| Spezziamo
una lancia
Attaccate, demonizzate, le grandi case editrici e le grandi
imprese in generale sono considerate la causa dei mali del
mondo moderno. Ma questi soggetti sono davvero così
cattivi? Sono veramente loro la causa dei mali della nostra
epoca? Oppure questi mali affondano le loro infide radici
ben più in profondità?
In occasione della cessione della casa editrice Utet al gigante
De Agostini, la rivista editoriale "L'indice dei libri"
apre con un articolo che espone l'esempio della oligopolistica,
quasi monopolistica, realtà francese, seguito da un
altro alquanto polemico nei confronti del processo di concentrazione
del mercato dell'editoria italiana. In linea con gran parte
delle voci di rilievo del mondo editoriale, quindi, anche
questa rivista si è po-sta, perlomeno con questo numero,
se non dichiaratamente, moderatamente contro il processo di
monopoliz-zazione tipico, non solo del mercato editoriale,
ma bensì, dell'evoluzione economica di tutti i settori
produtti-vi.
A questo punto è quasi d'obbligo chiedersi se davvero
questa concentrazione sia solo dannosa oppure anche vantaggiosa.
Sarebbe a dire, ogni passaggio di fase, ogni mutamento di
una data situazione, comporta, per forza di cose, vantaggi
e svantaggi. Ma qui c'è da chiedersi se il grande editore
in particolare e la grande impresa in generale siano proprio
così "demoniaci" come spesso sentiamo affermare.
A tal proposito, un po' in contrasto con la tendenza di gran
parte del mondo culturale, si vogliono qui evidenziare, seppure
in maniera molto approssimativa, alcuni vantaggi che porta
con sé la grande azienda e proporre quindi una domanda:
è veramente la concentrazione editoriale la vera causa
del decadimento cultu-rale odierno?
Bene, vediamo, adesso, i vantaggi della grande impresa.
Essi
sono principalmente:
1. La grande impresa attua le celeberrime economia di scala,
sarebbe a dire che producendo vo-lumi di merci molto elevati,
entro i limiti degli investimenti di capitale fisso, riescono
a offrire prodotti a un prezzo ridotto rispetto alle piccole
aziende, anche se si tratta di un prodotto di alta qualità.
Certo, soprattutto nei periodi di crisi economica, tutte le
aziende tendono a risparmiare su tutto, fornendo così
prodotti meno pregiati. Ma questo non è tipico delle
grandi ditte. Se non altro, sempre in caso di stagnazione
economica (come quella del resto che vive tendenzialmente
l'economia mondiale, seppure con delle oscillazioni, dagli
an-ni '70), mentre molte piccole e medie imprese chiudono
i battenti, le grandi sopravvivono abbattendo i costi di produzione,
e così portano la "nominata".
2. Abbinato alle economie di scala vi è l'effetto esperienza,
cioè l'effetto dovuto al ripetersi di de-terminati
"riti" durante la produzione, i quali tendono a
perfezionarsi se applicati su grandi lotti produttivi.
3. La grande impresa può attuare una divisione del
lavoro ottimale.
4. La grande impresa ha un orizzonte vasto in quanto, operando
su vasta scala territoriale, riceve informazioni e input conoscitivi
da più parti del territorio. Se si tratta di una multinazionale,
agisce in contesti sociale e culturali piuttosto diversificati,
ricevendo così disparati stimoli ambientali.
5. La grande impresa può mobilitare risorse ingenti,
anche nella ricerca, e conseguire progetti ambiziosi.
6. La grande impresa ha, generalmente, i migliori canali distributivi
e può raggiungere il consumatore in maniera capillare.
Forse non tutti apprezzeranno questo piccolo "inno"
alla grande impresa, ma questi su esposti sono vantaggi reali.
Pensate se i best seller letterari, invece di essere perlopiù
romanzetti di livello mediobasso, fos-sero opere culturali
di alto pregio. In tal caso le grandi case editrici si butterebbero
a capofitto nel business e saremmo inondati di alta cultura.
Nelle librerie, per corrispondenza, nei grandi ipermercati,
nelle edicole, i grandi editori offrirebbero ottimi prodotti
editoriali a basso prezzo diffondendoli in modo capillare.
Ora questo è solo un sogno, ma pensate di poter applicare
i vantaggi della grande produzione e distri-buzione a prodotti
di buona qualità. A questo punto si tira in ballo la
solita storia che i prodotti offerti sono di scarsa qualità
per il fatto che i grandi gruppi editoriali puntano su un
tipo di libri di scarsa qualità. Verissimo! Ma perché
i grandi editori puntano su questo tipo di prodotto? Perché
vendono di più, ossia sono più richiesti. Sesso,
droga, violenza, soldi e via! I più primitivi istinti
fanno andare il cervello in fibrillazione. Facile edonismo
e nient'altro! Questo è un problema socioculturale
e non prettamente economico. A nulla serve demo-nizzare le
grandi case editrici le quali hanno bisogno, per poter finanziare
i loro massicci investimenti, di profitti abbastanza sostenuti.
E così gran parte dei prodotti editoriali di alta qualità
viene affidata a piccoli e medi editori che puntano a scavarsi
una nicchia nel mercato e, spesso, purtroppo, anche al cimitero.
E qui entriamo in un altro campo minato. Le difficoltà
a sopravvivere delle piccole imprese spesso hanno come "lieto"
fine la chiusura dei loro battenti. Così vengono spesso
acquistate dai colossi economici che ne stravolgono, sovente,
tutti i piani dai nobili valori. E così che questi
colossi si guadagnano ancora una volta la nominata di "cattivi".
Ma in realtà le ristrutturazioni nefaste che un soggetto,
economico o politico, che sia attua sono più una conseguenza
che non una causa. Se un progetto va bene nessuna multinazionale
si sognerebbe di stroncarlo. Un esempio lo abbiamo con le
crudeli politiche neoliberiste attuate da governi na-zionali
ed enti pubblici. Ma è difficile che queste politiche,
tutt'altro che gradevoli, siano ricollegate al dissesto finanziario
causato da dissennate politiche sociale volte più al
clientelismo che non allo sviluppo economico e alla tutela
dei bisognosi.
Certo tutti ci lamentiamo quando vediamo il nostro reddito
minato dalle tasse, ma molti (tra cui noi) sono ben lieti
di sapere che parte di queste imposte sono destinate a nobili
fini, quali il finanziamento di case editrici a scopi culturali.
Ma ci viene da chiedere fino a che punto è conveniente
finanziare un piccolo editore. Fino a che punto non si può
parlare di "parassitismo"? E questi finanziamenti
sono finalizzati per scopi ge-nuinamente culturali, oppure
spesso tali scopi sono subordinati a obiettivi politici e
clientelari? Insomma, quanto interesse suscitano i libri veramente
di alta letteratura? Quanto di quell'interesse che faccia
in modo che coloro che offrono questi prodotti possano sopravvivere?
Ma veniamo ora a una domanda da un milione di euro: perché
il cittadino medio si dà al facile edonismo, con tutto
il degrado socioculturale ad esso collegato? E qui bisognerebbe
impegnarsi in ricerche e controricerche nei campi più
disparati, dall'economia alla sociologia, dalla psicologia
alla storia e via discorrendo. Ma sarebbe utile pensare a
una sinergia tra piccole e grandi imprese, tra piccoli e grandi
editori coinvolgendo scuole, mass media, nel tentativo di
svegliare un interesse culturale sempre più pigro.
Ma c'è da dire anche che la cultura non è qualcosa
che si muove da sola e, soprattutto, non cammina nel vuoto.
Essa poggia sempre le sue basi su di uno scopo, un ideale
comune. Questo era la religione nel medioe-vo, la ragione
durante il secolo dei lumi, il progresso tecnico-scientifico
nel XIX secolo, la patria, la nazione e la razza negli anni
trenta del XX secolo, la democrazia e la libertà nel
secondo dopoguerra, il socialismo e la lotta di classe negli
anni sessanta e settanta. Ma oggi pare proprio che la mente
sociale dell'Uomo vaghi senza meta, aggrappandosi, appunto,
al consumismo, al facile edonismo. Sembra che oggi ci manchi
proprio questo comune ideale che ci entusiasmi, per cui valga
la pena "sacrificare" qualche ora del nostro frenetico
tempo davanti qualche libro, qualche rivista, per apprendere,
per approfondire, per sapere. C'è una sensazione diffu-sa
che non valga la pena sforzarsi per nulla che non sia attinente
il proprio piccolo campo di interesse indivi-duale. E via
col facile edonismo!
Ma a questo punto bisogna concludere con quella che è
la domanda di fondo: che colpa hanno di questo i grandi gruppi
editoriali e, soprattutto, è davvero così costruttivo,
come pare che sia diffusamente ritenuto, demonizzare questi
soggetti?
Giuseppe
Bizzarro 2003 |