Accademia San Faustino 

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Inferno

 

C a n t o   Ventesimosecondo

 

Io vidi già cavalieri cominciare la marcia, e attaccare il nemico, e disporsi in rango per la rassegna, e talvolta ritirarsi per scampare ‑ e vidi scorridori [si riferisce alle scorrerie dei Fiorentini per il territorio di Arezzo dopo la battaglia di Campaldino del 1289, alla quale Dante si trovò tra i cavalieri], o Aretini per il vostro territorio, e vidi muovere a rapina e distruzione [gualdane], e muovere a ferire nei torneamenti [in cui una squadra moveva contro l'altra], e correre l’uno verso l’altro nelle giostre [combattimento tra due], ‑quando con le trombe e quando con le campane, con tamburi e con segnali fatti dalle fortezze, e con strumenti d'uso tra noi italiani o importati dalle milizie straniere; ‑ ma non vidi mai muovere al suono di così strano strumento cavalieri, né pedoni, né nave. orientatesi alla terra o alla stella. ‑ Noi andavamo con i dieci demoni: Ahi fiera compagnia ma come nella chiesa si trova la compagnia dei religiosi, così nelle taverne quella dei gozzovigliatori. ‑ Pure io ero attento alla pece, per vedere ogni aspetto della bolgia, e della gente che dentro v'era bruciata. ‑ Come i delfini, quando fanno segno ai marinari uscendo fuori dell'acqua con l'arco della schiena che la burrasca si avvicina [credenza diffusa allora] e che procurino di salvare il loro naviglio; ‑ così di quando in quando per  alleviare la pena alcuno dei peccatori mostrava il dorso fuori della pece, e lo nascondeva in men che non balena. ‑ E come i ranocchi stanno all'orlo dell'acqua di un fosso con il muso fuori e con i piedi e il corpo nascosti nell'acqua; ‑ così da tutte le parti stavano i peccatori: ma come si avvicinava Barbariccia, essi si ritraevano sotto la pece bollente. ‑ lo vidi, ed ancora mi si raccapriccia il cuore a quel ricordo, un peccatore aspettare in quel modo che una rana rimane mentre altre si spicciano ad andare sotto l’acqua: ‑ e Graffiacane, che gli era più di contro, gli afferrò con l'uncino le chiome impeciate, e lo trasse su, che mi parve una lontra [Venturi 417: chi abbia veduto questo animale conoscerà quanto viva sia la similitudine tra il dannato tratto su dalla pece, e la lontra, la quale ha pelle untuosa e color quasi nero, e che cavata fuori dell'acqua con le gambe penzolate e grondanti presenta forme appropriate all'atto che il poeta descrive]. ‑ Io già sapevo il nome di tutti quanti, sì li notai quando furono scelti tra gli altri e poi che furono chiamati badai come si chiamavano. ‑ «O Rubicante mettigli gli unghioni addosso e scuoialo», gridavano tutti insieme i demoni. ‑ Ed io: «Maestro mio, procura di sapere, se puoi, chi sia lo sciagurato venuto nelle mani dei suoi nemici ». ‑ Il duca mio si fece vicino. E gli richiese di dove egli fosse, e quegli rispose: « Io nacqui nel regno di Navarra [Ciampolo di Navarra, nacque da una gentildonna di questo paese, e per padre ebbe, come dice il poeta, un ribaldo sperperatore di suoi beni. Entrato, per mezzo di sua madre, a servire da un signore, passò poi alla corte di Tebaldo, re di Navarra; entrò in sua grazia ed ebbe tanta influenza che gli fu affidato il potere di dispensare i benefici e le grazie in gran quantità, dal che trasse modo di fare ricchezze, barattando per denaro e dispensando illecitamente]. ‑ Mia madre, che mi aveva avuto da un ribaldo, distruttore di sé e dei suoi beni, mi pose a servire da un signore. ‑ Poi fui famiglio del buon re Tebaldo; quivi mi misi a fare baratteria, di cui io sconto la pena in questa pece bollente ». ‑ E Ciriatto a cui usciva da ogni lato della bocca una zanna come a porco, gli fece sentire come una di queste zanne sdruciva. ‑ Tra male gatte era venuto il sorcio; ma Barbariccia lo chiuse con le braccia, e disse: « State in là, mentr’io lo stringo »; ‑ e volse al mio Maestro la faccia: «Domanda, disse, ancora se desideri di sapere altro, prima che gli altri diavoli ne facciano strazio». ‑ Il duca riprese: «Ora dimmi, degli altri rei conosci tu qualcuno che sia latino sotto la pece? » E quegli: « lo mi sono distaccato ‑ da poco da uno che abita un paese vicino all'Italia; così fossi ancora coperto dalla pece con lui, che io non temerei le unghie  e gli uncini dei diavoli ». ‑ E Libicocco: «Troppo abbiamo tollerato», disse, e presegli con l'uncino il braccio, sì che stracciando portò via un brano di carne. ‑ Draghignazzo pure volle ferire giù alle gambe, onde il decurione [capo] loro si volse a guardare attorno gli al­tri demoni con faccia minacciosa. Quando essi furono un poco acquietati, il mio duca chiese a lui che guardava ancora la sua ferita, senza perdere tempo: ‑ «Chi fu quegli da cui dici che hai fatto una cattiva partenza per venire alla proda»? Ed egli rispose: «Fu frate Go­mita [frate Gomita, sardo, fu vicario di Paolino de' Visconti da Pisa il quale ebbe il giudicato di Gallura dal 1275 al 1296, e si dice ch’egli fosse gran barattiere. Di questa baratte­ria di cui Dante accenna dice il Lama: «Av­venne che in un tempo lo detto giudice mandò e prese, ed ebbe in prigione suoi nemici: que­sto suo fattore per moneta li lasciò: di ch'elli scamponno »], quello di Gallura [è la parte nord‑est della Sardegna e fu uno dei quattro giudicati in cui i Pisani la suddivisero: nel 1206 Lamberto Visconti se ne impossessò spo­sando la figlia unica dell'ultimo giudice del paese, e, assieme ad Ubaldo I suo fratello, lo tenne sino al 1219; quindi la signoria passò ad Ubaldo Il figlio di Lamberto dal 1219 al 1328, poi a Giovanni figlio di Ubaldo I e padre di Ugolino dal 1238‑1275) ricettacolo di ogni frode, che ebbe i nemici del suo signore [Ugolino Vi­sconti] in mano, e fece loro tale cosa, di cui ognuno di essi se ne congratula: ‑ si prese denaro e segretamente li lasciò liberi, come egli dice, ed anche nell'altre cariche non fu piccolo barattiere ma dei maggiori. ‑ Con questo mes­sere se la dice Michele Zanche di Logodoro [la parte nord‑ovest della Sardegna formava il giu­dicato di Logodoro governato da giudici del paese prima per alcun tempo, dopo, dal 1235, da Adelasia di Logodoro che sposò Ubaldo II Visconti e, morto lui, passò a seconde nozze nel 1239 con Enzo figlio di Federico II. Occu­pato nelle guerre in Italia e poi prigioniero dei bolognesi nel 1249 Enzo lasciò Michele Zanche suo vicario in Logodoro il quale, sciolte le nozze dì Adelasia con il secondo marito, la sposò e tenne per molto tempo il possesso del giudicato, ebbe da lei una figlia che fu data in moglie a Branca Doria di Genova, dal quale Michele Zanche fu spento a tradimento nel 1290. Si parla di Michele Zanche dagli antichi commen­tatori, come di grande barattiere, e pare che nell'assenza di Enzo avesse usurpato il dominio. E’ erroneo ciò che molti dicono: essere sua moglie la madre di Enzo], e le loro lingue non si sentono mai stanche a parlare della Sardegna. ‑ Ohimè! vedete l'altro demonio [Farfarello] che digrigna i denti: io parlerei ancora; ma io temo che esso non sia in procinto di graffiarmi il capo ». ‑ E quello che era stato posto a capo degli altri [Barbariccia] voltosi a Farfarello che stralunava gli occhi per ferire, disse : « Fatti in là malvagio uccello ». ‑ « Se voi volete vedere od ascoltare altri dannati, ricominciò a dire Ciampolo spaurito, io ne farò venire di Toscani e di Lombardi. ‑ Ma stiano un poco in disparte i diavoli sì che i dannati non temano d'uscirne vedendoli; ed io, sedendo in questo stesso luogo, ‑ per uno che io sono ne farò venire molti a galla, quando fischierò, com'è nostra usanza dì fare quando alcuno esce dalla pece [e non vede diavoli attorno]. ‑ Cagnazzo a queste parole alzò il muso scrollando il capo, e disse: « Odi la malizia ch'egli ha pensato per gettarsi giù ». ‑ Onde egli che era ricco di raggiri, rispose: « Già, sono ben maligno io procurando maggiore strazio ai miei compagni, facendoli venire sotto i vostri artigli ». ‑ Alichino non si contenne dal rispondere, ma contro il parere degli altri demoni disse a lui: « Se tu ti getti nella pece, non ti verrò dietro correndo, ‑ ma volando : ritiriamoci da quest'altura e scendiamo il pendio che ci nasconderà a quelli che sono nella pece, e da là sarà da vedersi se tu solo vali più di noi ». ‑ O tu, che leggi, udirai uno strano giuoco. Ciascuno si volse dall'altra parte [alle parole di Alichino], e primo Alichino che era più renitente a fare ciò temendo gli sfuggisse Ciampolo. ‑ Il Navarrese seppe coglier bene il momento opportuno, fermò i piedi a terra e nello stesso tempo spiccò un salto, e li liberò da Barbariccia che lo tratteneva per le braccia. ‑ Per cui ciascun demonio si sentì di colpo pentito di avergli lasciato l’opportunità di sfuggire. Ma più Alichino che fu causa del male; perciò si mosse ad inseguirlo e gridò: «Ti afferro». ‑ Ma ciò poco valse: ché le Ali di Alichino non poterono andare più veloci della paura dì Ciampolo. Questo andò sotto e quegli, volando, drizzò in su il petto: cosi di colpo fa l'anitra, quando si avvicina il falco, tuffandosi sotto l'acqua, e quello ritorna su crucciato e stanco. – Adirato, Calcabrina, per l'inganno, tenne dietro ad Alichino, quasi contento che Ciampolo fosse scampato, per potersi azzuffare col compagno. ‑ E come sparì il barattiere, volse gli artigli al suo compagno e lo ghermì sopra il fosso della pece. ‑ Ma l’altro fu bene sparviero grifagno [dicevano, a quei tempi, in cui usava questo genere di caccia, grifagno lo sparviero adulto e più animoso ad uccellare] ad artigliarlo bene, ed ambedue caddero nel mezzo dello stagno di pece bollente. Il caldo costrinse subito a separarsi i due: ma non potevano levarsi dalla pece, tanto avevano invischiate le loro ali. ‑ Barbariccia dolente con gli altri suoi compagni, ne fece volare quattro con i raffi che dall'altro lato della bolgia scesero sul posto indicato dal decurione, porgendo ai due impeciati, che già erano cotti dalla superficie dello stagno bollente, gli uncini. ‑ E noi cogliendo il momento che erano così occupati li lasciammo proseguendo il cammino.

 

 

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Aggiornato il: 12 febbraio 2007