Foto di Sergio
Toscano
MARIO LUNETTA
Là comincia il Messico
"L'Immaginazione",
n. 253, marzo 2010,
pp. 55-57
Là comincia il Messico
di Gualberto Alvino è un brillantissimo esempio di
narrazione
autofagica, nel senso che i frammenti di vicende che quasi a caso
affiorano dal magma diegetico vengono immediatamente divorati da un
flusso linguistico ribollente, ipermetaforico, sempre in bilico tra
esaltazione e depressione, in una sfida alla funzione fàtica
davvero di straordinaria tensione e di stupefacente capacità
illusionistica. Chi ha confidenza col genere western sa che la battuta
"Là comincia il Messico" è la proverbiale
liberatoria
psicologica che pronunciavano i banditi in fuga, convinti
dell'impunità una volta superato il confine. Nel
controromanzo
di Alvino sta a significare il mutamento che per ineluttabile
forza di aridità si verifica nel Protagonista verso il
confine-non fine del libro, che quasi come una mostruosa resurrezione
trapassa da peritissimo dissettore letterario a feroce, sfrenato
pseudoperito settore di corpi umani ormai animato soltanto da una cieca
furia sanguinaria. Dentro c'è una duplice molla: la
frustrazione
e la vendetta, attuata non come risarcimento ma unicamente come
punizione. Certo è che l'ego dell'uomo, che non parla ma
viene
parlato dal proprio inconscio, è ipertrofico, quindi
incapace di
comunicare con se stesso. Di qui, quella sorta di abdicazione ad
esprimersi che lo chiude in una torre d'avorio terribilmente precaria,
piena di crepe e di fratture; quella colluttazione perenne con la
letteratura, col Verbo, col Senso perennemente ignoto: enigma e stemma
di unicità difesa fino alla morte. Ma oltre quel confine non
c'è il Messico, perché oltre la paranoia
c'è solo
il buio della follia, di cui l'impazzimento della parola ormai
disancorata da tutto, alienata da se stessa, è estremo,
insensato paradigma.
Nella
letteratura del Novecento la Galleria dei Mutamenti (e dei Mutanti)
è decisamente folta, e va dai crepacci dell'orrore alle
pieghe
della malinconia fredda, da Pirandello a Kafka a Bulgakov a Butor, ed
ancora, ancora. Ne La
modification,
quest'ultimo adotta, con secca mossa spiazzante, la seconda persona
plurale. Alvino pratica la seconda singolare, come - direi -
necessità testuale impone: dal momento che il suo
controromanzo
ha l'allure
di
un'interminabile, aggrovigliata seduta analitica senza catarsi. Il
Protagonista è un critico e un filologo di gran fama, e noi
conosciamo la qualità di Gualberto Alvino, appunto critico e
filologo che si è sempre misurato con scritture letterarie
complesse e eterodosse, da quelle di Pizzuto a quelle di Bufalino e di
D'Arrigo. Che non abbia il nostro dichiarato guerra aperta a certe
discipline non di rado praticate come puro esercizio di neutralistica
dissezione anatomica, proprio per rivendicarne il senso dialettico che
conferisce loro energia e concreta precisione? Ecco allora che
Gualberto, straordinario fuorilegge, oltrepassa il confine e affronta
quel fertilissimo deserto che si chiama Narrativa. O meglio,
Narrazione. E lo fa naturalmente coi mezzi, il bagaglio tecnico e la
sagacia che la sua lunga esperienza critico-filologica gli consente,
anche come scrittore di fiction.
Scrive Nietzsche in Umano,
troppo umano che "i filologi non sono che liceali
invecchiati". È
una crudeltà abbastanza gratuita, ma mi pare si attagli
perfettamente al Protagonista alviniano. Chi è infatti
costui?
Al di là dei suoi cospicui meriti professionali, sarebbe
semplice (ma anche semplicistico) definirlo uno psicopatico passivo,
incapace di aprirsi alle pulsioni degli affetti, della
generosità, della carità umana. Un padre di cui
la Voce
gli rinfaccia sia morto a causa sua: "non gli hai parlato per
vent'anni perché temevi di assorbirne l'indole collerica e
criminale"; una madre mancata poco dopo per suicidio, sulla quale ha
composto un epitaffio "versando lacrime di plastica"; un fratello poeta
che lo ha sempre sostenuto e incoraggiato negli studi, e a proposito
del rapporto col quale la Voce lo inchioda spietatamente: "Sostieni che
lui, provvedendo alla tua educazione, ha fatto il proprio dovere di
fratello maggiore, e se oggi sei quel che sei lo devi solo ed
esclusivamente a te stesso, perché hai saputo far tesoro dei
suoi insegnamenti rendendoti presto completamente autonomo. Ti appelli,
inoltre, alla non eccelsa qualità dei suoi prodotti e
affermi
che un critico non può anteporre ai propri obblighi futili
questioni di natura privata a affettiva. Sei certamente nel giusto".
I suoi
rapporti con le donne non conoscono che la sequenza a-dialettica
padrone-schiava. Quelli col rampollo, si chiudono nel puro e semplice
rifiuto, per la sola ragione che lo ritiene condannato alla
mediocrità: "quanto di peggiore - insiste la Voce -
avresti potuto auspicare per il tuo unico figlio". Anche i
rapporti con gli amici e gli allievi sono improntati a un che di
perverso, in cui è dominante il principio paranoide della
sopraffazione. L'inclinazione sadomaso intride questa burrascosa seduta
analitica in forma di romanzo: e il Protagonista-paziente sembra
più intrigato - da letterato per sempre perduto nelle
foreste
pluviali delle parole - dal dottor Lacan piuttosto che dal dottor Freud.
Nel suo
delirio si accampa un groviglio di allucinazioni uditive, che si
dipanano in una sequenza di voci del tormento, ma non della coscienza
critica. Sarebbe un momento liberatorio, ma la sua arroganza non
può consentire a mettersi in discussione, proprio per
l'assoluta
identificazione prodottasi in lui negli anni tra il flusso del suo
sangue e il sangue della letteratura. Così, non
può che
difendere, a ogni piè sospinto, la superiorità
del
critico sul creatore: "Uno scrittore è solo uno scrittore,
ma
un grande critico può far brillare l'universo nel palmo
della
mano".
È
inevitabile e giusto, in un testo come quello di Alvino, che la
dimensione saggistico-teorica sulla letteratura abbia uno spazio
preciso: e lo è in rapporto alla professione del
Protagonista
che si trova coinvolto in un processo spietato in veste di imputato, ma
anche (e forse, soprattutto) in rapporto alla concezione che la
scrittura letteraria con funzione allegorica ha il nostro narratore. Si
potrebbe perfino parlare di Là
comincia il Messico
come di saggismo diluito in metafore a catena, di una scrittura di
iperbolica ricchezza stilistico-semantica impegnata a slittare senza
tregua dalla dimensione della violenza spinta fino all'efferatezza a
quella del sublime irriso e rovesciato di senso. In questo gioco solo
apparentemente deregolato, ma in realtà stretto da una regia
di
straordinario rigore, il narratore utilizza certi suggerimenti di
grande marchio, torcendoli alla sua maniera fintamente dissennata: mi
viene da pensare, a proposito di certi movimenti catalogici alviniani,
ai celebri accumuli di oggetti preziosi cari al Des Esseintes di A rebour; come, a
proposito di certe situazioni particolarmente abiette, al Bataille di Le bleu du ciel o
di Ma mère.
Quel che è certo è che lo stridore fra l'opulenza
sontuosa della lingua di Gualberto e gli orrori che essa esprime assume
una strana piegatura verso il comico: tanto che potremmo parlare di
lingua "neroniana". Col suo Super-Eliogabalo
Arbasino ha disegnato un affresco comico-parodico. Nel suo de-romanzo
Gualberto Alvino mette in scena un tragico infame. Ma quelli del
romanzo arbasiniano erano gli anni Sessanta, anche con le loro fiammate
non solo carnevalesche. Il testo alviniano è di questi
nostri
anni di degrado totale e di assenza della speranza.
Ecco allora che in questo libro il buio psichico attraversato da lucori
sulfurei si manifesta tutto dentro il grande buio dell'epoca. Alvino
è troppo consapevole per non sapere che la storia entra
comunque
nella letteratura: per cui, anche quando non esplicitamente evocata,
magari solo per frammenti e detriti, la sua ombra avvolgente non lascia
per un attimo la scrittura. Ciò avviene brutalmente anche in
quel particolarissimo "libro filmico" - mi si passi la metafora
intercodice - o "libro-drammaturgico" violentemente espressionistico
che è Là
comincia il Messico.
Questo "mostro" della Forma Scorporata che è il Protagonista
non
può non trovarsi stretto in un'angoscia sterile, tra le
baldorie
e le orge che il figlio organizza nell'appartamento che abita su quello
del padre e la sua caccia folle al mot
juste.
A paragone, Flaubert era un dilettante alquanto sciatto. "Scordavi che
scrivere è modo d'essere, non qualità; stato, non
azione", questo gli rimprovera la Voce. È,
alla fine, una taccia di superficialità, accampata nel
delirio certosino di perfezione ogni volta nec ultra.
Ma sicuramente il Protagonista, chiuso nello specchio del proprio
narcisismo ipertrofico e del proprio egoismo totalitario, ignora
l'adagio di Oscar Wilde che ricorda come la massima colpa sia la
superficialità. È
forse contro di essa, e per rinfacciargliela senza pietà,
che il
figlio si fa capobranco di una folla efferata che agisce sempre
più aggressivamente nei suoi confronti, fino alla fine, alla
distruzione, all'autodistruzione, ritmata dagli interventi sempre
più catastrofici della Voce, che non ha mai un cedimento in
direzione della pietà, e sembra animata invece da un fiato
instancabile di castigo.
Un tour de force
linguisticamente superbo, il romanzo di Alvino; specie se confrontato
con la media dei romanzi da banco che la nostra editoria coloniale
sforna su un format di inutile mediocrità, in una lingua
predisposta per un target
imbottito di telefilm dove "il Messico" non comincia mai. Nel caso di
Alvino, il Messico sta certo per "l'Italia", di cui Sergio Muscetta,
figlio del magnifico Carlo, scrisse una volta, con sarcastica
disperazione: "Oh Italia, terra d'eroi / dove non avviene mai il poi".
FRANCESCO
MUZZIOLI
La carica deformante della
scrittura: «Là comincia il Messico» di Gualberto Alvino
"La
Nuova Antologia", a. 145°, aprile-giugno 2010, pp. 391-92
Fin dal suo
titolo, Là
comincia il Messico
(Polistampa,
2008) annuncia un passaggio di confine. Il confine, innanzitutto,
è quello
della forma-romanzo nei suoi contorni convenzionali. Il testo di Alvino
è
decisamente un testo fuori norma, una risoluta e coraggiosa alternativa
agli
standard attuali della produzione narrativa e della fiction in genere,
nell’odierno stato di inflazione dei racconti
scorrevoli e semplificati. Non solo, ma il testo assume in proprio il
dovere
della polemica, andando direttamente e senza perifrasi al cuore del
problema e
cioè al modo della fruizione corrente basata sulla
sostituzione dei personaggi
alle persone, sullo scambio surrettizio «di chi confonde
parole e cose,
letteratura e vita; non so che farmene d’intrecci
scintillanti come luna park,
sono il vostro trastullo? chi vi dice che quelle filze indigeste
d’aneddoti
possano avvincermi? non ho bisogno d’epopee di cartapesta,
turpiloquî sotto
specie di meditata mimesi, sagre famigliari spalmate nei secoli e
stipate di
personaggi soverchi, scene madri arroganti e interminabili che di
materno hanno
solo la pazienza di chi s’acconcia a patirle; smettete, ve ne
prego,
d’infliggermi i vostri dialoghi monocordi, soporiferi
(…)» (p. 61); ed ognuno
riempia con nomi, cognomi e titoli questo elenco delle nefandezze
consumistiche. Certo, l’autore può vantare una
indubbia professionalità
critica, evidenziata anch’essa esplicitamente in corso
d’opera («Uno scrittore
è solo uno scrittore, ma un grande critico può
far brillare l’universo nel
palmo della mano», p. 74), che gli garantisce una maggiore
sorveglianza e
difesa contro la banalità. Ma, anche a non voler affermare
che il romanzo del
critico è oggi l’unico possibile, in quanto i
“narratori nati” restano per
forza di cose dentro l’ideologia
insita nella loro stessa infusa naturalezza,
è chiaro che una dose di criticità risulta assolutamente necessaria
allo scrittore che voglia guardarsi da fuori e non soccombere al
"cerchio magico" della finzione.
La capacità
di sdoppiarsi è assunta da Alvino come la radice stessa
della disposizione
narrativa: l’enunciazione narrante, infatti, si stabilisce
come una voce che parla
rivolta al personaggio, il quale non fa altro che ascoltare ed agire
(ammesso
che ascolti davvero: «E non mi ascolti, so che non ascolti
una parola di quanto
dico», p. 135). Un simile monologo o dialogo asimmetrico
marca già diversi
punti di contrapposizione verso la forma-romanzo: mentre il romanzo
corretto
deve raccontare al passato, qui si racconta al presente, in situazione; mentre il romanzo tende a
nascondere il narratore
che tira i fili della vicenda, qui invece l’emittente avanza
al proscenio e si
esibisce spudoratamente. Per la verità, non l’io,
ma il tu la fa da
protagonista («E tuttavia ti farò credito, ancora
una volta»: questa la battuta
iniziale, p. 11): sì, questo è uno dei rari
romanzi che narrano alla seconda
persona. Lo statuto di questo tipo di voce resta ambiguo: potrebbe
essere
infatti la voce della coscienza e quindi un soggetto che parla con se
stesso,
nel cosiddetto “foro interiore”; ma potrebbe essere
anche una voce esterna, che
comunica non si sa come col personaggio, lo stimola e lo controlla. La
seconda
ipotesi potrebbe venir rafforzata, durante la lettura, non dico dalle
espressioni di odio dell’io nei confronti del tu, ma dalle
indicazioni di una
sorta di complotto che coinvolgerebbe il personaggio. Quello che
è chiaro è che
la voce “alle spalle” vuole che il personaggio
compia determinate azioni (si
potrebbe parlare — nei termini di Jakobson — di un
accento posto sulla funzione
conativa) e in
questo senso
utilizza tutta una serie di strategie, tra blandizie e minacce,
rammemorazioni
e ordini. Un personaggio eterodiretto da chissà quale forma
di condizionamento
mentale? Certo è che lo sdoppiamento rimanda agli stadi
della follia. Tanto più
che la voce è, in tutta evidenza, la voce della paranoia,
una voce che va ad
instillare e installare di grado in grado il terrore e
l’avversione per
“l’altro”, ne mostra la presenza invasiva
e il moltiplicarsi implacabile da
ogni parte, in una sorta di soffocante assedio. Un esempio tra i molti:
«La
minaccia aumenta, gli indizî si susseguono, ogni anfratto
può celare un predatore
in agguato. Davvero non t’accorgi che tutto accade contro di
te, e le
possibilità di salvezza si riducono di minuto in minuto?
Anche un cieco lo
vedrebbe» (p. 29). Da questo punto di vista, il testo di
Alvino è assolutamente realistico, arrivando a mimare
proprio i passaggi tipici della cosiddetta “richiesta di
sicurezza” e della sua
progressiva impercettibile accettazione della violenza più
barbara. Se la
società non sa più che farsene della scrittura
(lusso aristocratico che non va
più di moda), allora alla scrittura non resta altro che
vendicarsi scoprendo il
cuore nero della società, la
sua brutalità
fondatrice.
Ed
è un
testo di contenuti davvero “forti”, questo. Il
lettore è avvertito, fin dal
titolo: Là comincia il Messico
è la
frase dei banditi che trovano rifugio in un paese dove la legge non ha
corso.
Ogni disagio è dunque nel conto. Eccedendo soprattutto nella
Scena della violenza, ma
non lesinando
in ampie parti la smodatezza dell’eros, fino a una sorta di
misticismo della
carne («Il misticismo non
è cosa da
monache», p. 158), Alvino lancia la sfida del
“troppo” o del “ritorno del
represso”, come direbbe Orlando. Si tratta di una sfida che
chiama in causa
certamente la psicoanalisi (che avrebbe difficoltà a
rintracciare il livello
“latente”, tanto tutto è in superficie)
e il femminismo (che avrebbe difficoltà
ad accettare un “elogio della femmina”
così poco spirituale e con esiti tanto
crudeli), ma che va soprattutto a colpire l’attuale ondata
neopuritana e
fondamentalista, lasciando emergere il desiderio come macchina
incontrollabile
e enigma insocievole, fino al finale dell’omicidio, anzi fino
ad una distopica
distruzione generale: «Il deserto, dovranno trovare il
deserto quando verranno.
Un mare di sabbia. Macerie» (p. 151).
Ma
ciò che
viene chiamato in causa e viene sfidato è la letteratura
stessa, in un gioco che
è sempre anche metanarrativo. Il personaggio è
uno scrittore, sepolto tra libri
e manoscritti. Questo potrebbe voler dire che la cultura non
è una garanzia e
che anche l’uomo più sapiente del mondo
può trasformarsi in un mostro. Ma la
cosa rimanda anche ad un principio di dissipazione, per cui la
letteratura
viene trascinata e travolta nell’orrore del mondo. La
scrittura di Alvino,
infatti, è di tipo torrenziale. Il monologo del suo sottosuolo porta con sé le
materie palpitanti del vissuto e i
segnali inquietanti del quotidiano, ma insieme pure tutto un bagaglio
di
memorie e di conoscenze, di letture e di modelli retorici. È
una scrittura
spettacolare, degna della scena, rutilante e mutevole, che non esita a
trasformarsi,
come quando nell’ultima parte lo sdoppiamento della voce e
del personaggio si
traduce in un’alternanza tra frammenti in tondo e in corsivo.
Una emissione
straripante che però non ripete (questo mai:
«Scongiurare le ripetizioni
moleste», p. 98), ma appare animata, piuttosto, dai due
princìpi congiunti
della elencazione e della variantistica, dove ciò che conta
è il ritmo,
prolungato fino all’estenuazione del respiro o incisivo come
una coltellata.
Una scrittura iper-retorica, che contrasta nettamente con la
narrativa-sceneggiatura oggi in auge e si ricongiunge, semmai, ad una
delle
grandi linee di tendenza del romanzo sperimentale.
Esuberante e spietata,
la scrittura procede e produce deformando il contenuto e accettando
stoicamente
di rasentare di continuo lo “sgradimento” e il
dispiacere del testo.
PAOLO GUZZI
Lo spessore della
lingua. Il
fondo della visionarietà, la complessità del tempo
"Zeta.
Rivista internazionale di poesia e ricerche", xxxii 2010, 1
p. 24
Quando
si sono letti moltissimi libri, li si è studiati a
fondo, si è assorbita la storia e le molte storie che
raccontano, quando si è
avvicinato lo spessore della lingua nei suoi aspetti più
nascosti, nei suoi
risvolti più misteriosi, quando si è penetrato in
quel mondo di segni, in quei
fonemi, di cui si sa tutto alla perfezione, allora si ha come un
disgusto, una
nausea, tanto più forte in quanto non se ne può
fare comunque a meno, per tutto
ciò che sappia di letteratura e di quel mondo inevitabile e
stravagante, così
attraente e repulsivo insieme, costituito dal tappeto di strumenti per
cui la
lingua si costruisce e si dipana.
Allora, come ha fatto Gualberto Alvino, filologo e studioso
di letteratura italiana contemporanea, con questo lavoro (Là
comincia il Messico, Firenze, Polistampa, 2008), si vuole
continuare a rivivere quel mondo, questa volta creando qualcosa del
tutto
nuovo, originale, qualcosa che prima non
c’era.
La crudeltà non è pietosa, né verso
gli altri né verso sé
stessi, il tutto è osservato e rappresentato per accumulo
barocco di immagini,
di linguaggio, di sensazioni.
Il ritmo trainante del linguaggio, nonostante le cesure e le
interruzioni, gli spazi vuoti della pagina, ci spinge nel profondo
della
scrittura, seguendo l’itinerario di una vocazione letteraria
che coinvolge
l’autore e quindi il lettore.
Nel testo non succede nulla, sembra, se lo prendiamo come un
viaggio all’interno della lingua; succede di tutto invece se
seguiamo i mille
accadimenti di cui veniamo resi partecipi.
L’esperienza fatta non può essere dimenticata. Le
migliaia
di libri letti e studiati, analizzati come un entomologo gli insetti,
si
affollano nella mente, la riempiono di idee, di immagini, di sogni e di
nevrosi.
Quindi Alvino ha pensato a questo suo primo romanzo: una
struttura rigorosa che ha l’andamento, dichiarato nei
sottotitoli ai capitoli
nell’indice, di una sinfonia musicale.
Un romanzo che è un antiromanzo eppure racconta, senza
dialoghi eppure con un dialogo ininterrotto con l’altro, un
altro sé stesso,
cui l’autore si rivolge dandogli del tu. Un alter ego? Forse.
Eppure qualcosa
di diverso, in più, un dostoevskiano diario di un pazzo, un
pazzo dotato di
ragione e di metodo, come il Polonio dell’Amleto
shakespeariano.
La follia e il disgusto, la passione per il disgusto e la
necessità di procurarselo, una crudeltà
senechiana e sadiana, un’attenzione per
gli odori (i cattivi odori) alla Suskind, determinano questo singolare
romanzo
che vuole raccontare l’esperienza totale, la vita, una vita
nella sua
interezza, nello stesso tempo autobiografia ed invenzione,
immaginazione e
realtà, piuttosto una de-realtà, come chiamava
Barthes quello stato a metà tra
realtà ed irrealtà appunto, dovuto ad una mente
che soffre.
In un testo che si vuole “sinfonico” il tempo
è
fondamentale. L’esperienza è sempre anteriore alla
sua descrizione, il tempo
umano è diverso dalla sua rappresentazione. La sua
descrizione è difficile in
quanto esiste una sovrabbondanza di vita che sovrasta, che fa mancare
qualcosa
che riempia l’abisso della propria esistenza.
Nel romanzo di Alvino questa sovrabbondanza compare ad ogni
pagina, ad ogni rigo, in ogni aggettivazione, negli elenchi in cui si
accumulano gli aggettivi, insoliti, da repertorio filologico, fonemi,
parole in
antico italiano, citazioni di poeti, in una scrittura in cui il tempo,
appunto,
sembra mancare il suo spazio; in cui, a volte, per
l’eccessivo affrettarsi, perfino
la punteggiatura è eliminata e la frase può
interrompersi di colpo, senza finire
il concetto.
Esiste in questo lavoro di Alvino un desiderio di
abbracciare l’universo, non solo quello esistente intorno a
noi, in cui si
muove con odio e rancore la figura del narrante, ma anche di penetrare
e farsi
attraversare dalla scrittura che quell’universo descrive.
Così, come dice Poulet (la traduzione è del
sottoscritto),
«Sentire la propria esistenza come un abisso vuol dire
sentire la mancanza
infinita del momento presente. Il momento, generato
dall’uomo, non basta più
all’uomo» (G. Poulet, Etudes
sur le temps
humain, 1, Plon 1972, p. 33). In questo grande affresco
scritto, in cui le
capacità narrative e descrittive sono notevolissime, si
avverte una velocità e
un ritmo, a volte accelerati a volte rallentati, che trascinano il
lettore, lo
agganciano e a volte lo distolgono, ma sempre costringendolo alla
lettura ed
alla rilettura.
Se il Messico è a poca distanza, se siamo dunque al confine
con il Texas, luogo di ogni sopruso e di ogni tormento, dobbiamo dunque
soltanto attraversare il Rio Bravo per raggiungere la sedazione.
Ma l’autore non ci dice di avere raggiunto il Messico. Ce lo
indica da lontano, da questo Texas che tutti ci ossessiona, tra
sparatorie e
fuorilegge.
Nella “durata” esiste la vita vissuta al di qua e
al di là
dell’istante: è questo istante che ogni scrittore
vuole cogliere e che
Gualberto Alvino prova, riuscendoci, a cogliere.
Oltre al tempo umano, un tempo disumano, piuttosto, l’altra
coordinata del romazo di Alvino è la profondità.
Profondità filosofica,
filologica, profondità descrittiva che va sino dentro i
corpi, con una
visionarietà al microscopio che sviscera, è il
caso di dire, il corpo e i corpi
l’uno dentro l’altro, ponendo in superficie
ciò che fisicamente ci sta dentro.
Il cammino del personaggio narrante precipita inesorabilmente verso la
dissezione, dapprima del testo, quindi del corpo. Una tale forsennata
introspezione ravvicinata giunge alla rottura dei globuli e della
cellula. L’amplesso
è visto da dentro, si entra nel sesso come se ci fosse, nel
membro virile, una
luce che illumini minuziosamente ogni orifizio. La descrizione
è così precisa, gli
odori stessi sono talmente ben descritti che sembriamo sentirli, e il
cervello esplode,
trascinato da sé stesso verso il nulla. Bum,
concludendo come nel romanzo.
MARZIO PIERI
I
baffetti chapliniani di Contini
"Le Reti di Dedalus. Rivista del Sindacato
Nazionale Scrittori"
Alvino
è noto ai più come conoscitore e filologo
supremo dell’arte di Pizzuto (si dividon la palma col
laborioso Antonio Pane e,
sul piano della scrittura critica, con l’ultimo fantasioso,
sanguigno,
veggente, dei nostri oggidiani in cattedra, Walter Pedullà)
ma dovrà crescere,
ormai, il grido che circonda le sue gesta di scrittore in proprio. Là
comincia
il Messico, uscito da un anno col grido lancinante di un
galletto incaico,
potrebbe anche essere uno dei pochi libri che segnano un passaggio di
consegne.
(Mr Livingstone I suppose). Detto in parole povere
(nel mio buio posso
ricorrerci senza che si veda il rossore): sembra il libro di uno
scrittore
francese, non però tradotto nel solito italiano bastardo dei
nostri editori.
Sembra, anzi è, il libro di una sola sua lingua. [Gennaio
2010]
Non
ho
pagato come avrei voluto il mio debito col romanzo –
premiatissimo – di Gualberto Alvino, dal titolo che vale di
suo
una
leggenda: Là
comincia il Messico.
Il titolo (a parte il riferimento, ovvio almeno per i
cinéphiles, da Charlot a
Peckinpah, e pei collezionisti di Tex/La repubblica, alla borderline segnata
dal Rio Bravo fra gli USA, dalla democrazia
restrittiva e accumulatrice, e il Mexico Lindo, dalla anarchia
desperada e
mortuaria) può valere Ravenna
o Signorina Rosina,
ma questo devoto alla
causa di Pizzuto non è, per me, un pizzutiano per li rami.
È altra cosa, impone
diversa strategia di lettura, e questa per me è una lode
senz’ombra. [...] l'Orsa di Alvino, diquà o
dilà
dal Messico, è lo Stile [Agosto 2010]
ILENIA APPICCIAFUOCO
Là
comincia il Messico
"Le Reti di Dedalus. Rivista del Sindacato
Nazionale Scrittori", 3 dicembre 2008
La
vita di un uomo, gli errori, gli incubi, i
traumi, raccontati
dalla voce della follia.
È
lì. Non si vede, ma ci sembra di scorgerla,
forse
l’immaginazione del lettore le assegna persino lo stesso
volto del
protagonista.
La voce
è uno specchio terribile, un ritratto di Dorian Gray
che grida e
a volte sussurra all’uomo le aberrazioni della sua mente,
delle sue
scelte, della sua esistenza.
Là
comincia il Messico,
primo
romanzo del filologo e critico
letterario Gualberto Alvino, pubblicato quest’anno dalle
Edizioni
Polistampa, deve il titolo ad un topos
cinematografico, una frase
pronunciata dai banditi dei vecchi film western nel momento in cui
raggiungevano il confine ed erano al sicuro. Nell’ottica
dell’autore, qui, diventa il punto di non ritorno, la linea
che separa la
razionalità dalla bestialità e che,
inevitabilmente,
finirà per essere oltrepassata.
Sono le
allucinazioni uditive del protagonista, un famoso intellettuale
e
stimato filologo, ad infliggere un letale castigo alla sua psiche e a
condurre
l’uomo a decretare, con le sue azioni (e inazioni), la
sconfitta del
logos e della ragione e la vittoria degli impulsi ferini e della
volontà
di trasformarsi da dissettore
di libri a scalco di corpi.
Nel primo
capitolo del romanzo, Cobalto
vivo,
situato nella prima parte
dall’eloquente titolo Appostamenti alla lepre,
la voce appare in
tutta la sua potenza impietosa già dall’incipit:
“E
tuttavia ti farò credito, ancora una volta,
l’ultima,
bada, purché non ceda più alla tentazione di
sfuggirmi, e smetta
quel ghigno saputo, insolente, quell’aria di sfida e di
ottusa
spavalderia con cui cerchi inutilmente di opporti
all’evidenza” (p.
11).
Da questo
attacco comprendiamo che quello delle allucinazioni ai danni
della
sua vittima è un discorso che continua da tempo e travalica
a ritroso i
confini della pagina, oltre un margine in cui noi lettori non potremo
mai
penetrare. Le voci insistono nel convincere il protagonista ad
accettarle e a
smettere di negare ciò che, ormai, appartiene alla sua
quotidianità. La loro attenzione, in questo primo capitolo e
per buona
parte del testo, è rivolta alla lepre, allegoria
dell’inettitudine
dell’uomo che tengono prigioniero e che ha consacrato la sua
vita allo
studio dei testi, all’analisi ma anche alla
volontà di tenere
tutto sotto controllo, convinto che ogni essere umano possa essere
l’artefice del proprio destino. L’individuo senza
voce che subisce
le angherie dei mostri della sua mente è un formalista.
Crede fermamente
che “Il potere di un’assonanza, di
un’onomatopea, di una
paronomasia o di una semplice allitterazione” ecceda
“di gran lunga
quello della più folgorante coniazione
concettuale” (p. 73) e
nell’amore per la forma ha speso tutta la sua esistenza,
curando
l’arredamento della sua casa fin nei minimi dettagli, la
disposizione dei
libri sulle mensole, l’attenzione nella scelta delle parole
più
appropriate, tanto che sarà il suo stesso
“aguzzino” a
definirlo un abile affabulatore. Alvino mostra come l’amore
del
protagonista per la forma si sia tramutato, a poco a poco, in
ossessione, e lo
fa, ovviamente, tramite il basso continuo della voce, che descrive in
modo
minuzioso l’angosciante 'fabbricazione della pagina' al
computer.
È questo, un tratto del romanzo che disintegra
l’idea di creazione
intellettuale come atto istintivo, frutto di un moto improvviso
dell’anima
e fa assomigliare la stesura del testo ad un progetto di ingegneria
meccanica.
L’intellettuale sembra disorientato nel momento in cui una
semplice
elisione riesce a creare spazi troppo larghi e troppo bianchi fra una
parola e
l’altra, facendo assomigliare il rigo ad
un’epigrafe smozzicata dai
secoli e “non c’era verso di serrarlo, se non
riducendo d’una
frazione di punto le misure degli interstizi” (p. 100).
Il filologo
si riduce, così, a sacrificare il concetto, a
renderlo meno
efficace pur di non intaccare l’armonia della struttura
formale.
Arriverà a spaccare la tastiera con un pugno quando, allo
stremo delle
forze, scriverà che anche il pensiero nella sua purezza e
non solo la
maniera in cui viene reso, incide sull’opera.
La voce
alterna toni minacciosi, perentori e pieni di odio e disprezzo
nei
confronti del protagonista, a momenti in cui sembra che niente al mondo
sia
più importante del cambiamento totale che sta cercando di
provocare
nella sua anima. Accoglie, come forse un padre orgoglioso farebbe, ogni
minimo
segnale di pura reazione istintiva e brutale
dell’intellettuale alle
situazioni, ogni minima dimostrazione di inazione, l’unica
arma da usare
nei confronti del Sistema, “l’unico atto di
ribellione in grado di
confondere questa macchina idiota” (p. 75). Essa assume toni
più
pacati anche quando comprende che il suo ostaggio si sta lentamente
arrendendo
e non fa più mostra di volerla negare o allontanare.
Là
comincia il Messico
potrebbe tranquillamente essere tradotto
in sceneggiatura teatrale e sembra fondato sulla figura retorica
dell’antitesi: è antitetico, nel senso che non
ammette una
sintesi
fra gli opposti. Anche se la voce stessa mette in guardia il
protagonista dagli
specchi poiché essi “convertono la vita prima in
vita
seconda… niente di più pernicioso per chi versa
nel tuo
stato” (p.
43), questi ci appare come vittima e carnefice, docile e spietato,
umile e
altezzoso, perfino pulito e lercio al tempo stesso. Ha amato
profondamente una
donna, anche lei senza nome (come, del resto, tutte le ombre presenti
nel
libro), una poetessa che rivedrà, per l’ultima
volta,
vagare
disperata per il paese, in un giorno di festa, fasciata da un abitino
liso e
fuori moda; al tempo stesso sa di averla condotta alla follia,
umiliandola
fisicamente e mentalmente, distruggendone il corpo, l’opera,
non
sopportando che, nonostante tutto, lo dominasse con il suo amore
spontaneo,
senza barriere né difese e sovrastrutture.
Ha avuto un
amico, adorato solo fino a che non sprofonda in una
depressione
senza via d’uscita. Lo troverà morto suicida,
straccerà il
biglietto su cui erano spiegati i motivi del gesto: “una
moglie
indifferente, sconosciuta; figli vuoti, senza luce.” (p. 68)
decidendo
così, deliberatamente, di occultare la verità
alla sua famiglia.
Così facendo, dice la voce impietosa, “Quante
altre stragi avranno
ancora seminato sulla loro strada nella più sorda
incoscienza, che una
tua diversa decisione avrebbe potuto evitare? Non puoi non averci
pensato.” (p. 68).
La
polarità del romanzo si ha anche quando le allucinazioni
descrivono
il rapporto dell’intellettuale con la sua famiglia
d’origine e con
suo figlio: quest’ultimo e forse il padre, sono
ciò che questi ha
sempre rinnegato, il primo perché non in possesso della sua
stessa
intelligenza e del suo stesso ardore intellettuale, il secondo
perché
delinquente, ladro e folle. È il padre a far nascere in lui
non solo i
primi germi della follia, ma anche, suo malgrado, l’amore e
la
venerazione per il suono e la forma delle parole: “Assaporava
di gusto le
vocali aperte … pasteggiava le sibilanti e le esplosive
labiali …
componeva frasi ad hoc e ne ripeteva le sillabe all’infinito
corrugando
le labbra (…) Bubboni su massi zappan mappe zotiche
(…) Inorridivi
senza capire, e annotavi con diligenza su un angolo della parete i
termini
ricorrenti per bandirli in perpetuo dal tuo lessico.
Quell’intonaco fu il
tuo primo diario, il primo annuncio della tua inclinazione filologica.
E della
follia che t’ha sempre camminato a fianco rubandoti il
passo” (p.
85).
Se la figura
paterna è presentata come eroica, folle e
violenta al tempo
stesso, il figlio, espressione vivente di mediocrità secondo
l’ottica dell’intellettuale, è
manifestazione vivente di
ciò che la voce vorrebbe che lui diventasse. Il ragazzo
vive, in una condizione
di completa anarchia, nello stesso edificio in cui si intreccia la
vicenda, in
un appartamento al piano di sopra, dando asilo a individui equivoci o
disperati
raccolti dalla strada. È rappresentato come un individuo
spietato,
capace di fare del male senza provare il minimo accenno di rimorso, ma
allo
stesso tempo pieno di una forza vitale e di una carnalità
istintiva e
feroce di cui suo padre non ha mai potuto godere. La madre del
protagonista
è forse l’unica immagine che trasmette, per un
momento, un senso
di calore e di pace e lo struggente ritratto che ne fa la voce stessa
sembra
accrescere il rimpianto dell’uomo per non essere stato capace
di
abbandonarsi totalmente nell’esprimere l’amore.
È tramite la
sofferenza e la rassegnazione di quest’ombra bianca e
semplice che
l’autore sfiora una delicatezza che non trova spazio nelle
altre pieghe
della storia.
Anche se i
contenuti del libro sono davvero originali, il vero punto di
forza
dell’opera risiede nella struttura e
nell’abilità
linguistica di Alvino, amante e studioso della lingua degli irregolari
Antonio
Pizzuto, Gesualdo Bufalino, Stefano D’Arrigo fra gli altri.
Il testo si
divide in due parti, le quali, a loro volta, contengono
ciascuna
quattro capitoli. Tuttavia, all’interno di questa struttura
molto
regolare le parole esplodono, escono dalla pagina. Alvino imprime il
marchio
del suo stile ad ogni singola frase e la violenza dei significanti
è
tale da renderli simili a entità animate da una
volontà propria e
da una materialità che accresce il senso di angoscia e
straniamento e
che condiziona il ritmo della scrittura. Nel capitolo La scena
in cui il
protagonista viene aggredito e ferito sulla banchina di una stazione da
una
spietata banda di ragazzini, nel momento in cui gli viene inferto il
colpo allo
stomaco, ci sembra di guardare la sequenza a rallentatore di un film.
La
scrittura segue, attimo dopo attimo, ogni singolo movimento
dell’uomo,
ogni reazione minima del corpo e ogni moto del pensiero, inclusa una
una
digressione, un suo traumatico ricordo d’infanzia,
nonché i
movimenti dei personaggi e le modificazioni dell’ambiente che
fanno da
cornice alla situazione. La
scena in
effetti,
presenta un accaduto che
ha più i contorni di un incubo, di
un’allucinazione, che quelli di
un’esperienza realmente vissuta.
Si
può osservare, ad una lettura più attenta, che
la definizione
'romanzo' mal si adatta a questo libro che offre una commistione e una
varietà di approcci stilistici e lessicali tale da renderlo
pressocché impermeabile a una delimitazione entro confini
netti.
Gualberto
Alvino usa le parole a suo piacimento, gioca mescolando
vocaboli,
alcuni li stravolge, altri li inventa o li storpia volutamente:
“ovvero
emettere suoni, interiezioni, parole a caso, dopo una vita di pesature
al
milligrammo; chessò? Clitico hiiiiiiiiiiii policronia
disambiguazione
splash arcadieggiante centosedici idiografo antimimetico oh diffrazione
alfano
ordunque…” (p. 64).
La
punteggiatura è un’altra componente
dell’opera che
l’autore cura in modo particolare, sia quando viene
utilizzata per
rendere più concitato il borbottio delle allucinazioni, sia
quando
è volontariamente trascurata, ogni qual volta il monologo
sfocia nel
flusso di coscienza e la scrittura diventa (apparentemente) automatica.
Alvino mostra
una predilezione per l’apertura di parentesi che potremmo
definire
“false” poiché contengono il nocciolo
centrale del discorso
e soprattutto, dà prova di un’attenzione senza
precedenti nella
letteratura italiana contemporanea, nei confronti
dell’accentazione,
arrivando perfino all’utilizzo dell’ictus
circonflesso: “quei
fenomeni dei greci lo mettevano dovunque, dovremmo farlo anche noi,
almeno
sulle sdrucciole (…) lascia stare i grammatici, sono pigri,
si deduce dal
contesto dicono (…) e dire che sarebbe così
semplice, naturale,
vènti vénti, abbònati
abbonàti, séguito
seguìto, il circonflesso è morto, ma servirebbe
anche lui, io lo
metto sempre, pare un fiore, agghinda la pagina, lo conosci?”
(p. 167).
Sono queste le parole di un particolare 'personaggio' che
l’autore fa
affiorare nell’ultimo capitolo. Questi è
caratterizzato, a livello
stilistico e formale, dall’utilizzo del carattere corsivo e
da un leitmotiv
diverso rispetto a quello dell’altra allucinazione. Se la
prima voce
è riuscita nell’intento di trasformare
l’intellettuale da
dissettore di testi ad assassino mutilatore di corpi, la seconda si
manifesta
nei tratti ossessivi di una sensualità malata e perversa,
spostando
l’attenzione per il sangue, gli organi vitali e i sacrifici
umani arcaici
a quella per gli umori, le zone erogene, il sesso delle donne, creature
ridotte
a fantocci soggiogati dall’inquietante figura del freddo
seduttore.
Saranno proprio i suoi sussurri a far calare il sipario sulla vicenda
che,
tuttavia, si interrompe nel bel mezzo di un monologo che
continuerà,
anche dove i nostri occhi non riusciranno più a seguire,
facendo
penetrare nel testo un’idea ciclica e insieme infinita del
tempo.
Là
comincia il Messico
è un’opera molto difficile da
analizzare e da capire ed è probabile che solo un esperto
filologo e
letterato come l’autore potrebbe sviscerarne le
caratteristiche
fondamentali e offrirne una visione soddisfacente, anche
perché, in
più parti del testo, l’autore si serve delle note
buttate
giù dall’uomo di scienza divorato dalla malattia
per esprimere una
sorta di 'testamento' intellettuale, convertendo il flusso delirante in
saggi
sulla forma e la sostanza nell’arte e nella lingua.
Alla luce di
quanto appena scritto lascio che sia il critico e
pubblicista
Giacomo D’Angelo a concludere: “Benché
il motto di Alvino
sia la simmetria è infeconda, egli è
biologicamente simmetrico:
non ha bisogno del facile espressionismo, perché perfora e
perturba con
le guglie del suo stile i temi più scabrosi. Alvino
è un filologo
dell’anima, dell’idea fatta viscere, del cuore
messo a nudo.”

Roma.
Biblioteca Vallicelliana, 18 febbraio 2009
Presentazione di Là
comincia il Messico
Da sinistra: Francesco Muzzioli,
Aldo Mastropasqua, Mario Lunetta
FRANCO ESPOSITO
Alvino:
come si ripara la letteratura
"Eco risveglio", 30 luglio 2008
In
mezzo a una montagna di libri inutili, fasulli, dalle copertine
ammiccanti e senza vita, sempre più raramente spunta
inaspettata la
chicca che ti fa di nuovo credere nella potenza della scrittura, della
narrativa. Ultimamente mi è capitato con Là
comincia il
Messico di
Gualberto Alvino, edizioni Polistampa. Alvino
è un
filologo e uno dei critici letterari più preparati della
letteratura
italiana. Per presentarlo ai lettori del Taccuino
mi basta citare i suoi
puntuali ed autorevoli studi sul nostro Gianfranco Contini, e
soprattutto su
Sandro Sinigaglia, uno degli 'irregolari' più illustri della
poesia
italiana di fine Novecento. Uno dei suoi ultimi lavori è
stata la
pubblicazione presso la Sellerio di uno dei libri più belli
di Antonio
Pizzuto: Si riparano
bambole. Un
lavoro, questo di Alvino, da certosino
della
critica alle prese con gli autori più ostici della
letteratura italiana.
Mentre gli altri critici passeggiano su strade asfaltate, lui
s’inerpica
su pareti scoscese cercando un minimo appiglio per le sue originali
ricerche.
Tornando al suo libro, Là
comincia il Messico,
devo dire che
quando l’ho ricevuto non mi sembrava vero: nella copertina
è
presentato come romanzo, ma del romanzo ha solo la struttura.
Proseguendo nella
lettura, infatti, mi sono accorto che l’opera rasenta il
diario in
pubblico, un diario nuovo, originale, a tratti stravagante, che
analizza la
follia sia individuale sia collettiva, che distrugge sistematicamente
la vita
del protagonista che guardacaso di mestiere fa il filologo e il critico
letterario di fama, che sfiora o s’identifica con quella
dell’autore. Ne deriva, come magistralmente scrive Giorgio
Bàrberi
Squarotti, un salutare scontro con la banalità e la
povertà della
letteratura di moda. Infatti, verso la fine del libro, lo stesso Alvino
si
chiede "chi sono i critici? quelli che vedono al buio, quelli
che
arrivano dove gli altri se lo sognano, quelli che non sono artisti ma
gli
artisti non farebbero un passo senza di loro". Raccontare la
trama del
libro è impossibile, forse una trama vera non esiste: pagina
dopo pagina
assistiamo a un processo di ferocia o meglio di allucinazioni, di
follia che
distrugge sistematicamente la vita quotidiana del protagonista, che si
trasforma in metafora della nostra vita. Con Là
comincia il Messico
Gualberto Alvino, secondo il mio modesto parere, si conferma con
straordinaria
originalità il degno erede di Antonio Pizzuto.
ARMANDO ADOLGISO
Là
comincia il Messico
"Nybramedia", 13 marzo 2008
"Lo
stile, egregio signore, lo stile è
l’unica realtà estetica. La letteratura
è un fatto di
lingua, pertanto il suo proprium consiste nell’organizzazione
formale dei
contenuti. Il vero e solo significato si annida fra le crespe del
significante”.
Così
dice un personaggio che chiude, in un dialogo teatrale
ideato dal
curatore, il recente Giunte
e caldaie di
Antonio
Pizzuto. Il curatore di
quel volume è Gualberto Alvino, che di Pizzuto
n’è da anni
impareggiabile esegeta. Ora, Alvino pubblica – editrice
Polistampa
– un suo libro intitolato Là comincia il
Messico che, a
mio
avviso, ha la sua migliore definizione critica proprio nelle righe con
le quali
ho aperto questa nota.
La copertina
reca impressa la dizione ‘romanzo’ ed
è una
formulazione editoriale che avrei vivacemente sconsigliato.
Là
comincia il Messico
è scrittura tanto complessa per
struttura, linguaggio, esiti stilistici da non avere niente a che fare
con il
romanzo così come oggi lo si intende e –
ahimé – si
pratica.
La torbida,
violenta narrazione, s’articola attraverso
rifrazioni che
attraversando più generi tutti li nega;
l’avventura del
protagonista è espressa più da uno scenario che
da una trama; in
un capitolo (da rendere felice Gérard Genette) si ragiona
perfino sul
paratesto interrogandosi lo scrivente sulla grafia computerizzata di
quanto va
scrivendo.
Lampeggia
fra le luci livide di una storia psichica il fulmine della
metaletteratura; si aprono squarci saggistici; le pagine conoscono le
derive
magnetiche dello smemorare ricordando, come in un film in cui le
sequenze si
autocancellano dopo essere state viste, dando allo spettatore la
suggestione
del mai più poter vedere ciò che una volta gli
è stato
dato.
Grande
libro. Grande esempio di narratologia. Grande piacere di lettura
per
palati fini.
Ho detto a
Gualberto: immagina d’avere davanti a te una
platea di
potenziali lettori. A chi consiglieresti la lettura di Là
comincia il
Messico?
Mi ha
risposto in modo originale, traendo parole dal suo libro. I
periodi,
infatti, che troverete tra virgolette sono estratte dal volume.
A chi non ha bisogno
“d’epopee
di cartapesta, turpiloquî
sotto specie di meditata mimesi, sagre famigliari spalmate nei secoli e
stipate
di personaggi soverchi, scene madri arroganti e interminabili che di
materno
hanno solo la pazienza di chi s’acconcia a
patirle”. A chi è
stanco di “dialoghi monocordi, soporiferi, coi loro chiese
grattandosi il
mento, pensò scendendo le scale, ribadì
scrutandola mesto in
controluce, esclamò sussurrò rispose”.
A chi condivide
l’invettiva del mio personaggio contro i narratori
d’oggidì:
“le vostre descrizioni torrenziali non valgono un lembo della
carta che
le accozza, la vostra lingua goffa e smidollata è un
perpetuo oltraggio
al buon gusto, il vostro umorismo à la page ha lo stesso
brio di una
marcia funebre; non voglio essere intrattenuto da voi, sono forse la
pattumiera
della vostra incontinenza? nessuno vi autorizza a scrivere qualsiasi
cosa,
senza freni, senza pudore, centinaia e centinaia di pagine, roba da
pazzi,
esigo rispetto, quando capirete che in arte lo sguardo conta assai
più
del guardato, un ciglio più del volto, il tono
più di quel che
dite senso, sarete in pasto ai vermi; ho diritto al nuovo, io, pretendo
d’essere turbato osteggiato demolito sottomesso covato
sorpreso gabbato
scosso ammaliato sfamato”.
GIORGIO BÀRBERI SQUAROTTI
Il
discorso è alacremente intenso e inventivo,
trascorrendo dal distacco ironico del commento e della critica alla
rappresentazione d’orrore e di morte. L’opera
è di
straordinaria originalità, e la pubblicherei subito, con
entusiasmo: ne
potrà derivare un salutare scontro con la
banalità e la
povertà della letteratura di moda. Io sono con Gualberto
Alvino,
appassionatamente. Egli ha ridato verità al tragico e al
“grande
Stile”.
GIANCARLO ALFANO
È
stata una lettura appassionante, e angosciante.
Appassionante per aver potuto seguire le trasformazioni, le
interpolazioni, le
diluizioni e gli aggiustamenti vari di un testo dotato di una forza
notevole;
angosciante per la violenza che quella forza acquisisce, tale da creare
in
certi punti quello che gli spagnoli direbbero desasosiego
e gli inglesi uneasyness:
disagio tale da generare come un senso di vertigine. […] La
Scena
è un capitolo eccezionale: la sospensione onirica, il
distacco psicotico
da quanto accade ha un effetto che si può dire sconvolgente.
Fa paura, e
la paura è contraddittoria: proviene dalla sicurezza dello
scempio
incipiente e insieme dalla rivelazione della natura del protagonista
(dalla
rivelazione a sé di quanto nella propria natura vi sia di
votato alla
pulsione di morte: pulsione camuffata da volontà di potenza).
GIACOMO D'ANGELO
Carissimo
Gualberto,
non amo la
retorica dei complimenti, né l’aggettivazione
berninizzante alla D’Orrico o di
altri trionfalistici mallevadori di quotidiane opere del secolo, ma il
tuo
libro è quanto di più interessante abbia letto in
questi ultimi tempi. Ne sono
uscito stupito, ammirato, sconvolto. È
un miracolo di ritmo, di stile, di
assoli linguistici, di tenuta narrativa. Un diario scavante, impietoso,
allucinatorio, visionario e realistico, incalzante e lirico, crudo e
cotto
(come diceva Savinio), con pagine che mi hanno man mano rimandato ad
autori
come Landolfi (i suoi diari), Canetti, La palude definitiva
di
Manganelli, I falsari di Gide e, se non ti turba,
essendo
l’antidannunzianesimo un vezzo ancora praticato, al Libro
segreto del
mio paesano. Sarai un filologo della paraipotassi, dei sinonimi, delle
assonanze, di ogni diavoleria effatica, ma in questo libro mostri di
essere un
filologo dell’anima, dell’«idea fatta
viscere», del cuore messo a nudo. Ci
sono, come in una matrioska, altri libri nel tuo aculeato journal,
come
quelli del padre e della madre, che sono di per sé grumi
densissimi di
narrazione: tra l’altro quel padre che va a picchiare il
maestro che aveva
picchiato suo figlio mi ricorda il mio che, fascista e militarista con
eccessi
di violenza e di dolcezza (non conosceva la virtù mediana),
fece altrettanto
con un mio pedagogo della terza elementare che per uno scherzo di cui
ero
innocente mi rifilò due sergozzoni alla testa, facendomi
sanguinare. Quella tua
madre poi, così incisa stilisticamente, così
inquietante nei suoi impulsi di
morte, così pregna della cognizione del dolore, mi ha
lasciato un tarlo dentro:
come per il resto, mi ha risvegliato il ricordo di un libro letto anni
fa (il titolo
mi sfugge) di Georges Bataille. Un altro aspetto mi ha colpito: per
parlare di
merda (parola che non usi mai, piuttosto «feci» e
«cacca»), di violenza, di
ferinità, di memorie del sottosuolo, non ricorri mai
né al corrivo dialetto né
alle scurrilità care agli orecchianti dei presunti imitatori
céliniani gaddiani
pasoliniani. Anche se il tuo motto è «la
simmetria è
infeconda», sei biologicamente simmetrico, non hai bisogno
del facile
espressionismo perché perfori e perturbi con le guglie
gotiche (pizzutiane?)
del tuo stile gli argomenti e i passaggi dell’anima
più scabrosi. Nella
produzione corrente il tuo libro non ha eguali, ma temo che un editore
che
sappia cogliere la tua diversità da Baricco (o dalla Tamaro
o da Coelho) sia difficile
da trovare.
Le cose che ti scrivo sono di
getto, fresche di lettura del tuo libro, fatta lungo la notte scorsa
senza
fermarmi, ma rileggerò a breve questo pugno nello stomaco
per sistemare meno
convulsamente il tentativo di giudizio.
MAURO CALENDA
Là
comincia il Messico è
purtroppo a tutt’oggi
un libro inesistente. Ed è un vero peccato (…)
perché
Gualberto Alvino vellica e soddisfa pienamente qualsivoglia
predilezione per
forme espressive gustose e dense di senso, per tutti i barocchismi,
(gaddismi,
manganellismi, pizzutismi) ("iobocca: perpetuo
mastichìo del
nonpensarmi"), e contorsioni, e circumvoluzioni,
ciò che è
eccessivamente scabro o ridondante, ciò che è
succosamente
compiacente, certi lemmi pastosi, inusuali, desueti, i periodi brevi,
secchi e
sincopati, e nondimeno quelli dove la prosa s’allunga e tende
all’infinito e la punteggiatura assume il ruolo, direi
senz’altro
la grande responsabilità, di coniugarsi e di fondersi alla
metrica
realizzando misteriose sincronie. Una danza, il fondo schiena del
fantino con
la groppa, una qualunque, d’un cavallo che è al
trotto, montato
all’inglese. Là
comincia il Messico
è un percorso
sinusoidale verso il delirio, cui pare alludere
l’avvinghiarsi di certi
toni e timbri rari, ricercatissimi, austeri, fortemente inquietanti, un
incalzare di dissonanze sullo sfondo. Luca Tassinari dice che
"è
un testo che lascia in secondo piano il significato, a tutto vantaggio
della
forma". La forma, in fondo, è tutto ciò
che aggredisce,
ciò che s’infiltra immediatamente nei nostri
sensi. Su
quest’impatto, sull’esito piuttosto di
quest’impatto, il
cervello riflette, rumina, medita lungamente. Si ha il senso, leggendo
questo
testo, che il Messico sia un implicito confine. Una soglia ontologica.
Tutto ha
un suo senso pieno, tutto si muove in una ribollente sintonia,
all’interno e all’esterno di una discriminante.
Opinabile, incerta,
relativa, forse del tutto e solo affabulatoria (…).
BARBARA
OTTAVIANI
Sono
le tre del mattino.
Accendo la luce e prendo il Messico,
lettura impegnativa per le tre del mattino così come per le
dieci di
sera. Messico l’ho letto
solo
nel pomeriggio e al massimo della concentrazione: è un libro
che merita
attenzione come un amante al quale si tiene. Eppure ho deciso di
leggere le
ultime pagine proprio adesso. Ti starai chiedendo come mai ho tanto
decantato
le lodi del tuo romanzo ancor prima di averlo finito, ma credo ti sia
stato
già detto che il tuo non è solo un libro, ne
contiene tanti e per
quello che finora ho letto mi piace, anche se “mi
piace” mi sembra
riduttivo. È quando chiudo l’ultima pagina che
penso di venire a
scrivere, adesso, alle 4 del mattino, perché ho urgenza di
dirti quello
che domani non saprei o non vorrei più dire per il timore di
dire sciocchezze,
ma a quest’ora tutto è consentito e quindi accendo
il portatile. Ti
ho già scritto che il tuo libro mi ha aperto un mondo, tu e
il tuo libro
siete adesso il mio punto di inizio, e per la prima volta essere
piccola
davanti alla tua scrittura, al tuo credo letterario, la vedo
un’opportunità,
un diritto che voglio esercitare: è come guardare al mondo
della
scrittura con occhi nuovi, puri, immacolati, e saper finalmente che
direzione
prendere. Ora capisco tante cose. Una volta ti feci un appunto sulla
fine di
una narranza che rimaneva sospesa:
ora ne comprendo il senso e lo faccio mio. Comprendo il concetto
dell’esaltazione del valore formale delle parole che se usate
con
“stile” non hanno bisogno d’altro per
reggere le fondamenta
di una storia: le parole la storia se la fanno da sé. Questa
teoria
dello stile mi ha entusiasmato, così come quella dei
sinonimi in cui
ogni termine, se quello giusto, è insostituibile. E le tue
descrizioni,
sempre così precise, puntuali, perfettamente costruite senza
essere
“leccate”… Detesto la perfezione
ostentata, l’abbaglio
di una luce puntata prepotentemente addosso con lo scopo di farsi
notare accecando
il resto. Tu sei una perfezione asimmetrica, irregolare che ben si
confà
alla mia idea di scrittura. E poi c’è
l’invettiva, la follia
dignitosa di essere se stessi anche nel male. Il tuo è un
manifesto
Gualberto, di vita e letteratura, da adottare nelle scuole e da tenere
sul
comodino per chi dice di amare la lettura. Ma credo che questo ti sia
stato
già detto, e in modo molto più elegante, da chi
di libri ne ha
letti più di me. E mi riempie il cuore leggere e rileggere,
perché prima che arrivassi tu col tuo Messico
le mie erano solo idee fantasiose: ora quelle fantasie sono
scritte là, nero su bianco. L’apostrofo una
lapide, sguainare una
donna dagli abiti indosso, scandalosa dolcezza… Grazie per
tutte le inenarrabili
prospettive.
LUCA TASSINARI
Un
celebre filologo e ottimo padre è visitato da alcune "voci"
che si
incaricano di demolire tutte le sue certezze in ogni campo, allo scopo
di
rivelargli la sua vera natura, che è quella di efferato
serial killer. Tutta la
sua vita, il lavoro, i rapporti sociali e familiari, i ricordi
d'infanzia e
dell'adolescenza, gli sono mostrati in una prospettiva crudele,
allucinante,
spietata. Scoprirà di aver ucciso (almeno psicologicamente)
i suoi genitori, di
aver rovinato il figlio e i suoi allievi, di essere stato spettatore
insensibile di atrocità disumane. Una discesa agli inferi,
sembrerebbe, ma le
voci la descrivono come liberazione, riscoperta di sé,
cammino virtuoso verso
la felicità o almeno verso il suo confine ("Là
comincia il Messico" è
la frase che nei film western annunciava la salvezza dalle grinfie
degli
sceriffi, la promessa di una vita nuova).
La
prima parte del libro -
Appostamenti
alla lepre - è una
critica feroce ai fondamenti morali, religiosi, etici, estetici della
cosiddetta civiltà occidentale, critica condotta attraverso
la sistematica
demolizione delle certezze del protagonista da parte delle "voci" che
lo ossessionano. La filosofia è ridotta a un incessante e
vuoto questionare
("ciascun quesito ha infinite risposte, dunque nessuna"); la
letteratura è ormai il calco stremato di stereotipi; la
morale (il senso comune
del bene e del male) serve soltanto a tingere di rosa il nero delle
peggiori
azioni.
Al
formalismo e all'intellettualismo del protagonista - ossessionato dalla
volontà
di ordinare, notomizzare, comprendere e giudicare tutto - le voci
oppongono un
vitalismo assoluto, retto soltanto dalla necessità genetica.
Un mondo di azioni
basiche e primitive il cui solo senso possibile è il loro
nudo e necessario
accadere. Nel dettare al protagonista le regole di vita che lo
avvicineranno
alla soluzione dei suoi problemi, le voci insistono sulla rinuncia alla
forma,
al giudizio, al trascendente, raccomandando un naturalismo e un
materialismo
radicali.
"Rinuncia
alle idee generali, sciogliti nel molteplice, sèntiti
polvere, molecola,
frantumo di stella còlto in un istante. Fàtti
caso senso materia, sasso docile,
inerte, sordo agli oltraggi, cosa tra le cose, perché non si
dà protezione
contro il disordine e l’assenza di significato se non
nell’igiene del caos e
della designificazione".
La
seconda parte - Il
rimedio - è la pars construens
della vicenda. Le
voci mostrano al protagonista il suo fallimento come scrittore e
critico, per
poi passare a mostrargli il cammino verso la salvezza, che è
articolato in tre
movimenti corrispondenti agli ultimi tre capitoli: La scena,
mi
sembra, è l'uccisione rituale e allegorica del protagonista
stesso,
rappresentato da un ragazzo studioso e timido pestato a morte da una
banda di
"squatter" o come diavolo si chiamano; nel capitolo Testamento, che fa
da preambolo alla scena finale, il protagonista legge
in un libro la descrizione di un rito antropofago e la annota
minuziosamente
con frasi che mostrano il compimento del suo cammino verso la follia
omicida. Frasi
come queste:
"d’ora
in poi ricordarsi che siamo bocca: lingua labbra gengive, canini molari
incisivi, vallecule arcate membrane, follicoli cuspidi glandule, muchi
frenuli
apici, papille, siamo papille, nient’altro"...
"ciò che chiamano
mente è pura astrazione, quel che dicono anima è
semplice fiato".
Il
capitolo finale, Resurrexit,
contiene l'epilogo naturale della
vicenda: un omicidio efferato, condotto con precisione e freddezza
chirurgiche.
All'epilogo
della "discesa agli inferi" (che però nella logica del libro
è una
"resurrezione") del protagonista si intreccia in questo capitolo un
altro testo (in corsivo), apparentemente un corpo estraneo, che narra
(con il
registro del sarcasmo sparato al massimo) una vicenda ambientata
nell'ultima
guerra. Un dongiovanni crudele si scopa tutta la popolazione femminile
di un
paese, fra allarmi aerei e mariti impegnati a lavorare o a
guerreggiare. Trova
anche il tempo di far fuori un partigiano spaccone (probabilmente un
suo
rivale) e di farsi una suora costringendola a bestemmiare Dio e tutti i
santi.
Il testo è formalmente "comico", ma truce nei dettagli.
Questo
testo, qualunque cosa sia e qualunque sia il motivo della sua presenza,
si
incarica di far piazza pulita di tutti i valori morali e civili
condivisi: il
lavoro, la Resistenza, la famiglia, la fedeltà coniugale, la
cultura e l'arte,
la religione. L'intera vita civile e culturale del paese (o, se si
preferisce,
dell'occidente) è ridotta a una gigantesca dissacrante
copula extra-coniugale.
La
conclusione di questo "corpo estraneo", e anche dell'intero libro,
è
un sarcastico e quasi divertito "Bum", un'esplosione che ricorda
molto il finale della Coscienza di Zeno.
GAJA CENCIARELLI
La vera protagonista di questo
romanzo di
Gualberto Alvino è la lingua. È un italiano
ricco, denso, lontanissimo dai
minimalismi linguistici che spesso ricorrono nella narrativa
contemporanea,
soprattutto d’oltreoceano (e che non sono negativi in
sé, bensì nelle mani di
chi non sa farne uso: non siamo tutti Carver). Quello che mi ha colpito
è il
suo modo “avvolgente” di narrare: sono rimasta
incantata dal suo stile potente,
che è sempre in crescendo, via via che la storia evolve e
che aumenta
d’intensità.
La prima volta che ho letto Là
comincia il Messico – ebbene sì, mi
è
piaciuto così tanto che ho voluto ri-assaporare la gioia di
immergermi di nuovo
in quelle parole - mi è venuta in mente una definizione che
secondo me è ancora
valida: è un grido di dolore. E la confermo. Di sicuro non
è un romanzo
lineare, non è un testo affrontabile a “cuor
leggero”, non è un libro
“medio”.
Non è il tipo di scritto che susciti reazioni tiepide: si
ama o si odia. Io lo
amo. Per il coraggio di parlare una lingua che è, a mio
avviso, un lavoro di
cesello. Per la forza espressiva. Perché, a tutta prima,
può risultare sì
un’opera “respingente”, ma che invece
è una calamita.
Ricordo di aver pensato che invece, dopo le
prime pagine, la lettura scorreva e mi arricchiva. Ricordo di aver
pensato:
finalmente un romanzo che non è sottile e senza respiro, in
cui invece si può
affondare con la certezza di tornare in superficie arricchiti.
È una storia non-storia, nella quale il
narratore si rivolge a un interlocutore silenzioso, un uomo di lettere,
un
accademico, un intellettuale, accusandolo, blandendolo, mettendolo di
fronte ai
suoi errori, ai suoi “crimini”. Memorabile la parte
in cui il suddetto
narratore gli si rivolge ricordandogli tutte le persone che ha fatto
soffrire
impietosamente, ogni circostanza in cui una sua parola avrebbe potuto
salvare
chi lo amava dalla disperazione e dalla morte, sia spirituale che
fisica: il
padre, la madre, suo fratello, la donna che lo amava e che lui ha
disprezzato
per non volersi abbassare al suo livello, che lui riteneva essere
svilente, il
figlio che lo reputava un dio, che ha sperato per tutta la vita di
ottenere da
lui un cenno di approvazione e che lui, invece, si è imposto
di strapparsi dal
cuore temendo di vederlo trasformarsi in un mediocre.
Altrettanto splendida, a mio avviso, la
descrizione che il narratore fa del processo creativo del suo
interlocutore,
concentrandosi sulle elisioni, sugli accapo, sugli spazi bianchi che
separano
una parola dall’altra, focalizzando la sua attenzione su
aspetti tecnici, di
rado presi in considerazione perché troppo astratti, e che
invece Alvino riesce
a rendere affascinanti, a incastrare in un ragionamento
tutt’altro che arido e
meramente tecnico. È un brano straordinario, come
straordinario è questo libro.
Ho citato solo due episodi perché, ripeto, si tratta di un
testo che va gustato
senza troppe anticipazioni.
Qualche altra parola sull’autore. Alvino
dimostra di possedere uno stile, a mio parere, unico. Mi ha colpito di
lui la
stessa padronanza della lingua che ha Comotti. Hanno
un’uguale volontà di
esplorare fino in fondo le potenzialità
dell’italiano scritto, con in più, nel
caso di Alvino, una costante nota lirica così coinvolgente
da spazzare via
l’indifferenza.
FELICE PANICONI
Là
comincia il Messico
"Castroblog", 31 ottobre 2008
Il Là iniziale sembra una direzione,
un
luogo indicato con la mano, con l’indice puntato.
C’è anche, in copertina, una
porta tra i rovi, forzata dal tempo. Gualberto Alvino è un
affermato studioso e
critico letterario proverbiale per la meticolosità, la
precisione, l’attenzione
al dettaglio, e per una cultura e vivacità intellettuale che
gli permette di
viaggiare comodamente ad alta velocità nel Novecento e oltre.
Il romanzo,
perchè
di romanzo si tratta, è un perentorio e duro viaggio con
sé stesso all’interno
di sé stesso, un viaggio che non ha riferimenti temporali e
spaziali, che dura
un solo attimo o tutta una vita. L’autore sa bene che quello
che conta non è
una storia, ma la storia del romanzo, del suo stile, della lingua:
quella
ricerca intensa e crudele della parola che ha il compito di rivelare
l’uomo
all’uomo o la vita di un uomo inseguito e come braccato da
sé stesso, dalla
morte. Appena uscito dalle porte di un nuovo millennio il romanzo
sembra poter
trovare una nuova persona, non più la prima singolare o la
terza, ma la
seconda, la persona cara, intima e colloquiale. Il colloquio
però non sempre è
piano, spesso è sdrucciolo o tronco per abbondanza o carenza
di significati. È
proprio attraverso questi passaggi che si aprono squarci e storie con
il
lettore costretto a ritrovare la sua intima e segreta storia, quella
che non
aveva mai pensato.
È
ovvio che il
significato è figlio del significante e le storie possono
passare da una
vicenda letteraria (l’esistenza stessa dei critici!) a una
vicenda
sentimentale, d’amore. E a volersi cercare sulle pagine
(sconfiggendo indifferenza)
sono due tipi di scrittura, il corsivo e il Palatino Linotype, che si
inseguono
innamorati: vicini quando sono lontani e lontanissimi quando sembrano
sfiorarsi.
È questo il destino dell’uomo rappresentato nella
scrittura, con segni che
sembrano postulare esistenze e che in realtà sono frammenti,
ombre di vita, di
poesia che vivono solo con la scrittura e il ritmo, una forte
musicalità, come
sembra indicare l’autore nell’indice facendo
riferimento a partiture musicali.
Qui (nell’Indice, che è parte
integrante dell’opera) si scopre che il romanzo è
diviso in due parti, come
simmetriche, a sua volta formate da quattro capitoli. Ogni parte ha
tuttavia
vita propria che genera altra vita, altri capitoli, non abbandonando
mai la
parola, non lasciando mai solo il lettore. La prima è Appostamenti alla lepre, ma come si sa la lepre non ha
una corsa
lineare, procede, o fugge, zigzagando, rendendo vano qualsiasi
appostamento. E
l’autore sa bene questo: la scrittura è lineare
(Lineare B...), è versus, verso è il solco diritto,
dritto (la diritta via) la linea. Una
linea che divide la pagina, il campo in tanti solchi, in tante parti, e
dà
sicurezza, dà certezza la scrittura dritta, non è
un procedere a tratti, zigzagando. Verso è direzione, da vertere ‘volgere’ e
verso vuol dire anche
‘capovolgere’, nell’Indovinello veronese verso è
‘versoio’, cioè l’aratro, la
penna. Vertere a sua volta deriva da
una radice indoeuropea wert:
volgere, volgere in senso verticale, quindi divenire, cercare la
propria esistenza.
C’è,
com’è
evidente, uno stretto rapporto tra scrittura e vita, tra scrittura e
arte. Il
romanzo di Alvino sembra voler dire proprio questo: la quadratura del
cerchio —
chimerica tensione del Novecento — si può ottenere
solo zigzagando, forzando la
linea con appostamenti notturni alla lepre, questo è il Rimedio (tale il titolo della Parte
Seconda). E lo
scrittore va sempre alla ricerca di una voce, di un
assoluto, ma non appena riesce a trovarlo è pronto ad
abbatterlo per partire di
nuovo. È un infinito che trova ragione e logica non nel
finito ma nella ricerca.
È il Messico alviniano: un cavaliere inseguito dalla follia
della sua parola. E
il romanzo non sta nell’infinito o nel finito, sta nella
ricerca, nel gesto,
nell’atto, nella parola. Tutti gli uomini stanno ai margini
del mondo e lottano
per conquistare il centro che non è il centro ma che
è il cuore di ognuno, è la
parola. È la parola a suscitare un sentimento di bellezza,
quando crea piacere,
quando il lettore ha un sussulto, perché una parola
è bella quando riesce a
dare concretezza e visibilità a un’idea, a un
desiderio, a un moto dell’anima,
a un amore.
GIAMPIETRO
BOTTEON
Fra i tanti manipolatori
del patrimonio genetico della
letteratura, il monologo dialettico di Alvino mi sembra, nella
sostanza, coniare ed esperire una filogenesi narrativa resistente e
convincente. La sua enarratio
ab imis è
persuasiva e coinvolge,
sia quando si districa magistralmente nelle evoluzioni
dell’euristica,
sia allorché fronteggia i nostri incubi.
ALFONSO LENTINI
Dialogo
a una voce
«Caffè
Michelangiolo», 31 ottobre 2008
Succede
che "addetti ai lavori" nell'ambito della critica letteraria o
artistica superino la barriera
dello specialismo e sconfinino verso la produzione in proprio di opere
letterarie. Si potrebbero fare molti esempi recenti (ed eccellenti): da
Romano Luperini (che proprio in questi mesi dà alla luce con
Sellerio una sua seconda opera narrativa, inquietante e sofferta, dal
titolo L'età
estrema), a Sergio Campailla (che nel 2008 pubblica con
Bompiani La divina
truffa), a Cesare De Seta (con Quattro elementi,
edito da
Avagliano nel 2007), sino a più organiche e meno nuove
commistioni come quelle di Luca Canali o Alessandro Fo che coniugano
ormai abitualmente la loro produzione poetica con una consolidata
carriera universitaria dedicata ad ambiti diversi.
Si tratta dunque di una zona di tangenza molto trafficata, a riprova
della profonda crisi dei ruoli e, se l'esito si rivela positivo, della
polivalenza di alcune grandi intelligenze del nostro panorama
culturale. In questo ambito spicca senz'altro Là comincia il Messico,
prova narrativa di Gualberto Alvino, un "esordiente" che
però ha alle spalle un'intensa attività di
filologo e di critico letterario.
Diciamo subito che nel suo caso fra i due piani, quello dell'analisi
letteraria e quello della produzione diretta, vi è un
evidente tessuto connettivo: nella sua attività di studioso
Alvino predilige infatti le scritture dei grandi irregolari del
Novecento (primo fra tutti Antonio Pizzuto) e su questo solco,
specularmente (e consapevolmente) la sua pagina letteraria si pone come
altrettanto irregolare, sperimentale, tormentata. La storia raccontata
in questo libro (che Giacomo D'Angelo definisce «miracolo di
ritmo, di stile, di assoli linguistici, di tenuta narrativa»)
è quella di un (presunto?) impazzimento. L'io narrante
è una "voce" che germina e si ramifica (come un'escrescenza
tumorale) dentro la mente del protagonista e gli parla di continuo per
metterne in crisi ogni certezza e demolire il suo stesso passato.
Il lettore assiste così a un dialogo intimo fra i due
versanti di un unico io, un insistente lavoro di lima che conduce alla
drammatica esperienza della scissione e del progressivo sgretolamento
della personalità. Questa devastante e "maledetta" voce
narrante, l'unica che il lettore può sentire, si pone in
netto antagonismo rispetto al personaggio, che invece non parla quasi
mai direttamente, è come ammutolito, soffocato da una piena
di frasi incalzanti e non neutrali.
In quanto personaggio, vive insomma di "voce riflessa", assalito
com'è da una ressa di parole, un intrico linguistico denso e
a suo modo morbidamente musicale, che assale anche il lettore fin dalla
prima pagina e subito riduce tutti e due (lettore e personaggio) alla
stregua di pugili suonati incapaci di reazione. Tutta l'opera
è del resto segnata da un forte prevalere della forma (una
forma molto elaborata, si direbbe addirittura cesellata, che oscilla
fra disarmonia e armonia, immediatezza del parlato e forzature
espressionistiche in un crescendo che conduce in qualche pagina a punte
estreme di sperimentalismo…).
Tale prevalenza però non oscura mai i contenuti. Anzi,
è proprio dall'incalzare di eventi che non sai mai sino a
quando "reali", dalla suspense
in progressione, dal ritmo martellante,
dalla durezza dei fatti narrati che il racconto prende la sua linfa
più vitale. La vera prima donna del testo, tuttavia, rimane
pur sempre la lingua, anzi potremmo dire che viene direttamente
chiamata in causa nell'ordito narrativo, perché uno dei temi
forti che attraversa il testo è proprio la riflessione sulla
problematicità dello scrivere.
Il protagonista è infatti un filologo («un autore
di grido, un accademico al culmine della carriera») che opera
per mestiere con le parole. La sua destrutturazione umana coincide con
una disgregazione della lingua o delle certezze che il personaggio
nutre su di essa: «La vena critica è ormai
prosciugata. La filologia un lontano ricordo che stenti persino a
mettere a fuoco. (…) Finito il bisogno di dire ogni cosa.
(…) È come se non la testa, ma le mani, tutto il
corpo si rifiutasse di scrivere. I tasti si intrecciano non appena li
sfiori, s'accozzano da non poterli staccare».
Contemporaneamente la "voce" spinge il personaggio verso uno
smantellamento globale, diremmo quasi ideologico: «Il Sistema
di cui fai parte forse non del tutto innecessaria t'ha programmato per
disegni che ti sfuggono ma che pure esistono; non resta che lasciarlo
funzionare senza il tuo apporto, e attendere il finale - se
verrà, se mai verrà - della sua imperscrutabile
messinscena».
Ne risulta un invito all'«inazione», a
un'identificazione con il puro pulsare della vita, a sciogliersi nel
molteplice, a sentirsi «polvere, molecola, frantumo di
stella», sino alle estreme allucinanti conseguenze:
«Distruggersi per sottrarsi al destino di essere
distrutti». Così gradualmente il personaggio
penetra in una dimensione in cui visioni oniriche e manie di
persecuzione si interfacciano con la realtà in continui
stravolgimenti percettivi (e di conseguenza anche narrativi), sino alla
"costruzione" (indotta) di una nuova identità, quella di una
sorta di mostro disposto a tutto.
«Disfarsi dell'umano che è in te: questo il tuo
sogno di sempre. Dovrai coronarlo. Dovremo». Così
la perizia professionale del filologo, sezionatore di parole, si
trasferisce nella pratica allucinata della violenza fisica:
«Da dissettore di testi farsi scalco di corpi»,
è questa l'ingiunzione che segna la metamorfosi definitiva e
che apre la strada a un rito quasi autofagico di evidente valenza
simbolica: «il sangue scivolava adagio nelle vene mentre
fiutavi l'odore aspro dell'inchiostro e ingoiavi i tuoi manoscritti,
falda dopo falda, insieme al manzo crudo, senza rimorso».
«Là
comincia il Messico - dice il risvolto di copertina -
è la frase che pronunciavano i banditi dei film western
quando erano vicini al confine, oltre il quale nessuno avrebbe potuto
acciuffarli». È con questo sentore di orizzonte
apertissimo, esito finale
di un'"apertissima" destrutturazione, che si conclude una storia
così violenta e angosciante (ma anche avvincente), da essere
riconducibile a «quello che gli spagnoli direbbero desasosiego e gli
inglesi uneasiness:
disagio tale da generare un senso di vertigine» (Giancarlo
Alfano). È dunque un racconto duro, non tanto
perché sia arduo da leggere (che anzi coinvolge sino a
incollare il lettore alla pagina), quanto perché difficile
da metabolizzare; un racconto che non consola, ma apre squarci
impietosi sulle miserie dell'animo umano.
Lontano anni luce dalla letteratura di consumo, questo libro ha il
pregio dello spessore e si impone come un'opera polivalente,
stratificata, ricca. Lo si può leggere lasciandosi
travolgere dall'irruenza della forma, ma anche calandosi nelle
implicazioni (im)morali che sono provocatoriamente messe in campo. In
ogni caso l'opera esclude accostamenti formalistici o moralistici ed ha
piuttosto il merito di saper porre domande.
Il singolo "impazzimento" di cui si narra può facilmente
essere catalogato in chiave paradigmatica, ma risulta evidente che
l'opera di Alvino rovescia lo schema novecentesco secondo cui da un
certo momento in poi della sua evoluzione il "romanzo di formazione"
debba per forza di cose raccontare storie di "formazioni mancate". Qui
invece la formazione, sia pure in un contesto da incubo, avviene. La
"voce" risulta avere una forza per cosi dire "maieutica" e spinge il
protagonista a ritrovare un se stesso più autentico, anche
se più inquietante. Ed è per questo che, fuori da
implicazioni moralistiche, ogni pagina di Là comincia il Messico
ha una possente e "insostenibile" forza turbativa.
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