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Purgatorio
C a n t o VentesimoquintoEra
tale ora che il salire non voleva indugio perché il sole aveva lasciato il
cerchio meridiano al segno del Toro [erano due ore dopo mezzogiorno] e la notte
[nell’emisfero opposto] aveva lasciato
il cerchio meridiano dello Scorpione [erano due ore dopo mezzanotte]. ‑
Per la quale ora, come fa l'uomo stimolato da un bisogno pressante, non si ferma
ma va sempre avanti nel suo cammino qualunque cosa gli si presenti, ‑ così
noi entrammo, l’uno innanzi l'altro, per l'apertura del sasso [per lo stretto
calle ove era la scala che conduceva dal sesto al settimo girone] prendendo la
scala che per la sua strettezza, costringeva i salitori a star separati. ‑
E come fa il cicognino [il piccino della cicogna] che per voglia di volare alza
l'ala e non si attenta di abbandonare il nido e giù la ricala [l’ala]; tale
era io con voglia di domandare accesa dal desiderio di sapere e nello stesso
tempo spenta [per timore d'infastidire Virgilio] giungendo fino all'atto, che fa
colle labbra colui che si dispone a parlare. ‑ Il mio dolce padre, per
quanto fosse
celere il suo andare, non cessò di parlare com'ebbe conosciuto il mio
desiderio, ma disse: «Lascia andar la parola che hai già sulle labbra».
‑ Allora aprii con sicurezza la bocca e cominciai: «Come possono diventar
magre le ombre dei morti se non sentono bisogno di nutrirsi?»
‑Virgilio disse: «Se tu avessi in mente come Meleagro si consumò
col consumarsi di un tizzone, questo dimagramento delle ombre dei morti non ti
riuscirebbe così difficile a capire ». [Meleagro, figlio di Enea re di
Caledonia. Quando nacque, le fate ordinarono che la sua vita durasse fino a
tanto che fosse consumato un ramo d'albero che esse posero ad ardere. La madre
di lui, Altea, saputo ciò, spense il tizzone, ma quando Meleagro ebbe ucciso
due fratelli di lei, fu presa da tanto furore che rimise il tizzone nel fuoco
per cui Meleagro cessò di vivere. Come in Meleagro era una fatal disposizione a
consumarsi unitamente a quel legno, così nell’aria che circondava quelle
anime era attitudine a ricevere e presentare le passioni onde sono affette le
anime stesse]. ‑ E se tu pensassi come l'immagine del corpo umano si muove
agile dentro allo specchio col muoversi del corpo stesso, ciò che ti par duro e
incomprensibile ti sembrerebbe facile e chiaro a capirsi. ‑ Ma affinché
tu ti interni nella cosa [di cui parliamo] quanto ti piace, ecco qui Stazio ed
io lo prego di toglierti i dubbi». Stazio rispose: «Se io gli spiego il modo
onde la divina giustizia punisce queste anime, mentre tu sei
qui presente,
mi valga a discolpa il non poterti io
fare una negativa». ‑ Poi cominciò: «Figlio, se
la tua mente considera attentamente e capisce le mie parole, esse ti
chiariranno il dubbio come queste anime possano talmente dimagrire. - La parte
più pura del sangue, la quale non è mai assorbita dalle vene assetate
[assorbenti] e rimane sempre come l'avanzo delle vivande che tu togli dalla
mensa, ‑ questo sangue puro prende nel cuore virtù atta a riprodurre
tutte le
umane membra stesse. ‑ Sempre più raffinato scende in quegli
organi che è meglio tacere che nominare [negli organi della generazione]
e poscia di lì stilla sopra il sangue della femmina nell'organo a ciò
destinato. ‑ Poi l'uno e l’altro sangue si uniscono insieme, l'uno [il
mestruo della femmina] disposto a patire [atto a ricevere impressione] e
l’altro [il sangue puro] disposto a fare [a dar forma alle umane membra], per
la perfetta natura dell'organo da cui viene, - e aggiunto a lui [congiunto il
sangue virile al femmineo], comincia prima a coagularsi formando l’embrione, e
poi vivifica quel che fece coagulare per sua materia. ‑ La virtù attiva
[quella del padre] diventa animata [mediante l'anima vegetativa] come quella
di una pianta, ed in ciò solo differente dall'anima di una pianta che questa
[la vita vegetativa dell'anima umana] è in uno stato di semplice avviamento,
laddove quella [l'anima di una pianta] è giunta alla sua ultima perfezione.
‑ Poscia opera tanto [la virtù attiva divenuta anima] che già si muove e
sente come fungo marino ed allora imprende a fornire di organi sensitivi il
corpo umano [gli occhi, le orecchie, ecc.] corrispondenti alle potenze sensitive
dell'anima [la vista, l'udito, ecc.], delle quali potenze la virtù attiva è
produttrice. ‑ Figliuolo, la virtù attiva che procede dal cuore del
generante dove la natura lavora tutte le membra [dove sta la potenza della
riproduzione della specie], ora si allarga ora si allunga secondo il bisogno. -
Ma tu non vedi ancora come di animale sensitivo questo embrione divenga animale
ragionevole, e questo punto è talmente difficile a conoscersi che già fece
errare uno più savio di te [Averroe, commentatore di Aristotile], - così che,
nel suo modo di pensare, fece disgiunta dall'anima la facoltà d'intendere,
perché non vide che l'intelletto, per intendere facesse uso di alcun organo.
‑ Apri il petto alla virtù che viene e sappi che, appena l'articolare del
cerebro è perfetto nel feto umano, ‑ il primo motore lieto si volge a lui
e spira un nuovo spirito pieno di virtù [la nuova anima razionale] sopra così
gran lavoro della natura. ‑ E questo nuovo spirito identifica tutto ciò
che quivi nel feto trova d'attivo [l'anima vegetativa e la sensitiva], e fa di sé
e di quello una sola anima vivente senziente e riflessiva. ‑ E perché tu
ti meravigli meno del mio ragionamento, guarda il calore del sole, che unito
all'umore fluente della vite, si fa vino. ‑ E quando Lachesi [è quella
delle tre Parche che fila lo stame della vita umana] non ha più lino [in punto
di morte] l'anima si scioglie dal corpo e seco portasi virtualmente le facoltà
corporee e le spirituali. ‑ La memoria, l'intelletto e la volontà,
divengono molto più acute [attive] ad operare di quello che non erano prima, ma
le altre potenze [quelle che si esercitano per gli organi corporei], rimangono
tutte quante mute [inoperose]. ‑ L'anima, sciolta dal corpo, senza alcun
indugio, scende mirabilmente per moto spontaneo all'una delle due vie [o alla
via di Acheronte, o alla foce del Tevere], ed ivi giunta conosce qual luogo le
è destinato. ‑ Appena si è posata sopra una delle rive, la virtù
inerente all'anima, di formarsi un corpo, raggia intorno alla sua attività e
formasi un corpo uguale nelle fattezze e nella
estensione a quello che animava nel mondo, ‑ e come l'aere, quando
è ben pregno di pioggia, pel raggio di sole opposto riflesso in esso, forma
l'iride; ‑ così qui l'aere circostante si condensa in quella forma che
nell’aere stesso, per propria virtù, l'anima vi fermò; ‑ e poi,
somigliante alla fiammella che
segue il fuoco in tutti i suoi movimenti, così l'aereo corpo,
novellamente formato, va dietro allo spirito. ‑ E perché poscia l'anima
si fa visibile da questo corpo aereo, questo corpo chiamasi ombra, e quindi
l'anima si organizza tutti i sensi fino alla vista. ‑ Quindi [in virtù di
questo corpo] noi parliamo, udiamo, facciamo lagrime e sospiri come tu hai
potuto sentire per il monte. ‑ L'ombra si atteggia secondo la impressione
che produce in noi il desiderio o gli altri effetti e questa è la cagione di ciò
che vedi con tua meraviglia». ‑ E già noi eravamo giunti all'ultimo
girone [settimo ed ultimo] ove si tormentano le anime, e ci eravamo rivolti
dalla parte destra e stavamo attenti ad altra cosa interessante. ‑ Qui la
ripa getta con impeto ardenti fiamme e la cornice [l’orlo della strada dalla
parte opposta] manda vento in su che respinge la fiamma e l'allontana da sé.
– Onde ci conveniva camminare uno ad uno dal lato non riparato dalla sponda ed
io da una parte [sinistra] temevo il fuoco e dall'altra di cader giù. ‑
Il mio duca diceva: «Traversando questo luogo bisogna guardar bene dinanzi a sé,
perché si potrebbe facilmente cadere in errore». ‑ Allora, in mezzo alle
cocenti fiamme, udii cantare: «Summae Deus clementiae». [Principio dell'inno
che si recita nel mattutino del sabato e che le anime, che si
purgano del vizio della lussuria, cantano per domandare a Dio il dono
della purità] che mi fecero voltare gli occhi verso di loro sollecitamente.
‑ E vidi spiriti andar tra le fiamme, per cui io guardavo ai loro passi ed
ai miei, dividendo fra di essi a quando a quando la mia vista [dando uno sguardo
ora ai miei ed ora ai
loro passi]. In seguito all’ultima strofa di quell'inno, gridavano ad
alta voce: «Virum non cognosco» indi ricominciavano l’inno a bassa voce.
Finito l'inno, tornavano a gridare: «Diana [figlia di Latona, conservò la
verginità fece sua delizia delle selve, perché nella solitudine e nei faticosi
esercizi della caccia, vi è meno pericolo di offendere quella virtù] restò
sempre nel bosco, e ne discacciò la ninfa
EIice [Elice, ossia Calisto, che divenne poi in cielo l’Orsa maggiore, era una
del coro di Diana, e quando questa seppe che Elice era gravida, la cacciò dal
bosco] che già aveva gustato il velenoso diletto di Venere» [aveva perduta la
sua verginità]. - Indi tornavano a cantare: ricordavano esempi di donne e di
mariti che vissero casti, come ne impone la virtù e il dovere maritale. ‑
E credo che questo modo alternato di cantare e di gridare duri per tutto il
tempo della loro purgazione: con tali mezzi [di cantare e gridare] e con tal
pascolo [col fuoco purgante] conviene si purghi il peccato punito nell'ultimo
girone.
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[HOME] Aggiornato il: 29 gennaio 2006 |