Accademia San Faustino 

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Inferno

 

C a n t o   Trentesimo

Nel tempo che Giunone era corrucciata contro i Tebani per causa di Semele [figliuola di Cadmo fondatore di Tebe], come mostrò più volte [Semele per causa di Giunone, rimase incenerita fra gli amplessi di Giove, e le di lei sorelle Agave e Ino, ed il ni­pote Atteone, in varie maniere perirono tutti],‑ Atamante [re di Tebe] fu preso da sì fu­riosa pazzia [per dolore], che vedendo venire la moglie [Ino] con i due figli per mano, ‑ gridò: «Tendiamo le reti sì che io possa prendere al varco la leonessa e i leoncini » e poi distese le mani spietate, ‑ prendendo uno di questi figli, che si chiamava Learco, e rotandolo lo percosse ad un sasso, sì che la madre disperata, si gettò in mare con l’altro figlio. ‑ E quando la Fortuna con la caduta di Troia abbatté la potenza dei Troiani che tutto ardiva, sì che con il regno fu distrutto pure il re; ‑ Ecuba triste per la morte dei suoi, misera per la rovina di Troia e della sua stirpe e schiava dei Greci, poiché vide morta Polissena [la figlia svenata sulla tomba di Achille dai Greci], e del suo Polidoro [condotta poi prigioniera in Troia, trovato il corpo del figlio Polidoro, ucciso da Polinestore, perdé la ragione per dolore] sulla riva del mare la addolorata si accorse, forsennata latrò sì come cane; tanto il dolore le travolse la mente. ‑ Ma né fuori di Tebe né di Troia si videro mai furie tanto crudeli operare in membra di bestie o di uomini, ‑ quanto io vidi in due ombre pallide e nude che mordendo correvano come il porco che si schiude dal porcile. ‑ Uno giunse addosso a Capocchio, e l'azzannò al nodo del collo sì che, tirando, lo trascinò per il fondo duro della bolgia. ‑ E Griffolino che rimase tremante di paura, disse: «Quest'ombra che corre nuda così rabbiosamente strapazzando gli altri, è Gianni Schicchi» [dei Cavalcanti: abile contraffattore di persone]. ‑ « Oh, dissi allora io, se l'altra ombra non ti azzanna, non ti rin­cresca di dirmi chi sia, prima che si allontani di qua». ‑ Ed egli a me: «Quella è l'anima antica della scellerata Mirra [figlia di Cinira re di Cipro. Innamoratasi del padre giacque con lui, facendo di notte tempo, apparire di essere un'altra fanciulla], che divenne amica al padre fuori del giusto amore. ‑ Questa così venne a peccare con esso falsificandosi in altra forma, come l'altro che se ne va in là [lo Schicchi] ebbe coraggio ‑ per guadagnare la cavalla migliore della mandra di entrare nel letto del morto Buoso Donati [per opera di Simone Donati, lontano parente] e fare il testamento fingendosi quello, dando al testamento le norme che si richiedevano perché fosse valido in favore di chi aveva combinato l'artifizio. ‑ E poi quando furono passati i due rabbiosi sui quali avevo tenuto lo sguardo, mi rivolsi a guardare gli altri dannati. ‑ Io vidi uno fatto a forma di liuto [strumento che ha la cassa rigonfia], se egli fosse stato senza gambe. ‑ La grave idropisia che fa cosi disuguali un membro dall'altro con il suo umore che rivolge ed assimila in luoghi dove non dovrebbe, tanto che il viso non corrisponde alla grossezza del ventre, ‑ faceva tenere a lui le labbra aperte, come l'etico che le tiene aperte e sporgenti per la sete. ‑ «O voi che siete senza alcuna pecca nel mondo delle pene, ed io non so il perché, disse egli a noi, guardate e soffermatevi ‑ alla miseria del maestro Adamo [da Brescia. Dietro istigazione dei signori di Romena falsificò il fiorino di Firenze. Ma scoperto, fu preso e bruciato]; io che ebbi da vivo, molto di ciò che volli, ed ora misero! bramo una goccia d'acqua. ‑ I ruscelli che dai verdi colli del Casentino discendono giù in Arno, facendo freddi e umidi i loro canali ‑ mi stanno sempre dinanzi e non invano; ché la loro immagine mi asciuga più e mi dà più sete che non il male per cui mi dimagro nel volto. ‑ La rigida giustizia dal luogo ove io peccai trae causa di maggior dolore e di maggiori sospiri. ‑ Ivi è Romena [nel Casentino è il castello di Romena, di un ramo dei conti Guidi] dove io falsificai i fiorini col suggello di S. Giovanni Battista per cui io lasciai su, arso il mio corpo. ‑ Ma se io vedessi qui l'anima malvagia di Guido [Guido II dei conti di Romena] o di Alessandro, o del loro fratello [Alessandro II e Guido I pure di Romena] per vederli ricuserei fonte Branda [presso Romena]. ‑ Qua dentro già c'è una di queste anime [dei tre fratelli] se dicono vero le ombre arrabbiate che vanno attorno: ma che mi vale, ché ho le membra legate per la idropisia? ‑ Se io fossi ancora tanto leggero che io potessi muovermi un pollice ogni cento anni, io mi sarei già messo in cammino, ‑ cercandolo fra questa gente sconcia, con tuttoché giri per undici miglia il luogo occupato da essa e meno di un mezzo miglio non ha di traverso. ‑ Io per loro sono in siffatta compagnia: essi mi indussero a battere i fiorini, che avevano tre carati di giunta di rame». ‑ Ed io a lui: «Chi sono quei due miseri che fumano come mano bagnata nell'inverno, e giacciono stretti alla tua destra?» ‑ «Li trovai qui quando piovvi in questa bolgia e mai si rivoltarono, rispose, e credo non si voltino in eterno. ‑ L'una è la falsa che accusò Giuseppe; l'altro il falso greco Sinone da Troia [la prima la moglie di Putifarre che accusò falsamente Giuseppe, figlio di Giacobbe, di averle usato violenza. Sinone colui che persuase i troiani a riporre dentro le mura delle città il cavallo di legno] i quali gettano tale puzzo per febbre acuta. ‑ Ed uno di loro che si annoiò, forse, di essere nominato con vergogna [Sinone essendo stato detto falso], gli percosse con il pugno il ventre teso: ‑ quello suonò, come fosse un tamburo: e maestro Adamo gli percosse il volto con il suo braccio, cui non parve meno duro, ‑ dicendo a lui: « Benché io non mi possa muovere, per le membra che mi sono pesanti, ho però libero il braccio per fare ciò ». ‑ Per cui egli rispose: «Quando tu andavi al fuoco, tu non l'avevi così pronto; ma così e più ancora quando coniavi le monete false » ‑ E l'idropico: « Tu dici la verità, ma tu non fosti così verace testimonio quando a Troia il re Priamo richiese il tuo consiglio [prima di far aprire le mura al cavallo di legno]». ‑ «Se io dissi il falso tu falsasti le monete, disse Sinone, e se io sono qui per una colpa sola, tu per più colpe quanto nessun altro demonio ». - «Ricordati, spergiuro, del cavallo, rispose quello dal ventre gonfio; e ti sia di pena che lo sa, tutto il mondo ». - «A te sia malvagia la sete che ti crepa, disse il Greco, la lingua, e l'acqua marcia che ti gonfia così il ventre da impedirti la vista». ‑ Allora il falsificatore di monete: «Così si apre sconciamente la bocca tua per dire male come è solita: ché se io ho sete, e mi riempie l'umore, tu hai l'arsura della febbre e il capo addolorato, e non ci vorrebbero molte parole per invitarti a leccare lo specchio di Narciso» [Narciso rispecchiando la sua immagine nell'acqua s'innamorò di sé stesso]. Io ero tutto intento ad ascoltarlo, quando il maestro mi disse: «E guarda ancora, e per poco non m’irrito con te ». ‑ Quando io lo sentii parlare a me con ira, mi rivolsi a lui con tale vergogna, che la provo ancora nel ripensarci. ‑ E come colui che sogna la sua rovina, e sognando desidera sognare, sì che brama ardentemente che non sia quello che sogna; tale mi feci io, non potendo parlare per la vergogna, che desideravo scusarmi e scusavo tuttavia me stesso, e non credevo di farlo. « Un maggiore difetto, viene tolto da una minore vergogna, disse il maestro, che il tuo non sia stato; e quindi togli ogni tristezza; e fai conto che io sia sempre vicino se mai per avventura qualche volta ti accada di trovarti in contrasti simili a questo; ‑ ché volere ascoltare questi discorsi è voglia bassa».

 

 

 

 

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Aggiornato il: 12 febbraio 2007