Accademia San Faustino 

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Purgatorio

 

C a n t o   Decimosecondo

Andavo insieme ad Oderisi, l'uno accanto all'altro come i buoi che vanno sotto il giogo, finché lo permise il mio dolce maestro. - Ma quando disse: «Lascialo e passa avanti poiché qui è necessario sforzarsi in tutti i modi a compiere l'opera della penitenza, e ciascuno per conto proprio»; ‑ mi rifeci dritto con la persona, come è più conforme alla natura dell'uomo, benché i pensieri rimanessero invece depressi e umiliati. ‑ Io mi ero mosso, e seguivo volentieri i passi del mio maestro, e ambedue andavamo già più rapidamente dei penitenti, - quando mi disse: «Volgi in giù gli occhi: ti farà bene per persistere nell'umiltà di guardare la terra dove poggiano i tuoi piedi». ‑ Come, sopra le tombe in piena terra, i sepolti portano segnato ciò che erano prima perché sia ricordato ciò che erano da viventi, - per cui spesso accade che i devoti, che solo sogliono visitare quei luoghi, piangono per il ricordo vivo del defunto; ‑ così io vidi lì, ma in maniera migliore a riguardo dell’arte, raffigurato tutto lo spazio che si distende in piano sotto la ripa del monte, e sul quale camminano i penitenti, - vedevo da una parte del ripiano Lucifero che fu creato più nobile di ogni creatura, cadere giù dal cielo fulminato. ‑ Vedevo dall'altra parte il gigante Briareo, trafitto dalla saetta di Giove, giacere gravemente a terra preso dal gelo della morte. ‑ Vedevo Apollo, Minerva e Marte ancora armati attorno a Giove padre loro, guardare le membra sparse dei giganti vinti alla pugna di Flegra. ‑ Vedevo Nembrotte ai piedi della gran torre innalzata, nella pianura di Sennaar, quasi smarrito, e riguardare le genti che in Sennaar furono superbi con lui. ‑ O Niobe, con che occhi dolenti ti vedevo rappresentata sulla strada tra quattordici tuoi figli uccisi! [Niobe, moglie di Amfione re di Tebe, superba della sua bellezza e potenza e della origine divina e dei molti figliuoli, voleva che i sacrifizi dei Tebani si facessero a lei e non a Satana: per cui Apollo e Diana, figli della dea, uccisero la sua famiglia a colpi di freccia, e Niobe impazzita dal dolore, fu tramutata in statua]. - O Saul, come apparivi trafitto dalla tua stessa spada sul monte Ghibboa [nella PaIestina] sul quale, poi non cadde più pioggia, né rugiada! [Saul vinto dai Tibistri nella battaglia di Ghibboa e avendo veduto morire i suoi tre figli, si uccise, e David lamentandone la morte esclamò che sul monte Ghibboa non cadesse mai più né pioggia, né rugiada]. ‑ O folle Aracne, io ti vedevo divenuta già per metà ragno, trista sulle tele intessute da te con tuo danno. [Aracne: tessitrice della Lidia; la quale, eseguì in tessuto il lavoro degli amori di Giove gareggiando con Minerva, ma avendole la dea stracciata la tela per dispetto, si appiccò e fu tramutata in ragno]. ‑ O Roboamo [il superbo figlio di Salomone, causa della scissione degli ebrei; I Re, VII, 1-11] non sembri minaccioso nel disegno che quivi ti raffigura; ma prima che gli altri ti siano addosso ti porta via un carro. ‑ Il pavimento di pietra mostrava ancora come Almeone fece parer caro a sua madre l'adornamento causa di sventura [Trifile, moglie di Amfiarao, uccisa dal figlio Almeone, perché allettata dalla collana dell’Armonia, scoprì a Pollinice il nascondiglio del marito]. - Mostrava come i figliuoli si gettarono sopra Sennacherib dietro il tempio e come, uccisolo, quivi lo lasciarono [Sennacherib, re degli Assiri, ucciso per opera dei figliuoli Adramelec e Sarasar, colpendolo nel tempio del dio Nisroc e quindi fuggendo nel paese di Ararat]. ‑ Mostrava la rovina e lo scempio crudele che fece la regina Tamiri del corpo di Ciro, la quale poi disse: «Avesti sete di sangue, ed io ti empio di sangue» [Ciro, fondatore dell'impero persiano, avendo fatto morire il figlio della Tamiri, questa ne fece ricercare il cadavere e, spiccatone il capo, lo gettò in un otre pieno di sangue dicendo le parole espresse dal poeta, Erodoto I, 105]. ‑ Mostrava come si fuggirono in rotta gli Assiri poi che fu ucciso Oloferne, ed anche la testa recisa del medesimo. L'ultima rappresentava Troia distrutta dall'incendio: o Troia, come ti mostrava cosa bassa [recisa da Giuditta, Liber Judith, XI‑XIV], e vile la figura scolpita in quel piano!  ‑ Quale maestro di pennelli o di disegno fu mai che potesse ritrarre quelle ombre e quei tratti che farebbero meravigliare qualunque acuto ingegno che lo mirasse? I morti parevano morti, e i vivi parevano vivi: non vide meglio di me che chi vide il vero, per tutto quello spazio che io percorsi tenendo il viso basso a rimirare quelle rappresentazioni figurate. ‑ Ora insuperbite, e andate con gli occhi alteri, e non drizzate il volto, sì che possiate vedere il vostro cattivo cammino. ‑ Già noi avevamo percorso di quella via circolare e già il sole aveva percorso nel suo cammino una parte maggiore che non pensassi io, che avevo l’animo assorto a quelle figure; ‑ quando colui, che mi precedeva sempre attento, cominciò a dire: «Drizza la testa; hai guardato abbastanza codeste immagini. ‑ Vedi colà un angelo che si affretta a venire verso noi; vedi che sono passate sei ore di sole. ‑ Adorna il volto e le maniere di riverenza, sì che a lui piaccia lasciarci salire al cerchio di sopra: pensa che il tempo che fugge non ritorna più». ‑ Io ero bene abituato al suo ammonire di non perdere tempo, e però le sue parole non mi riuscivano oscure. ‑ La bella creatura veniva verso di noi vestita di bianco, e nella faccia risplendente come stella mattutina. ‑ Aprì le braccia, e quindi aprì le ali; e disse: «Venite, qui vicino sono i gradini e ormai si sale facilmente». ‑ Molto raramente vengono a questo invito: o uomini che siete nati per volare su in alto, perché cadete abbattuti da così poco vento? ‑ Ci menò dove la roccia era tagliata a modo di scala, mi percosse la fronte con le ali togliendomi così il segno della superbia [uno dei setti, P], poi mi assicurò che senza impedimenti si sarebbe compiuta la salita. - Come per salire a mano destra al monte alle Croci, dove è la chiesa di S. Miniato che domina Firenze, così male governata, sopra del ponte Rubaconte [ora Ponte alle Grazie], - si rompe l’eccessiva rapidità del salire per mezzo degli scalini di macigno, che si collocarono in tempi nei quali i capi del governo, invece di attendere a falsare le scritture e le misure pubbliche, curarono gli interessi e il bene della cittadinanza; così per simili gradini si addolcisce la salita ripida verso l'altro cerchio, se non che da una parte e dall'altra le alte pareti laterali toccano quasi il viandante. – Noi dirigendoci ivi, sentimmo cantare «Beati i poveri di spirito» da voci così soavi che non si potrebbero esprimere con nessuna lingua. ‑ Ahi! Quanto questi luoghi sono diversi da quelli dell'inferno; ché quivi si entra cantando, e laggiù con feroci lamenti. ‑ Già salivamo su per i santi gradini, e già mi pareva esser più leggero che non mi pareva prima quando camminavo per il piano, ‑ onde io dissi: «Dimmi, maestro, quale peso si è levato da me che non fatico quasi affatto nel camminare?» Rispose: «Quando i P, che sono rimasti ancora nel tuo volto saranno tutti estinti l’uno dopo l'altro, come quello della superbia, ‑ i tuoi piedi saranno cosi spronati dal buon volere, che non solo non sentiranno fatica, ma sarà dilettoso per loro essere spinti su». ‑ Allora io fui come coloro che vanno con una cosa in testa da loro non saputa, se non che fanno sospettare i segni fatti dagli altri, ‑ per cui la mano va alla testa per accertarsi, e cerca e trova, si tolgono ciò che non possono vedere; ‑ e con le dita disgiunte della destra trovai ancora le sei lettere che aveva incise sulla mia fronte l'angelo delle chiavi: guardando il che, sorrise il mio duca.

 

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Aggiornato il: 12 febbraio 2007