Le "carcare"

   Resti di una "carcara"

Le numerose "carcare" i cui ruderi erano visibili fino a qualche decennio fa nei dintorni di Caccuri (prima che i nuovi vandali ne cancellassero ogni traccia erano i "cementifici"dei secoli scorsi, piccoli, modesti opifici nei quali, con immane fatica e con sudore , si produceva l'ossido di calcio, materia prima per la produzione della calcina che veniva impiegata nella costruzione delle vecchie case in muratura in pietra che costituiscono la stragrande maggioranza delle abitazioni caccuresi. L'ossido di calcio si otteneva scaldando ad elevate temperature la pietra calcarea (carbonato di calcio) che veniva raccolta soprattutto sulla vicina Sera Grande, una delle tre colline che cingono l'abitato. Le pietre venivano fatte rotolare a valle, raccolte ed ammicchiate nei pressi della "carcara", una costruzione in muratura solitamente a forma di parallelepipedo, ma, a volte, anche cilindrica. Le pietre calcaree venivano disposte all'interno della "carcara" a cerchi concentrici sempre più stretti fino a formare una specie di cupola sotto la quale venivano collocate decine di fascine di frasche (sarcìne) che venivano spesso portate sul luogo dalle donne che prima raccoglievano gli sterpi e li "'nsarcinavano", cioè ne facevano delle fascine e poi se le caricavano sulla testa avendo cura di frapporre uno straccio arrotolato e avvolto a spirale ( 'a curuna) tra la fascina e il cuoio capelluto per evitare danni alla testa. Ultimate queste operazioni si dava fuoco agli sterpi badando che non si spegnesse e rimanesse acceso ininterrottamente per ventiquattro ore. L'immane calore che si produceva favoriva la combinazione dell'ossigeno dell'aria con il carbonato che perdeva l'anidride carbonica dando luogo all'ossido di calcio. Una volta spento il fuoco le pietre, trasformate oramai in ossido, venivano scaraventate in una buca scavata nel terreno lunga 5-6 metri, larga un pò meno, profonda un metro, un metro e mezzo e riempita di acqua. A questo punto, già dopo che le prime pietre finivano in acqua, si sviluppava una reazione esotermica con una produzione di calore tale che l'acqua si metteva a bollire e l'ossido di calcio si trasformava in idrossido di calcio. Quando tutta la calce era stata scaraventata nella "fossa", cioè era stata spenta (astutata), si formava una pasta  (grassello) simile al sapone fatto in casa. La calce veniva coperta con uno strato di un paio di centimetri di sabbia e lasciata a riposare per qualche tempo. Quando si doveva preparare la calcina se ne prendevano con una vanga tre o quattro "cucchiaiate" e  si mescolavano  con sabbia e acqua servendosi di una vanga dalla forma particolare che era chiamata "zappetta". A   questo punto  la malta era pronta per l' uso.

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