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Purgatorio
C a n t o VentesimoterzoMentre
io frugavo cogli occhi tra le fronde verdi come suole fare il cacciatore quando
cerca l'uccellino che insegue da tanto tempo; ‑ il mio più che padre
[Virgilio] mi diceva: «Figliuolo, vieni, perché il tempo che ci è stato
assegnato si deve impiegare in cose più utili». ‑ Io volsi tosto lo
sguardo ed il passo frettoloso dietro a quei saggi, che parlavano in modo che il
camminare non mi costava nessuna fatica. ‑ Ed ecco che sentii cantare e
piangere: «Labia mea, Domine» [a coloro
che furono golosi in vita, per mondarsi dal peccato conviene aprir alle laudi
dell'Altissimo quelle labbra che furono soverchiamente aperte per ingordigia dei
cibi] in modo tale che ci cagionò diletto e dolore. - Io cominciai: «O dolce
padre, che cos'è ciò che io odo?» Ed egli mi rispose: «Sono ombre che vanno,
forse, sciogliendosi da loro debito» [scontando il loro peccato]. ‑ Come
fanno i pellegrini, occupati dal pensiero dei loro affari, raggiungendo per via
gente sconosciuta, si rivolgono ad essa e non si fermano; ‑ così una
turba di anime, taciturna e devota, venendo con passo celere dietro a noi e
passando oltre, ci guardava con ammirazione. ‑ Ciascuna ombra aveva gli
occhi incavati e foschi, pallida in volto e tanto dimagrita che la pelle
prendeva la forma delle ossa. ‑ Non credo che Erisitone [uomo di
Tessaglia: dicono i poeti che spregiasse Cerere e vietasse che le si facessero
sacrifici, tanto che per vendicarsi la dea eccitò in lui una fame tanto
rabbiosa che lo spinse a consumare ogni suo avere e poi a volgere i denti verso
sé stesso], ridotto per digiuno a non aver più che la prima pelle, fosse
divenuto tanto secco, anche quando privo di tutto, ebbe a temer maggiormente gli
orrori del digiuno. ‑ Io dicevo, pensando fra me: «Ecco come doveva
essere la gente che perdette Gerusalemme, quando Maria addentò le carni del
figlio». ‑ Le due cavità degli occhi sembravano anelli a cui fossero
state tolte le gemme: chi nel volto degli uomini legge uomo, avrebbe ben
riconosciuto la lettera M nel volto di quelle ombre [alcuni trovano nel volto
umano la lettera M, fra le cui gambe sono frapposti due O, onde si legge Omo. I
due O, sono gli occhi e la M è formata dalle ciglia e dal naso. Queste lettere
appariscono meglio nei volti scarni, e perciò il Poeta dice che in quelle ombre
macilente si sarebbe ben conosciuta la M]. ‑ Chi crederebbe, ignorandone
la cagione, che l'odore di un pomo e quello di un'acqua facessero dimagrire a
tal segno quelle anime, eccitando in esse il desiderio? ‑ Io, ignorando
tuttora la cagione della loro pelle così inaridita, stavo pieno d'ammirazione e
curioso di sapere che cosa rendesse tanto affannati quegli spiriti; ‑
quand'ecco che un'ombra, dalle cavità profonde della testa, volse gli occhi
verso di me e mi guardò fisso, poi gridò forte: «Qual grazia è questa per
me?»
- Io non l'avrei mai riconosciuto al viso, ma nella sua voce mi si palesò la
persona a cui i primitivi lineamenti erano stati distrutti e deformati. ‑
Il suono di questa voce mi bastò per riconoscere quel volto sformato, nel quale
ravvisai la faccia di Forese [fiorentino, della famiglia dei Donati e fratello
di M. Corso e di Piccarda, amico e parente di Dante avendo questi in moglie una
Gemma dei Donati]. ‑ Egli pregava: «Deh, non guardare con tanta
meraviglia le rughe riarse che mi scolorano la pelle, ne la deformità del mio
corpo; ‑ ma dimmi il vero di te e chi sono quelle due anime che ti fanno
scorta: non astenerti dal parlarmi». Io risposi a lui: «La tua faccia, che
morta io bagnai di lagrime, vedendola ora così deformata non mi è minor
cagione di pianto. ‑ Però dimmi, per Dio, che cos'è che vi consuma, che
vi rode la carne; non mi spingere a parlare mentre sono pieno di meraviglia;
perché male può parlare chi ha l'animo pieno di un altro desiderio». ‑
Ed egli disse a me: «Dalla divina giustizia che così dispone, cade nell'acqua
e nell'albero rimasto indietro, una tal virtù per la quale io divengo così
scarno. ‑ Tutta questa gente che canta piangendo avendo spinto la gola
oltre misura, nei patimenti della fame e della sete si purifica e si f a santa.
‑ L'odore che esala il pomo e lo spruzzo d'acqua che si stende sulle
foglie, eccita in noi la voglia di mangiare e di bere. ‑ E
non una volta sola si rinnova la nostra pena girando intorno
a questo cerchio: io dico pena ma dovrei dir piacere; ‑ poiché quel
desiderio che ci mena all’albero, è quello stesso che menò Cristo lieto a
dire sopra la croce: Eli, Eli, quando ci redense col suo sangue». ‑ Ed io
gli risposi: «Forese, dal giorno in
cui mutasti mondo e
passasti a miglior vita, non sono, fin qui, passati cinque anni. ‑ Se
prima che giungesse l'ora del pentimento che ricongiunge a Dio, venne meno in te
il potere di commettere alcun peccato, ‑ come mai sei tu venuto quassù?
Io credeva di trovarti ancora laggiù di sotto al monte dove il tempo perduto,
si emenda con altrettanto tempo di tormentosa dimora». -
Ed egli mi rispose: «La mia Nella [sua moglie, donna di grande probità]
col suo dirotto pianto, mi ha così presto condotto a bere la dolce amarezza
delle pene del Purgatorio. - Essa, colle sue preghiere e i suoi sospiri, mi ha
tratto dalla costa del monte dove si aspetta e mi ha liberato dagli altri
gironi. ‑ La mia vedovella, che io ho amato tanto, è più cara e più
diletta al Signore, quanto più è sola nel suo casto tenore di vita; ‑
poiché la Barbagia di Sardegna [paese le cui donne erano scostumate e disoneste
nel vestire] ha le sue donne assai più pudiche, di quelle che abbia la Barbagia
ove io ti dica? Io vedo già un tempo futuro, al quale l’ora presente non sarà
molto anteriore, ‑ nel quale sarà vietato alle donne fiorentine di andare
sul pergamo mostrando il petto colle poppe. ‑ A quali donne barbare, a
quali Saracine, furono mai necessari degli ordini o spirituali o d'altra
maniera, per non farle andare scoperte? ‑ Ma se le scellerate sapessero ciò
che il cielo si affretta a preparar loro, già avrebbero le bocche aperte ad
urlare. – Ché, se l'antivedere non m’inganna, queste femmine saranno punite
della loro sfacciataggine prima che il fanciullino, che ora si consola colla
cantilena della nanna, metta il pelo sulle guance. ‑ Deh, fratello, fa che
ora più non ti celi a me; ché non io solo ma tutta questa gente guarda là
verso il sole che tu ci veli col tuo corpo». ‑ Per cui io gli dissi: «Se
tu richiami alla mente i nostri rapporti dell'altra vita, lo stesso ricordo dei
passati errori e pericoli ci darà tormento. ‑ Da quella vita mi tolse,
giorni indietro, colui che cammina innanzi a me. Costui mi ha condotto per la
profonda notte dei morti con questo mio vero corpo che va dietro a lui. ‑
Indi mi hanno tratto su i suoi consigli ed ammaestramenti, percorrendo i giri
della montagna, la quale rifà giusti e corretti voi, che il mondo aveva
corrotti e traviati. ‑ Egli dice di farmi compagnia fino a che non troverò
Beatrice: ivi conviene che rimanga senza di lui. Questi che mi dice così è
Virgilio, e quest'altra è l'ombra per la quale dianzi si è scosso tutto il
vostro regno per lasciarla dipartire». |
[HOME] Aggiornato il: 12 febbraio 2007 |