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I
nervi del potere
Dai
villaggi tribali al villaggio globale
Una
necessaria premessa
Questo
testo non ha alcuna pretesa d’essere un trattato scientifico.
Seppure esso tratta di un argomento alquanto problematico
e complesso, oggetto di analisi scientifiche di non poco conto,
esso appunto per questa ragione, non osa, vista la bassezza
dell’autore, essere all’altezza, né tampoco di elevarsi
sulle altitudini delle vette, dell’analisi scientifica! Esso
vuol invece essere un testo amatoriale, redatto da un disoccupato
nel suo tempo libero tra una ricerca di un lavoro stabile
ed un’altra (il sottoscritto potrebbe scrivere un vero trattato
scientifico sull’argomento!), un disoccupato che ha la sventurata
passione di leggere e scrivere. Un testo dicevo, che vuol
essere uno "spunto di riflessione", un opinionario
personale, una scarrellata ed un’esposizione alquanto sistematica
delle mie opinioni personali sull’argomento, non certo immune
da errori, ma che potrebbe essere una proposta tesa verso
gli esperti del settore e verso i "profani": verso
i primi per approfondire, esporre, confermare o negare le
affermazioni qui contenute; verso i "profani" perché
il presente testo potrebbe essere un’idea di una presentazione
organica di un argomento complesso, uno stile divulgativo,
uno schema di pensiero.
Alla fine del testo sono esposti dei riferimenti bibliografici
che non vogliono affatto significare che il presente sia frutto
di una ricerca approfondita, tutt’altro..., essi servono solo
per indicare degli spunti di approfondimento per coloro che,
per coraggiosa imperizia, si sono avventurati fino alla fine
di questo libro (complimenti!) ed hanno ancora il fegato e
lo stomaco di sentirsi interessati all’argomento qui trattato
tanto (dei veri eroi!) da volerne approfondire alcuni punti!
Bene, allora ho ben pensato di avere un dovere altissimo verso
costoro che mi hanno seguito sino in fondo ed ho così
esposto alcune delle mie letture che mi hanno ispirato alla
stesura di questo scritto!
Arrivati sin qui, comunque, vi auguro buona lettura, sperando
sia di vostro gradimento, con tutte le sue pecche! E mi raccomando:
diffidate delle affermazioni qui riportate! La diffidenza
assieme alla curiosità è la rampa di lancio
da cui può svilupparsi uno spirito critico che spinge
alle opportune verifiche ed approfondimenti che aiutano lo
sviluppo intellettuale dell’Uomo!
Caserta,
18 settembre 2002
Giuseppe
Bizzarro
I nervi del potere
Introduzione:
le basi organizzative della specie umana
Le
varie specie di viventi che popolano il pianeta Terra adottano
per la propria conservazione svariate strategie; così
troviamo la tartaruga col suo guscio, l’aquila con le sue
planate, il castoro che costruisce la propria tana, gli uccelli
migratori che intraprendono viaggi di lunghezza spesso enorme
pur di non affrontare i rigori invernali, i carnivori con
le loro terrificanti zanne, ecc... Tutte strategie di sopravvivenza
volte alla conservazione della specie. La nostra specie ha
adottato, dopo l’era delle arrampicate sugli alberi delle
foreste africane, una peculiare strategia che le ha conferito
la capacità di modellare il mondo a suo uso e consumo,
sconfiggendo i suoi nemici e superando tutte le barriere che
si frapponevano alla sua affermazione: il lavoro, la capacità
di costruire utensili sempre più raffinati e di accumulare
la memoria di tale tecnica per perfezionarla!
La costruzione di utensili e manufatti di vario genere pretende
l’articolarsi di diverse fasi di lavorazione, dalla raccolta
del materiale necessario all’utilizzo tutto deve svolgersi
prima che nella materia, nel cervello del costruttore e quanto
più sofisticati sono tali manufatti più articolata
sarà la relativa realizzazione. Questa lavorazione
necessita, pertanto, di una certa pianificazione, coordinazione
delle attività, programmazione delle cose e del lavoro
che necessita, in una parola, quindi, di un’amministrazione!
Ora l’amministrazione delle cose da fare si articola in dipendenza
di quante sono le cose da fare, così per i primi manufatti,
quando gli australopiteci finirono di arrampicarsi sugli alberi
per rifugiarsi nelle caverne essa doveva essere, per la grettezza
delle lavorazioni, celata dalla stessa attività di
lavoro, nel senso che si amministrava facendo, lavorando,
lo stesso costruttore pianificava il proprio lavoro e la specializzazione
e divisione del lavoro era quasi assente.
Con la crescita dei bisogni crebbe anche il cervello dei produttori
e la capacità di lavorare la materia naturale la quale,
nata probabilmente per difesa da predatori e quindi per mera
conservazione, dovette accrescersi ed indirizzarsi alla soddisfazione
di moltiplicate esigenze. Nacquero le prime divisioni del
lavoro e, con ciò, l’amministrazione veniva delegata
ad un numero relativamente sempre più ristretto ed
in termini assoluti più ampio d’individui dividendosi
dal lavoro manuale. Poi, per motivi prima genetici e poi patrimoniali,
nacque la gens esogama, e con essa i relativi capi e consigli
di capi. L’amministrazione umana giungeva così ad articolarsi
in veri e propri organi ad essa preposti, essa diveniva anche
un processo complesso, nel senso che all’amministrazione operativa,
rivolta al lavoro vero e proprio, si aggiungeva anche l’amministrazione
mediata ossia l’amministrare gli organi di amministrazione.
Con la crescita delle comunità il lavoro si suddivideva
ulteriormente fino a giungere alla formazione di "gruppi
sociali" con diversa posizione sociale sia nella fase
di produzione di ricchezza che in quella di distribuzione.
Questi gruppi si possono distinguere in due contingenti principali,
quelli che i marxisti definiscono "classi sociali":
troviamo una prima classe che possiede la ricchezza ed una
seconda che, con l’ausilio dei mezzi messi a disposizione
della prima classe, esegue quelle che si potrebbero definire
le procedure manuali di produzione della ricchezza sociale.
I gruppi sociali in cui si suddivide la società umana
una volta fatto il suo ingresso nella storia, sono diversi
a seconda della prospettiva in cui la stessa società
può essere vista, così troviamo una suddivisione
"orizzontale" che rappresenterebbe la gerarchia
sociale ed una suddivisione verticale che ci presenta i "settori"
di interesse di uno specifico gruppo sociale. Se sovrapponiamo
queste due suddivisioni abbiamo una vera e propria "griglia"
le cui righe sono le famose, e secondo alcuni famigerate,
classi, e le colonne sarebbero i settori sociali. Questa griglia
raggiunge il massimo sviluppo nell’era odierna con una più
spinta specializzazione del lavoro (le classi capitalistiche
e lavoratrici da una parte, i settori agrario, industriali,
finanziario eccetera dall’altra), e permette una gestione
sociale che varia a seconda la fase storica e la congiuntura
economica che una comunità sta attraversando: una gestione
"classista" ossia l’organizzazione di schieramenti
politici che fanno capo a determinate classi sociali, basti
pensare, come esempi della società moderna, ai partiti
dei latifondisti, i partiti operai, soprattutto quelli d’ispirazione
marxista, ed una gestione corporativista come quella dei partiti
nazionalsocialisti e fascisti, ossia il coinvolgimento dei
membri di una comunità nelle esigenze del proprio settore
per l’interesse della comunità, che nell’esempio del
fascismo, dell’età contemporanea, sarebbe la nazione.
Ma, cosa più importante di questa griglia sociale,
è notare che il potere di gestire e disporre delle
ricchezze per i fini della vita comunitaria, non è
uniformemente distribuito: esistono dei gruppi più
potenti di altri che spesso, avendo affinità di interessi
con altri gruppi potenti, creano dei veri e propri "fronti"
di potere che di fatto mandano avanti la società; seppure
teoricamente nessuno viene mai esautorato completamente del
potere gestionale (anche il più umile schiavo ha un
minimo di potere nel gestire il proprio lavoro), in pratica
la comunità viene comandata da chi detiene più
potere dispositivo e questo potere si concentra soprattutto
negli strati alti della griglia sociale, nelle "classi"
che detengono una forma di diritto proprietario sulle ricchezze.
Pertanto, se lo stato è un organo comunitario, che
rappresenta tutti e tutela l’ordine pubblico nell’interesse
di tutta la società, è anche vero che in una
società in cui, per forza di cose, il potere non può
essere equamente distribuito, sia la gestione e sia gli interessi
non riguardano tutti nello stesso modo, sia per una diversa
facoltà di intervento nella gestione sociale e sia
per una diversa quantità e qualità di interessi,
ma soprattutto in base a quanto e cosa abbia ciascuno da perdere
e da acquisire dalla società in questione.
Da un punto di vista economico questa suddivisione genera
un crescente contrasto di interessi, ma anche forme di cooperazione,
all’interno della comunità: i frutti della produzione
finiscono nelle mani dei possessori della ricchezza e dei
fattori produttivi e questi li distribuiscono a loro volta
ai produttori. Questi ultimi si vedono dipendere dai possidenti
e, per tutelare i propri interessi consistenti nel ricevere
quanto più al minor sacrificio, specie nei periodi
di crisi e carestia, devono lottare contro di essi. La comunità
si vede così lacerata da conflitti intestini, vede
accrescere anche il numero di inoccupati e nullatenenti che
spesso per vivere devono rapinare. La gestione sociale da
diretta diviene mediata, una classe si fa portatrice e amministratrice
delle risorse, paladina dell’ordine costituito e della forma
di proprietà che la rende tale, il soddisfacimento
dei bisogni collettivi viene mediato e subordinato alla tutela
degli interessi della classe dominante.
Tutto ciò fa nascere l’esigenza di un controllo e una
difesa non più solo dall’esterno ma anche dall’interno,
nasce lo Stato oppure, si potrebbe dire, la classe possidente
si appropria delle funzioni amministrative imponendo la propria
amministrazione con la forza attraverso quell’organo d’imposizione
che è lo Stato!
La parola "Stato" può essere intesa sotto
più aspetti: così come la società può
essere concepita da un lato come tipo di società ed
esistono, pertanto, nella storia umana, diverse società,
quali la feudale, la capitalistica eccetera, e dall’altro
come società umana in generale e, in tal caso, esiste
una società che si evolve nella storia attraversando
varie fasi in cui assume diverse forme, così lo Stato
può essere definito in un senso di continuità
come ente politico che si è evoluto nel tempo, e nel
senso di discontinuità, come Stato schiavista, asiatico
eccetera. Ma la cosa fondamentale è cogliere gli aspetti
attinenti la funzione di questo organo sociale: esso ha la
funzione di amministrare con la forza, esso è dotato
di un apparato di gendarmeria atto alla difesa di se stesso
e dell’ordine sociale costituito, esso è sì
un ufficio di amministrazione gestito dalla classe possidente,
ma un ufficio circondato di guardie armate. Lo stato è
l’organo amministrativo che amministra spesso con l’ausilio
della violenza in quanto non perfettamente capace di soddisfare
i bisogni di tutti. Tale appendice armata si accresce soprattutto
nei periodi di forte crisi sociale, quando il soddisfacimento
dei bisogni collettivi diviene sempre più arduo e difficile.
Un modo ricorrente con cui uno stato persegue gli scopi di
coordinamento sociale nelle società che utilizzano
tale organo è, infatti, la coercizione, lo stato gendarme
è, quindi, il modo di presentarsi dell’organo di coordinazione
di una società con quella divisione del lavoro sociale
così spinta che un marxista definirebbe "società
classista".
L’élite che s’impadronisce delle redini sociali e distrugge
la vecchia classe dirigente, deve però distruggere
i vecchi apparati di coordinazione e controllo sociale. Ecco,
che lo stato non deve essere inteso come un ente materiale
che vede l’alternarsi dei suoi gestori, ma come una categoria
che esiste per conservare il costituito ordine. Ogni classe
rivoluzionaria non ha rinnovato lo stato nel senso che lo
ha ristrutturato, ma nel senso che lo ha violentemente distrutto
e ricostruito per le proprie esigenze.
Lo Stato è spinto e gestito da una sorta di sintesi,
di compromesso tra gli interessi preponderanti delle élite
dominanti, suddivise in frazioni in lotta tra loro. Esso agisce
anche contro elementi della classe al potere, spesso sacrificandoli
per l’ordine sociale. Lo Stato agisce anche a tutela degli
individui umani, basti pensare alle legislazioni contro l’omicidio
e per la tutela della salute pubblica, ma questi provvedimenti,
oltre al fatto che spesso si tratta di fenomeni provocati
direttamente o indirettamente da un determinato tipo di società,
nascono anche per l’esigenza di mitigare gli effetti dei contrasti
sociale e, quindi, tutelare l’ordine!
Una volta sorto sulle ceneri della vetusta comunità
gentilizia, il primo "modello" di Stato si evolve
in svariate sfumature a seconda delle caratteristiche della
comunità a cui fa capo che dipendono a loro volta da
fattori climatici, territoriali, eccetera. Tutte queste sfumature
fanno capo a distinti modi di produrre e, dopo la primitiva
economia tribale, la forma secondaria di produzione si suddivide,
grosso modo, in tre varianti di cui una, quella romana, vedrà
il sorgere di istituzioni parastatali quali le prime comunità
cristiane e il governo germanico che crescendo con l’indebolimento
dello stato romano, s’impadroniranno dei vecchi apparati amministrativi,
distruggendoli e sostituendo ad essi i propri, riformando
l’amministrazione in un nuovo apparato statale, lo Stato feudale.
Questo mentre il Celeste Impero Cinese vedrà sorgere,
come accadde ad esempio nella Inghilterra ai tempi di Cromwell,
nel seno stesso del vecchio apparato statale, le nuove istituzioni
parastatali.
Così lo Stato feudale vedrà le sue relative
istituzioni parastatali di lotta prima nei Comuni, poi nei
club della Francia rivoluzionaria e nel congresso dei coloni
nordamericani per la fondazione degli Stati Unita d’America.
Le istituzioni parastatali sorgono, quindi, prima per difesa
dal logorio del sistema vigente, poi per la lotta di attacco,
per poi divenire organi amministrativi del nuovo stato.
Lo stato è il nodo politico dell’amministrazione sociale,
man mano che un’organizzazione s’impadronisce del controllo
di un territorio scacciando lo Stato preesistente, diviene
essa stessa Stato e, se portatrice di un nuovo modello sociale,
Stato rivoluzionario, Stato atto a sciogliere i rimasugli
dei vecchi rapporti sociali liberando i nuovi. Di estrema
importanza è poi la tendenza accrescitiva dell’amministrazione
sociale: il suo influsso e controllo, pur ricevendo dei sobbalzi
all’indietro, tende ad ampliare la sua sfera di influenza
sia in estensione che in intensità. Questo perché
il motore della storia di una specie è la sua spinta
vitale alla crescita, all’aumento demografico, alla volontà
di potenza dei geni, all’ossessione "tipografica"
del D.N.A. di modellare il mondo inorganico forgiando le sue
innumerevoli repliche. Ciò consente e costringe ad
una gestione, appunto, sempre più ampia ed intensa
delle risorse, fino a giungere, oggi, a quel processo di ampliamento,
su scala mondiale, chiamato "mondializzazione"!
Si vuole qui dare un panorama dell’evoluzione dello stato
nelle varie forme produttive e nelle fasi di tali forme. Ma
per scarsità di mezzi, si faranno solo degli accenni
alle forme di stato preborghese mentre ci si soffermerà
più a lungo sullo stato borghese e capitalistico in
quanto, malgrado sia il più complesso come la relativa
società, è quello in cui noi attualmente viviamo!
Si daranno anche degli stimoli ad ulteriori approfondimenti
laddove non vi è la possibilità di esporre delle
nozioni con certezza scientifica e si brancola, quindi, con
qualche ipotesi quanto più verosimile sia e si daranno
anche dei cenni alla vita quotidiana e le tecniche di lavoro
di popoli ed epoche un po’ perché lo Stato da questi
fattori dipende, un po’ per sopperire la mancanza di dati
più attinenti l’amministrazione in sé dando
elementi che possano renderne un’idea seppur vaga.
A) L’amministrazione tribale
1.
La comunità gentilizia
Dalla
sua affermazione sulla crosta terrestre la specie Umana si
è organizzata in diversi assetti sociali, dapprima
in branchi che avevano una funzione di difesa dai predatori
e di procacciamento di alimenti, successivamente in tribù,
comunità primitive che avevano lo scopo di produzione
e distribuzione dei primi manufatti che servivano al soddisfacimento
dei primitivi bisogni umani.
I primitivi branchi umani erano certo composti da un numero
variabile di individui, magari nei più numerosi vi
era un maschio dominante così come lo si riscontra
nelle società di alcuni ceppi di scimpanzé.
L’innalzamento della barriera montagnosa della catena dei
Mitumba impedì ai venti continentali caldi e ricchi
di semi degli alberi tropicali di giungere nelle distese della
Tanzania, del Kenya e del Mozambico. Ciò provocò
l’accesso dei soli venti freddi del sud e carichi di salsedine
marina che impedì la crescita di nuovi alberi tropicali
in queste regioni e distrusse gran parte di quelli esistenti.
Il paesaggio che ne uscì fuori non era il più
consolante per dei primati arboricoli: di alberi di alto fusto,
che erano stati la principale difesa contro i predatori, ve
ne erano ben pochi.
Sguarniti della protezione arborea, le povere scimmie che
ebbero la sventura di trovarsi al lato est dei Mitumba, furono
predati ferocemente, solo i più abili sul terreno si
salvarono. S’innescò, così, il meccanismo spietato
della selezione che portò all’adattamento dei nostri
progenitori alla vita pedestre.
Nelle società dei primati la gelosia dei maschi impedisce
lo sviluppo di formazioni sociali superiori al nucleo familiare.
È probabile che nella fase di passaggio dalla vita
arboricola a quella pedestre, tra i maschi dominanti dei branchi
più numerosi assieme anche a quelli dei branchi più
piccoli magari composti da un nucleo familiare, il maschio,
la sua compagna e la prole, siano sorte, per lottare contro
i predatori, delle alleanze sancite dallo scambio delle rispettive
compagne. Così facendo sarebbe nato il primitivo matrimonio
di gruppo.
Con queste alleanze, i primitivi avrebbero iniziato la costruzione
di clave, lance ed armi sempre più perfezionate e micidiali
che consentirono la vittoria sui predatori. Successivamente,
queste armi, furono impiegate per la caccia, che si aggiunse
alla raccolta di vegetali; i selvaggi uomini da preda divennero
predatori!
Col perfezionarsi della costruzione di armi ed arnesi, questi
vennero impiegati anche per la caccia acquatica, consentendo
la pesca. Così, seguendo il corso dei fiumi, la nostra
specie invase la superficie del pianeta suddividendosi in
svariate razze e tribù e mantenendo la forma di associazione
acquisita per la sua sopravvivenza che ora serviva alla produzione
di manufatti destinati al soddisfacimento di bisogni ormai
accresciutisi.
I ritrovamenti archeologici testimoniano il continuo perfezionamento
del lavoro sociale nel costruire armi da caccia, ciotole di
legno e argilla, arnesi per cuocere cibi ecc., tutte attività
che necessitano di coesione sociale , organizzazione ed una
cultura (e quindi un linguaggio) alquanto articolata.
Il matrimonio di gruppo nelle piccole comunità tribali
comporta un’alta percentuale d’incesti che possono comportare
alcuni inconvenienti genetici quali trasmissioni di malattie
ereditarie e difetti genetici e scarsa differenziazione. Con
l’avvicendarsi delle generazioni è evidente che le
comunità abbiano cominciato a porre degli ostacoli
allo sviluppo di questi inconvenienti regolando i rapporti
riproduttivi. Il primo rapporto proibito fu quello tra fratelli
e sorelle e questa separazione, sulla base della linea materna
secondo la quale i figli erano della sola madre, nacquero
le gentes matriarcali.
I membri delle suddette gentes potevano accoppiarsi con quelli
di altre ma non con quelli della propria, così essendo
ognuno membro della gens materna vi era maggior sicurezza
che si evitassero rapporti altamente incestuosi. I meccanismi
biologici che comportano il rafforzamento genetico degli individui
nati da genitori quanto meno imparentati è possibile,
non sono molto noti ma pare, comunque, abbastanza dimostrato
che individui nascenti da incroci siano più forti.
Rafforzate geneticamente, le tribù gentilizie conquistarono
il mondo portando la gens in tutti gli angoli del pianeta
come nuova unità sociale.
Escludendo ulteriori livelli d’incesto si arriva alla famiglia
di coppia, caratterizzata dal fatto che un uomo e una donna
si uniscono in una sorta di matrimonio, ma l’unione è
larga e spontanea, non comprende gelosie e, soprattutto, può
sciogliersi spontaneamente senza alcuna formalità.
All’interno delle tribù si realizza una organica distinzione
dei ruoli sociali a seconda delle condizioni fisiche e, quindi,
delle abilità: le donne si dedicano alla raccolta e
alla custodia dei bambini, gli uomini alla caccia, alla pesca
e, in seguito alla pastorizia e alle prime forme di agricoltura.
I giovani apprendono gli adulti educano, gli anziani consigliano
e il capo, spesso scelto tra i più valorosi o dai più
anziani, qualcuno, che, insomma abbia le carte in regola per
fare da coordinatore, decide il da farsi, ma non senza essere
sicuro di fare gli interessi della comunità.
Con l’avvento della gens nasce il primo embrione di nucleo
amministrativo, questo perché suddividendo la comunità
in due, in quanto le gentes dovevano per forza di cose essere
almeno due, e successivamente, con l’incremento dei membri,
più "sezioni", nasceva il bisogno di coordinare
le attività che precedentemente si svolgevano spontaneamente
e si amministravano svolgendosi. La gens elegge un capo, il
sachem degli Irochesi, il kuning dei germani, il rex dei romani
e l’arconte dei greci, che può essere revocato in qualsiasi
momento, veni va eletto dall’assemblea della gens composta
da tutti i membri. Vi era anche un capo militare che comandava
le spedizioni di guerra contro le altre tribù. Le decisioni
venivano prese in modo per noi molto singolare: con i mormorii
per il no e con le acclamazioni per il sì, forse è
in questa fase storica che viene inventato l’applauso! La
gens ha un fondo territoriale comune in cui vi sono i luoghi
sacri e le tombe dei membri defunti. Tra i membri della gens
vi era il senso di unità: ogni offesa arrecata ad un
componente era rivolta a tutta la gens e tutti i membri reclamavano
o la vendetta o il guidrigildo, l’ammenda di espiazione. L’alternativa
tra ammenda o vendetta veniva decisa in assemblea ed era irrevocabile.
Con la gemmazione della gens, dovuta alla crescita della comunità,
le gens figlie si riuniscono in fratrie, le fratrie compongono
la tribù. Queste avevano una loro assemblea, il consiglio
di tribù, composta dai capi delle gentes che decidevano,
ma alla presenza di tutti che indirizzavano la decisione.
Il consiglio di tribù insediava i capi gentes e i rispettivi
capi militari, in quanto questi venivano sì eletti
dalla gens, ma dovevano essere confermati dalle altre gentes,
e poteva revocarli anche contro la volontà della gens,
decideva sugli affari comuni, soprattutto nei rapporti con
tribù straniere. In linea di principio la tribù
era in stato di guerra con tutte le tribù con cui non
aveva concluso un trattato di pace.
Le comunità tribali stanziate su un territorio si moltiplicano
o per gemmazione, quando una tribù, troppo grande si
divide, o per immigrazione di altri popoli. Entrate in contatto
tra loro e raggiunto un certo livello delle forze produttive,
le tribù si uniscono in organizzazioni sociali più
ampie.
Le cause che spingono all’unione e alla federazione delle
tribù in organismi più vasti e complessi che
richiedono modalità di gestione, coordinazione e controllo
più perfezionati, sono diverse a seconda della regione,
del popolo e, pertanto dalle circostanze storiche che si vedranno
in seguito: difesa da nemici esterni, realizzazione di opere
di sfruttamento delle risorse, sottomissione e inglobazione
di comunità più deboli militarmente ad opera
di una più forte, eccetera.
Le tribù che si univano, davano luogo ad una federazione
di tribù con propri organi che rispecchiavano quelli
della tribù: un consiglio federale, composto dai capogentes,
che insediava i suoi membri e decideva alla presenza del popolo.
In genere le decisioni venivano prese all’unanimità,
non molto difficile da raggiungere visto che gli antagonismi
tra i diversi interessi erano minimi se non assenti.
Con l’imponente aumento di ricchezze prodotte, s’insinuò
nella gens ciò che portò al suo dissolvimento:
il patriarcato e la proprietà privata che resero necessario
l’ausilio della forza non solo a difesa, ma anche contro lo
stesso popolo, forza coordinata da quel nucleo amministrativo
che fa uso della forza per imporre al volontà della
costituita classe dominante perché non capace di soddisfare
gli interessi globali, di raggiungere l’unanimità:
lo Stato.
I POPOLI NOMADI DELLE STEPPE ASIATICHE
L’emigrazione
dal sud est africano iniziata 100.000 anni or sono portò
i nostri progenitori a spargersi su quasi tutta la crosta
terrestre e molte tribù s’insediarono lungo i bacini
idrici di zone temperate inaugurando le prime civiltà
stanziali. Da questo processo di sedentarizzazione rimasero
escluse tutte le tribù nomadi delle fasce continentali.
Ora una volta che le civiltà agrarie furono "sature"
ossia dal momento in cui la crescita delle risorse seguiva
a filo di ruota la crescita demografica, esse non potevano
più accogliere sul proprio territorio altre tribù
straniere le quali, ormai fuori dai territorio agricoli, si
dedicarono alle più disparate attività: quelle
situate lungo territorio di collegamento tra grandi civiltà
si dettero al commercio come i tuareg o tutte quelle popolazioni
tra la Cina, l’India e Roma, quelli situati in territori propizi
all’allevamento si specializzarono quasi esclusivamente a
tale attività dandosi un’organizzazione militare per
la difesa degli armenti, come gli alani, gli zingari ed altre.
Ma tra queste tribù, che tutte erano bene o male pastorizie,
ve ne erano alcune che, rimasugli dei rimasugli, furono emarginate
in territori ostili come le steppe asiatiche. Queste, trovatesi
in territori di tale ostilità, non poterono fare altro
che darsi alle razzie e a questo scopo si dettero un’organizzazione
altamente militarizzata.
I nomadi si portavano in primavera sulle sedi estive dei monti
dove pascolavano gli armenti e in autunno scendevano nella
steppa. Tra questi nomadi vi era un insieme di popoli che
raccolse con se parti di popoli anche più civili reietti
ed esclusi dai loro territori per vari motivi e che trovarono
accoglienza e solidarietà in un popolo di emarginati
che si andava formando, gli Unni.
Crescendo , gli Unni ampliarono le loro scorribande e per
questo divennero sempre più militarizzati, all’interno
del loro ordinamento sparirono i legami consanguinei e i maschi
presero il sopravvento, così le donne, assieme agli
armenti e i beni, venivano ereditate, le cognate ai fratelli
del defunto e le matrigne ai figli. Essi si organizzarono
in una aristocrazia militare governata dagli anziani dei clan
patriarcali basati sulla milizia popolare. Presso le tribù
pastorali nomadi la comunità è sempre unita
nel lavoro, è una società di compagni di strada,
la carovana, l’orda, e le forme di subordinazione si sviluppano
dalle condizioni di questo genere di vita, si forma un embrione
di Stato, in ogni società di questo tipo esistono fin
dall’inizio certi interessi sociali, la cui protezione conviene
affidare a particolari membri, sia pure sotto il controllo
della società. Essi sono investiti di certi poteri
inappellabili e rappresentano l’embrione del potere statale.
Gli unni erano divisi in 24 clan, a capo dei clan vi erano
24 anziani e capo di tutti vi era lo Shan Yu, "il più
grande". Gli anziani comandavano ognuno una compagnia
d’armati. Lo Shan Yu era a capo del culto del Sole e della
Luna. Ma i clan non erano pari tra loro, tra essi si distinguevano
quelli nobili da cui provenivano gli anziani, dal clan Siui-pu,
per esempio, veniva nominato il giudice supremo. Il clan dello
Shan Yu non era, però, tra i clan nobili, esso era
il Clan chiamato Si Liuan-ti e lo Shan Yu poteva prendere
le sue mogli solo da questo clan. Ai tempi della fondazione
del primo regno unno, sotto lo Shan Yun Mao-tun, i clan nobili
erano tre: Huyang, Lan e Siui-pu, da quest’ultimo, come sopra
detto, proveniva il giudice supremo.
I funzionari erano ordinati in gradi, ma la rispettiva funzione,
oltre che variare col tempo, non è ben conosciuta;
al primo grado vi erano i principi dei clan o gli anziani
che erano i capi ordinari, distinti dai capi di guerra nominati
per le spedizioni militari, al secondo i principi "minori"
detti lu-li, al terzo i generalissimi, al quarto i tuyu e
al quinto i tang-hu. Tutti questi funzionari erano addetti
ad ogni clan ma provenivano dal clan dello Shan Yu e ricevevano
l’ufficio in base alla parentela con questo. Era questa l’aristocrazia
di sangue, che aveva scopo solo di riscuotere l’autorità
necessaria a tenere compatto il popolo, ad essa si affiancavano
i veri funzionari, l’aristocrazia del talento, erano i funzionari
detti aiutanti, ma in realtà erano essi a svolgere
tutto il lavoro amministrativo e rispondevano non ai clan
ma al "governo centrale". Tutti i funzionari avevano
una propria compagnia armata il cui numero di membri dipendeva
dal grado.
Il diritto degli unni si basava sulla disciplina militare
e le pene corporali, data la scarsità di ricchezze.
Per i piccoli reati si praticavano tagli sulla faccia, per
il furto venivano confiscati, oltre agli averi, anche i familiari
e per l’insubordinazione, ovviamente, la decapitazione.
A differenza di quanto si creda, gli unni non combattevano
corpo a corpo, essi utilizzavano le frecce tirate con l’arco
per intimorire i nemici e li circondavano per tanto tempo
che questi, stremati, cadevano per il sonno, venivano, quindi,
legati e fatti schiavi. Spesso gli unni effettuavano una finta
ritirata per poi tendere un’imboscata. I cavalieri unni, si
disperdevano davanti ai nemici, per poi riunirsi e continuare
la lotta con abilità inaudita.
Sotto Mao-tun gli unni riuscirono a fondare un regno che era
in realtà un territorio su cui pascolare il bestiame
su cui riuscirono ad avere una sorta di "esclusiva".
Le entrate per mantenere i funzionari provenivano dai tributi
imposti ai popoli soggetti e dalle prede di guerra.
Dopo alterne vicende col vicino cinese, il regno unno si suddivise
in due tronconi, a sud il cui territori era più propizio
all’agricoltura, si attuò un processo di "cinesizzazione",
a nord, nel pieno delle impervie steppe, esso si andò
sempre più militarizzandosi. Durante questa crisi e
decadenza del regno unno, quando era sulla via della scissione,
si formarono nel suo seno due partiti, quello dei Vecchi Unni
del nord, conservatori e continuatori delle vecchie glorie
del popolo e quello filocinese del sud fautori del processo
di civilizzazione e sedentarizzazione.
La Cina riuscì ad inglobare il regno unno del sud e
scacciò gli unni del nord. Questi si organizzarono
in orda vagante nella steppa e nella loro mente, percependo
la loro natura di reietti, emarginati, rinnegati da tutti
e abbandonati ai biechi capricci di una sorte di miseria in
una terra misera, si cristallizzò un senso di missione:
fondare un impero mondiale che schiacci tutte le civiltà
dei vizi e della lussuria.
Le differenze tra i partiti unni si acuirono, ovviamente,
con lo spezzarsi del regno portando alla nascita delle orde
mongole. Tutto il loro vagabondare completerà il processo
di trasformazione degli unni-mogoli da tribù gentilizie
patriarcali e guerriere in orde di predoni in cui i legami
di clan vengono aboliti e l’aristocrazia sostituita dalla
democrazia militare.
Vagando gli unni si fusero con popoli incontrati lungo il
cammino, tra cui alcuni popoli nomadi e seminomadi dei Carpazi,
degli Urali e di altre catene montuose e si divisero in quattro
tronconi principali. Una di queste stirpi generò i
mongoli, dal nome degli ufficiali a capo di una variopinta
truppa formata da varie etnie tra cui la maggiore di numero
era quella dei tatari chiamati anche dagli europei tartari,
dal nome degli inferi greci. Queste orde tataro-mongole invadendo
ad ovest i territori della Russia e del principato di Kiev,
fondarono le basi dell’ascendente potenza russa, mentre ad
est invasero la Cina oltrepassando la Grande Muraglia, ma
l’impero da esse fondato si disgregò, infine, assorbito
dagli stati da essi conquistati.
I mongoli sostituirono, come detto l’aristocrazia guerriera
con la democrazia oligarchica militare: ogni uomo era un soldato
e poteva, a differenza degli unni le cui cariche erano ereditarie,
divenire un comandante, l’assemblea popolare venne sostituita
dall’assemblea dei principi che si riuniva due volte l’anno.
Nel comando dell’esercito si andò affermando una gerarchia
fondata sul sistema decimale, l’unità maggiore era
la miriarchia comandata da un noyan.
Gli ultimi invasori di stirpe mongola furono i Calmucchi,
si dividevano in 4 orde, i Khosciuti, Torguti, Durbiti e Zungari.
Nel 17° secolo furono sottomessi dai Russi, poi si trasferirono
in Cina e nel 1924 fondarono la Repubblica Sovietica Mongola
distaccatasi dalla Russia soviettista.
Una considerazione generale dei popoli barbari è che
i loro periodi di prosperità non furono affatto dovuti,
come spesso si crede, dalla loro temerarietà, ma bensì
dalla loro abilità ad approfittare delle crisi interiori
e dei processi di decomposizione dei popoli civili!
GLI ZINGARI, UN RESIDUO DEGENERE DEI POPOLI NOMADI
Il
popolo nomade che ancor oggi sopravvive, seppure in via di
assorbimento nei vari stati, è costituito dagli zingari.
Originari del Pakistan nord occidentale nella regione del
Pundjab alle pendici del Pamir. Ad essi si assimilano spesso
altre tribù nomadi che esercitano le stesse attività
ed hanno all’incirca i medesimi costumi, ma che sono invece
popoli slavi, probabilmente discendenti di antiche tribù
pastorizie della Scizia a nord della Grecia, come gli antichi
alani.
Gli zingari erano pastori nomadi piuttosto pacifici datosi
la non eccessiva aridità della regione. Vennero forse
dispersi dai regni indiani o forse dall’avanzare delle orde
mongoliche. Essendo molto primitivi, come attesta la loro
successione ancora in linea materna, non riuscirono ad organizzarsi
militarmente.
Si specializzarono nell’allevamento di cavalli, lovava vengono
chiamati gli addetti a tale ruolo che va declinandosi con
l’uso di veicoli più moderni, mentre i kolderash sono
gli addetti ai fuochi, alle caldaie e spesso anche fabbri.
Molto avanzata è infatti la lavorazione del ferro.
La legge e i tribunali zingari sono detti kris e il rispetto
del codice è affidato al consiglio degli anziani che
tiene conto del consiglio di una donna anziana, la phuri dej,
la vecchia madre la quale ha grande autorità morale.
L’ultima parola spetta spesso ad una sorta di consiglio dei
più giovani i quali hanno peso perché sono il
futuro della comunità.
Le famiglie hanno un capo , il phuredereri, l’anziano che
dispone la direzione dei peregrinaggi, il campo di spostamento
e i luoghi di stanziamento. Il kako, il "vecchio zio",
è il rappresentante della tribù che risponde
verso l’esterno, mentre gli anziani, i veri capi, sono conosciuti
solo dagli zingari.
La famiglia zingara si divide nel nucleo o piccola famiglia,
che è patrilineare e non dura più di tre o quattro
generazioni, e la famiglia allargata, polinucleare, che è
matrilineare e dura più generazioni. Durante il movimento
più famiglie allargate apparentate costituiscono una
unità di movimento detta kumpania che è la prosecuzione
delle antiche gentes ed ha un capo eletto per le sue capacità.
Spesso gli zingari stabiliscono, come gli antichi popoli mongoli,
legami sociali basati non su legami consanguinei ma su una
comunanza di interessi.
IL PROBLEMA DEGLI INCAS
L’esempio
più imponente di federazione di tribù che sfocia
in un vero e proprio impero tribale è l’Impero Incas
che riunì svariate comunità dislocate lungo
la costa nordoccidentale del sud America a livelli sempre
più ampi fino all’unità centrale imperiale.
Le tribù incariche attuarono una forma di comunanza
di lavoro che si formalizzava nella centralità dell’impero.
Ma qui vi è però un punto oscuro, una questione
ancora aperta: se gli inca avevano una forma produttiva di
tipo tribale oppure asiatica. Se ne "Le forme di produzione
successive nella teoria marxista" si afferma che questo
popolo era a comunismo primitivo, un certo Wilfried Westphal,
sulla base di studi archeologici, afferma che essi avevano
una struttura sociale centralizzata e gerarchica, al vertice
vi era il Sapa Inca affiancato da un consiglio di quattro
apu, sotto di lui vi erano i curaca che comandavano le province
ed erano a capo dei camayoc, i capidistretto che avevano come
subordinati gruppi di famiglie con un rappresentante comune
nominato dai capifamiglia.
Gli inca avevano "rubato" questo modello sociale
alle civiltà che li avevano preceduti sul dominio territoriale,
quali i moche che erano una potenza regionale che furono conquistati
ed inglobati dai chavin, che allargarono il dominio a tutto
il Perù fino al Cile, poi vennero sconfitti dagli Huari
che sconfinarono sino al Messico e infine vennero gli inca
col loro dominio di tutta la costa occidentale del sud America
e una vasta porzione di entroterra andino con capitale Cuzco
che venne riempita di templi e magazzini reali.
Per consolidare il loro potere gli inca si dedicarono ad attività
di deportazione di massa, nominarono capi regionali individui
provenienti da ogni parte dell’impero che non fossero la regione
che dovevano comandare, la classe inca, dei dominatori era
divisa in due livelli, quelli di sangue reali preposti all’alta
amministrazione, quindi, al comando di vaste porzioni di territorio,
addetti alla politica militare e religiosa; poi vi erano gli
amministratori che erano addetti alla politica locale e in
caso di trasferimento, venivano deportati in blocco.
Gli inca dirigevano i reparti speciali dell’esercito mentre
i popoli sottomessi fornivano tutta la leva semplice, anche
gli alleati vennero dichiarati inca e si attuò in tutto
il territorio una politica di distribuzione demografica: laddove
vi era bassa densità abitativa vennero importati esseri
umani da dove ve ne erano troppi.
Al massimo della potenza inca, Topa Inca ordinò l’impero
per unità amministrative controllate da funzionari
e governatori, ma non si capisce qui il rapporto che intercorre
tra queste due figure, se l’una è sottoposta o affiancata
all’altra o se corrispondono, essi erano comunque sottoposti
ad un curaca.
Chi metteva su famiglia riceveva una porzione adeguata di
terra e doveva prestare lavoro allo Stato. Era inoltre vincolato
al luogo di residenza e poteva allontanarsi solo per incarichi
governativi quali ad esempio il servizio di corriere, prestato
dal popolo che continuamente veniva rinnovato. Vi erano, per
rendere possibile tale servizio, posti di ristoro localizzati
laddove il territorio era particolarmente vasto ed ostile.
Ma qui sorge il dubbio se gli inca adottavano una produzione
comunista oppure asiatica. La massima riportata da Westphal
secondo cui gli inca consideravano il lavoro oltre che come
fonte di ricchezza anche come terapia contro tentativi di
rivolta, farebbe pensare ad un sistema produttivo classista
in quanto la rivolta è tipica delle società
di classe, ma il sistema scritturale costituito da sole cordicelle
che riportavano nodi attestanti i dati contabili dell’impero
quali gli abitanti, l’estensione, il raccolto, eccetera, senza
una vera e propria scrittura con relativi testi di filosofia
trattanti i problemi della vita tipici della società
classista, farebbero propendere sul comunismo tribale, la
divisione gerarchica del territorio, ricorda, poi, la forma
germanica. Westphal è certo ben documentato sull’argomento,
ma il fatto che riporti battute "new age" di Ernesto
Guevara secondo cui i misteriosi disegni di Nazca sarebbero
stati fatti seguendo istruzioni impartite da un aeroplano,
20.000 anni fa i cui rottami non si troverebbero perché
il metallo si sarebbe corroso e che questi disegni sarebbero
stati effettuati per comunicare con degli e.t.. e la battuta
finale dell’autore secondo cui lo Stato inca sarebbe una sintesi
tra socialismo sovietico, "socialismo democratico scandinavo"
e capitalismo, minerebbe pesantemente la credibilità
di questo studioso. Rimane comunque l’esigenza di approfondire
l’argomento e chiarire i rapporti di produzione inca. In base
alle caratteristiche del territorio che è un misto
tra nord Europa e subcontinente indiano, verrebbe da pensare
che le probabilità che tale popolo abbia attuato una
forma che è tra la variabile asiatica di tipo indiano
e variante germanica non sarebbero poche.
B) Lo Stato antico
2.
Lo Stato ingegnere e militare asiatico
Le
svariate sfumature prese dalla forma produttiva asiatica si
riflettono nelle diverse conformazioni che il relativo stato
prende. Ma seppur vari sono i colori e le forme, la struttura
portante assunta da questo tipo di stato presso i popoli che
hanno dovuto adottare la forma produttiva asiatica è
pressoché identica.
Le vaste distese della Cina, le vallate fluviali dell’India
e dell’Egitto, sono lo scenario di successivi stanziamenti
di popolazioni che, una volta stabilitesi, danno il via alle
necessarie opere di sfruttamento delle risorse.
Le prime tribù a comunismo primitivo, quelle di più
antico stanziamento, vedono l’insediamento di popolazioni
che vanno a stratificare e a comprimere la struttura demografica
esistente. Basti ricordare gli ariani dell’India, i quali
si sovrappongono agli indigeni primitivi dravidi costituendo
le famose caste. Nella Cina e in Egitto le tribù indigene
e quelle immigrate formano, non senza lotte, federazioni da
cui si emerge una tribù dominante che partorirà
una dinastia di regnanti in cui il sovrano è la sintesi
dell’organizzazione territoriale raggiunta, proprietario di
tutte le terre che concede in godimento terreni da coltivare.
In Egitto questo processo raggiunge il culmine con l’unificazione
dei regni del nord e del sud sotto Narmer.
La spinta propulsiva della variante asiatica è la scarsità
di acqua: i territori del medio oriente e dell’oriente sono
vaste distese desertiche e altopiani, dove la piovosità
è minima. Si rendono necessari per far fronte ai bisogni
alimentari di una popolazione che preme, opere di irrigazione
la cui costruzione e controllo fa nascere caste preposte alla
pianificazione dei lavori e delle coltivazioni. L’accresciuta
produttività dei terreni così irrigati rende
necessaria la formazione di piccoli appezzamenti di terreni
dove l’utilizzo di schiavi non è ne necessario ne produttivo.
Gli schiavi sono un lusso legato al sovraprodotto utilizzati
in campo domestico ed artigianale.
La chiave di sviluppo di questa variante è lo Stato
despota che ingloba tutto per meglio dirigere e coordinare.
Ma per la minaccia delle popolazioni nomadi e militari che
tentano d’appropriarsi dei terreni colti, lo Stato, per difendere
la continuità della produzione, deve organizzare anche
una forza d’urto militare. Il prodotto eccedente va allo Stato
perché possa garantire le condizioni di esistenza generali,
mentre il rimanente viene consumato dalle comunità
locali per la propria sopravvivenza. Le città sono
appendici delle campagne da cui assorbono il sovraprodotto
e svolgono le funzioni di avamposti delle Stato. L’artigianato
è domestico ed unito profondamente all’agricoltura,
le caste e le corporazioni di mestiere da ereditarie per tradizione
lo diventano per legge.
LA
CINA
È
la Cina degli Shang e degli Chou l’esempio di variante asiatica
pura, così pura ed evidente che gli storici borghesi
la confondono col "feudalesimo". È nell’antica
Cina che la produzione si basa sul lavoro dei contadini mentre
gli schiavi sono l’eccezione e semplici servi di qualche riccone,
un po’ come una colf odierna! Il vasto ed alquanto omogeneo
territorio della Cina sfavorisce la separazione e differenziazione
dei gruppi umani e le unità tribali sono simili tra
loro favorendo uno sviluppo alquanto pacifico, mentre l’aridità
del suolo porta alla federazione delle tribù allo scopo
di realizzare grandi opere di irrigazione artificiale che
portassero l’acqua, dall’alveo dei pochi fiumi, ai terreni
da coltivare. Dette opere necessitano di una coordinazione
centrale che è data dallo stato cinese, incarnato e
personificato nel sovrano, esecutore della divina volontà
benigna che in Cina è identificata col Cielo.
Non vi è da stupirsi se nei vasti territori orientali,
dove grandi distese omogenee si alternavano ad altrettante
vaste distese omogenee e poco diversificate, si instaurarono
civiltà specializzate: troviamo, così, una civiltà
di navigatori, una di allevatori di cavalli o di lama, un’altra
di coltivatori di riso od altro, eccetera. La fusione di queste
civiltà portò alla nascita della civiltà
cinese.
È così che la variante asiatica della forma
fondiaria di produzione prende corpo da primitive federazioni
di tribù che, sempre più vaste, sfociarono in
un’unità centrale sovrapposta alle comunità
primitive, prima su regioni limitate, poi su vaste regioni.
La mescolanza della civiltà nomade dei pastori guerrieri
e della civiltà dei piantatori di riso produsse la
prima civiltà cittadina sotto la dinastia regnante
dello stato asiatico Shang. Ma un sistema produttivo in affermazione
non ha ancora lottizzato tutti i territori, così popoli
che adottano tale sistema più recentemente possono
svilupparsi forti e più forti dei più vecchi
sovrastandoli e ampliando così il sistema sociale in
organismi politici più vasti. Così lo staterello
Chou, giovane e pimpante, facendo da Roma e U.S.A. della variante
asiatica, conquisto l’impero Shang unificando la Cina.
È l’impero Chou che vide l’epoca delle Primavere e
degli Autunni, forse, corrispondente all’epoca imperiale romana.
Dopo tale epoca seguì quella degli stati combattenti,
in cui i governatori locali si ribellarono all’imperatore
nominandosi, agli occhi scandalizzati di un Confucio conservatore,
sovrani. È in questo periodo che si sgretola l’unità
imperiale, i nomadi mongoli, un po’ germani dell’Oriente,
fecero da elemento di ulteriore disgregazione occupando territori
cinesi approfittando della debolezza politica della Cina.
Ma essi non portarono, a quanto pare, elementi feudalizzatori
come i germani, perché mere tribù nomadi organizzate
militarmente ma non territorialmente. Ma avvenne, però,
qualcosa in seno alla società cinese: i contadini caddero
in rovina in quanto non riuscirono più a estrarre dai
loro terreni quanto c’era bisogno per campare, abbandonarono
in massa la terra che divenne oggetto di speculazione commerciale,
i commercianti arricchitisi iniziarono a cristallizzare la
proprietà terriera dandola in fitto a coloni che s’installarono
in cambio di parte del raccolto e prestazioni lavorative.
Riunificatosi l’impero sotto gli Han, il sovrano nominò
ufficiosamente i proprietari terrieri come esattori imperiali
e a poco a poco vennero inseriti nella gerarchia statale.
Questi proprietari, nominarono un loro seguito che a sua volta
ne nominava uno proprio fino ai contadini, ormai vincolati
alla terra.
Durante l’era degli stati combattenti sorsero diverse scuole
di pensiero tra queste il confucianesimo, che divenne la dottrina
dei funzionari governativi, il legalismo, vero e proprio partito
reazionario, auspicava il ritorno alla vecchia centralità
del sovrano riconoscendo solo in esso un soggetto di diritto,
il taoismo che divenne religione popolare assorbendo superstizioni
antiche, si diffuse, fuggendo dall’India, il buddismo arrivando
in Giappone nella sua variante Zen.
Se tutto questo processo che ha caratterizzato una lunga epoca
della storia cinese rappresenti il passaggio della Cina dalla
forma secondaria alla terziaria in un modo non militare come
a Roma, ma bensì "commerciale", sarebbe molto
utile, che in questa sede è impossibile, appurare!
L’INDIA
Vaghe
sono le frontiere dell’antica civiltà indiana e ciò
non deve stupirci se si pensa che la mania di delimitare confini
è caratteristica principale della società capitalistica
nella sua frenetica corsa alla lottizzazione e monopolizzazione
del mondo. I primi avamposti delle più antiche società
indiane sono situati nel nord ovest del paese, furono le valli
alpine a far da rifugio ai primi insediamenti civili indiani,
forse perché incapaci di domare il corso impetuoso
dei fiumi con le loro inondazioni periodiche.
La crescita delle comunità portò gruppi di individui
a colonizzare i bacini fluviali a sud est sviluppando la capacità
di controllare e dominare i corsi dei fiumi. Dalla federazione
di tribù per il lavoro comune nascono i presupposti
della forma asiatica di produzione: si forma un’unità
centrale o attraverso la nomina dal basso o attraverso la
vittoria di una tribù sulle altre, e questa diviene
classe di governo.
L’aumento della densità della popolazione rende impossibile
l’assegnazione periodica dei campi che vengono così
appropriati dalle famiglie contadine le quali rimangono, così
vincolati al loro pezzo di terra.
Tra le prime civiltà celebre è la civiltà
di Harappa, i ritrovamenti archeologici in questa zona rivelano
l’esistenza di una civiltà asiatica in piccola scala.
Questa verrà spazzata via dall’invasione di un popolo
nomade e non si sa se fossero gli ari oppure un altro popolo
predecessore degli ari. Furono comunque gli ari a fondare
la civiltà indoeuropea dell’India del nord retta dai
maharajà. La cronaca finemente miticizzata di questa
invasione che ereditò e confermò la suddivisione
della società indiana in caste, è descritta
dalla mahabbarata, il lunghissimo romanzo epico indiano di
cui la celeberrima bahagavadgita ne è il cuore centrale.
Si descrive qui lo scontro tra popoli indigeni di pelle scura
ed invasori di pelle chiara.
L’India presenta, invece, forti persistenze tribali dravide
e, anche se l’opera degli ariani contribuirà a trasformare
le tribù in stati locali, la base produttiva sarà
caratterizzata, grosso modo, dalle antiche comunità
di villaggio sottomesse ad un potere superiore, locale e centrale,
che si materializza con il prelievo di tributi e la disponibilità
dei villici alla prestazione di opere pubbliche collettive
e le guerre.
In una vecchia relazione parlamentare inglese sugli affari
indiani ai tempi del colonialismo britannico, così
descrive il villaggio indiano: "geograficamente, un villaggio
è un’estensione di terra abbracciante alcune centinaia
o migliaia di acri di terreni arativi ed incolti; politicamente,
è paragonabile a un comune o un municipio. Il suo corpo
di funzionari grandi e piccoli consiste dei seguenti personaggi:
1) il potail, una specie di primo-cittadino o capovillaggio,
che in genere sovrintende agli affari locali, appiana le divergenze
fra abitanti, si occupa della polizia e provvede alla riscossione
dei balzelli, compito al quale lo predispongono in particolare
la sua influenza personale e la sua conoscenza diretta della
situazione e dei problemi della gente;
2) il kurnum, che tiene la contabilità agricola, e
registra tutto ciò che riguarda le colture;
3) il tallier, il primo incaricato di indagare sui delitti
e sui reati, e scortare e proteggere i viaggiatori in transito;
4) il totì investito di mansioni che sembrano più
direttamente circoscritte al villaggio, e consistono, fra
l’altro, nel custodire i raccolti e assistere alle operazioni
di peso e misura;
5) una specie di guardiaconfini, che tutela i limiti territoriali
del villaggio o ne dà testimonianza in caso di controversie;
6) il sovrintendente ai serbatoi e canali, che distribuisce
acqua a scopi agricoli;
7) il brahmino, che provvede alle pratiche di culto;
8) il maestro, che insegna a leggere e scrivere nella sabbia;
9) il brahmino del calendario o astrologo, ecc.
Questi funzionari grandi e piccoli formano in genere l’apparato
amministrativo del villaggio; ma in certe località
esso è meno esteso, perché alcuni fra i compiti
e le mansioni suddescritte si uniscono nella stessa persona,
e in altre supera il numero di individui che abbiamo elencato.
Sotto questa forma semplice di governo gli indiani vivono
da tempi immemorabili. I confini dei villaggi non sono quasi
mai cambiati e, sebbene i villaggi stessi siano stato a volte
danneggiati o devastati dalla guerra, dalle carestie, dalle
pestilenze, lo stesso nome, gli stessi confini, gli stessi
interessi, ed anche le stesse famiglie, si sono mantenuti
per secoli. Del crollo e delle divisioni dei regni, gli abitanti
non si curano; finché il villaggio rimane intatto,
essi si danno pensiero a quale autorità sia trasferito,
a quale sovrano devoluto; la sua economia interna non muta.
Il potail è sempre il primo abitante, e funge, come
sempre, da giudice o magistrato superiore e da esattore o
tesoriere del villaggio." Da questa relazione emergono
chiaramente i rapporti di vero e proprio innesto della forma
secondaria sulle primitive comunità locali.
A queste funzioni se ne aggiungono altre di alcuni funzionari
come quelle dell’astrologo che fissa i tempi del raccolto
e della semina, e le ore buone e cattive per tutti i lavori
agricoli; poi aggiunge altri piccoli funzionari a quelli menzionati
nella vecchia relazione parlamentare; vi è, quindi,
"un fabbro e un falegname che fabbricano e riparano tutti
gli strumenti; il vasaio, che rifornisce di vasellame tutto
il villaggio; il barbiere, il lavandaio, l’orefice, e qua
e là il poeta, che in certe comunità sostituisce
l’orefice in altre il maestro. Questa dozzina di persone sono
mantenute a spese della comunità. Se la popolazione
cresce, nuove comunità si fondano sui terreni incolti
secondo il modello dell’antica." Vi è, quindi,
all’interno delle comunità, una divisione organica
e pianificata del lavoro.
È chiaro che l’India conservò la variante asiatica
fino all’arrivo degli inglesi, ma un punto oscuro sarebbe
ben utile chiarire: la funzione del buddismo nella storia
indiana. Questa religione presente molti punti di analogia
col cristianesimo non solo sul piano dottrinale, ma anche
della propria storia e parrebbe, pertanto, prestarsi ad una
presumibile instaurazione del regime feudale in questo paese.
Ma non risulta che l’India abbia visto ergersi alcun feudo
sul suo territorio.
La nascita del buddismo si collega ad un movimento di contestazione
sorto in reazione alla decadenza di molti regni locali, sorsero
in protesta alle smodatezze delle classi dominanti di vari
regni, movimenti religiosi, tra cui i veda, che predicavano
austeri costumi: rinuncia totale ai beni mondani, digiuni
estenuanti, eccetera. Molti asceti di queste scuole erano
figli di famiglie benestanti sensibili alle sofferenze della
società di quell’epoca.
Il buddismo sorse come contestazione a tali movimenti contestatori,
la leggenda di Siddharta è molto significativa: visto
che l’uomo non è felice per se stesso ma la sua felicita
è strettamente dipendente a quella dei propri simili,
il padre del futuro Buddha, un sovrano di un regno regionale
di tipo asiatico, probabilmente di quelli chiamati maharaja,
isolò il proprio figliolo tra gli agi di corte affinché
non conoscesse la verità, che il popolo viveva nella
più squallida miseria! Sapeva il saggio sovrano che
ciò avrebbe scosso l’animo del giovane figlio. E infatti
scoperta la verità Siddharta si fa asceta di quelle
scuole presenti ai suoi tempi, ma poi crea una propria religione
che contesta gli eccessi delle preesistenti.
Ora anche il cristianesimo è nato in contestazione
non tanto dell’Impero Romano quanto delle religioni nazionaliste
israelitiche, tutte le dottrine rivoluzionarie, infatti, nascono
in contestazione non tanto del sistema vigente ma delle dottrine
che lo contestano: la vera scuola rivoluzionaria è
quella che predica la negazione della negazione dell’ordine
costituito, è quella che non si schiera coi "ribelli",
ma che si ribella alla ribellione che è di per sé
vuota e più conformista del conformismo!
Ma, tornando al buddismo in India, notiamo che esso, come
il feudalesimo, non ha mai preso piede tranne che sotto l’impero
di Asoka che rappresenta l’apice dell’indipendenza indiana.
L’India, infatti, ha visto solo tre grandi imperi indipendenti:
quello di Asoka risalente al 250 a.C. circa e quello Gupta
del 4° secolo d.C., per il resto della sua storia essa
è stata o divisa in piccoli regni dinastici locali
o sotto la dominazione di greci, persiani, islamici, prima
che degli olandesi, francesi e inglesi.
Può darsi che il buddismo sia stata l’ideologia dell’affermarsi
della forma asiatica sulle primitive comunità di villaggio,
esso come il cristianesimo è una religione nata per
i contadini e la variante asiatica si fonda sul lavoro di
contadini. Poi è "volato" in alcune regioni
della Cina feudale di quei tempi, per diffondersi nel feudalissimo
Giappone nella sua versione zen.
Gettando poi uno sguardo all’induismo, vediamo che esso è
la restaurazione del bahamanesimo, la primitiva religione
di casta delle comunità tribali conquistate dagli ariani
nella economia di tipo asiatico, si è affermato con
l’avvento dei grandi imperi di Asoka e Gupta. Esso potrebbe
rappresentare una sorta di rinculo rispetto alle dottrine
buddiste, un ripiegamento dovuto alla restaurazione della
vecchia società asiatica la quale, però, si
riaffermò su una più vasta scala territoriale.
La fondazione di un vasto impero è il trionfo di una
forma produttiva su vasta scala e un’unità politica
che domina un vasto territorio può usufruire e sfruttare
meglio le risorse che tale territorio offre e può effettuare
una sorta di economia di scala ossia produrre più con
-meno sacrifici e usufruire della curva di apprendimento,
cioè una migliore conoscenza dei processi e degli espedienti
tecnici della produzione quanto più è vasta
la scala di produzione.
Ecco che una comunità quanto più si estende
più il proprio territorio può essere densamente
popolato, la popolazione cresce più velocemente dello
spazio della comunità occupando non solo nuovi spazi
ma sfruttando meglio quelli già abitati. Tutto questo
per dire che anche l’affermarsi di un sistema produttivo su
più vasta scala può essere un evento innovativo
che può comportare un fiorire del pensiero e la nascita
di svariate nuove dottrine tra cui, in India, il buddismo
e l’induismo.
LE ALTRE POTENZE PIU’ O MENO ASIATICHE E L’IMPERO
ARABO, L’ULTIMO STATO ASIATICO DEL VECCHIO CONTINENTE
L’Egitto
e la Persia, tra i popoli a variante asiatica tra i più
produttivi, presentano, sia per le influenze occidentali,
ma soprattutto per la conformazione del suolo, la convivenza,
nel loro cuore "asiatico", di manovalanza schiavista,
i piccoli fondi sono certo la base principale dell’economia
egizia e persiana, ma vi è la presenza di numerosi
latifondi schiavistici.
Un’altra potenza che si affermerà più tardi
è l’Arabia, l’ultimo dei popoli a variante asiatica
costituiti sul vecchio continente. La penisola araba era un
territorio deserto popolato da sparute tribù nomadi
beduine di pastori. Già nell’odierno Yemen era sorta
una civiltà preislamica di tipo asiatico-commerciale
che era poi decaduta per motivi sconosciuti. Ai tempi di Maometto
le uniche città erano la Mecca e Medina, rette da aristocrazie
mercantili. Lo scontro tra la classe dirigente della Mecca
e Maometto e il suo rifugio a Medina con la relativa alleanza
con la classe al potere di questa città e la conquista
della Mecca ci rivela che l’islam fosse una religione tipica
di una città-stato con aspirazioni imperialiste che
si realizzarono con la conquista la Mecca ed altri immensi
territori. Per curiosità, esso nacque dalla fusione
di nozioni giudaiche e di sette eretiche cristiane come i
monofisti e i nestoriani.
Maometto a capo della città di Medina conquistò
la Mecca e ne fa un centro commerciale e religioso. Egli fondò
il primo stato maggiore del neonato stato arabo: i Compagni
del Profeta furono il quadro degli ufficiali a capo della
milizia composta dai beduini del deserto. Nell’impero arabo
gli arabi erano la classe dirigente e gli ufficiali, i beduini
e i popoli sottomessi il popolo e la truppa. Il fatto che
il nome del popolo corrisponda a quello dell’élite
di potere non è fatto raro nelle varie civiltà
antiche, perché non raro era il fatto che la classe
produttiva era spesso costituita da popoli conquistati da
un’etnia dominatrice che ne diventa classe dominante.
Dopo i quattro califfi "ortodossi", i successori
di Maometto al potere, iniziò la dinastia degli Omayyadi.
Una questione che un califfo di questa dinastia, Omar II,
risolse egregiamente fu quella relativa il gettito fiscale:
le imposte personali e fondiarie erano dovute solo dai non
musulmani mentre i musulmani versavano solo la coranica elemosina
legale, la zakàt. Ma convertendosi i contadini e i
proprietari fondiari esigevano l’esonero dell’onere tributario
che l’impero invece tendeva a conservare per mantenere le
entrate. Omar II esonerò tutti dalle imposte personali
ma obbligò tutti al pagamento di quelle fondiarie.
La dinastia che usurpò il trono degli Omayyadi fu quella
degli Abbasidi. Essi assimilarono l’apparato amministrativo
persiano, più consono al territorio e alle esigenze
dell’epoca. Comparve la figura del visir, capo dell’amministrazione
e, sottoposti ad egli, i segretari che erano gli organi esecutivi.
La capitale si trasferì a Baghdad.
Il fiorire di ogni civiltà si basa sul suo stabilirsi
su un territorio come popolo ben definito, sarebbe utile approfondire
come ogni civiltà storica conosciuta abbia potuto fiorire,
quali fossero gli elementi favorevoli al suo sviluppo. In
questa sede possiamo limitarci col dire che generalmente una
civiltà fiorisce quando si stanzia su un territorio
vergine e lo "mette a coltura", cioè la propria
popolazione le consente di attuare un livello produttivo adeguato
ad una civiltà stanziale, oppure quando, approfittando
del momento di debolezza organica dovuta alla decadenza di
una civiltà vicina, ne invade il territorio e lo fa
suo. La decadenza è in genere dovuta all’impossibilità
di una civiltà di estendersi assecondando il proprio
accresciuto bisogno di terra, impossibilità dovuta,
sempre generalmente, dal contatto con un’altra potente civiltà.
Questo per dire come la civiltà araba crebbe sulle
rovine dell’impero romano ad ovest e persiano ad est.
L’enorme estensione dell’impero che troneggiava su territori
diversi tra loro e spesso separati e con diverse varianti
produttive, portò all’impossibilità del suo
apparato politico di attuare una gestione unitaria. Dalle
opposizioni al centralismo di Damasco, la prima capitale imperiale,
che nacquero dalla Spagna e dai territori iranici, emerge
lampante la corrispondenza tra i territori dove sorsero queste
le prime spinte scissioniste e le rispettive differenze regionali,
e questa corrispondenza può fare ipotizzare che i vari
territori si svilupparono diversamente tra loro portando l’esigenza
di diverse modalità gestionali e ciò si ripercosse
nelle separazioni religiose. La Spagna araba ereditò,
molto probabilmente, la forma schiavista, ciò lo attesterebbe
il fatto che, nonostante la schiavitù cadde in disuso
nell’Europa medievale, soppiantata dalla servitù della
gleba, il commercio degli schiavi rimase prospero e la sciagurata
merce umana era diretta nei territori arabi soprattutto europei.
Una volta rafforzatosi il sistema feudale europeo, gli arabi
furono cacciati dalla penisola iberica e ciò gettò
le premesse per la nascita di uno dei primi stati mercantili
nazionali del mondo: la Spagna.
Forse il successivo sfaldamento dell’impero, dovuto più
che a rivolte a concessioni d’indipendenza, corrispose con
ciò che rese il Sacro Romano Impero incapace di essere
più che un simbolo perché non adatto a gestire
un apparato produttivo parcellizzato e spezzettato, un apparato
ingestibile da uno stato centralizzato: l’avvento del feudalesimo.
Sta di fatto che il califfo divenne una figura simbolica come
il sacro romano imperatore.
Importante, in questo processo di decomposizione, fu la pressione
dei turchi che vennero immessi nella gestione di alcuni territori
e molti nell’apparato amministrativo statale. Ma la scossa
finale all’impero arabo venne dal terremoto mongolo. I mongoli
invasero la Persia fondando un regno con capitale Tabriz a
nord ovest della regione iranica. Ma essi s’islamizzarono
e il regno si divise sulla scia dei predecessori arabi dando
luogo a regni locali, i sultanati. Una stirpe del troncone
turco dei mongoli, la stirpe degli Osman o Ottomani, nel 14°
secolo conquistò l’Anatolia fondando il sultanato di
Brussa, una città ai piedi del monte dell’Olimpo di
Bitinia fondando l’impero ottomano che sopravviverà
fino all’alba del 20° secolo!
CONSIDERAZIONI GENERALI SULLO STATO ASIATICO
I
tratti salienti e comuni di tutti gli stati asiatici sono
la stratificazione del potere centrale e i poteri locali e
l’imponente apparato burocratico e teocratico di cui il sovrano
ne è capo supremo. I conflitti tra potere centrale
e poteri locali caratterizzano la storia degli stati asiatici
in cui si alternano fasi di massima centralizzazione, tipica
dei periodi floridi e fasi di decomposizione dovuta a crisi
economiche e sociali.
Non è difficile dedurre che tale gestione si materializzava,
sul territorio, in palazzi di corte con vari funzionari circondati
di sbirri e soldataglia di cui il più grosso era il
palazzo di governo centrale. Quanto più alta era la
carica, più rare erano le occasioni per il popolo di
avere il piacere di vedere colui che la occupava, in molti
paesi il sovrano usciva dal proprio palazzo solo in occasione
di grandi cerimonie che saldavano l’unione della comunità.
Le funzioni dello stato centrale sono la riscossione dei tributi,
la difesa dei confini, la costruzione, la manutenzione e sorveglianza
delle opere pubbliche e dei sistemi di irrigazione, la direzione
dei traffici commerciali e la guerra di conquista di nuovi
territori. Gli stati locali hanno il compito di tutelare l’ordine
interno attraverso leggi, tribunali e polizia e fornire manovalanza
e soldati allo stato centrale.
I poteri locali sono ripartiti a seconda della fase storica
e del popolo a cui ci si riferisce, ma ciò che principalmente
muta, tra i vari stati della varante asiatica, sono i nomi
dei governatori locali: i satrapi in Persia, i nomarchi in
Egitto e, spesso usato più in generale per molti popoli,
i visir in altri imperi.
La struttura statale è costituita dal sovrano che è
a capo del personale clericale (sovrano-sacerdote) e i funzionari
laici che compongono l’apparato di potere centrale, sono ad
esso sottoposti la nobiltà, composta dai potentati
locali sotto la quale vi sono i liberi, in genere commercianti
ed esercenti altre professioni collaterali, e i contadini,
la base produttiva sociale dell’epoca.
Fa eccezione non grande lo stato israelita in cui il clero
non è sottoposto al sovrano ma gli è parallelo,
è questo, infatti uno stato teocratico in cui l’elemento
religioso fa da collante ideologico di tribù federate,
tanto che spesso i sovrani sono nominati, attraverso la sacra
unzione, dai sacerdoti o dai cosiddetti profeti. Ma anche
in tutti gli altri stati asiatici, soprattutto in Egitto e
nell’Asia minore, il sovrano ha bisogno, per governare, dell’appoggio
di una potente casta sacerdotale.
Le città si formano accanto ai villaggi nei punti favorevoli
ai flussi commerciali cioè laddove lo Stato centrale
e locale scambia la propria rendita contro lavoro.
3. Lo Stato "mobile" germanico
Tutto
ciò che sappiamo dei germani deriva dalle opere di
Giulio Cesare, "La guerra Gallica" e di Tacito "Germania".
Nella prima opera i germani erano un popolo da poco insediatosi
nell’Europa del centro-nord e da poco avevano abbandonato
la vita nomade, nella seconda opera essi erano ormai stabilizzati
sul territorio occupato e la loro sedentarietà si era
oramai consolidata, inoltre avevano attuato un sistema di
produzione basato sulla proprietà fondiaria e, pertanto,
una variante della forma secondaria.
Il ceppo ariano insediatosi nell’Europa centrale trovò
un territorio costituito da estese zone forestali e boschive
e da un clima continentale freddo. Queste caratteristiche
formarono il presupposto per lo sviluppo di una società
complessamente gerarchizzata ma con poche potenzialità
di progresso.
Le distanze che separavano i vari insediamenti, dovute alle
zone boschive non coltivabili, favorirono, infatti, la suddivisione
federale del popolo germanico, mentre la pressione dei popoli
estranei, la relativa difficoltà del terreno ad essere
coltivato e la conseguente esigenza di espandersi per assecondare
l’aumento delle necessità, sfavoriscono la divisione
di questo popolo che continuò, pertanto, ad essere
unito e, quindi, a condividere una comunanza di interessi
espressa nell’organizzazione gerarchica.
La gerarchia germanica era in diretta dipendenza con la suddivisione
ed il grado di estensione della proprietà terriera:
vi erano le famiglie, legate dal vincolo di sangue, a cui
veniva affidato un terreno, più famiglie costituivano
una stirpe che unitamente ad altre formavano, nella zona,
un villaggio, più villaggi imparentati e, quindi, vicini
costituivano una catena e tutte le catene formavano il popolo.
Ogni grado possedeva una porzione di terra in comune costituita
da boschi e foreste che fungeva da collante. La terra comune
di tutto il popolo era sotto il controllo del Sovrano.
La proprietà degli armenti, come già detto,
comportò il passaggio dal diritto matriarcale a quello
patriarcale, ma ancora ai tempi di Tacito il ricordo del matriarcato
era vivido e molte usanze dell’era matriarcale erano in pieno
vigore accavallandosi sulle nuove istituzioni patriarcali.
Se un membro di una gens dava come pegno di una promessa il
proprio figlio non rispondeva personalmente della vita del
figlio, ma se dava il figlio della sorella, la gens lo considerava
responsabile della vita del nipote.
Il matrimonio di coppia si avviava alla monogamia, ai nobili
era concessa la poligamia, l’unico motivo di divorzio era
l’adulterio femminile.
L’aumentato numero degli abitanti aveva smembrato le gentes
in comunità familiari domestiche comprendenti parecchie
generazioni che coltivavano un tratto adeguato di terreno
e insieme ai vicini utilizzavano il terreno incolto circostante
come marca comune. Con l’ulteriore aumento demografico queste
comunità domestiche si addensano in comunità
di villaggio, raggruppamenti stanziati in un’area circoscritta
di terra con terreni ed organizzazione comune. Successivamente,
quando la terra disponibile divenne rara, i terreni furono
assegnati definitivamente alle famiglie senza più distribuzioni
periodiche.
La società germanica era, inoltre, molto militarizzata,
data l’importanza della conquista e l’accaparramento di terre,
ed anche sul campo di battaglia si dava importanza alla parentela:
i vari raggruppamenti militari erano organizzati affinché
i parenti più stretti combattessero fianco a fianco.
Il germano non era cittadino di uno Stato datosi la mancanza,
in territorio germanico, di città e, quindi, di una
sfera politica distinta dalla vita della comunità.
Egli era membro della comunità in base alla parentela,
all’appartenenza ad una famiglia germanica e come tale aveva
diritto di far parte delle assemblee locali o del popolo.
La Thing, l’assemblea popolare germanica eleggeva i suoi rappresentanti
in base alle capacità militari. Le assemblee erano
di diversi livelli: di villaggio, i cui rappresentanti erano
i capifamiglia, distrettuali, capeggiate dai principi, fino
a quella confederale, a capo della quale vi era il Re. All’inizio
queste assemblee erano convocate in occasioni di guerre, di
culto, per arbitrare conflitti in seno alla comunità,
ecc..., successivamente, con la pressione dell’Impero Romano,
divennero permanenti e ai loro membri venivano elargite prestazioni
in prodotti agricoli.
Esisteva un consiglio dei principi che decideva degli affari
meno importanti e preparava quelli più importanti da
presentare all’assemblea popolare. I principi che sono capi
civili, si distinguono dai duci, capi militari. Il passaggio
al patriarcato aveva favorito l’ereditarietà delle
cariche e l’avvento della nobiltà. I duci, invece,
erano eletti in base al valore militare mentre i sacerdoti
disciplinavano il popolo e l’esercito.
L’assemblea popolare era anche un tribunale a cui si sporgevano
le querele e decideva le pene, mentre il capo dell’assemblea
poteva solo dirigere il dibattito e porre domande.
Ciò che favorì l’avvento della monarchia fu,
inoltre, la formazione di compagnie di spedizioni militari
formate da guerrieri fedeli al proprio capo. Il bottino di
guerra apparteneva al capo che lo distribuiva ai suoi fedeli.
I tedeschi profittarono, come profitta ogni civiltà,
della debolezza dell’Impero Romano in decadenza per far sfogare
la loro valvola demografica: essi invasero tutto il territorio
imperiale, s’impadronirono delle terre e i principi le distribuirono
ai loro seguiti fedeli gettando la base della nobiltà
feudale. Ciò porterà alla fine delle varianti
romana e germanica che si fonderanno nella forma terziaria
feudale.
4. Gli slavi, più "germani" o
più "asiatici"?
L’area
che va dall’Altaj al mar Nero era popolata ai tempi degli
antichi greci da una popolazione iranica chiamata Sciti. Essi
si dividevano in lusaziani ad oriente e sarmatici ad occidente
degli Urali.
In Europa dalle montagne greche al Baltico si estende una
vasta pianura in cui le popolazioni nomadi provenienti dall’Asia
confluivano prima di proseguire verso occidente. È
chiaro che con l’affermarsi delle grandi civiltà stanziali
il flusso verso occidente era impedito e molti di questi popoli
si insediarono instaurando un’economia agricola sedentaria,
tra questi a nord dell’Ellesponto, gli Sciti.
È qui che i romani prelevavano gli schiavi seppur in
misura contenuta integrando i principali approvvigionamenti
nelle terre germaniche. Ma è soprattutto nel medioevo
che s’intensificò il prelievo di schiavi in questa
regione ad opera dei mercanti bizantini e occidentali per
venderli agli arabi europei e da qui l’appellativo "schiavo"
derivante dal termine "slavo"!
Le migrazioni di barbari indoeuropei furono accompagnate,
nell’Europa orientale ma anche in grossa misura fino in occidente,
dalle invasioni dei popoli mongoli. I primi mongoli furono
gli Unni che razziarono i territori orientali fino all’Italia,
poi i discendenti tataromongoli, che s’insediarono in gran
parte dei territori russi, gli ultimi, i calmucchi furono
cacciati dai russi e confinati nella Mongolia.
Dopo l’invasione degli unni, gli slavi si mossero verso nord,
sud ed ovest, dove s’insediarono fondando comunità
agrarie. Una volta installati sul territori gli slavi lo mettevano
a coltura, essi instaurarono un sistema produttivo che era
un intermezzo tra forma asiatica e forma germanica: la gerarchia
era di tipo germanico con utilizzo di relative assemblee e
comunità di villaggio, ma queste facevano capo ad una
autorità centrale che ne aveva la rappresentanza verso
l’esterno, riscuoteva i tributi, organizzava l’esercito in
tempi di guerra e i lavori pubblici in tempi di pace, ma le
divisioni territoriali impedivano l’unione completa del popolo.
Spesso l’autorità centrale, come in India, veniva sostituita
da una potenza straniera come Bisanzio oppure popoli provenienti
dall’est che occupando il territorio fondavano potenti regni.
Essi utilizzavano una forma leggera di schiavitù: gli
schiavi, che erano prigionieri di guerra e debitori insolventi,
avevano periodicamente la facoltà di riscattare la
propria libertà e tornare in patria o integrarsi nella
comunità, in caso essi fossero stranieri, oppure di
ritornare come liberi membri della comunità in caso
di debitori insolventi. Da ciò si evince una schiavitù
a tempo determinato prorogabile che lasciava allo schiavo
la facoltà di possedere e accumulare qualche porzione
di ricchezza.
Per difendersi dal giovane potere feudale tedesco, gli slavi
rafforzarono la propria gerarchia militare fondando degli
stati retti da Diete. Il loro territorio si popolò
di fortezze che raggiunsero una densità elevata. In
molti stati le diete erano rette da sacerdoti, le città
erano rette da patriarchi, i capi delle famiglie più
facoltose. In tempi di guerra si chiedeva ad un principe di
organizzare le spedizioni militari. Nel mondo slavo ogni decesso
del maggiore di età di una famiglia di principi garantiva
un passaggio di "carriera" ad un principe che passava
così al comando di un principato di maggiore importanza.
Le cronache slave sono piene di rivendicazioni successorie
di principi che ambivano a mettersi alla testa di migliori
territori. Gli slavi adottavano una democrazia militare, i
membri delle diete erano militari e spesso, come detto, sacerdoti
anche molto influenti e il principe rappresentava il popolo.
I principi si circondavano di guerrieri professionisti che
costituivano il corpo degli ufficiali, la druzina. Diversamente
all’arruolamento in massa del popolo in cui si ricorreva in
tempi di guerra che era gratuito, la druzina veniva pagata
ed era spesso di composizione plurietnica.
Per capire meglio la comunità di villaggio slava è
meglio sapere alcune nozioni della loro agricoltura. Pare
che le terre dell’Europa orientale non fossero propizie all’utilizzo
del vomere di ferro, un ambasciatore di un principe riferì,
in una sua cronaca, che il suo sovrano aveva tentato d’imporlo
perché non gradiva l’eccessiva fatica che la tecnica
agricola usata procurava ai contadini. L’ambasciatore riferiva
nella sua cronaca, però, che questo utensile non dette
dei buoni risultati e i contadini protestarono, il principe
allora lasciò loro la libertà di scegliere il
vomere che più gradivano. Il contadino slavo si costruiva
un vomere con un robusto ramo biforcuto o col tronco di un
albero da cui fuoriuscivano due radici.
L’agricoltura slava presentava svariate alternative: si seminava
due volte l’anno, in primavera e a fine estate e se in maggio
il tempo era piovoso si raccoglieva segale, se era freddo
si raccoglieva grano. Per fertilizzare il terreno a gennaio
si abbattevano alcuni alberi e li si mettevano a seccare,
a marzo/aprile, una volta seccati, si bruciavano e a maggio
si mescolavano le ceneri al terreno.
La società slava si articolava in famiglie allargate,
clan, tribù, villaggi e stati. La famiglia allargata
era una cellula a più nuclei familiari, comprendeva
diverse generazioni, parenti collaterali e affini. Seguiva
il clan, che era la gens slava, poi la tribù di diversi
clan e il villaggio, spesso con diverse tribù. La comunità
di villaggio era la zupa al capo della quale vi era uno zupan,
appellativo che verrà dato poi ai grandi nobili feudali
slavi. In alcune regioni prendeva il nome di kmet, egli si
occupava della giustizia in caso di crimini gravi e riscuoteva
le imposte.
Il diritto penale era competenza della famiglia, del clan,
della tribù o del villaggio a seconda la gravità
ed era ben radicato nella mentalità slava; la giustizia
degli stati nazionali s’imporrà molto lentamente.
La proprietà slava era collettiva per i suoli e familiare
per gli orti, il villaggio era costituito da capanne indipendenti
attorniate da orti familiari circondati dalla terra comunale.
La comunità familiare, la zadruga, era amministrata
da uno starechima scelto per le sue capacità amministrative
e i compiti si ripartivano in base al sesso e ruotavano settimanalmente.
La reducha, donna di turno a casa, badava ai piccoli e preparava
il cibo per tutti. Il capo della famiglia, il domacin, decideva
delle cose di ordinaria amministrazione, mentre il consiglio
di famiglia, che si teneva la sera perché fossero tutti
presenti, decideva sulle questioni di maggior peso come la
compravendita di terra, la richiesta di prestiti, eccetera.
Il domacin poteva essere rimosso in caso che minacciasse l’unità,
l’ordine e la pace familiare e se opponeva resistenza veniva
spesso allontanato dalla comunità. Lo stesso anche
il kmet.
Con l’avvento del feudalesimo le comunità villiche
vennero sottoposte al dominio dei feudatari che riscuotevano
le imposte fondiarie e procuravano oltre che protezione, anche
attrezzature, terreni e mezzi finanziari. Le comunità
furono articolate nei mir, unità amministrative fiscali,
che potevano articolarsi in diversi villaggi ognuno con amministrazione
economica autonoma ma con amministrazione civile e poliziesca
comune.
Quando l’agricoltura slava si svilupperà a pieno, le
forze produttive spazzeranno via le antiche divisioni tribali
e i capi militari autonomi a favore di uno spietato accentramento
statale seguito spesso da veri espropri forzati a scapito
delle primitive comunità.
5. Lo stato "mediterraneo"
Mentre
in oriente e nelle Americhe la vastità e maggiore omogeneità
del territorio spinge le comunità umane a svilupparsi
in maniera poco differenziata e, quindi, più pacifica,
sfavorendo il progresso delle forze produttive, nell’Europa
sud-occidentale e nel bacino del mediterraneo, la complessità
del territorio e le barriere naturali, favoriscono la separazione
e differenziazione dei gruppi umani e la formazione di svariate
etnie che, crescendo, si spingono oltre i primitivi confini,
entrano in contatto e, talvolta, in collisione tra loro.
I conflitti tribali generano oltre che morte, anche la fusione
e la sottomissione di intere tribù ad altre che diventano
così più forti ed estese. Inoltre, anziché
uccidere i nemici vinti, le tribù vittoriose iniziano
ad utilizzarli come schiavi. Questo perché, a differenza
dei territori dove si stanziarono le comunità di tipo
asiatico, la piovosità dei territori europei è
maggiore e ciò favorisce lo sfruttamento di vasti appezzamenti
di terreno, ciò portò il fatto che le operazioni
di lavoro agrario erano smisuratamente maggiori e più
ripetitive ed anche per certi versi più rudimentali,
rispetto ai lavori agricoli dei piccoli appezzamenti asiatici,
era quindi impossibile che la famiglia del latifondista potesse
coltivare da sola tali spropositati terreni come era impossibile,
dato la bassa produttività e quindi la scarsità
degli scambi con relativa scarsità di merci da scambiare,
e delle monete, utilizzare manodopera salariata la quale poteva
ridursi solo a delle mansioni eccezionali e specifiche.
Successivamente le terre furono lottizzate, intere squadre
di schiavi furono assegnati a famiglie. L’invenzione del vomere
tirato da bestie rese possibile la coltivazione di campi molto
più estesi e, di conseguenza, un notevole aumento di
mezzi di sussistenza e la trasformazione di foreste in campi
coltivabili che, prima di allora, senza l’ascia e la vanga
di ferro, non era possibile effettuare su larga scala. Ciò
favorì un rapido incremento della popolazione addensata
su una piccola area.
Fino allo stadio inferiore della barbarie la ricchezza stabile
era consistita quasi unicamente nella casa, nelle vesti, in
rozzi ornamenti, negli strumenti per procacciarsi e preparare
alimenti: canoa, armi e suppellettili domestiche. Gli alimenti
dovevano essere procacciati giorno per giorno. L’addomesticamento
degli animali e l’allevamento di armenti svilupparono una
fonte di ricchezza fino ad allora sconosciuta, per fornire
gli alimenti più ricchi, latte e carne, avendo inoltre
soltanto il bisogno di essere sorvegliati. Tutti i mezzi usati
fino ad allora per procacciarsi da mangiare passarono in secondo
piano: la caccia, ad esempio, passò da necessità
a lusso.
Ma la successione in linea femminile comportava il fatto che
tali ricchezze appartenessero alla gens materna, ciò
era una contraddizione che si faceva più stridente
quanto più cresceva l’importanza di queste risorse
e, conseguentemente, l’importanza sociale delle attività
maschili mentre quelle femminili venivano relegate nelle mura
domestiche e "celate" agli occhi della società.
Alla morte del possessore di armenti, questi sarebbero, quindi,
passati ai suoi fratelli e sorelle e ai figli delle sue sorelle
o ai discendenti delle sorelle della madre, i figli suoi ne
erano però diseredati. Questa contraddizione si risolse
con la monogamia che sancì il concetto, che giunse
successivamente, nel profondo della coscienza dell’uomo, maschio
e femmina che sia, che i figli sono la continuità genetica
dell’individuo, concetto questo che accompagnerà l’umanità
nelle fasi storiche successive trasformando l’interesse per
i propri figli in una vera e propria "ossessione genitiva",
i genitori, cioè, si fanno sorveglianti e custodi della
vita dei propri figli controllandoli con insistenza ed ossessione
per salvaguardarli dai mali della società di classe.
La nuova struttura sociale che emerge da questo processo di
lottizzazione e schiavizzazione genera una spinta propulsiva
alle forze produttive tanto che i beni prodotti, superano
i bisogni principali e l’eccedente può essere scambiato
o consumato da quella parte della popolazione che non deve
lavorare ma ha compiti di dirigenza, la nascente classe schiavista.
Le comunità tribali si gerarchizzano, si suddivide
il lavoro e si formano caste. La casta dei guerrieri, guerrieri
che sono membri delle maggiori famiglie latifondiste, viene
posta al vertice ed ha il compito di proteggere e dirigere
la comunità. Con la crescita della popolazione, dovuta
alla maggiore produttività, la comunità si estende,
la casta dirigente nomina un corpo direttivo con poteri ancora
maggiori, si hanno le prime operazioni amministrative delegate
a personale specializzato. È nata la città-Stato.
Agli scontri tribali si sostituiscono così gli scontri
tra città-Stato organizzate sul lavoro schiavistico
e sul commercio che porterà alla fusione di questi
organismi ed alla formazione delle prime civiltà.
Dopo secoli di lotte, la civiltà che assorbirono e
monopolizzarono la terra del Mediterraneo fu la Grecia ellenista
che venne poi inghiottita dall’Impero Romano.
Questo processo venne accelerato dallo stanziarsi di tribù
ariane in Europa originarie dell’Asia centrale le quali, durante
la loro migrazione, assunsero un assetto sociale atto alla
lottizzazione, e quindi all’appropriazione individuale, dei
beni principali delle famiglie, quali le capanne e parte del
bestiame.
Queste tribù già avevano in origine, nella loro
terra di partenza una struttura sociale predisposta ad assumere
la conformazione che con la migrazione in Europa si accentuerà:
si dividevano, infatti in comunità di villaggio, anche
se le terre e le capanne venivano assegnate a turno ad una
famiglia.
Stanziatesi nell’Europa centrale e meridionale, dando origine
alle civiltà romanica, greca e germanica, fonderanno
città-Stato di contadini uguali e indipendenti, ognuno
proprietario di un lotto di terra, che, con la crescita del
numero delle famiglie e dei componenti di ogni famiglia, e
lo sviluppo dei commerci, si differenzieranno in ricchi e
poveri, questi ultimi non ce la faranno a sfamare se e la
famiglia col frutto della propria terra e s’indebitarono con
i patrizi, i ricchi, fino a giungere alla perdita della proprietà
e quindi della cittadinanza. A questa perdita seguirono la
schiavitù o il cosiddetto "seguito" cioè
alcuni plebei trovarono protezione presso un patrizio che
ne assumeva la rappresentanza nella gestione della cosa pubblica.
LA GRECIA
Il
primo popolo che s’insediò nella penisola balcanica
fu quello miceneo, successivamente gli ioni che si stabilirono
nell’Attica, poi gli eoli nella Grecia meridionale e nel Peloponneso
e infine i dori che occuparono l’Argolide e la Laconia. Sarà
Atene a soggiogare tutte le altre città-stato e a fondare
la nazione greca.
La genesi dello Stato assume la forma più pura in Atene.
Qui il popolo in armi per proteggere se stesso dagli attacchi
esterni, trasformò le istituzioni gentilizie e istituì
nuovi organi, l’apparato di amministrazione venne appropriato
dalle classi detentrici di ricchezza ed usato anche contro
lo stesso popolo per mantenere l’ordine costituito.
Qui la nascita dello stato non segue un grande sconvolgimento
sociale preceduto dalla formazioni di organismi parastatali
perché lo Stato si stabilisce su un "terreno"
vergine, su cui non vi è alcuno Stato ma solo organi
prestatali.
L’aumento della produzione aveva incrementato gli scambi commerciali
e ciò portò alla perdita del controllo dei valori
d’uso dei prodotti. La merce, infatti, è quell’insieme
di prodotti che, venendo scambiati, escono dal controllo del
produttore andando nelle mani dell’acquirente. Questo fenomeno
fece sorgere il famoso dualismo filosofico tra le due massime
visioni del concreto che animarono la disputa filosofica ellenistica:
se cioè la realtà è un continuo divenire,
come suggeriva l’instabilità dovuto allo sviluppo degli
scambi mercantili, o eterna e immutabile, come suggerito dalla
base economica fondata sulla proprietà fondiaria. La
prima visione prenderà il sopravvento solo coll’avvento
dell’industria, nelle teorie di Hegel, questo perché
la produzione su scala industriale consentirà di tramutare
ogni cosa in mercanzia.
Tornando alla formazione dello Stato in Atene vi è
da dire che nell’età eroica, quando le tribù
erano già passate al diritto patriarcale e si contendevano
i territori dell’estremità meridionale della penisola
balcanica, le quattro tribù ateniesi erano ancora separate,
le dodici fratrie che le componevano dimoravano nelle dodici
città di Cecrope. Gli organi erano quelli gentilizi:
assemblea popolare o agorà composta dai maschi adulti
con poteri consultivi sulle decisioni della bulè, il
consiglio popolare, composto prima dai capi delle gentes,
poi dai capi delle famiglie più facoltose, cioè
con maggiori possessi fondiari, che aveva poteri decisionali.
Quest’ultima convocava l’agorà che ne influiva le decisioni
intervenendo ordinatamente con alzata di mano. L’agorà
eleggeva il capo militare, il basileus che aveva anche mansioni
sacerdotali e giudiziarie. Il basileus era in genere il parente
più prossimo del suo predecessore a meno che non si
presentassero valide ragioni per scavalcare la stirpe dei
vecchi capi. Accanto al basileus vi era l’arconte che amministrava
la proprietà comune.
Con la progressiva divisione del lavoro tra agricoltura e
artigianato, commercio e navigazione i componenti delle varie
gentes, fratrie e tribù si mescolarono generando confusione
in quanto chi abitava in un territorio di un raggruppamento
non facendone parte non aveva diritto di partecipare all’amministrazione
del territorio. Ciò era una contraddizione bella e
buona in quanto se un individuo abita in un luogo vuol dire
che i suoi interessi risiedono in quel luogo, ma escludendolo
dalla gestione del territorio da lui abitato egli non può
tutelare i suoi interessi. Questo fenomeno era dovuto al fatto
che le forze produttive erano maturate al punto che sempre
più persone vedevano trasferire i propri interessi
economici al di fuori del proprio gruppo consanguineo, ma
non abbastanza da istituire un’organizzazione amministrativa
che provvedesse ad adattare la gestione del territorio alle
rinnovate esigenze.
La forza dissolutrice del denaro si faceva sempre più
pressante, dappertutto la moneta s’insinuava nella vita quotidiana
favorendo la concentrazione di ricchezza. Nella forma secondaria
il commercio è perfettamente integrale alla proprietà
fondiaria, questa è la base dell’economia e il mercato
fa da sbocco e da collante tra i popoli e nei popoli per i
prodotti eccessivi alle esigenze della comunità.
L’avvento della costituzione attribuita a Teseo definì
gli affari pubblici che dovettero essere di competenza di
un consiglio residente in Atene fondendo le tribù in
un unico popolo. Il cittadino ateniese riceveva dei diritto
non più come membro di un gruppo consanguineo, ma come
abitante di un territorio. Ed è proprio lo spostamento
della base gestionale dalla consanguineità alla territorialità
che sancisce uno e forse il pilastro principale dello Stato,
base che è il riflesso politico della proprietà
fondiaria e commerciale che ha un centro di interessi economici
in un dato territorio. In Atene furono i contrasti sociali
a spingere i pubblici funzionari a fondare la legge scritta
così come i disordini nei momenti più alti degli
scontri tra le varie formazioni sociali comportarono l’avvento
delle tirannidi ordinatrici.
La costituzione di Teseo, inoltre, distinse gli abitanti in
tre classi: i nobili, eupatridi, gli agricoltori o geomori
e gli artigiani o demiurghi. Questa distinzione è un
ulteriore passo verso la dissoluzione delle gentes. Solo i
nobili potevano accedere alle cariche pubbliche. Queste famiglie
di nobili si erano concentrate in una classe privilegiata
che il nascente Stato consacrò.
L’arconte era il capo del governo della classe degli eupatridi,
inizialmente a vita, divenne, poi, carica decennale e il numero
di arconti fu portato a nove: il primo comandava l’amministrazione
civile, il secondo il culto, il terzo l’esercito e gli altri
sei a capo della giustizia.
Nell’epoca tra Teseo e Solone l’ufficio di basileus venne
scavalcato da quello degli arconti eletti dal Senato, l’assemblea
dei nobili e il commercio marittimo attrasse la nobiltà
fondiaria nelle aree urbane ateniesi dove si concentrava la
ricchezza monetaria. I piccoli contadini s’indebitarono perché
non riuscivano a reggere la concorrenza dei vasti latifondi
nobiliari. Nacque l’ipoteca che portò a diverse soluzioni:
* I contadini rimanevano sul terreno come fittavoli versando
i cinque sesti del proprio prodotto;
* Se ciò non soddisfaceva il nobile creditore, il contadino
cedeva tutto il terreno e diveniva nullatenente, lui e la
famiglia e si trasferiva nei sobborghi cittadini a fare lo
straccione;
* Il creditore poteva esigere i figli del contadino come schiavi
o questi poteva venderli al mercato degli schiavi e pagare
il debito col ricavato;
* Se nemmeno ciò soddisfaceva il credito, lo stesso
contadino diveniva schiavo, soluzione, questa che divenne
sempre più diffusa allargando la classe degli schiavi
non solo attraverso i prigionieri di guerra, ma anche con
gli stessi cittadini dello Stato schiavista.
La divisione del lavoro tra i diversi rami di produzione,
agricoltura, artigianato , innumerevoli sottospecie dell’artigianato,
commercio, navigazione, ecc., si era sviluppata con i progressi
dell’industria e dello scambio in maniera sempre più
completa. La popolazione si divideva ora secondo le sue occupazioni
in gruppi abbastanza saldi, ciascuno dei quali aveva una serie
di interessi comuni per i quali non vi era posto alcuno nella
gens e nella fratria, e che rendevano necessari nuovi uffici
per la loro cura. Il numero degli schiavi era notevolmente
aumentato e doveva aver superato di molto quello degli ateniesi
liberi.
Sorsero così nuovi uffici di ogni genere per la tutela
dei moltiplicati interessi, furono istituite le cosiddette
naucrarie, piccoli distretti territoriali di dodici per tribù,
ognuna doveva fornire ed equipaggiare una nave da guerra più
due cavalieri.
Nel 594 a.c. Solone ebbe pieni poteri per intervenire nei
gravi conflitti sociali in Atene. Egli legiferò in
favore dei debitori: invalidò gran parte dei debiti,
estinse i cippi ipotecari, fece rimpatriare e liberare molte
vittime di schiavitù per debiti, pose limiti alla proprietà
fondiaria e limitò decisamente molti privilegi nobiliari.
Introdusse, inoltre la libertà di testare per chi non
aveva figli. In seguito fu proibita la garanzia personale
del debitore.
Successivamente il consiglio fu portato a 400 membri, cento
per tribù, i cittadini furono divisi in quattro classi
in base al reddito; gli uffici pubblici più alti come
l’arcontato potevano essere occupati dai membri della prima
classe, gli altri come quello di giudice anche dai membri
della seconda e terza classe, la quarta aveva solo il diritto
d’intervento e di voto nell’assemblea popolare. Inoltre i
membri delle due prime classi fornivano la cavalleria, la
terza la fanteria pesante e la quarta la fanteria leggera.
Ma la commisurazione dei diritti politici in base al patrimonio
e alla classe di appartenenza vale solo per la nascita di
uno stato di classe e non è indispensabile, dopo la
fase giovanile lo Stato perde questo suo elitarismo ed diviene
aperto a tutti i cittadini di tutti i redditi e di tutte le
classi sociali, anzi, con il suo invecchiamento, esso è
sempre più composto da elementi delle classi inferiori
venduti agli interessi delle classi dominanti e solo in alcune
fasi la classe al potere intrufola i propri componenti nella
propria macchina statale per dei fini particolari. Anche ad
Atene l’elitarismo statale fu una fase transitoria; successivamente
i pubblici uffici divennero accessibili a tutti i cittadini
liberi.
Successivamente Clistene divise l’Attica in cento demi ognuno
eleggeva un capo, il democrate, il tesoriere e trenta giudici
per le controversie minori e i loro sacerdoti, l’organo deliberativo
era l’assemblea dei demoti. Dieci demi formavano una tribù
locale, una mera divisione territoriale che eleggeva il filarco,
comandante di fanteria e lo stratega, comandante delle truppe
reclutate nel territorio tribale. La tribù locale forniva,
inoltre, cinque navi da guerra con equipaggio ed eleggeva
50 consiglieri del consiglio di Stato ad Atene.
Lo Stato ateniese era, quindi, composto da un consiglio dei
500 membri delle dieci tribù locali, dall’assemblea
popolare a democrazia diretta a suffragio maschile adulto
e gli arconti e funzionari occupanti i vari rami dell’amministrazione
statale. A questo punto lo Stato aveva del tutto sostituito
le istituzioni gentilizie che avevano adesso mera funzione
religiosa e di sodalizi privati che si tramandarono ancora
per molto tempo.
La gendarmeria ateniese era composto da schiavi che facevano
da arcieri appiedati e a cavallo, nessun libero cittadino
era disposto a fare lo sbirro perché era visto un mestiere
troppo degradante! Ciò dimostra che lo Stato ancora
giovinetto non aveva ancora la forza morale per far gradire
l’istituzione di polizia ai suoi sudditi.
L’altra importante città-stato greca era Sparta. La
società spartana aveva una struttura complessa e stratificata:
alla base vi erano gli iloti che erano gli schiavi, sorvegliati
da reparti segreti di spartiati, liberi cittadini sopra i
perieci, abitanti dei territori confinanti sottomessi che
godevano dei diritti civili ma non politici ed avevano l’obbligo
di milizia in tempo di guerra.
Agli iloti veniva dichiarata ogni anno una guerra simbolica,
retaggio evidente della lotta che aveva portato alla loro
sottomissione. Essi non potevano alienare la terra e dovevano
consegnare metà del raccolto.
Gli spartiati erano i cittadini, costituivano l’assemblea
popolare e l’esercito permanente, erano divisi per età
in tre file: i giovani educati da maestri governativi; coloro
che avevano tra i venti e i trent’anni che vivevano in comunità
militari e gli anziani coloro con oltre trent’anni che conducevano
vita comunitaria.
Gli organi statali erano l’apella, l’assemblea popolare che
eleggeva cinque supervisori, gli efori; la gherusia, consiglio
di 28 anziani che era l’organo consultivo dei due capi dell’esercito,
i diarchi, probabilmente i capi militari della precedente
federazione tribale; i quadri sotto i diarchi erano i cinque
lochi.
Qualche
spunto bibliografico:
-
K. Marx, Il Capitale;
- K. Marx, India, Cina e Russia.
- K. Marx, Sistemi precedenti la forma capitalistica;
- F. Engels, L’AntiDuhring;
- L’ORIGINE DELLA FAMIGLIA, DELLA PROPRIETA’ PRIVATA E DELLO
STATO, F. ENGELS;
- INDIA, CINA E RUSSIA, K. MARX;
- ELEANOR VON ERDBERG CONTEN, L’ANTICA CINA, EDITRICE PRIMATO
ROMA;
- WILFRIED WESTPHAL, GLI INCA, SURGARCA EDIZIONI;
- HEINZE MODE, L’ANTICA INDIA, EDITRICE PRIMATO ROMA;
- FRANCIS CONTE, GLI SLAVI, EINAUDI EDITORE;
- L. M. GUMILEV, GLI UNNI, EINAUDI EDITORE;
- G. SCOTTI. ZINGARO, CHI SEI?, FERRARO;
- B. NICOLINI, FAMIGLIA ZINGARA, MORCELLIANA;
- F. GABRIELLI, LINEAMENTI DELLA CIVILTA’ ARABO-ISLAMICA,
EDIZIONI RAI.
Giuseppe
Bizzarro 2002
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