Accademia San Faustino 

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Purgatorio

 

C a n t o   Ventesimoquarto

Né il dire faceva più lento l’andare, né l’andare faceva più lento il dire: ma ragionando andavamo più lesti, come una nave spinta dal buon vento. ‑ E l'ombre, che sembravano scheletri, accortesi che io ero persona vivente, volgevano dalla cavità degli occhi le loro pupille piene di ammirazione verso di me. ‑ Ed io, continuando il mio discorso dissi: «Essa ombra va su forse più lentamente che non farebbe di per sé stessa, per cagione di altri [affine di trattenersi in compagnia di Virgilio]. ‑ Ma dimmi, se tu lo sai, dove si trova Piccarda [sorella di Forese e di Corso che, fattasi monaca di S. Chiara, dovette poi uscire dal monastero forzata da Corso che voleva darla in sposa ad un della Tosa al quale l’aveva già promessa; ma ella s'infermò poco dopo e morì]; dimmi se io vedo persona degna di esser notata tra tutta questa gente che mi guarda con tanta meraviglia». ‑ Forese prima mi disse cosi: «La mia sorella, che tra bella e buona non so qual fosse di più, già trionfa lieta di sua corona nell'Olimpo» [in cielo]. E poi aggiunse: «Qui non si vieta di nominare le ombre che vi sono, giacché l'umana sembianza è in esse così smunta pel digiuno [che non sarebbe possibile riconoscerle]. ‑ Questi, e mostrò col dito, è Buonagiunta [Buonagiunta da Lucca degli Orbisani o Urbicini, buon rimatore per i suoi tempi, ma di stile negletto]: e quella faccia dietro a lui, più smunta delle altre, ‑ ebbe fra le sue braccia la Santa Chiesa [cioè fu Pontefice. Questi è Martino IV di Torso di Francia, il quale faceva morire nella vernaccia le anguille pescate nel lago di Bolsena e poi se le faceva squisitamente cucinare. Fu papa dal 1281 al 1284]: fu del Torso e col digiuno purga le anguille del lago di Bolsena e la vernaccia». ‑ Molti altri mi mostrò uno ad uno; e tutti parevano contenti nell'esser nominati, sicché io non vidi nessuno far atto di sdegno. ‑ Vidi Ubaldino dalla Pila [Ubaldino degli Ubaldini dalla Pila che è un castello nel Mugello sul dorso del Monte Senario] per gran fame usare i denti a vuoto [come se avesse qualche cosa da rodere] e vidi Bonifazio [dei Fieschi di Lavagna, paese nel Genovesato; fu arcivescovo di Ravenna] che col rocco [pastorale arcivescovile di Ravenna] governò e resse molte popolazioni. ‑ Vidi Messer Marchese [de' Rigogliosi di Forlì, gran bevitore] che già a Forlì ebbe agio di bere con meno avidità e con ciò fu tale che non si sentì mai sazio. ‑ Ma come fa chi guarda e poi stima più uno di un altro, così io feci a quel di Lucca [a Bonagiunta] il quale più degli altri pareva volesse saper di me. ‑ Ei mormorava, ed io sentivo profferire dubbiosamente il nome Gentucca [fu nobile e costumata giovine lucchese, della quale Dante, nel suo esilio, passando per Lucca, s'innamorò. Qui finge che Bonagiunta gli predicesse questo amore. Si crede che questa Gentucca fosse moglie di Bernardo Morla degli Antelminelli Allucinghi e che Dante s'innamorasse di lei quando si trattenne a Lucca nel 1314] in quel luogo [tra i denti] ove egli sentiva il tormento [la fame] che gl’infliggeva la divina giustizia, la quale in tal modo li scarna. ‑ Io dissi: «O anima, che ti mostri così bramosa di parlarmi, fai in modo che io t'intenda e col tuo parlare appaga il tuo e mio desiderio». ‑Egli incominciò: «E’ nata una femmina e ancora non porta benda [vuol dire non è ancora maritata. La benda era un drappo che scendendo dal capo copriva gli occhi e il volto delle donne, e la portavano solo le maritate e le vedove, sebbene di diverso colore], la quale ti farà piacere la mia città, quantunque da molti ne sia detto male. ‑ Tu te ne andrai con questa mia profezia: se quello che io dianzi mormorai fra i denti ti fu cagione di errore o di dubbio, ti sarà chiarito dalle cose che certamente ti accadranno. ‑ Ma dimmi se io qui vedo colui [quel Dante Alighieri] che scrisse quelle rime: Donne che avete intelletto d'amore, [così comincia una nobile canzone del poeta, che si legge nella Vita Nuova]. ‑ Ed io risposi a lui: «Io sono uno che quando amore spira, noto colla mente, ed a quel modo che l'amore mi parla al cuore, io lo esprimo con parole convenienti». - Egli disse: «O fratello, ora io vedo la cagione che fu impedimento al notaio [Jacopo da Lentino rimatore], a Guittone ed a me, e ci tenne lontani dal dolce nuovo stile che io odo. ‑ Io vedo bene come le penne in voi sommi se ne vanno strette [senza dilungarsi] dietro ad Amore che detta i versi: come certo non accadde delle nostre penne. - E chiunque approfondisce con l’intelletto i vostri versi, non vede alcuna somiglianza tra il vostro stile ed il nostro». E qui, come soddisfatto nel suo desiderio, tacque. - Come gli augelli [le gru] che passano l’inverno lungo il Nilo, alcuna volta formano una schiera, poi volano più in fretta e vanno in fila; ‑ così tutta la gente che era là, volgendo il viso verso la strada, accelerò il passo, agile e svelta per la magrezza e per il desiderio di purgarsi. ‑ E come l'uomo che è stanco di camminare velocemente, si distacca dai compagni e se ne va di passo finché cessi l'impeto dell'ansare del petto; così Forese lasciava passare innanzi la santa greggia di quelle anime e se ne veniva dietro insieme a me, dicendo: «Quando ti rivedrò?» ‑ Io gli risposi: «Non so quanti anni vivrò, ma già non sarà il mio ritorno in questi luoghi [il mio morire] tanto presto che di esso non sia più presto il desiderio che ho di lasciare il mondo e di venire alle rive di questo monte. – Perché il luogo ove io fui posto a vivere [Firenze] di giorno in giorno si vuota sempre più di bene e par che sia disposto a triste rovina». ‑ Egli disse: «Or và [consolati] che io vedo colui che ne ha più colpa [Corso Donati, capo dei Neri e principale cagione del male della città] esser trascinato a coda di un cavallo [Corso, fuggendo il popolo che lo perseguitava, cadde da cavallo ed appiccato alla staffa fu trascinato finché non lo raggiunsero ì nemici e lo uccisero] e rovinare verso la valle dell' Inferno dove la colpa non si purga mai. ‑ La bestia ad ogni passo infuria e va sempre crescendo di velocità, finché essa lo fa stramazzare a terra e lascia il corpo bruttamente pesto e lacerato. [Il poeta suppone che il cavallo imbizzarrito uccidesse Corso Donati, ma veramente fu ucciso da alcuni soldati catalani presso S. Salvi, un miglio distante da Firenze]. ‑ Quelle ruote, e drizzò gli occhi al cielo, non hanno da fare molti giri [non passeranno molti anni: Corso Donati fu ucciso il 15 settembre 1308 cioè otto anni dopo la supposta visione di Dante], che a te sarà chiaro ciò che le mie parole non possono di più dichiararti. ‑ Tu rimani ormai, poiché il tempo è così prezioso in questo regno, che io ne perdo troppo venendo pari passo con te». - Come il cavaliere di schiera talvolta stacca il galoppo e va per farsi onore nel primo scontro, ‑ tale Forese si partì da noi con passi più veloci dei nostri, ed io rimasi nella via coi due poeti [Virgilio e Stazio] che furono nel mondo così grandi maestri del vivere civile. ‑ E quando [Forese] si fu allontanato da noi, i miei occhi lo seguirono come la mia mente seguì le sue parole, - vidi i rami carichi di frutta e verdeggianti di un alto albero pomifero e non molto lontani, perché solamente allora, al voltar della strada, potevano vedersi. ‑ Sotto a quell’albero vidi gente alzar le mani e gridare non so che cosa verso le fronde, come fanciulli che, bramosi ed impotenti ‑ di alcuna cosa, pregano [che sia loro concessa] ed il pregato non risponde, ma per acuire la loro voglia, tiene in alto la cosa bramata e gliela mostra. ‑ Poi [questa gente] partì come disingannata e noi intanto venimmo al grande albero che respinge tante preghiere e tante lacrime. - «Passate innanzi senza avvicinarvi a questa pianta; più sopra è il legno che fu morso da Eva e da esso rampollò questa pianta». ‑ Così diceva, non so qual persona, tra le frasche; per cui Virgilio, Stazio ed io, tutti e tre uniti, andammo innanzi dal lato ove sorge il monte e fa sponda [lato sinistro]. Diceva: «Ricordatevi dei maledetti [Centauri] generati nelle nuvole i quali, satolli e coi petti biformi [di uomo e di cavallo] combatterono contro Teseo; ‑ e [ricordatevi] degli Ebrei che si mostrarono troppo avidi di bere, per cui Gedeone non li volle per suoi compagni, quando, scendendo i monti, andò contro i Madianiti. [Quando Gedeone andò contro i Madianiti non volle, per compagni, secondo il comandamento di Dio, coloro che con troppa avidità di bere si prostrarono presso la fonte Arad, ma scelse quelli che, stando in piedi, avevano attinto l'acqua colla mano e bevuto posatamente]. ‑ Così, tenendoci vicini ad uno degli orli della via, passammo, udendo rammentare esempi di peccati di gola già seguiti da miseri guadagni [da castighi terribili]. ‑ Poi, rallegrati dalla strada libera, avanzammo oltre mille passi, meditando in silenzio ciascuno di noi sulle cose vedute. - Ad un tratto si udì una voce che disse: «Che cosa pensate voi tre soli?» Onde io mi scossi come fanno le bestie poltrone, prese dallo spavento. ‑ Drizzai la testa per vedere chi fosse; e non si videro mai vetri o metalli così lucenti e rossi dentro ad una fornace, ‑ come io vidi uno che diceva: «Se a voi piace montar su, qui conviene voltare strada; di qui va chi vuole andare alla pace dei beati». ‑ Il suo aspetto mi abbarbagliò la vista, per cui io mi nascosi dietro ai miei maestri, come un uomo il quale, non vedendo, va dietro al suono delle parole e dei passi altrui. ‑ E come l'aura di maggio che spira sul nascere del giorno, tutta impregnata del profumo dell'erbe e dei fiori, si muove e diffonde soavissima fragranza, tale io mi sentii far vento in mezzo alla fronte e ben sentii l’aleggiare della piuma [dell'Angelo] che profumava d'ambrosia; ‑ sentii dir: «Beati coloro a cui la grazia divina rischiara l'intelletto in modo che il naturale trasporto del mangiare e del bere non suscita nel loro petto i fumi di una passione, facendoli bramare solo quanto basta per sostentar la vita».

 

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Aggiornato il: 12 febbraio 2007