vele dell’insigne scrittore siciliano. Chissà se possan trovarsene in giro, del mitico fascicolo, delle copie superstiti. Io (vecchio discorso, fra Gualberto e me) nella spinta a Pizzuto ero stato bloccato proprio dagli sbandieramenti continiani, insolentemente rivolti alle caratteristiche sintattiche e grammaticali dell’autore di Ravenna. A me piace la poesia di Saba, il melodramma più scombinato, il cinema di serie popolare (Matarazzo, Joe Kane, a mò d’esempio), e, fra gli auteurs, preferisco Kazan a Fellini, Anthony Mann a Buñuel, e Scarpette Rosse al Potemkin; leggo volentieri Quarantotti, Morante, Pea, Cinelli, Moretti, Cicognani. Per me la saga di Moravia è come la collezione di Tex, che si ristampa a colori mentre del grande Alberto si trovano ormai con crescente difficoltà la maggior parte dei titoli meno canonici. (Ma che fa? estrae?) Fra i critici d’antan, preferisco il Settembrini delle lezioni napoletane, fra quelli del mio secolo antepongo la scrittura volutamente impura e debordante di un Pedullà alle squisitezze del suo maestro Giacomino. Con eccezione del mirabile Tommaseo. Il mio antidarmstadismo reagì come una vergine a vedere un moscone appollaiato nel taglio d’un fico giulebbe. Ma fra le tavole innaffiate di birra della taverna fontaniana, se si attestavano a congiura i grammatichevoli (scambiandosi la parola d’ordine jakobsoniana, “poesia e grammatica? sorelle!”) c’era anche chi ballava dei tango, dei fox-trot richiamando alla mente dei dimentichi e degli increduli che a dare pubblica ed editoriale fiducia al magnifico Pizzuto erano stati dei non continiani, Luzi Bilenchi Baldacci, una legione post-ermetica formatasi, almeno il più giovane, nei pressi del De Robertis anni 50, macerato a una qualche pieghevolezza e formale e sentimentale. Il ‘numero unico’ rincollava le squadre e additava un futuro percorribile. In fondo, nelle filigrane, dura in Pizzuto il volontarismo testardo del Verga più grande, non mi pare sia estraneo il mondo artificioso di Lucio Piccolo, qualche parentela anche magari luttuosa con Bufalino si potrà indicarla. Nessuno però così devoto alla macchia come l’antico questore (volevo scrivere macchina, mi correggo con rimpianto); e nessuno così intrinsecamente gaudioso. Praticando Pizzuto si capisce che scrivere gli costava infinita pazienza, costanza, sofferenza, ma era anche un modo ‘heroico’ di rimettere in ordine il mondo. Al caos del mondo il Gran Lombardo Gadda reagisce con la filosofia (ben temperata per fortuna da una mai appagata bulimia delle cose), Pizzuto con l’umor freddo, con la consapevolezza che nissuno, neanche forse lo stesso adorante-adorato Contini, vi legge del tutto addentro. Quando Pane (l’altro maggior pizzutiano, con Alvino, degli operosi e devoti fra noi, muniti d’ogni conforto della filologia e della ricerca erudita) ci invitò a un Pizzuto ‘leggibile’, fu anche quella una bella mossa, tranne che nulla è illeggibile a chi vuol leggere, e viceversa. Chiaro che di Pizzuto meglio si giovi chi abbia mantenuto dei rapporti con le delizie un poco purulente della école du regard. Solo che quelli si prendono maledettamente sul serio. è un cattivo collante. Anche Pizzuto? Io ho sempre tenuto gran conto della sua passione per il cinematografo. Leggendo, cerco d’indovinare quelle barre di vignetta che il cinema dei poveri, il fumetto, fornisce esplicitamente. Alcuni immensi fumettisti ne hanno saputo anche far di meno. Se riesco a isolare il fotogramma, Pizzuto diventa come un film possibile e irrigidito. Un colpo di pollice e quello che parve estraneo diventa familiare. Si ride, perfino; senza beninteso spanciarsi. Si piange, anche più ovvio, ma non si esibisce a riprova il lacrimatojo. Così, negli anni del primo pizzutiano boom, era merce di scambio che altro fosse il comico sentimentale (dickensiano) di Chaplin altro il comico differenziale (kraussiano) di Buster Keaton. Fra una pizza e una coca. Intitolereste un libro: ‘il leggibile Keaton’?

Gli amici (Alvino fra i più egregi) sanno che non ho scritto mai recensioni in forma; poche, proprio per obbligo, ai miei primi passi: su “Convivium”, su “Paragone” qualche schedina, ma non sono all’altezza. Non so raccontare un libro, non risparmiare fatica al lettore. Il mio cómpito si esaurisce nell’invogliarlo a fatica. Se volete un parere da lettore a lettore, ritengo fermissimamente che il libro del quale si dicono, qui liete parole a contorno, sia libro di forte – e vera – e unica scrittura. Scrittura intransitiva, scrittura da mago e tecnico rifinito. Ha qualcosa di metallico, vergato in làmine d’oro. Prendiamo il mago e tecnico per eccellenza, dei nostri, a norma di manuale: – D’Annunzio. Nulla di meno dannunziano di questo libro, nessuno meno dannunziano e di Pizzuto e di Alvino. Le correnti di fiumi s’incrociano ma non si rendono intrinseche. D’Annunzio corre alla foce. Diceva: superuomo e intendeva uno che si è fatto un bel nome, ha contato nel mondo e si è garantito una villula che lo stato gli paga. Alvino, più ancóra del suo maestro, pensa: superuomo è chi supera le prove. Vedi il Flauto ammaliato. Fossi un De Chirico, un Savinio, ritrarrei il gran Gualberto rivestito da mastro palombaro con in mano le trippe della piovra. Ogni bottone una perla zecchina. Aggiungi che questo nuovo si presenta romanzo ma è (si è detto) pressoché tutto in versi. Parola, verso, emblema, eros, qui sono nuovi come in un mondo che non prevede la morte. O che, bachianamente, la esorcizza.

Il che, sappiamo, può essere una gran fregatura. Uno dei componimenti del libro (che, composizione via composizione, ognuna dedicata a un consorte o discorde d’elezione, dunque oltreché ‘romanzo’, galleria di pensosi della forma contemporanei, prova di vita di uno scambio intellettuale che giornalisti, ministri e scolastici neanche sospettano, sennò ne tremerebbero) è rivòlto addirittura a me; si intitola subdolamente Mal di testo e ha bel gioco nel dribblarmi, nell’incornarmi. Sembra il duetto fra il Borromeo e don Abbondio, o fra il padre guardiano e fra Melitone; o, anche, fra don Giovanni e Leporello, o fra il Toro e il Matador. Finir dietro la lavagna non è una punizione ma un bramato riscatto da culpa dimonstrata.

“se niente è escluso a priori dal poetico non vedo perché poetare”.

“l’arte ha il dovere preciso di costruire immagini...”

La prima dichiarazione (tecnico e mago peritissimo) Alvino la sottoscrive, o sembra che sottoscriva, ma potrebbe anche darsi che ora scattasse: ‘ci sei cascato! questo sei tu...’ E, come Adamo, mi coprirei le vergogne.

Ma sul dovere di costruire, sottraendo e scavando, Alvino ce lo ritrovo nato e sputato. Mi è difficile parlarne, perché da sempre mi supera per quantità di letture, per perizia di stromenti, per altezza d’ingegno e maestà del fine. Finalmente in pensione, cessa di darmi imbarazzo una cattedra non goduta. La conclusione, poi, quasi mallarméana, o valeriana: “passa una barca prendiamola”. Il faut tenter de vivre?

Io posso poetare (v’è anche una più modesta, appena rilevante poesia della critica) solo se penso che tutto sia escluso dal poetico. Non si gioca con carte segnate. La barca passa e non ammette carichi. Forse qualcuno era a bordo da prima, pare d’intravedere dei ciao-ciao col fazzoletto, perfino illude uno schiocco (per noi?) di baci. Già fuori dalle viste.

L’arte sta tutta nel decostruire. Dovere, precisioni, edificazioni, geometrie, tutto filo spinato. Aria, aria. Zoppicando, muovo verso orizzonti da The End. Cerco da secoli una barca squinternata, il vascello fantasma. Dice che sulla cima dell’albero sventoli questa insegna:

ARCA DE SAMBO

Olè!

(In un vecchio film di Pieraccioni, era la voce di Comencini che si levava da un casolare in cima al colle, da un eremo su vette di saviezza. “Vado in Ispagna...” “Olè!” Amici dalla barca io vedo il mondo. La Marchesa uscì alle sette. (E chi se ne frega). Salì sopra un fiacchere. (E chi se ne frega). Aprì la borsetta. (E chi se ne frega). Pensò ho fatto tardi; e chi se ne frega. Frega frega; l’Odissea... Ulisse uscì dall’acqua e svenne sfinito sul bagnasciuga... la Bibbia... Dio creò diverse beltà e vini diversi... Sheherazade: il califfo si addormenterà con qualche camomilla o col kamasutra ascoltato... Wagner: riusciranno i nostri amici a rimanere svegli fino all’ultimo zompo della Valchiria à la flamme?.... O bella; son tutti libri che mi hanno formato; e anche guerra e pace e anche i cantos di ezra... perfino i poemi conviviali... E i più li ho dovuti leggere in traduzione. Solo la poesia mediana è intraducibile. Quella è fatta in parole. il resto è storia di tutti).

* * *

Una poesia da leggere come un manuale di anatomia, una dissezione organica e un'opera di pensiero, come eccesso ed esplosione carnale, "sfondamento del limite" e "cellula generativa del testo", dove lo "stile è materia domata" e altro ancora. Dove l' "humanitas" conquista la sua perduta animalità. Straordinario!  (Stefano Docimo)


ANTONIO PIZZUTO

SI RIPARANO BAMBOLE

a cura di Gualberto Alvino

con una nota di Gianfranco Contini

Milano, Bompiani, 2010

Si riparano bambole

Recensioni

Salvatore Ferlita, "La Repubblica", 31 ottobre 2010 [Leggi]

Andrea Cortellessa, Rai Radio3 Fahrenheit, 15 novembre 2010 [Leggi]

Giuseppe Marcenaro, E il questore di Proust dava le pagelle, "Tuttolibri/La Stampa", 8 gennaio 2011, p. 6 [Leggi]

Antonio Pane, Pizzuto, narratore temerario, "451 via della letteratura della scienza e dell'arte", n. 2, gennaio 2011, pp. 16-19  [Leggi]

Lorenzo Pezzato, "Si riparano bambole" di Antonio Pizzuto, "Undupalermo", 17 gennaio 2011 [Leggi]


È in libreria la mia edizione critica e commentata di Pagelle di Antonio Pizzuto

Firenze, Polistampa, luglio 2010

Pagelle-coperta

(clicca per visualizzare l'immagine)


Ginevra, 14 settembre 2010


Caro Gualberto,
ecco che pur col suo lento passo la posta mi ha portato ieri (lunedì) le Pagelle, che hanno rallegrato così la prima parte della notte. Non ho naturalmente ancora letto tutto (che per procedere qui si raccomanda passo ancor più misurato del postale), ma quello che, dopo la bella introduzione, ho potuto vedere dell’apparato e del commento, mi lascia ébloui, per la quantità e per la qualità del lavoro profuso. Splendida edizione! Finalmente le pagelle restituite al lettore in totale trasparenza! Hai davvero reso un gran servizio a Pizzuto ed a noi poveri (ma appassionati) lettori!
Il “GRAZIE” che ti devo e che ti dico è tutto maiuscolo…

Emilio Manzotti

* * *

Parma, 5 novembre 2010

Caro Gualberto,
le tue Pagelle sono un modello di edizione scientifica e, insieme, staccano distanze dai filologi antichi, sempre nerboruti e disposti a non lasciarsi seguire. Io non mi sono mai nascosto che esiste in Pizzuto un plotinismo della frase (n'era stata una intuizione nel geniale e indifeso Campana); come già in Joyce. Credo che il punto di arrivo sarebbe stato la Kunstgeschichte ohne Namen. Vero il ritorno alla Bibbia. Pagelle potrebbe corrispondere al Libro dei Numeri, come Si riparano bambole al Genesi e Ravenna al Cantico dei cantici. Scherzo; ma non scherzo ringraziandoti per questa luminosa altezza del tuo perfetto lavoro.

 Marzio Pieri



Recensioni

Tommy Cappellini - "Il Giornale" [Leggi]

Live Journal [Leggi]

Andrea Cortellessa, Rai Radio3 Fahrenheit, 15 novembre 2010 [Leggi]

Simona Cigliana, "Le reti di Dedalus", gennaio 2011 [Leggi]

Alfonso Lentini, Sintassi narrativa, "L'Indice dei libri del mese", dicembre 2010, n. 12, p. 15 [Leggi]

Giuseppe Marcenaro, E il questore di Proust dava le pagelle, "Tuttolibri/La Stampa", 8 gennaio 2011, p. 6 [Leggi]

Antonio Pane, Pizzuto, narratore temerario, "451 via della letteratura della scienza e dell'arte", n. 2, gennaio 2011, pp. 16-19  [Leggi]

Filippo Secchieri ("Oblio, Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca", a. I, 2011, n. 1 pp. 304-5)
Antonio Pizzuto, Pagelle, edizione critica e commentata di Gualberto Alvino
Firenze, Polistampa, 2010
ISBN 978-88-5960-774-8

All’impresa di leggere Pizzuto - ché tale perlopiù si configura l’accesso alla sua pagina letteraria - Alvino ha dedicato, nel corso di un ventennio abbondante, notevoli sussidi filologici ed esegetici. Parzialmente anticipata in varie sedi periodiche, la munitissima edizione di Pagelle che vede ora la luce parrebbe possedere i crismi per togliere il bando che impedisce la circolazione attiva dell’opera pizzutiana tra un pubblico meno ristretto di quello rappresentato dai soli addetti ai lavori: sia concesso, quantomeno, formulare questo auspicio, incoraggiati anche dalla di poco successiva riproposta nella collana dei «Tascabili Bompiani» di Si riparano bambole, un romanzo del 1960 che torna in commercio nell’edizione approntata sempre da Alvino per Sellerio nel 2001. Pagelle appartiene alla fase della «sintassi nominale» o tout court «narrativa», se possibile ancor più catafratta delle precedenti, che informa la produzione estrema dell’ex-questore palermitano; così, tra i brani meno impegnativi, càpita ad esempio di leggere nelle battute finali di Idrovolante (una pagella di neppure trenta righe, che richiese circa un mese di lavoro): «Mestieri, unico passeggero, ricoverarti digiuno e squattrinato in locanda contrabbandiera là presso. Uno stambugio a abbaini, fornirlo branda, sedia, pila minima da acqua santa, decalogo; nel ricetto, niente giordano» (p. 119). Colpo di coda o di teatro – il sostantivo di cui si asserisce la mancanza – che non può non lasciare interdetti e sul quale torneremo.
In origine le Pagelle apparvero in due volumi, ognuno contenente 20 pezzi, per i tipi de Il Saggiatore tra il 1973 e il 1975 con, a fronte, la versione francese (qui non riprodotta ma fruita al bisogno) e le note di Madeleine Santschi (in realtà ispirate da Pizzuto, quindi tenute in maggior considerazione nell’apparato). Già l’intromissione, nelle rispettive principes, di un’assortita serqua di refusi, di cui viene data opportuna collazione, sarebbe di per sé bastevole a salutare con favore la nuova stampa, riscontrata sui manoscritti autografi conservati presso la Fondazione Pizzuto di Roma nonché su parecchi altri documenti (dagli apografi autoriali di 37 Pagelle inviati in lettura a Contini, attualmente alla Fondazione Ezio Franceschini di Firenze, ai dattiloscritti della versione francese annotata, per giungere sino alle pre-pubblicazioni in rivista di alcuni gruppi di pagelle).
Ma, naturalmente, c’è di più. L’esame degli autografi, spesso tormentati al limite dell’indecifrabilità, non ha soltanto consentito di ripristinare l’esatta lezione dei quaranta componimenti: ha altresì fornito un importante spaccato del laboratorio pizzutiano attraverso la ricostruzione, minuziosamente espletata nel folto apparato, del processo variantistico (comprendente anche le varianti alternative e cassate) da cui originano le singole pagelle. Non meno rilevanti sono le molte glosse marginali (scolî, annotazioni testuali ed extratestuali) che costellano il manoscritto ovvero rinvenute in un paio di missive a corrispondenti, utili a realizzare la seconda finalità (l’esegetica, in effetti inscindibile dalla prima) di questa edizione. Dopo un ampio saggio introduttivo (Fragments à réassembler) e la Nota al testo che con qualche coatta acrobazia dà conto dei criteri adottati, Alvino offre per ciascuna pagella un apparato costituto da una sintetica introduzione, da una fascia devoluta al commento (che a giusto titolo si avvale anche di riscontri intertestuali e di suggerimenti epitestuali) e da un’altra cospicua fascia riservata alla puntuale registrazione della frastagliata fenomenologia genetica. A seguire viene ristampato, come dalla princeps del ‘73, il breve saggio teorico pizzutiano Sintassi nominale e pagelle, mentre concludono il volume quindici lodevoli pagine di Glossario e alcune tavole che riproducono una campionatura dello stato degli autografi.
Simile profusione di energie si serba a conveniente distanza dalle superfetazioni e dagli idoleggiamenti feticistici che in più di un caso accompagnano, o addirittura motivano, operazioni così concepite; a richiederla è infatti l’oggetto stesso nella sua prismatica, reale ma non per ciò insondabile densità. Leggere Pizzuto è indubbiamente difficile, ma è altrettanto indubbio che non si danno letture davvero semplici, dal momento che, lo ricordava Borges nel Prologo a Il manoscritto di Brodie, «non c’è sulla terra una sola pagina, una sola parola che lo sia, poiché tutte quante postulano l’universo». Ed è una presupposizione di complessità che ritroviamo anche nella prassi pizzutiana, la cui oltranza agisce, secondo Alvino, «allargando sino alle estreme conseguenze le virtualità del sistema linguistico non – o non solo – a scopi comunicativi, bensì d’instaurazione di mondi» (Fragments, p. 9), all’incirca sostituendo alla realtà finita la potenzialità infinita della coscienza. La complessione dei mondi linguistici pizzutiani non è d’altronde priva di punti d’appoggio per un lettore partecipe e intraprendente. All’auspicio della sua esistenza l’autore fa esplicito appello nella pagella proemiale – Lettura – come a una desiderata controparte verso la quale «protendere ancor poco la mano» (p. 71) affinché abbia a verificarsi, con termine della filosofia tomista e rosminiana caro a Pizzuto, quella contuizione che gli permetterà di riconoscere le tracce del processo di elaborazione compositiva e di realizzarne il senso possibile. Allo stabilirsi di questa cooperante sintonia, il contributo del curatore è obiettivamente essenziale: grazie al suo commento (e al riassuntivo glossario) si apprenderà che l’altrimenti enigmatico «giordano» in explicit a Idrovolante è un neologismo coniato sul «jordan» dell’Henry IV di Shakespeare, dove se ne hanno due occorrenze; vulgus: che l’equivoca e disadorna stanza di fortuna è sprovvista anche di pitale. Siffatte integrazioni, atte a conferire perspicuità non soltanto alla sfera semantica, interessano ogni pagella, derivando sia dallo scandaglio della falda intertestuale (esterna e interna, come nel caso appena menzionato, visto il reimpiego della medesima fonte shakesperiana nel debutto della pagella successiva) sia dalla vigile interpretazione di un lavoro correttorio che dalla distillazione del dato realistico e talora aneddotico trae forza per ambire all’assoluto. Si ha in tal modo la riprova che «l’ultimo Pizzuto stampato nudo è un Pizzuto monco, dimidiato», poiché il suo scrivere costituisce «uno dei rari casi letterari, forse l’unico, in cui il percorso conti quanto la meta» (Fragments, p. 28; corsivo nel testo). Ne discende che l’edizione critica di Alvino, debitamente abbinata alle istanze del commento, non ha alcuna parvenza del vezzo amatoriale né dell’esercizio tecnico-culturale auto-ostensivo, al contrario ponendosi decisamente nel segno di una necessità concreta alla stregua di uno strumento di bordo indispensabile per avanzare lungo le rotte creative tracciate da Pizzuto e, soprattutto, per meglio apprezzare gli approdi raggiunti nella sua insistita, plenaria sperimentazione.


COLLEGIO GHISLIERI
PAVIA


UNIVERSITÀ DI PAVIA

Dipartimento di Scienza della Letteratura e dell’Arte medievale e moderna



CONTINI E LA CULTURA CONTEMPORANEA
Giornata di studi in ricordo di Gianfranco Contini

 Giovedì 4 febbraio 2010

 

ore 9.30 - Presiede: CARLA RICCARDI
Saluto del Rettore del Collegio Ghislieri ANDREA BELVEDERE
Presentazione del volume Gianfranco Contini-Carlo Emilio Gadda, Carteggio 1934-1963. Con 62 lettere inedite, a cura di Dante Isella, Gianfranco Contini, Giulio Ungarelli (Garzanti 2009).Intervengono: PIERO GELLI (Milano) e GUIDO LUCCHINI (Pavia)

ore 10.30 - CLAUDIO CIOCIOLA (Pisa), Frammenti di filologia: carteggio Contini-De Luca

ore 11.15 - Proiezione del video Ritratto di Gianfranco Contini, di Enrico Lombardi, prodotto dalla RSI per la puntata di “Nautilus” dell’11.2.1990

ore 11.30 - DOMENICO DE MARTINO (Firenze), Travasi segreti e personali: sguardi sulla corrispondenza Contini-Russo

ore 12.00 - GUALBERTO ALVINO (Roma), «Verrei in tassì a catturarti». Il carteggio Contini-Pizzuto

ore 12.30 - ALDO MASTROPASQUA (Roma), Gianfranco Contini ed Enrico Falqui: storia di un’amicizia epistolare

ore 14.30 - Presiede: CLELIA MARTIGNONI
MAURO MORETTI (Siena), Carteggio Contini-Capitini

ore 15.00 - FRANCO CONTORBIA (Genova), Carteggio Contini-Montale

ore 15.30 - DOMENICO SCARPA (Pisa), Cultura e Azione. Prima lettura dell’epi­stolario Gianfranco Contini-Guglielmo Alberti

ore 16.00 - Contini e la cultura contemporanea. Intervengono: CARLO CARENA (Milano), MARIA ANTONIETTA GRIGNANI (Pavia), LINO LEONARDI (Siena), PIETRO GIBELLINI (Venezia)

Convegno Pavia
Un momento del convegno nell'Aula Goldoniana del Collegio Ghislieri dell'Università di Pavia








La vera novità ha nome Pizzuto
Convegno internazionale di studi sull’opera di Antonio Pizzuto

19 / 21 Ottobre 2009
Villa Cattolica-Bagheria

 

Lunedì 19 Ottobre 2009
Ore 17,00 Villa Cattolica
Presentazione del Convegno: Domenica Perrone
Saluti:
Biagio Sciortino, sindaco di Bagheria
Biagio Martorana, assessore alla cultura di Bagheria
Dora Favatella Lo Cascio, direzione Museo Guttuso
Fabio Carapezza, direzione Museo Guttuso
Roberto Lagalla, rettore dell’Università degli Studi di Palermo
Vincenzo Guarrasi, preside della facoltà di Lettere e Filosofia, Palermo
Contributo di Maria Pizzuto, presidente della Fondazione Antonio Pizzuto, Roma
Lettura di una testimonianza di Andrea Camilleri
Apertura dei lavori:
Gillo Dorfles
Walter Pedullà

Martedì 20 Ottobre 2009
Ore 9,30 Villa Cattolica
Presiede Natale Tedesco, Università di Palermo
Interventi:
Angelo Guglielmi, critico letterario: Antonio Pizzuto
Madeleine Santschi, critico letterario e traduttrice: Antonio Pizzuto: una collaborazione
Gualberto Alvino, critico letterario: «Altera iam pagella procedit». L’estremo Pizzuto
Salvatore Ferlita, Università di Palermo: Un Pizzuto finalmente accessibile. L’epistolario del questore
Angelo Rossi, Università di Napoli: I romanzi postumi di Pizzuto
Giuseppe Bentivegna, Università di Catania: Aspetti del fenomenismo di Cosmo Guastella

Ore 16,00
Presiede: Piero Violante, Università di Palermo
Interventi:
Denis Ferraris, Università La Sorbona Parigi: L’umorismo in Pizzuto
Felicita Audisio, Università di Firenze: Campionature metriche in Pizzuto
Rosalba Galvagno, Università di Catania: Scrittura e passione musicale in Pizzuto
Salvo Zarcone, Università di Palermo: Pizzuto e il Novecento
Benedetta Panieri, Università di Bologna: Pizzuto da Bagheria alla crittografia
Salvo Butera, giornalista: Pizzuto e la visione multimediale
 

Mercoledì 21 Ottobre 2009
Ore 9,30 Villa Cattolica
Aspetti filosofici di Pizzuto e il rapporto con il fenomenismo di Cosmo Guastella
Presiede Franco Lo Piparo, Università di Palermo
Interventi:
Giuseppe Di Giacomo, Sapienza Università di Roma: Antonio Pizzuto tra filosofia e letteratura
Domenico Tubiolo: La vita e il pensiero di Cosmo Guastella: la cosa in sè
Antonio Pane, critico letterario: Commento a Devota
Lettura brani di Pizzuto a cura di Gianni Nanfa

Testimonianze e contributi:
Giovanna Friscia Pizzuto
Marco Carapezza
Aldo Gerbino
Donatella La Monaca
Salvatore Lo Bue
Francesca Noto
Maurizio Padovano
Tommaso Romano
Mario Rubino
Salvatore Tedesco
Renato Tomasino
Lucio Zinna




Peccati di lingua
L'AUTORE
Gualberto Alvino (Roma, 1953) ha sempre mostrato una particolare inclinazione per gli «irregolari» della letteratura italiana, da Antonio Pizzuto a Stefano D'Arrigo, da Vincenzo Consolo a Gesualdo Bufalino, da Sandro Sinigaglia a Nanni Balestrini. Scrive su varie riviste accademiche, tra cui «Studi di filologia italiana», «Ermeneutica letteraria», «Studi e problemi di critica testuale», «Strumenti critici», «Filologia e critica», «Filologia italiana». Nel 2008 ha esordito nella narrativa col romanzo Là comincia il Messico (Polistampa), finalista al Premio Feronia-Città di Fiano 2008 e 2009.




ferm99@iol.it

www.fermenti-editrice.it




PECCATI DI LINGUA
Scritti su Sandro Sinigaglia
di Gualberto Alvino
postfazione di Pietro Gibellini
Editrice Fermenti
Collana Nuovi Fermenti/Saggistica
pubblicazione realizzata in collaborazione
con la Fondazione Marino Piazzolla
www.fondazionemarinopiazzolla.it
Luglio 2009
pp. 144 - € 15,00
(15 cm x 21 cm)
ISBN 978-88-89934-92-0
Genere: saggistica





Il volume, ordinabile qui, è destinato ai cultori della poesia intesa sia come continua ricerca e temeraria sperimentazione linguistico-espressiva, sia quale profonda e appassionante meditazione sui nostri tempi e sulla condizione umana.
HANNO SCRITTO

Pavia, 22 luglio 2009

Caro Gualberto,
ieri, tornando da tre giorni fuori città, ho trovato Peccati di lingua! (bellissimo titolo). Il primo saggio l'avevo appena letto sull'ultimo numero di «Microprovincia», ricevuto settimana scorsa: è un bellissimo saggio, che mette in una giusta e calibrata prospettiva gli studi su Sinigaglia; in particolare poi ti ringrazio molto per l'assenso aperto e cordiale che dài al mio punto di vista. Aditus ad antrum lo devo percorrere lentamente, e con cura: è prezioso. Sono lieta di ritrovare anche le traduzioni delle liriche in francese, tutt'altro che facili. Conoscevo qualcuna delle fotografie (qualcosa mi aveva mostrato, a suo tempo, il Luigi Sinigaglia). Mi è piaciuta molto la Postfazione di Gibellini. Poi ti dirò quando avrò letto tutto. Intanto, un vivo ringraziamento e i miei complimenti più sinceri per questo libro importante e riuscito!
Saluti cordialissimi.
Silvia Longhi

 


Monforte d'Alba, 24 luglio 2009

Caro Alvino,
ricevo (…) il Suo acuto e arguto saggio sull'opera poetica di Sandro Sinigaglia, bene armonizzato fra filologia, linguistica e interpretazione critica. Con molto piacere in questo modo riprendo contatto con un poeta molto amato e ammirato (ed era anche un uomo splendidamente ironico e giocoso).
Grazie del dono. Con i più vivi auguri e saluti,
Giorgio Bàrberi Squarotti

 


Vacciago, 4 agosto 2009

Caro Alvino,
ho ripercorso con piacere e profitto i Suoi saggi e le Sue ricerche sulla poesia di Sinigaglia, raccolti in Peccati di lingua. Si confermano come contributi importanti e utili, in particolare le bibliografie e l'analisi lessicale di Aditus ad antrum, molto circostanziata e approfondita. La ringrazio della stima e Le invio i più cordiali saluti.
Carlo Carena


Gualberto Alvino. "Peccati di lingua. Scritti su Sandro Sinigaglia"
di Luciano Nanni
"Literary.it", n. 8, agosto 2009

La figura di Alessandro Sinigaglia (Oleggio Castello 1921 - Arona 1990) è di non facile classificazione, tanto da suscitare anche reazioni negative: ma "questo libro ci voleva" (P. Gibellini) non solo per un fatto di memoria ma di cultura. Si tratta "Di babelico idioma passeggero" (citando dal poeta) o lingua da plasmare nelle sue infinite possibilità con una logica individuale? Siamo piuttosto per la seconda ipotesi. La quantità di vocaboli, obsoleti, onomaturgici, univerbati, ecc. è impressionante: ancor più lo è la volontà creativa. Davvero esemplare poi l'analisi metrica di alcuni testi (iniziando da Il flauto e la bricolla, 1954) del Sinigaglia nella Lettera non spedita a Luigi Baldacci.


Sandro Sinigaglia e i "Peccati di lingua"

di Franco Esposito
"Eco risveglio", 14 ottobre 2009


I veri e disinteressati ammiratori della poesia di Sandro Sinigaglia direi che erano pochi prima della sua morte e sono  pochi anche oggi. Negli ultimi anni, per essere sinceri fino in fondo, molti e importanti critici hanno scritto sulla sua opera, ma in modo sporadico o per qualche convegno o per qualche rivista, ma è mancata, secondo me, la fedeltà al personaggio e alla sua poesia. Uno dei pochi, stavo per dire l'unico, che ha proseguito testardamente nella sua ricerca senza sosta e senza tentennamenti è senza dubbio Gualberto Alvino. Dopo i suoi importanti studi sulla nostra Microprovincia è tornato questa volta sul poeta aronese con un libro importante: Peccati di lingua. Scritti su Sandro Sinigaglia, Fermenti editrice. Un libro squisito, da palati fini, come d'altronde la poesia di Sandro Sinigaglia. Una raccolta di scritti sul poeta aronese nella speranza di poter contribuire a riaccendere l'interesse non solo della critica, ma anche del pubblico su una delle voci più originali e dimenticate del secondo Novecento. Un libro, un'impresa che ho seguito dalla nascita e che Alvino ha voluto con grande determinazione, malgrado parecchi rifiuti ed esitazioni di editori che non vedevano come al solito che il fine commerciale. Ma il mondo editoriale, il mondo dell'informazione, caro Gualberto, ormai rasenta il ridicolo, uniformandosi a stereotipi costruiti a tavolino o inventati ad arte per non dire nulla e per non rompere equilibri che rasentano il ridicolo. Se penso alla montagna di libri inutili che i grandi e piccoli editori stampano a pieno ritmo per un pubblico guardone di analfabeti di ritorno, e colonizzato da autori stranieri che non hanno nulla a che vedere con la nostra tradizione narrativa e poetica, sento i brividi alla schiena. Sinigaglia aveva intuito questi nostri momenti bui, di perdita d'identità, e con grande talento ed eleganza nella sua poesia aveva cercato di introdurre dei giochi verbali che spaziavano dal dolce latino di Virgilio al dialetto di Porta, a raffinatissimi francesismi di pregio e accenni al meraviglioso cantore veneziano Baffo. Questo libro di Gualberto Alvino serve, come dicevo all'inizio, come un ulteriore omaggio a Sinigaglia, ma serve anche ad avvicinare il lettore comune alla sua poesia per poterla gustare in tutte le sue sfumature. Per dare un aiuto ancora più concreto ed innovativo al lettore occasionale, Alvino si è immerso con pazienza certosina nel suo originale lessico e ci ha offerto anche un prezioso glossario. Come dire, non ci sono più scuse per non scoprire e amare la poesia di Sandro Sinigaglia.


Gualberto Alvino. "Peccati di lingua. Scritti su Sandro Sinigaglia"
di Elisa Davoglio
"Literary.it", n. 3, marzo 2010

Il critico militante Gualberto Alvino ci fornisce in questo libro la summa lessicale della produzione di Sandro Sinigaglia, compiendo una attenta analisi sulla produzione dell’originale autore novarese.

Come ben sottolinea Alvino nella prefazione dell’opera, “la presenza costante di micro sequenze descrittivee “il furore linguistico e retorico” costruiscono due importanti e decisive chiavi di lettura per penetrare al meglio la scrittura di Sinigaglia, autore restio a frequentare la mondanità letteraria ma attento conoscitore e sperimentatore della lingua.

Gualberto Alvino costruisce a partire dal lessico e dall’analisi metrica dei testi di Sandro Sinigaglia una profonda e attenta analisi della poetica di questo autore, offrendo al lettore numerosi spunti per penetrare con maggior consapevolezza in versi originali, vasti di contenuto e talora complessi nella forma; una forma non immediata ma intensamente vera, diremmo per ribaltare quell’accusa di “falsità” espressa nei confronti di Sinigaglia da Franco Fortini.

La sperimentazione di Sandro Sinigaglia è proprio quella di adoprarsi sulla parola e nella parola, mistificandone forse gli accenti di senso e di ritmo ma senza mai perdere l’adesione a una struttura a più largo respiro, in cui si manifesta tutta la volontà spassionata dell’autore, scevra dal parossismo di un dictat esclusivamente formale.

Gualberto Alvino compie uno studio importante sul poeta, analizzando e confrontando tutte le porzioni che alimentano la poetica di Sinigaglia, anche nel ruolo di traduttore, fornendo dunque nuovi input di ricerca che possano ancora svelare – per dirla con il poeta novarese – ulteriori frutti di quelle “gravidanze altrettanto strane”  proprie della poesia più significativa.





Maria Pizzuto

Offro volentieri questo spazio a Maria Pizzuto


Caro Gualberto,

in questo 2011 cadrebbe il settimo lustro da quando (tu laureando, io l’erede) pizzuteggiavamo sull’avvenire di questo scrittore del quale il corrente laicismo – a parte pochi eletti – non voleva avere notizia.
Tuttavia, a partire dal 2010, dopo il Convegno di Ba’aria, cogliermi repentina decisione di esporre in Internet un discorso culturale.
Come di buon accordo, lo propongo a te, mago del computer, estimatore di Pizzuto e, ritengo, anche del mio introito alla scrittura e alla riesumazione dell’Omnia pizzutiana, messa in salvo entro i termini: “fondazione non riconosciuta, titolare di Impresa editoriale, non a scopo di lucro”.
In questa e sotto la testata dei “Quaderni Pizzutiani”, Pizzuto è salvo.
Raccontiamoci su Internet, la più estesa catena di informazioni nel mondo.
Propongo dunque, non impongo, però un proposito mette in essere un accurato piano di lavoro, entro il quale esporre con ordine i possibili risultati da farsene.
Benefici estensibili per il progresso di quell’adempiuta globalità di quell’insieme dello stato dell’essere umano, manifesto come luce e sonorità, all’origine: indivisibile  insieme estesissimo, compartecipandovi tuttavia vastità popolose di singole forme, collante e sostanza della vibrante compagine di energia universale.

 Grazie

                                                                                                                                                                                   Maria Pizzuto

 

* * *

 

LA SCRIPTURA

 

Come scrittura docet, l’uso della parola transitante attraverso la genialità del grammatico, impegnatosi in memori agguati, è in grado di conferire alla stessa, attraverso modulazioni di pensiero e sentimento, karmiche, talvolta, inattese significazioni. Il significante, spesso, slitta verso imponderabili singolari valori. Tra le varie voci, sovente l’insorgere di sofisticazioni inattese. Specialmente se risultati emozionali suggeriscono priorità di azioni difensive. Allora, una parola divenuta simbolo di pericolo, si trasforma in moralistico ammonimento.
Orbene, il sostantivo ipocrita è in me presente col peso di un edificio di immane estensione e pericolosità: generatore atomico.
Ipocrita, nell’uso sostantivato e non aggettivale, identificarsi in me col pericolo di energie distruttive portatrici di sconvolgimenti della vita planetaria.
Energie usate con ambigui scopi distruttivi. Quanti gli ipocriti in essere sulla Terra? Perché aggiungerne altri?
Dovendo mutare le sorti del Pianeta per l’instaurarsi di rinnovate energie, cancelliamo l’idea di questi vecchiumi pericolosi, affidando la speranza al contenuto dell’acqua: H2O.
Siano di ausilio questi 2 elementi sostenitori della Vita; l’Ossigeno come respiro dello Spirito che tutto pervade e l’Idrogeno come fonte di calore attivo per operare proficuamente.
Uomini ipocriti tendono ad impedire un sano ricambio generazionale riproponendo le vecchie modalità, soprattutto per sostenere disdicevoli commerci lucrativi.
Ma è tempo di deporre l’avversario.
Non lasciamo bivaccare gli Ipocriti alle porte del nuovo ciclo cosmico. Né bisogna permettere che un cavallo di legno con un manipolo di astuti combattenti acquattatisi nel suo grembo, così grande ma così grande da pover abbattere la porta d’entrata della città, interrompa la catena difensiva di energie che avevano permesso la difesa di Troia sin da quando Ilo ricevette il progetto difensivo dalla sapienza degli originali scienziati iperborei.
Rifacendoci al messaggio virgiliano contenuto nell’Egloga quarta, il nostro tempo promette un ciclo aureo di ritorno alle felici origini umane. Se saremo coadiuvatori delle necessità alla manifestazione di questa Età dell’Oro – della quale ci dà notizia anche Giovanni in Apocalisse – opponiamoci agli Ipocriti, con tutte le nostre forze, per alimentare l’Amore di Dio.


PREMESSE COME CONCLUSIONE

 

Il luogo comune, se di moda o non più, parlare di Dio ingenera discussione che induce al sorriso.
Oggi si fa un gran parlare di democrazia, di democratismo, conditi in tutte le salse.
Il tiranno di Siracusa fu agli occhi dei suoi concittadini ritenuto un democratico assai apprezzato. Il furbacchione sapeva trovare il modo di piacere alle masse e le governava con pugno di ferro e per i suoi interessi, ostentando angelici atteggiamenti.
Ipnotizzati in seno alla storia, molti hanno amato e subìto tiranni, costringendosi a crederli come il massimo dono della vita sociale.
La mia spiritualità mi consente di assaporare libertà ideali. Il senso della Verità nello stato sublime dell’essere umano, come figli della Luce, per concepimento dell’Altissimo, mi induce a rispettare questo mondo laico e perverso. Ne provo struggente pena e dolore, osservando il suo degrado inarrestabile, adempiutosi ormai.


UNICISMO



Difficoltoso impegno volere e riacquistare la consapevolezza originale, dopo lunga immersione entro erratici canoni umanistici giaciutisi in un soggiorno devastante, dimenticando tutti i valori tradizionali.
Quell’unicismo, così consono alla idea consapevole di una eterna condizione vivente, immerso nel lezzo di disfacimenti mortali, sovvertitore qualunque pur coscienziosa ricerca di immersione nell’eterna Verità.
Le troppe sbavature annientatrici limpidezza del disegno originale, tormentano l’uomo costantemente, ritardando l’aprirsi dell’anima sua alla coscienza dell’Essere.
Il dubbio, erede dell’errore e della sopraggiunta dimenticanza, a questo punto edificatore di molte intellettualistiche sovrastrutture.
Pur se intuito ed auspicato, il senso di una divina presenza — causa stessa della manifestazione Lux, ove residente l’umana forma — entrando a questo punto in contrastante conflagrazione di ogni pro quo, sufficiente a gettare nel panico i viventi.
Così sbandati, privi di una causa convincente, intenti a chiedersi, senza trarre risposta, significato della Vita, messaggio ascosivi, giusto impiego dei doni divini.
L’Unicismo, per contro, persino avvertibile nel mistero stesso del nostro concepimento attraverso la Luce. questa, indagando solo la Scienza, purezza unica rivelatrice di tracce occulte delle quali l’uomo non più consapevole.
Unicismo comunicatore alla nostra sensibilità del concetto di una vita presente, in atto.
Inesistente pertanto il concetto di Nulla, o il consequenziale ateismo, poiché la pienezza di Vita non ammette in se stessa nullità.
Lo stato umano, testimone di un modo multipersonale di esercitare la Fede: così nel Bene, come nel Male, lo stato umano deve credere nell’esistenza condizionante dell’uno o dell’altro. Pertanto, la Fede è una valore unicistico, spiritualmente attivo a richiamare la Verità.
A prescindere da questioni religiose (le quali sono l’ultima spiaggia della perduta consapevolezza del divino), la spiritualità è uno stato di grazia significante la consapevolezza del singolo di appartenere ad un Insieme della manifestazione divina.
Le religioni, viceversa, portano avanti un discorso attinente a canoni della sola realtà sensibile dell’uomo planetario incarnato.


CONCLUSIONE

 

Le pregresse notule esposte desiderando con ordine e proprietà puntualizzare il concetto mio personale intorno ai valori spirituali.
Necessario analizzare talune sfumature, in quanto le stesse situate alla base di ogni intuizione intellettuale, concernente l’attuale realtà planetaria di noi figli della luce, in questa io mi muovo e sono e mi confronto con tutte le problematiche questioni ontologiche, identificandovi la mia incarnazione.
Non professando mire di religiosità fideistica e intellettualistica, attinenti alla sola realtà terrena, di continuo vado ponendomi le domande sull’essenza ultrasensibile, da cui aver luogo ogni evento di manifestazione.
Intendo testimoniare così l’impellente bisogno — ossigeno per l’anima mia — di approfondimenti metafisici, deducibili da sublimi sfumature dell’evento-vita, in cui sono coinvolta.
In assoluta assenza di emettere giudizi, lo spirito indagatore mi induce a domande e, in unità, la mente a questo cerca di dare una soddisfacente risposta.
Una tale ricerca coinvolgermi ben di là dal cercare appagamenti edonistici personali.
Esiste una fame di spiritualità simile alla bulimia. Però, il discernimento salva dall’ingurgitare qualunque cosa e induce a scelte preziosamente etiche ed estetiche di essere davanti all’apprezzabile certezza dell’illuminante compatta verità dimensionale dell’Universo.
Il mio attento ascolto non significa affatto un voler parlare di Dio con il mero proposito di esercitare religiosità. Sono mossa da una spinta ancestrale e tradizionale a spolverare memorie originali, cadute in disuso, per rinvigorle fino al totale intendimento delle stesse.


INVENZIONE

 

Caro Gualberto, mi piacerebbe di continuo, come se ti scrivessi, rammentarmi a te per gentilezza con cui mi hai accolto nel tuo dovizioso sito.
La tua prova di stima per la mia scriptura, accende di splendide faville intellettuali questo improvviso sodalizio inteso a indagare le faccende del nostro tempo e di questo travagliato mondo.
A testimonianza di mia gratitudo, e con un legittimo esplodere di vanità, tu mi hai fatto un grande dono sulla prefazione, sensibilmente attentissima, del mio 999, quando affermi che la mia poesia è «tra i prodotti più raffinati dell’espressionismo europeo di questo secolo». E ti dirò, detto da te: a ben sperare cagione.
Con l’esposizione in fieri del mio Umanesimo innovativo, cimentarmi in tale impegno una speranza (etimo, visionario, significante l’osservazione controluce del nuovo mondo e della limpidezza di contenuti suoi quali testimonianza).
Inventare, soprattutto avere il tempo di rivisitazione intorno alla memoria, della vita presente attraverso l’esperienza dell’incarnazione.
Quanto all’invenzione invece attenerci a reputarla, talvolta, una fantasia, singola e personale visione carpita alla quotidianità.
Orbene, l’invenzione, attinente alle radici stesse dell’albero della vita.
La memoria, puntualizzarla come ricordo, dandole simbologie mitiche. Laddove dunque il mito, portatore in sé di verità dell’essere.
Un mito nel suo meraviglioso, adombrare appunti precisi dell’umana percezione storiografica in divenire lungo il corso dei cicli cosmici.
A chi concesso sperare con acutezza nella storia dello stato umano dell’essere indivisibile e singolo, occasione di sperimentare cosmiche possibilità e splendenti con chiarezza nella mente; appropriatesi della verità di una originaria perfezione, guastatasi purtroppo strada facendo.
Per questo, l’Umanesimo storicistico è un regresso, frutto della perdita di valori originali.
Il progresso dell’attuale umanità, esemplificata come suprema espressione dell’umano impegno; dunque, significando solo un penoso adattamento a un ordine di vita inferiore, entro limiti non consoni alla natura divina pensata dalla Mente Suprema come nostra condizione legittima.
L’onda d’urto mediatica, nel suo squallore quotidianamente diffuso, mostrarci un volto infelice dell’uomo.
Il volto della suprema scienza dell’essere, invece, datoci a immagine di un divino atto dell’androgina concretezza realistica, a riparo dall’idea di mito, termine adottato sul piano della condizione umana in terra dei figli della Luce.
Per chi dedito da oltre 35 anni all’approfondimento degli studi tradizionali e alle invenzioni da trarsene, mitici e simbolici tutti i pensamenti intorno alla Vita, considerati nell’Unicismo tuttavia del loro singolare esistere, sussistente come ricerca di una verità perduta.
La tradizione informarci intorno alla Scienza per antonomasia — quale qualità cognitiva e unicistica — espressione essenziale e sintesi dello status dell’essere umano, individuo e singolo, al quale la suprema Presenza ha voluto legare la Scienza,e affinché ciascun umano, estrapolandone le condizioni conoscitive, per induzione possa estenderle alla vita planetaria incarnata e cosmicamente, sperimentanda.
La Scienza, pertanto, estesa alla vita cosmica diviene arte per ogni altra necessità in fieri.
Filiazione della Scienza, dunque, le Arti e i Mestieri — come ben ci espose il sommo Dante — quando per servire la sua Firenze, entrando a far parte di una corporazione, abbracciò questa definizione.
L’accademico evento di inseguire lo svolgersi delle scienze umane, in questa mediatica parentesi di incultura, una bufalotta di quelle da mandarti in pipì dal gran ridere; a causa della prosopopea, ammantatasi di ignoranza, l’uomo dimentico di propria verace essenza.
«Come sa di sale lo pane altrui» lamentava Dante, fedele al gusto tutto toscano del buon pane sciapo. Io sono tradizionale.


VISIONE TRADIZIONALE


Riguardo alla visione tradizionale dell’Universo, ogni studioso in grado di trarne alimento di conoscenza, scoprirsi fautore di scrupolose continuative puntualizzazioni.
Nella visione universale vigente, una sistematicità piramidale nel concatenarsi di eventi successorî, di cosmica derivazione.
Perciò, un discorso tradizionale inerpicarsi lungo un’astratta configurazione piramidale su base quadrangolare la cui sezione aurea responsabile di valori volumetrici; il tutto esprimendosi con incidentale precisione, attraverso la fondante qualità dell’intero in cui converge: il quale esprimersi con l’impatto intellettuale di applicazioni della Scienza.
Ogni tradizionale ingegno nell’impossibilità di porre in seno ad una casualità il concepimento universale.
Caso, null’altro se non traslitterazione di Caos, ossia di quell’insieme di pulsioni vitali dell’Atto originale per l’attuazione di una successione di eventi ai quali necessario accodarsi, per trarne una costituenda stabile forma. Di ciò ogni singolo individuo, membro dello status dell’essere umano, testimone dell’intelligere il concatenarsi degli eventi. Tale testimonianza, accettata, esprimersi come ubbidienza alla legalità tradizionale della spiritualità.

 La manifestazione vivente mostrarsi felicemente coesa, attiva quando caldamente appoggiata alle pietre di fondamento della legalità originale.
Nella devianza di un eventuale comportamento errato, inevitabile il crollo. Poiché la Legge eterna originale non altro se non quanto dall’intelligere definito Giustizia.
Tale giustizia per antonomasia, diffondersi con fluxo costante attraverso tutte le vitali espressioni dell’essenza universale. In questa, a dimora, diritti tutti e doveri concernenti la condizione vivente.
Ogni unicistico aspetto della vita, ne attesta la suprema veritas.
Entro la Legge canonica originale della verità, la Vita della giustizia esprimersi come essenza, emergendo dal convergere disparato delle energie.

Nel Fiat Lux, lo stato dell’essere umano, indivisibile come insieme, singolo tuttavia nelle molteplicità, portatore di tutte le divine qualità. Tali valori di base, compartecipi dell’umano insieme, erede qualificato e designato a possederle.

Nell’ordine della chiarezza non superfluo ma specchietto dettagliato degli unicismi alla base del Fiat Lux, il preciso indirizzo di una doverosa obbedienza alla legge.
Questa, inderogabile elargizione, all’indirizzo di una perfezione aquisibile animicamente, seguendo i valori di un retto pensare e operare.
Tale legge in grado di consentire allo stato umano la libertà dall’errore e la stabilizzazione meritevole di servire la vita, impiegando i valori disponibili quali: l’atto di fede; la speranza di saper sorgere attraverso la luce; l’ubbidienza, liberamente accettata e non impostaci, ma della quale indispensabile fare la scelta.



L'AMOR CHE MOVE IL SOLE E L'ALTRE STELLE


Intuibile — talvolta con folgorante comprensione percepito, percepibile amore — l’empatico sentimento della vita in traspirare, sorprendendoci con docile emozione.
Tendiamo dita ansiose allora per aggrapparci ad esso, per trarne sostegno e volontà in fiducia, d’abbandonarci saggiamente come se provvisti di remiganti ali.
L’evento di tale percezione dovuto all’insorgente risvegliare di quel segretissimo sito da attivare, traendone la necessaria spinta dalle energie captabili durante l’incarnazione, planetaria.
L’anima riceverne messaggi tradotti in reali palpiti e, come dettata da un profondo sogno, riconoscere note consapevolezze e visionarie novità.
Intimamente consapevole, tuttavia frastornata dalle successioni innovativi eventi in cui sommersa.
Se spiritus presente nel miniaturizzato genoma umano (dotato di tutte le unicistiche qualità essenti), già attive e responsabili della universale divina vita.
Per volontà della suprema persona, la scoperta infine dell’anima come intimo dono divino sottomesso alla scelta di ogni singola apparecchiatura vivente, animale.

 
La divina Presenza, in noi immersa, come un ospite discreto affacciarsi alla porta della singola anima, attendendone l’invito.
Dio si affida, prima di familiarizzare con noi, all’impulso spontaneo della nostra accoglienza. E, pazientemente, attende che l’intuizione guidi ogni singolo a scegliere gli addobbi più consoni, ritenuti necessari al punto da indurlo a sostare con noi nel cuore senza lasciarci mai più. Deciso dunque a vivere con noi, solo a patto della nostra esclusiva scelta.
L’essenza del divino vivente supremo, ama respirare l’anima nostra compiaciuto dalle esclusive sfumature espresse, guidate dalla traccia purissima dell’intuizione intellettuale.
Adempiersi, così riesumata, la felicità spettante allo status dell’essere umano, indivisibile globalmente come pure nella singola condizione di anima vivente.
Gloriosa esaltazione nostra licitarsi nell’unicismo legittimante l’adempiuto legame con lo status dell’essere umano e nella crescita dell’anima gestata in se stesso come in un materno grembo dove confermasi qualunque divino legame della vita, in adempimento.
Così ogni singola anima, dedicatasi alla spirituale edificazione dell’essere, accoglie in sé la gloriosa presenza divina, divenendo forma eterna, nonché icona d’immortalità.
Riconoscersi anima singola vivente, con aquisita capacità d’essere tabernacolo gradito, nel quale Dio ama sostare, coinvolgerci emotivamente in una esaltazione sublime così intensa da togliere il fiato.
Col Fiat Lux in esplodere, la consacrazione dello spazio per il Regno della Luce, da Dio dedicato alla condizione umana.
Dio darci precisa e continua informazione intorno alla sua spirituale identità; confermata dall’essenziale e consapevole difesa a tutti i costi della libertà.
Inculcarci, democraticamente, diritto a gestire l’anima singola come dono esclusivo, elargito a ciascuno di noi, facenti parte dell’indiviso status dell’esser umano.
Infine darci conferma della nostra suprema felice identificazione dell’idea da assimilare: noi in Lui e Lui in noi.
Ormai prossimo l'evento adempiuto di questa verità fondamentale.


TECNOLOGIE


Un velocior degenerativo, della durata più o meno di un secolo, a partire da un originale senso della velocità, quale recepito e promulgato dal Futurismo italiano.
Vi fu un incontro con la velocità dell’Universo, nella sua più subtile antonomasia; una sorta di messaggio pieno di premesse e ricco di promesse.
Tuttavia, quando fagocitati e trascinati nel caotico disordine di un ciclo, ammorbato di antitradizionalità, la vita simbolicamente viene sacrificata sulla croce.
Questa estrema propaggine e relativa chiusura della cristianissima Era zodiacale dei Pesci è una sorta di condivisione del dinamismo, circonfuso di macchinazioni superflue, gabellate come progresso scientifico; nessuna impronta avendo, invero, del carisma attinente alla Scienza.

Dimenticate le iscrizioni memorizzate nel DNA -  relative alla forme viventi, trasmesse lungo i corsi e ricorsi dei cosmici cicli, nel  miliardario  rincorrersi -  nella loro intrinseca verità attinente lo spirito.
L’informale, poco conservatore per sua natura, dirimere acutamente consapevolezza atta a programmare, attraverso innata conoscenza, quei macchinari complessi e superflui dei quali noi umani divenuti adoratori e utilizzatori compartecipi; a volte, però, parlandone, con incompetente leggerezza, al plurale siamo soliti definire Scienze quanto attiene invece alle Arti, figlie legittime di un’unica madre scienza, unicistica.
La menzognera, gaia e trista vicenda, della nostra ricerca di macchinari utili – tutti da programmare – sopprime inesorabilmente l’impulso spontaneo della diretta azione umana.
Questo detto non per condannare l'uso costante delle tecnologie, bensì per puntualizzare come tali tecnologie siano già riposte nel gesto prensile della mano umana, dove il pollice e l'indice capaci di sostituire, ove se ne presenti la necessità, qualunque oggetto extracorporeo.


LETTERE,

Scritte, però, di là dal concepente mio impulso, mai inviate.
Di seguito, timidezza, o piuttosto sfiducia, o timore di altre vulnerabilità?
L’anima mia, tradizionale, resta in silenzio…
Nell’etere però, l’anima è come una barca avanzante e, finché la barca va, lasciamola libera nell’etere.
Ogni mia lettera, decifrata e archiviata, un atto doveroso di sottomissione all’impulso di esprimere sempre una schietta testimonianza del mio essere; testimonianza di un tradizionale allineamento di valori dello status dell’essere umano come indiviso insieme, anche indivisibile in ogni singolo frammento della forma planetaria, rivestita durante l’incarnazione.
Non misticismo governarmi bensì l’impulso ad esprimere degnamente l’umana mia condizione: come corporeità attinente alla condizione planetaria della forma e come spiritualità nella vera essenza dell’essere.

Ill.mo Mons. Cesare Pasini
Prefetto della Biblioteca
Apostolica Vaticana

 Reverendissimo Monsignore,

arduo per me affrontare questa esperienza epistolare. Non voglio, di fatto, essere null’altro se non me stessa. Qualunque cosa deve essere detta secondo il mio pensiero-sentimento; lo stato della mia coscienza è immune da superflue ambizioni, propenso piuttosto ad una attenta ricerca della crescita spirituale, realizzanda mediante la conquista della verità.
Molte sono le realtà, innumerevoli, e il nostro mondo umano è l’espressione di una di esse; ma tutte le realtà, rientrando nell’universale, esprimono una ben più vasta, impensabile, formale manifestazione. Da considerarsi, detta manifestazione, il nostro punto di partenza verso l’ampliamento della coscienza comune della vita universale.
Ciò premesso, vorrei dare a queste mie notizie il significato intenso di una confessione, soprattutto di una testimonianza, poiché quanto mi riprometto di ottenere deve sottostare all’autorevole giudizio di una competenza che rientri nell’ordine di valutazione dei propositi umani. Sollecitazione ad agire è un desiderio profondo di perfezione. Ma questo pur virtuoso desiderio non esclude in me la comprensione, la tolleranza, l’inevitabile perdono delle mende di cui lo stato umano sovente resta vittima.
Mio padre soleva dire: “Noi non siamo i nostri giudizi, siamo vita”.
Se una virtù ho cercato di conquistarmi, è proprio quella di autogovernarmi secondo una vigilante consapevolezza del mio particolare modo di esprimere la vita. Pertanto, riconoscendomi vivente, mi è difficile escludere il concetto di una morte come atto definitivo, però nutro fede assoluta in un’autentica resurrezione.
Ho preso a modello la vita di mio padre, la sua grande disponibilità connaturata verso l’arte, la specializzazione narrativa, la specifica volontà di sempre più approfondirsi nella conoscenza attraverso lo sviluppo dello spirito (Benedetto XVI dice splendidamente: "Il genoma umano contiene lo spirito assieme a tutto il resto").
Considero, pertanto, lo spirito  l’input connaturato della mia espressione vivente e la mia verità ancora da raggiungere, attraverso la disciplina dei sentimenti e l’impegno di bene operare nel mondo.
Poiché ho la fortuna di crescere alla scuola di mio padre, io so riconoscere la sua grandezza di narratore e sono fruitrice di insegnamenti circa i quali non presuppongo di poter esprimere adeguato giudizio.
Il giudizio appartiene a Dio, concepente l‘umana condizione di tutto l’insieme delle parti a formare una singola entità sublime.
Ritenendo questi valori presenti nella narrativa di mio padre, oso caldamente raccomandare di accogliere, insieme agli altri codici della Biblioteca Vaticana, gli autografi di Antonio Pizzuto, nella consapevolezza di esaudire anche un suo lontano desiderio.
Sul finire della guerra mio padre era sollecitato, per la sua perfetta conoscenza della lingua tedesca, a seguire i tedeschi verso il Nord Italia (Repubblica di Salò). Ma Antonio Pizzuto non intendeva muoversi da Roma, poiché era chiaro per lui che la vicenda nazi-fascista era una pagina chiusa e non era auspicabile appartenervi in extremis. Conosceva il monsignore cattolico irlandese Hugh O’Flaherty, benemerito all’epoca di aver salvato migliaia di persone, compresi militari alleati ed ebrei, che fece rifugiare presso residenze vaticane durante l’occupazione nazista a Roma.
Propose dunque a Pizzuto di riservargli, all’occorrenza, un cantuccio accogliente in Vaticano. Questo accese in mio padre la speranza di poter, durante quel soggiorno, frequentare le sale della Biblioteca e, magari, dare qui e là qualche sbirciatina a codici preziosissimi del Petrarca – che egli amava particolarmente – e di Leonardo da Vinci, che accendeva le sue fantastiche visioni dell’unita scienza universale.
Tuttavia, superata in maniera indenne questa opportunità, egli rimase sempre in una fantastica supposizione delle sale mai potute frequentare.
Ecco perché io, seppur laicamente avevo pensato di legare ai Beni Culturali i manoscritti di Pizzuto, imploro oggi il Vaticano di accoglierli affinché, degnamente, l’opera sua conviva con i geni che lo precedettero, nella certezza mia che egli di ciò è degno.
Da questo limbo in cui, per adesso, ci troviamo, mi rifarei a Dante, il quale nell’attesa del suo viaggio glorioso, incontrandosi con le figure somme dei geni che lo precedettero, conclude: “sì ch'io fui sesto tra cotanto senno”.
Queste mie confesse testimonianze le deposito nel Suo cuore. Né vorrei ora sciuparne l’intensità aggiungendo un elenco di opere che, sono certa, gerarchicamente gli interessati della Biblioteca Vaticana vorranno con me stabilire quando sarà deciso l’assenso ad accogliere l’opera autografa di Antonio Pizzuto.
Con fiducia ell’adempimento di questi miei voti, porgo i miei deferenti saluti e ringraziamenti sentiti.

25 gennaio 2010

Maria Pizzuto - via Fregene 6 - 00183 Roma - tel. 06.770.71.897 - email: kipsia@libero.it