|
|
 |
Sito
personale
violenza sul
solo significante
è
insensato tutto si ripercuote ritorna
|
|
Loading
MARIO LUNETTA
Là
comincia il Messico
«L'Immaginazione»,
n. 253, marzo 2010,
pp. 55-57
Là comincia il Messico di
Gualberto Alvino è un brillantissimo esempio di
narrazione
autofagica, nel senso che i frammenti di vicende che quasi a caso
affiorano dal magma diegetico vengono immediatamente divorati da un
flusso linguistico ribollente, ipermetaforico, sempre in bilico tra
esaltazione e depressione, in una sfida alla funzione fàtica
davvero di straordinaria tensione e di stupefacente capacità
illusionistica. Chi ha confidenza col genere western sa che la battuta
"Là comincia il Messico" è la proverbiale
liberatoria
psicologica che pronunciavano i banditi in fuga, convinti
dell'impunità una volta superato il confine. Nel
controromanzo
di Alvino sta a significare il mutamento che per ineluttabile
forza di aridità si verifica nel Protagonista verso il
confine-non fine del libro, che quasi come una mostruosa resurrezione
trapassa da peritissimo dissettore letterario a feroce, sfrenato
pseudoperito settore di corpi umani ormai animato soltanto da una cieca
furia sanguinaria. Dentro c'è una duplice molla: la
frustrazione
e la vendetta, attuata non come risarcimento ma unicamente come
punizione. Certo è che l'ego dell'uomo, che non parla ma
viene
parlato dal proprio inconscio, è ipertrofico, quindi
incapace di
comunicare con se stesso. Di qui, quella sorta di abdicazione ad
esprimersi che lo chiude in una torre d'avorio terribilmente precaria,
piena di crepe e di fratture; quella colluttazione perenne con la
letteratura, col Verbo, col Senso perennemente ignoto: enigma e stemma
di unicità difesa fino alla morte. Ma oltre quel confine non
c'è il Messico, perché oltre la paranoia
c'è solo
il buio della follia, di cui l'impazzimento della parola ormai
disancorata da tutto, alienata da se stessa, è estremo,
insensato paradigma.
Nella
letteratura del Novecento la Galleria dei Mutamenti (e dei Mutanti)
è decisamente folta, e va dai crepacci dell'orrore alle
pieghe
della malinconia fredda, da Pirandello a Kafka a Bulgakov a Butor, ed
ancora, ancora. Ne La
modification,
quest'ultimo adotta, con secca mossa spiazzante, la seconda persona
plurale. Alvino pratica la seconda singolare, come - direi -
necessità testuale impone: dal momento che il suo
controromanzo
ha l'allure
di
un'interminabile, aggrovigliata seduta analitica senza catarsi. Il
Protagonista è un critico e un filologo di gran fama, e noi
conosciamo la qualità di Gualberto Alvino, appunto critico e
filologo che si è sempre misurato con scritture letterarie
complesse e eterodosse, da quelle di Pizzuto a quelle di Bufalino e di
D'Arrigo. Che non abbia il nostro dichiarato guerra aperta a certe
discipline non di rado praticate come puro esercizio di neutralistica
dissezione anatomica, proprio per rivendicarne il senso dialettico che
conferisce loro energia e concreta precisione? Ecco allora che
Gualberto, straordinario fuorilegge, oltrepassa il confine e affronta
quel fertilissimo deserto che si chiama Narrativa. O meglio,
Narrazione. E lo fa naturalmente coi mezzi, il bagaglio tecnico e la
sagacia che la sua lunga esperienza critico-filologica gli consente,
anche come scrittore di fiction.
Scrive Nietzsche in Umano,
troppo umano che "i filologi non sono che liceali
invecchiati". È
una crudeltà abbastanza gratuita, ma mi pare si attagli
perfettamente al Protagonista alviniano. Chi è infatti
costui?
Al di là dei suoi cospicui meriti professionali, sarebbe
semplice (ma anche semplicistico) definirlo uno psicopatico passivo,
incapace di aprirsi alle pulsioni degli affetti, della
generosità, della carità umana. Un padre di cui
la Voce
gli rinfaccia sia morto a causa sua: "non gli hai parlato per
vent'anni perché temevi di assorbirne l'indole collerica e
criminale"; una madre mancata poco dopo per suicidio, sulla quale ha
composto un epitaffio "versando lacrime di plastica"; un fratello poeta
che lo ha sempre sostenuto e incoraggiato negli studi, e a proposito
del rapporto col quale la Voce lo inchioda spietatamente: "Sostieni che
lui, provvedendo alla tua educazione, ha fatto il proprio dovere di
fratello maggiore, e se oggi sei quel che sei lo devi solo ed
esclusivamente a te stesso, perché hai saputo far tesoro dei
suoi insegnamenti rendendoti presto completamente autonomo. Ti appelli,
inoltre, alla non eccelsa qualità dei suoi prodotti e
affermi
che un critico non può anteporre ai propri obblighi futili
questioni di natura privata a affettiva. Sei certamente nel giusto".
I suoi
rapporti con le donne non conoscono che la sequenza a-dialettica
padrone-schiava. Quelli col rampollo, si chiudono nel puro e semplice
rifiuto, per la sola ragione che lo ritiene condannato alla
mediocrità: "quanto di peggiore - insiste la Voce -
avresti potuto auspicare per il tuo unico figlio". Anche i
rapporti con gli amici e gli allievi sono improntati a un che di
perverso, in cui è dominante il principio paranoide della
sopraffazione. L'inclinazione sadomaso intride questa burrascosa seduta
analitica in forma di romanzo: e il Protagonista-paziente sembra
più intrigato - da letterato per sempre perduto nelle
foreste
pluviali delle parole - dal dottor Lacan piuttosto che dal dottor Freud.
Nel suo
delirio si accampa un groviglio di allucinazioni uditive, che si
dipanano in una sequenza di voci del tormento, ma non della coscienza
critica. Sarebbe un momento liberatorio, ma la sua arroganza non
può consentire a mettersi in discussione, proprio per
l'assoluta
identificazione prodottasi in lui negli anni tra il flusso del suo
sangue e il sangue della letteratura. Così, non
può che
difendere, a ogni piè sospinto, la superiorità
del
critico sul creatore: "Uno scrittore è solo uno scrittore,
ma
un grande critico può far brillare l'universo nel palmo
della
mano".
È
inevitabile e giusto, in un testo come quello di Alvino, che la
dimensione saggistico-teorica sulla letteratura abbia uno spazio
preciso: e lo è in rapporto alla professione del
Protagonista
che si trova coinvolto in un processo spietato in veste di imputato, ma
anche (e forse, soprattutto) in rapporto alla concezione che la
scrittura letteraria con funzione allegorica ha il nostro narratore. Si
potrebbe perfino parlare di Là
comincia il Messico
come di saggismo diluito in metafore a catena, di una scrittura di
iperbolica ricchezza stilistico-semantica impegnata a slittare senza
tregua dalla dimensione della violenza spinta fino all'efferatezza a
quella del sublime irriso e rovesciato di senso. In questo gioco solo
apparentemente deregolato, ma in realtà stretto da una regia
di
straordinario rigore, il narratore utilizza certi suggerimenti di
grande marchio, torcendoli alla sua maniera fintamente dissennata: mi
viene da pensare, a proposito di certi movimenti catalogici alviniani,
ai celebri accumuli di oggetti preziosi cari al Des Esseintes di A rebour; come, a
proposito di certe situazioni particolarmente abiette, al Bataille di Le bleu du ciel o
di Ma mère.
Quel che è certo è che lo stridore fra l'opulenza
sontuosa della lingua di Gualberto e gli orrori che essa esprime assume
una strana piegatura verso il comico: tanto che potremmo parlare di
lingua "neroniana". Col suo Super-Eliogabalo
Arbasino ha disegnato un affresco comico-parodico. Nel suo de-romanzo
Gualberto Alvino mette in scena un tragico infame. Ma quelli del
romanzo arbasiniano erano gli anni Sessanta, anche con le loro fiammate
non solo carnevalesche. Il testo alviniano è di questi
nostri
anni di degrado totale e di assenza della speranza.
Ecco allora che in questo libro il buio psichico attraversato da lucori
sulfurei si manifesta tutto dentro il grande buio dell'epoca. Alvino
è troppo consapevole per non sapere che la storia entra
comunque
nella letteratura: per cui, anche quando non esplicitamente evocata,
magari solo per frammenti e detriti, la sua ombra avvolgente non lascia
per un attimo la scrittura. Ciò avviene brutalmente anche in
quel particolarissimo "libro filmico" - mi si passi la metafora
intercodice - o "libro-drammaturgico" violentemente espressionistico
che è Là
comincia il Messico.
Questo "mostro" della Forma Scorporata che è il Protagonista
non
può non trovarsi stretto in un'angoscia sterile, tra le
baldorie
e le orge che il figlio organizza nell'appartamento che abita su quello
del padre e la sua caccia folle al mot
juste.
A paragone, Flaubert era un dilettante alquanto sciatto. "Scordavi che
scrivere è modo d'essere, non qualità; stato, non
azione", questo gli rimprovera la Voce. È,
alla fine, una taccia di superficialità, accampata nel
delirio certosino di perfezione ogni volta nec ultra.
Ma sicuramente il Protagonista, chiuso nello specchio del proprio
narcisismo ipertrofico e del proprio egoismo totalitario, ignora
l'adagio di Oscar Wilde che ricorda come la massima colpa sia la
superficialità. È
forse contro di essa, e per rinfacciargliela senza pietà,
che il
figlio si fa capobranco di una folla efferata che agisce sempre
più aggressivamente nei suoi confronti, fino alla fine, alla
distruzione, all'autodistruzione, ritmata dagli interventi sempre
più catastrofici della Voce, che non ha mai un cedimento in
direzione della pietà, e sembra animata invece da un fiato
instancabile di castigo.
Un tour de force
linguisticamente superbo, il romanzo di Alvino; specie se confrontato
con la media dei romanzi da banco che la nostra editoria coloniale
sforna su un format di inutile mediocrità, in una lingua
predisposta per un target
imbottito di telefilm dove "il Messico" non comincia mai. Nel caso di
Alvino, il Messico sta certo per "l'Italia", di cui Sergio Muscetta,
figlio del magnifico Carlo, scrisse una volta, con sarcastica
disperazione: "Oh Italia, terra d'eroi / dove non avviene mai il poi".
ALFONSO LENTINI
Dialogo a una voce
«Caffè
Michelangiolo», 31 ottobre 2008
Succede
che "addetti ai lavori" nell'ambito della critica letteraria o
artistica superino la barriera
dello specialismo e sconfinino verso la produzione in proprio di opere
letterarie. Si potrebbero fare molti esempi recenti (ed eccellenti): da
Romano Luperini (che proprio in questi mesi dà alla luce con
Sellerio una sua seconda opera narrativa, inquietante e sofferta, dal
titolo L'età
estrema), a Sergio Campailla (che nel 2008 pubblica con
Bompiani La divina
truffa), a Cesare De Seta (con Quattro elementi,
edito da
Avagliano nel 2007), sino a più organiche e meno nuove
commistioni come quelle di Luca Canali o Alessandro Fo che coniugano
ormai abitualmente la loro produzione poetica con una consolidata
carriera universitaria dedicata ad ambiti diversi.
Si tratta dunque di una zona di tangenza molto trafficata, a riprova
della profonda crisi dei ruoli e, se l'esito si rivela positivo, della
polivalenza di alcune grandi intelligenze del nostro panorama
culturale. In questo ambito spicca senz'altro Là comincia il Messico,
prova narrativa di Gualberto Alvino, un "esordiente" che
però ha alle spalle un'intensa attività di
filologo e di critico letterario.
Diciamo subito che nel suo caso fra i due piani, quello dell'analisi
letteraria e quello della produzione diretta, vi è un
evidente tessuto connettivo: nella sua attività di studioso
Alvino predilige infatti le scritture dei grandi irregolari del
Novecento (primo fra tutti Antonio Pizzuto) e su questo solco,
specularmente (e consapevolmente) la sua pagina letteraria si pone come
altrettanto irregolare, sperimentale, tormentata. La storia raccontata
in questo libro (che Giacomo D'Angelo definisce «miracolo di
ritmo, di stile, di assoli linguistici, di tenuta narrativa»)
è quella di un (presunto?) impazzimento. L'io narrante
è una "voce" che germina e si ramifica (come un'escrescenza
tumorale) dentro la mente del protagonista e gli parla di continuo per
metterne in crisi ogni certezza e demolire il suo stesso passato.
Il lettore assiste così a un dialogo intimo fra i due
versanti di un unico io, un insistente lavoro di lima che conduce alla
drammatica esperienza della scissione e del progressivo sgretolamento
della personalità. Questa devastante e "maledetta" voce
narrante, l'unica che il lettore può sentire, si pone in
netto antagonismo rispetto al personaggio, che invece non parla quasi
mai direttamente, è come ammutolito, soffocato da una piena
di frasi incalzanti e non neutrali.
In quanto personaggio, vive insomma di "voce riflessa", assalito
com'è da una ressa di parole, un intrico linguistico denso e
a suo modo morbidamente musicale, che assale anche il lettore fin dalla
prima pagina e subito riduce tutti e due (lettore e personaggio) alla
stregua di pugili suonati incapaci di reazione. Tutta l'opera
è del resto segnata da un forte prevalere della forma (una
forma molto elaborata, si direbbe addirittura cesellata, che oscilla
fra disarmonia e armonia, immediatezza del parlato e forzature
espressionistiche in un crescendo che conduce in qualche pagina a punte
estreme di sperimentalismo…).
Tale prevalenza però non oscura mai i contenuti. Anzi,
è proprio dall'incalzare di eventi che non sai mai sino a
quando "reali", dalla suspense
in progressione, dal ritmo martellante,
dalla durezza dei fatti narrati che il racconto prende la sua linfa
più vitale. La vera prima donna del testo, tuttavia, rimane
pur sempre la lingua, anzi potremmo dire che viene direttamente
chiamata in causa nell'ordito narrativo, perché uno dei temi
forti che attraversa il testo è proprio la riflessione sulla
problematicità dello scrivere.
Il protagonista è infatti un filologo («un autore
di grido, un accademico al culmine della carriera») che opera
per mestiere con le parole. La sua destrutturazione umana coincide con
una disgregazione della lingua o delle certezze che il personaggio
nutre su di essa: «La vena critica è ormai
prosciugata. La filologia un lontano ricordo che stenti persino a
mettere a fuoco. (…) Finito il bisogno di dire ogni cosa.
(…) È come se non la testa, ma le mani, tutto il
corpo si rifiutasse di scrivere. I tasti si intrecciano non appena li
sfiori, s'accozzano da non poterli staccare».
Contemporaneamente la "voce" spinge il personaggio verso uno
smantellamento globale, diremmo quasi ideologico: «Il Sistema
di cui fai parte forse non del tutto innecessaria t'ha programmato per
disegni che ti sfuggono ma che pure esistono; non resta che lasciarlo
funzionare senza il tuo apporto, e attendere il finale - se
verrà, se mai verrà - della sua imperscrutabile
messinscena».
Ne risulta un invito all'«inazione», a
un'identificazione con il puro pulsare della vita, a sciogliersi nel
molteplice, a sentirsi «polvere, molecola, frantumo di
stella», sino alle estreme allucinanti conseguenze:
«Distruggersi per sottrarsi al destino di essere
distrutti». Così gradualmente il personaggio
penetra in una dimensione in cui visioni oniriche e manie di
persecuzione si interfacciano con la realtà in continui
stravolgimenti percettivi (e di conseguenza anche narrativi), sino alla
"costruzione" (indotta) di una nuova identità, quella di una
sorta di mostro disposto a tutto.
«Disfarsi dell'umano che è in te: questo il tuo
sogno di sempre. Dovrai coronarlo. Dovremo». Così
la perizia professionale del filologo, sezionatore di parole, si
trasferisce nella pratica allucinata della violenza fisica:
«Da dissettore di testi farsi scalco di corpi»,
è questa l'ingiunzione che segna la metamorfosi definitiva e
che apre la strada a un rito quasi autofagico di evidente valenza
simbolica: «il sangue scivolava adagio nelle vene mentre
fiutavi l'odore aspro dell'inchiostro e ingoiavi i tuoi manoscritti,
falda dopo falda, insieme al manzo crudo, senza rimorso».
«Là
comincia il Messico - dice il risvolto di copertina -
è la frase che pronunciavano i banditi dei film western
quando erano vicini al confine, oltre il quale nessuno avrebbe potuto
acciuffarli». È con questo sentore di orizzonte
apertissimo, esito finale
di un'"apertissima" destrutturazione, che si conclude una storia
così violenta e angosciante (ma anche avvincente), da essere
riconducibile a «quello che gli spagnoli direbbero desasosiego e gli
inglesi uneasiness:
disagio tale da generare un senso di vertigine» (Giancarlo
Alfano). È dunque un racconto duro, non tanto
perché sia arduo da leggere (che anzi coinvolge sino a
incollare il lettore alla pagina), quanto perché difficile
da metabolizzare; un racconto che non consola, ma apre squarci
impietosi sulle miserie dell'animo umano.
Lontano anni luce dalla letteratura di consumo, questo libro ha il
pregio dello spessore e si impone come un'opera polivalente,
stratificata, ricca. Lo si può leggere lasciandosi
travolgere dall'irruenza della forma, ma anche calandosi nelle
implicazioni (im)morali che sono provocatoriamente messe in campo. In
ogni caso l'opera esclude accostamenti formalistici o moralistici ed ha
piuttosto il merito di saper porre domande.
Il singolo "impazzimento" di cui si narra può facilmente
essere catalogato in chiave paradigmatica, ma risulta evidente che
l'opera di Alvino rovescia lo schema novecentesco secondo cui da un
certo momento in poi della sua evoluzione il "romanzo di formazione"
debba per forza di cose raccontare storie di "formazioni mancate". Qui
invece la formazione, sia pure in un contesto da incubo, avviene. La
"voce" risulta avere una forza per cosi dire "maieutica" e spinge il
protagonista a ritrovare un se stesso più autentico, anche
se più inquietante. Ed è per questo che, fuori da
implicazioni moralistiche, ogni pagina di Là comincia il Messico
ha una possente e "insostenibile" forza turbativa.
|
|
|
|
|