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Inferno
C a n t o Ventesimoterzo Silenziosi
e soli e senza la compagnia dei diavoli, andavamo l'uno davanti e l'altro dopo
[Virgilio primo e Dante secondo, vedi Inf., 11, 141; IV, 15; XXXIV, 136] come
usano andare i frati minori. [Dice il Lasca «Usanza è quando li frati minori
vanno da una cittade ad un'altra o da un luogo ad un altro, s’elli fossero ben
cento, vanno in fila l'uno dietro all’altro; può essere forse perché vanno
contemplando con Dio».] ‑ La mia mente era rivolta alla favola
d'Esopo [Esopo. novellatore della Frigia, ebbe, per la versione latina delle sue
opere fatta da Fedro, e da altri, grande fama nel medio evo. Si dissero sue
anche quelle fatte sul suo stile quale appunto questa a cui Dante accenna. Essa
è la seguente: Fedro, Fabul, aesopiarum, appendice, favole 6: «Mus et rana:
Mus, quo transire posset flumen facilius, Auxilium ranae petit. Haec muris
alligat lino priorem crus ad posterius pedem. Amnemnatantes vix medium
devenerant. Cum rana subito fundum fluminis petens se mergit, muriut vitam
esiperet perfide. Qui dum ne merge retur, tendit validius; Praedam conspexit
milvus prope volans, Muremque fluctuantem rapuit unguibus. Simulque ranam
colligatam sustulit. Sic saepe intereunt,
aliis meditantes necem»] per la divenuta zuffa dei diavoli, poiché sono
somigliantissime tra di loro [mo avverbio, è identico all'avverbio issa], se
bene si paragona con la mente attenta il principio e la fine: ‑ e come un
pensiero nasce naturalmente da un altro, così dal pensiero della favola di
Esopo nacque in me un altro pensiero, che mi raddoppiò la paura avuta quando
Malacoda ci diede la compagnia dei diavoli. ‑ Io pensavo: « Questi
diavoli, per causa nostra, sono rimasti scherniti e con tale danno e beffa,
che credo rincresca assai ad essi. ‑ Se al malvolere proprio dei demoni si
aggiunge l’ira [aggueffa = aggiunge, cfr. Inf., XXXI 56 e Purg., V, 112], essi
ci verranno dietro più crudeli di quel cane che addenta la lepre [inseguito. «Acceffare
è propriamente afferrare con il ceffo: con la bocca e con i denti] ». – Io
già mi sentivo tutto rabbrividire per la paura, e stavo ascoltando e guardando
indietro, quando dissi: « Maestro, se non nascondi ‑ me e te subito, io
ho spavento di Malebranche; noi gli abbiamo già dietro; io li ho così scolpiti
nell'immaginazione che già me li sento addosso ». ‑ E quegli: « Se io
fossi uno specchio [impiombato vetro] la tua immagine esteriore non rifletterei
così bene, e d'un tratto, come ricevo dentro di me [conosco] il tuo pensiero.
‑ I tuoi pensieri, pur ora, procedevano con i miei ‑ dallo stesso
sentimento di paura [simile atto] e però erano conformi [simile faccia] sì che
degli uni e degli altri feci una sola risoluzione.
Se si trova un punto così pendente della ripa destra dell'argine per cui
noi possiamo discendere nella sesta bolgia noi per esso fuggiremo l'inseguimento
dei diavoli che c' immaginiamo ». ‑ Non aveva terminato di esprimere un
tale divisamento, che io vidi i demoni venire con l'ali tese, non molto lontani,
per volerci prendere. ‑ Il mio duca subito mi prese come la madre che si
sveglia al rumore e vede divampare presso di sé le fiamme, ‑ che prende
il figlio e fugge e
non si arresta, avendo più cura
di lui che di sé stessa, senza indugiare né meno quanto tempo è necessario
per vestirsi di una camicia: ‑ e giù dalla sommità della ripa pietrosa
si lasciò andare con le spalle appoggiate alla roccia pendente che forma il
lato della sesta bolgia. ‑ Non corse mai con tanta fretta l'acqua per un
canale artificiale fatto per volgere
la ruota di un mulino piantato
al suolo [Lombardi: «a differenza di quelli che si fabbricano nelle navi sopra
fiumi, ove l'acqua non ha doccia o sia canale, che facciala da alto in basso
scorrere ad urtare nelle pale della ruota, ma muovesi collo stesso movimento
che ha in tutta la larghezza del fiume; e però alla mancanza di forza
nell'acqua si supplisce col far le pale delle ruote larghissime d'intiere
tavole per lungo»], quando essa più si avvicina presso le pale, ‑ come
il mio maestro per quell'estremità della roccia [vivagno: propriamente la
estremità dei tessuti], portandosi me sopra il suo petto, come se fossi suo
figlio, non come compagno. ‑ Appena i piedi suoi furono giunti al
piano del fondo della stessa bolgia, i demoni giunsero sull'argine proprio sopra
di noi; ma non vi era da temere: ‑ poiché Iddio che volle porre essi
ministri della quinta bolgia, toglie ad essi il potere di partirsi di costì. ‑ Laggiù trovammo gl’ipocriti che con
l'apparenza esteriore del loro volto, ricoprono la malvagità dell'animo, che
camminavano lentissimamente piangendo, e nell'aspetto stanchi e abbattuti.
‑ Essi avevano cappe con cappucci abbassati sugli occhi, fatte della
foggia di quelle che portano i monaci di Cologna. [Vi è discordanza tra
gl'interpreti del poema nel definire a qual luogo alluda Dante; il Lasca, tra
gli altri, dice: «
E’ da sapere che elli è uno ordine di monaci li quali hanno lo capo in
Cologna, che è in Alemagna, ed è molto ricchissima e nobilissima badia quella;
il quale abbate, già più tempo, sentendosi essere signore di tanto ordine ed
avere, crescè per arroganzia in tanta audacia che egli andò
ricchissimamente a corte di messer lo papa e a lui domandò che li piacesse di
darli parola ed eziandio fare scrivere il canone che l'abbate del detto luogo,
potesse avere la cappa di scarlatto e il cappuccio, ancora che le manubrette
delle sue cinture fossero d'argento sovradorato. Udito lo papa così inonesta
domanda, procedette verso lui che elli e li suoi frati non potessero avere cappe
se non nere e di panno non follato, e avessero quelle cappe dinanzi e di dietro
tanto lunghe ch’elli menassero coda per derisione di loro: ancora che li
cappucci delle predette cappe fossero si grandi ch'elli tenessero una misura di
formento, che è tanto quanto è uno staro; e per quell'arroganzia del detto
abate, che voleva alle sue cinture guarnimenti d'argento e d'oro, che non
potesse avere né elli né li suoi frati, ovvero monaci, altro guarnimento ad
essa se non di legno: e da quel tempo in qua hanno quelli monaci e il suo abate
tenuto e usato tale abito ». Altri ripetono questa storiella]. ‑ Di fuori
sono così dorate che abbagliano ma dentro tutte di piombo e tanto pesanti che
quelle che metteva Federico al confronto sarebbero parse di paglia. [Dice il
Buti: E' da sapere che lo imperatore Federico secondo, coloro ch'egli condannava
a morte per lo peccato dell'offesa maestà, li faceva spogliare ignudi e vestire
d'una veste di piombo grossa un dito, e faceali mettere in una caldaia sopra il
fuoco e facea fare grande fuoco tanto che si struggeva lo piombo addosso al
misero condannato, così miseramente e dolorosamente li faceva morire ». Ciò
è da ritenersi per vero; almeno a quei tempi era creduto da tutti]. - Oh quanto
grave pena esser messi eternamente in un manto talmente faticoso! Noi ci
volgemmo ancora a mano mancina, insieme con loro, e attenti al loro piangere
tristemente; ‑ ma per il peso quella gente stanca veniva così piano che
noi ad ogni passo ci trovavamo allato nuova coppia di dannati. ‑ Per cui
dissi al mio duca: « Fa' di trovare qualcuno che per le sue opere o per il suo
nome si conosca, e guarda attorno mentre così vai». ‑ Ed uno che intese
la mia parlata toscana gridò dietro a noi: « Fermate i piedi, voi che correte
tanto forte per l'aria fosca : ‑ che forse avrete da me ciò che chiedete
». - Per cui il duca si rivolse, e disse: « Aspetta, e poi va' secondo il suo
passo ». - Io ristetti, e vidi due mostrare col viso gran fretta dell'animo di
essere vicino a me: ma il peso che portavano addosso e l'angustia della via li
facevano andare lentamente. ‑ Quando furono giunti a me appresso mi
guardarono con l'occhio molto bieco senza parlare; poi si volsero a dire tra
loro: ‑ « Costui al movimento della gola nel respirare, pare vivo; e se
essi son morti per quale privilegio vanno scoperti della pesante cappa di
piombo? » ‑ Poi dissero a me: « O toscano che sei venuto alla compagnia
dei tristi ipocriti, non disdegnare di dirci chi tu sia». ‑ Ed io a loro:
«Io nacqui e crebbi sopra il fiume Arno alla grande città di Firenze, e sono
con il corpo che ho avuto sempre. ‑ Ma voi chi siete, che giù per le
guance piangete tanto dolore, e quale pena è in voi che vi fa sprizzare queste
lacrime?» ‑ E l'uno risposemi: «Le cappe color d'oro, sono di piombo, e
così grosse che ci fanno piangere come i pesi
fanno cigolare le bilance loro. ‑ Fummo frati gaudenti e bolognesi.
[Nel 1261 fu istituito in Bologna con riconoscimento del papa Urbano IV, un
ordine di frati armati che fu chiamato dei
cavalieri di Maria Vergine gloriosa, ed aveva lo scopo di promuovere la pace
tra le parti che travagliavano le città italiane, di sopprimere i dissidi tra
le famiglie potenti, di proteggere i deboli contro qualsiasi violenza dei
potenti: con il favore delle repubbliche e dei papi. Questo ordine da Bologna si
estese a molte altre città italiane; ma dopo poco traviò dalle prime
intenzioni, tanto che per derisione furono detti dal popolo frati gaudenti ed anche capponi di
Cristo]: io mi chiamo
Catalano [Catalano dei Catalani, famiglia guelfa derivata dai Malavolti e detta
pure di Guido di madonna Ostia, nacque in Bologna nel 1210: fu podestà in
Milano nel 1243, in Parma nel 1250, in Piacenza nel 1260 e in altre città
ancora: nel 1249 ebbe il comando
d'una parte dei fanti di Bologna contro il re Enzo, alla
battaglia di Fossalta; fu uno dei fondatori dell'ordine dei cavalieri di
Maria; assieme a Loderingo degli Andalò resse nel 1265 e 1267 il governo di
Bologna e quello di Firenze nel 1266: dopo i quali offici si ritirò a vivere
nel convento dei frati gaudenti a Ronzano, presso Bologna, dove morì e fu
sepolto nel 1285] e questi Loderingo [Loderingo degli Andalò, di famiglia
bolognese nel 1210 e con molto onore esercitò parecchie podesterie, tra le
quali quella di Modena nel 1251 e di molte altre città della Toscana e
dell'Emilia in seguito. In Bologna fu associato al podestà Iaeopo Tavernieri
nel 1263, temendo il comune malgoverno di questi; nel 1265 i bolognesi
affidarono a lui e a Catalano dei Catalani il governo della città travagliata
dai partiti, ed essi governarono con giustizia aggiustando molte discordie e
inimicizie; nel 1266 fu chiamato con il compagno al governo di Firenze e nel
1267 di nuovo n quello di Bologna. Fu il fondatore dell’ordine dei gaudenti e
propagatore instancabile della nuova milizia, e per essa visse gli ultimi suoi
anni nel convento di Ronzano, dove nel 1293 morì e fu sepolto] e insieme
chiamati alla tua città [Il Villani dice, sul conto dell'officio tenuto in
Firenze da Catalano e da Loderingo, che avvenuta la Battaglia di Benevento i
ghibellini cominciarono ad avvilirsi e i guelfi invece a prendere ardimento, e
che per evitare disordini e quietare il popolo furono eletti due cavalieri frati
gaudenti bolognesi per podestati di Firenze, dei quali l’uno si chiamava
messer Catalano dei Malavolti e l’altro messer Loderingo degli Andalò, e
l’uno messer Catalano teneva per la parte guelfa, l'altro per quella
ghibellina. I due bolognesi senza prediligere più una parte che l'altra si
diedero a riformare il governo, con intenzione di conciliare i due partiti, e
istituirono il consiglio dei trentasei buoni uomini: ma il popolo sollevatosi
contro i ghibellini, li cacciò dalla città abbattendone le case. Allora
Catalano e Loderingo, i quali già avevano fatta domanda di esonerazione dall'officio, abbandonarono Firenze. Si sospettò dai
cittadini che avessero badato sotto la maschera della ipocrisia, più al loro
proprio guadagno che al bene comune] ‑ come si suole chiamare un uomo
solo, per conservare la pace nella città, e ci comportammo in tale maniera che
ancora si vede nei dintorni del Gardingo » [luogo in Firenze presso a dove in
seguito sorse il palazzo della Signoria. Ivi erano le case degli Uberti
atterrate nella sommossa per cui i due frati abbandonarono la città]. - Io
cominciai a dire: « O frati i vostri mali... » ma non dissi altro ché mi
venne alla vista un uomo crocifisso per terra con tre pali. Quando mi vide si
contorse tutto soffiando nella barba e sospirando; e il frate Catalano, che si
accorse di ciò, ‑ mi disse: « Quell’uomo confitto che tu guardi
consigliò i Farisei che conveniva porre un uomo al martirio per il popolo [è
Caifas, il sommo sacerdote, che nel concilio dei Sacerdoti e dei Farisei
consigliò la morte di Cristo]. – E’ come tu vedi, nudo attraverso la via, e
deve sentire come pesa chiunque passa. ‑ E la stessa pena è data al sommo
sacerdote Anna, suocero di lui e ai Sacerdoti e Farisei che presero parte al
Concilio, da cui uscì la rovina del popolo giudeo». ‑ Allora io vidi
Virgilio considerare con insolita attenzione colui che era steso tanto vilmente
in croce nell'inferno [forse perché non l’aveva veduto la prima volta che era
disceso all'inferno]. ‑Poi rivolse al frate queste parole: « Non vi
dispiaccia dirci, se vi piace, se nella ripa destra di questa bolgia sia alcun
valico ‑ per cui noi possiamo passare nella settima senza costringere i
demoni che ci facciano uscire da questo fondo». ‑ Rispose: « Più vicino
di quanto tu puoi sperare vi è uno scoglio che dalla cerchia esterna parte e
passa sulle dieci bolgie, ‑ salvo che a questa bolgia è rotto e non la
copre: potrete montare sulla rovina del ponte, che si ammassa nel fondo della
bolgia». ‑ Il duca stette un poco con la testa chinata, poi disse: « C
'ingannava Malacoda » che con gli uncini strazia i barattieri di là nella 5^
bolgia]. ‑ E il frate: « Io ho udito parlare in Bologna che il diavolo ha
molti vizi, tra i quali udii dire ch'egli è bugiardo, anzi il padre della
menzogna [ricordo dello studio bolognese, dove fioriva anche la teologia. Nel
Vangelo si legge a proposito del diavolo, Giov., VIII, 44: «quando preferisce
la menzogna, parla del suo proprio, perocché egli è mendace, e il padre della
menzogna»; ciò ricorda il frate]. ‑ Dopo di che il duca s'incamminò a
gran passi un poco sdegnato nell'aspetto [per l'inganno di Malacoda]; onde io mi
partii dagl’ipocriti gravati dal carico delle cappe, seguendo l'orme dei piedi
del caro duca.
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[HOME] Aggiornato il: 12 febbraio 2007 |