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I nervi del potere

Dai villaggi tribali al villaggio globale

Una necessaria premessa

Questo testo non ha alcuna pretesa d’essere un trattato scientifico. Seppure esso tratta di un argomento alquanto problematico e complesso, oggetto di analisi scientifiche di non poco conto, esso appunto per questa ragione, non osa, vista la bassezza dell’autore, essere all’altezza, né tampoco di elevarsi sulle altitudini delle vette, dell’analisi scientifica! Esso vuol invece essere un testo amatoriale, redatto da un disoccupato nel suo tempo libero tra una ricerca di un lavoro stabile ed un’altra (il sottoscritto potrebbe scrivere un vero trattato scientifico sull’argomento!), un disoccupato che ha la sventurata passione di leggere e scrivere. Un testo dicevo, che vuol essere uno "spunto di riflessione", un opinionario personale, una scarrellata ed un’esposizione alquanto sistematica delle mie opinioni personali sull’argomento, non certo immune da errori, ma che potrebbe essere una proposta tesa verso gli esperti del settore e verso i "profani": verso i primi per approfondire, esporre, confermare o negare le affermazioni qui contenute; verso i "profani" perché il presente testo potrebbe essere un’idea di una presentazione organica di un argomento complesso, uno stile divulgativo, uno schema di pensiero.
Alla fine del testo sono esposti dei riferimenti bibliografici che non vogliono affatto significare che il presente sia frutto di una ricerca approfondita, tutt’altro..., essi servono solo per indicare degli spunti di approfondimento per coloro che, per coraggiosa imperizia, si sono avventurati fino alla fine di questo libro (complimenti!) ed hanno ancora il fegato e lo stomaco di sentirsi interessati all’argomento qui trattato tanto (dei veri eroi!) da volerne approfondire alcuni punti! Bene, allora ho ben pensato di avere un dovere altissimo verso costoro che mi hanno seguito sino in fondo ed ho così esposto alcune delle mie letture che mi hanno ispirato alla stesura di questo scritto!
Arrivati sin qui, comunque, vi auguro buona lettura, sperando sia di vostro gradimento, con tutte le sue pecche! E mi raccomando: diffidate delle affermazioni qui riportate! La diffidenza assieme alla curiosità è la rampa di lancio da cui può svilupparsi uno spirito critico che spinge alle opportune verifiche ed approfondimenti che aiutano lo sviluppo intellettuale dell’Uomo!

Caserta, 18 settembre 2002

Giuseppe Bizzarro

 

I nervi del potere

Introduzione: le basi organizzative della specie umana

Le varie specie di viventi che popolano il pianeta Terra adottano per la propria conservazione svariate strategie; così troviamo la tartaruga col suo guscio, l’aquila con le sue planate, il castoro che costruisce la propria tana, gli uccelli migratori che intraprendono viaggi di lunghezza spesso enorme pur di non affrontare i rigori invernali, i carnivori con le loro terrificanti zanne, ecc... Tutte strategie di sopravvivenza volte alla conservazione della specie. La nostra specie ha adottato, dopo l’era delle arrampicate sugli alberi delle foreste africane, una peculiare strategia che le ha conferito la capacità di modellare il mondo a suo uso e consumo, sconfiggendo i suoi nemici e superando tutte le barriere che si frapponevano alla sua affermazione: il lavoro, la capacità di costruire utensili sempre più raffinati e di accumulare la memoria di tale tecnica per perfezionarla!
La costruzione di utensili e manufatti di vario genere pretende l’articolarsi di diverse fasi di lavorazione, dalla raccolta del materiale necessario all’utilizzo tutto deve svolgersi prima che nella materia, nel cervello del costruttore e quanto più sofisticati sono tali manufatti più articolata sarà la relativa realizzazione. Questa lavorazione necessita, pertanto, di una certa pianificazione, coordinazione delle attività, programmazione delle cose e del lavoro che necessita, in una parola, quindi, di un’amministrazione!
Ora l’amministrazione delle cose da fare si articola in dipendenza di quante sono le cose da fare, così per i primi manufatti, quando gli australopiteci finirono di arrampicarsi sugli alberi per rifugiarsi nelle caverne essa doveva essere, per la grettezza delle lavorazioni, celata dalla stessa attività di lavoro, nel senso che si amministrava facendo, lavorando, lo stesso costruttore pianificava il proprio lavoro e la specializzazione e divisione del lavoro era quasi assente.
Con la crescita dei bisogni crebbe anche il cervello dei produttori e la capacità di lavorare la materia naturale la quale, nata probabilmente per difesa da predatori e quindi per mera conservazione, dovette accrescersi ed indirizzarsi alla soddisfazione di moltiplicate esigenze. Nacquero le prime divisioni del lavoro e, con ciò, l’amministrazione veniva delegata ad un numero relativamente sempre più ristretto ed in termini assoluti più ampio d’individui dividendosi dal lavoro manuale. Poi, per motivi prima genetici e poi patrimoniali, nacque la gens esogama, e con essa i relativi capi e consigli di capi. L’amministrazione umana giungeva così ad articolarsi in veri e propri organi ad essa preposti, essa diveniva anche un processo complesso, nel senso che all’amministrazione operativa, rivolta al lavoro vero e proprio, si aggiungeva anche l’amministrazione mediata ossia l’amministrare gli organi di amministrazione.
Con la crescita delle comunità il lavoro si suddivideva ulteriormente fino a giungere alla formazione di "gruppi sociali" con diversa posizione sociale sia nella fase di produzione di ricchezza che in quella di distribuzione. Questi gruppi si possono distinguere in due contingenti principali, quelli che i marxisti definiscono "classi sociali": troviamo una prima classe che possiede la ricchezza ed una seconda che, con l’ausilio dei mezzi messi a disposizione della prima classe, esegue quelle che si potrebbero definire le procedure manuali di produzione della ricchezza sociale.
I gruppi sociali in cui si suddivide la società umana una volta fatto il suo ingresso nella storia, sono diversi a seconda della prospettiva in cui la stessa società può essere vista, così troviamo una suddivisione "orizzontale" che rappresenterebbe la gerarchia sociale ed una suddivisione verticale che ci presenta i "settori" di interesse di uno specifico gruppo sociale. Se sovrapponiamo queste due suddivisioni abbiamo una vera e propria "griglia" le cui righe sono le famose, e secondo alcuni famigerate, classi, e le colonne sarebbero i settori sociali. Questa griglia raggiunge il massimo sviluppo nell’era odierna con una più spinta specializzazione del lavoro (le classi capitalistiche e lavoratrici da una parte, i settori agrario, industriali, finanziario eccetera dall’altra), e permette una gestione sociale che varia a seconda la fase storica e la congiuntura economica che una comunità sta attraversando: una gestione "classista" ossia l’organizzazione di schieramenti politici che fanno capo a determinate classi sociali, basti pensare, come esempi della società moderna, ai partiti dei latifondisti, i partiti operai, soprattutto quelli d’ispirazione marxista, ed una gestione corporativista come quella dei partiti nazionalsocialisti e fascisti, ossia il coinvolgimento dei membri di una comunità nelle esigenze del proprio settore per l’interesse della comunità, che nell’esempio del fascismo, dell’età contemporanea, sarebbe la nazione.
Ma, cosa più importante di questa griglia sociale, è notare che il potere di gestire e disporre delle ricchezze per i fini della vita comunitaria, non è uniformemente distribuito: esistono dei gruppi più potenti di altri che spesso, avendo affinità di interessi con altri gruppi potenti, creano dei veri e propri "fronti" di potere che di fatto mandano avanti la società; seppure teoricamente nessuno viene mai esautorato completamente del potere gestionale (anche il più umile schiavo ha un minimo di potere nel gestire il proprio lavoro), in pratica la comunità viene comandata da chi detiene più potere dispositivo e questo potere si concentra soprattutto negli strati alti della griglia sociale, nelle "classi" che detengono una forma di diritto proprietario sulle ricchezze. Pertanto, se lo stato è un organo comunitario, che rappresenta tutti e tutela l’ordine pubblico nell’interesse di tutta la società, è anche vero che in una società in cui, per forza di cose, il potere non può essere equamente distribuito, sia la gestione e sia gli interessi non riguardano tutti nello stesso modo, sia per una diversa facoltà di intervento nella gestione sociale e sia per una diversa quantità e qualità di interessi, ma soprattutto in base a quanto e cosa abbia ciascuno da perdere e da acquisire dalla società in questione.
Da un punto di vista economico questa suddivisione genera un crescente contrasto di interessi, ma anche forme di cooperazione, all’interno della comunità: i frutti della produzione finiscono nelle mani dei possessori della ricchezza e dei fattori produttivi e questi li distribuiscono a loro volta ai produttori. Questi ultimi si vedono dipendere dai possidenti e, per tutelare i propri interessi consistenti nel ricevere quanto più al minor sacrificio, specie nei periodi di crisi e carestia, devono lottare contro di essi. La comunità si vede così lacerata da conflitti intestini, vede accrescere anche il numero di inoccupati e nullatenenti che spesso per vivere devono rapinare. La gestione sociale da diretta diviene mediata, una classe si fa portatrice e amministratrice delle risorse, paladina dell’ordine costituito e della forma di proprietà che la rende tale, il soddisfacimento dei bisogni collettivi viene mediato e subordinato alla tutela degli interessi della classe dominante.
Tutto ciò fa nascere l’esigenza di un controllo e una difesa non più solo dall’esterno ma anche dall’interno, nasce lo Stato oppure, si potrebbe dire, la classe possidente si appropria delle funzioni amministrative imponendo la propria amministrazione con la forza attraverso quell’organo d’imposizione che è lo Stato!
La parola "Stato" può essere intesa sotto più aspetti: così come la società può essere concepita da un lato come tipo di società ed esistono, pertanto, nella storia umana, diverse società, quali la feudale, la capitalistica eccetera, e dall’altro come società umana in generale e, in tal caso, esiste una società che si evolve nella storia attraversando varie fasi in cui assume diverse forme, così lo Stato può essere definito in un senso di continuità come ente politico che si è evoluto nel tempo, e nel senso di discontinuità, come Stato schiavista, asiatico eccetera. Ma la cosa fondamentale è cogliere gli aspetti attinenti la funzione di questo organo sociale: esso ha la funzione di amministrare con la forza, esso è dotato di un apparato di gendarmeria atto alla difesa di se stesso e dell’ordine sociale costituito, esso è sì un ufficio di amministrazione gestito dalla classe possidente, ma un ufficio circondato di guardie armate. Lo stato è l’organo amministrativo che amministra spesso con l’ausilio della violenza in quanto non perfettamente capace di soddisfare i bisogni di tutti. Tale appendice armata si accresce soprattutto nei periodi di forte crisi sociale, quando il soddisfacimento dei bisogni collettivi diviene sempre più arduo e difficile. Un modo ricorrente con cui uno stato persegue gli scopi di coordinamento sociale nelle società che utilizzano tale organo è, infatti, la coercizione, lo stato gendarme è, quindi, il modo di presentarsi dell’organo di coordinazione di una società con quella divisione del lavoro sociale così spinta che un marxista definirebbe "società classista".
L’élite che s’impadronisce delle redini sociali e distrugge la vecchia classe dirigente, deve però distruggere i vecchi apparati di coordinazione e controllo sociale. Ecco, che lo stato non deve essere inteso come un ente materiale che vede l’alternarsi dei suoi gestori, ma come una categoria che esiste per conservare il costituito ordine. Ogni classe rivoluzionaria non ha rinnovato lo stato nel senso che lo ha ristrutturato, ma nel senso che lo ha violentemente distrutto e ricostruito per le proprie esigenze.
Lo Stato è spinto e gestito da una sorta di sintesi, di compromesso tra gli interessi preponderanti delle élite dominanti, suddivise in frazioni in lotta tra loro. Esso agisce anche contro elementi della classe al potere, spesso sacrificandoli per l’ordine sociale. Lo Stato agisce anche a tutela degli individui umani, basti pensare alle legislazioni contro l’omicidio e per la tutela della salute pubblica, ma questi provvedimenti, oltre al fatto che spesso si tratta di fenomeni provocati direttamente o indirettamente da un determinato tipo di società, nascono anche per l’esigenza di mitigare gli effetti dei contrasti sociale e, quindi, tutelare l’ordine!
Una volta sorto sulle ceneri della vetusta comunità gentilizia, il primo "modello" di Stato si evolve in svariate sfumature a seconda delle caratteristiche della comunità a cui fa capo che dipendono a loro volta da fattori climatici, territoriali, eccetera. Tutte queste sfumature fanno capo a distinti modi di produrre e, dopo la primitiva economia tribale, la forma secondaria di produzione si suddivide, grosso modo, in tre varianti di cui una, quella romana, vedrà il sorgere di istituzioni parastatali quali le prime comunità cristiane e il governo germanico che crescendo con l’indebolimento dello stato romano, s’impadroniranno dei vecchi apparati amministrativi, distruggendoli e sostituendo ad essi i propri, riformando l’amministrazione in un nuovo apparato statale, lo Stato feudale. Questo mentre il Celeste Impero Cinese vedrà sorgere, come accadde ad esempio nella Inghilterra ai tempi di Cromwell, nel seno stesso del vecchio apparato statale, le nuove istituzioni parastatali.
Così lo Stato feudale vedrà le sue relative istituzioni parastatali di lotta prima nei Comuni, poi nei club della Francia rivoluzionaria e nel congresso dei coloni nordamericani per la fondazione degli Stati Unita d’America. Le istituzioni parastatali sorgono, quindi, prima per difesa dal logorio del sistema vigente, poi per la lotta di attacco, per poi divenire organi amministrativi del nuovo stato.
Lo stato è il nodo politico dell’amministrazione sociale, man mano che un’organizzazione s’impadronisce del controllo di un territorio scacciando lo Stato preesistente, diviene essa stessa Stato e, se portatrice di un nuovo modello sociale, Stato rivoluzionario, Stato atto a sciogliere i rimasugli dei vecchi rapporti sociali liberando i nuovi. Di estrema importanza è poi la tendenza accrescitiva dell’amministrazione sociale: il suo influsso e controllo, pur ricevendo dei sobbalzi all’indietro, tende ad ampliare la sua sfera di influenza sia in estensione che in intensità. Questo perché il motore della storia di una specie è la sua spinta vitale alla crescita, all’aumento demografico, alla volontà di potenza dei geni, all’ossessione "tipografica" del D.N.A. di modellare il mondo inorganico forgiando le sue innumerevoli repliche. Ciò consente e costringe ad una gestione, appunto, sempre più ampia ed intensa delle risorse, fino a giungere, oggi, a quel processo di ampliamento, su scala mondiale, chiamato "mondializzazione"!
Si vuole qui dare un panorama dell’evoluzione dello stato nelle varie forme produttive e nelle fasi di tali forme. Ma per scarsità di mezzi, si faranno solo degli accenni alle forme di stato preborghese mentre ci si soffermerà più a lungo sullo stato borghese e capitalistico in quanto, malgrado sia il più complesso come la relativa società, è quello in cui noi attualmente viviamo!
Si daranno anche degli stimoli ad ulteriori approfondimenti laddove non vi è la possibilità di esporre delle nozioni con certezza scientifica e si brancola, quindi, con qualche ipotesi quanto più verosimile sia e si daranno anche dei cenni alla vita quotidiana e le tecniche di lavoro di popoli ed epoche un po’ perché lo Stato da questi fattori dipende, un po’ per sopperire la mancanza di dati più attinenti l’amministrazione in sé dando elementi che possano renderne un’idea seppur vaga.


A) L’amministrazione tribale

1. La comunità gentilizia

Dalla sua affermazione sulla crosta terrestre la specie Umana si è organizzata in diversi assetti sociali, dapprima in branchi che avevano una funzione di difesa dai predatori e di procacciamento di alimenti, successivamente in tribù, comunità primitive che avevano lo scopo di produzione e distribuzione dei primi manufatti che servivano al soddisfacimento dei primitivi bisogni umani.
I primitivi branchi umani erano certo composti da un numero variabile di individui, magari nei più numerosi vi era un maschio dominante così come lo si riscontra nelle società di alcuni ceppi di scimpanzé. L’innalzamento della barriera montagnosa della catena dei Mitumba impedì ai venti continentali caldi e ricchi di semi degli alberi tropicali di giungere nelle distese della Tanzania, del Kenya e del Mozambico. Ciò provocò l’accesso dei soli venti freddi del sud e carichi di salsedine marina che impedì la crescita di nuovi alberi tropicali in queste regioni e distrusse gran parte di quelli esistenti. Il paesaggio che ne uscì fuori non era il più consolante per dei primati arboricoli: di alberi di alto fusto, che erano stati la principale difesa contro i predatori, ve ne erano ben pochi.
Sguarniti della protezione arborea, le povere scimmie che ebbero la sventura di trovarsi al lato est dei Mitumba, furono predati ferocemente, solo i più abili sul terreno si salvarono. S’innescò, così, il meccanismo spietato della selezione che portò all’adattamento dei nostri progenitori alla vita pedestre.
Nelle società dei primati la gelosia dei maschi impedisce lo sviluppo di formazioni sociali superiori al nucleo familiare. È probabile che nella fase di passaggio dalla vita arboricola a quella pedestre, tra i maschi dominanti dei branchi più numerosi assieme anche a quelli dei branchi più piccoli magari composti da un nucleo familiare, il maschio, la sua compagna e la prole, siano sorte, per lottare contro i predatori, delle alleanze sancite dallo scambio delle rispettive compagne. Così facendo sarebbe nato il primitivo matrimonio di gruppo.
Con queste alleanze, i primitivi avrebbero iniziato la costruzione di clave, lance ed armi sempre più perfezionate e micidiali che consentirono la vittoria sui predatori. Successivamente, queste armi, furono impiegate per la caccia, che si aggiunse alla raccolta di vegetali; i selvaggi uomini da preda divennero predatori!
Col perfezionarsi della costruzione di armi ed arnesi, questi vennero impiegati anche per la caccia acquatica, consentendo la pesca. Così, seguendo il corso dei fiumi, la nostra specie invase la superficie del pianeta suddividendosi in svariate razze e tribù e mantenendo la forma di associazione acquisita per la sua sopravvivenza che ora serviva alla produzione di manufatti destinati al soddisfacimento di bisogni ormai accresciutisi.
I ritrovamenti archeologici testimoniano il continuo perfezionamento del lavoro sociale nel costruire armi da caccia, ciotole di legno e argilla, arnesi per cuocere cibi ecc., tutte attività che necessitano di coesione sociale , organizzazione ed una cultura (e quindi un linguaggio) alquanto articolata.
Il matrimonio di gruppo nelle piccole comunità tribali comporta un’alta percentuale d’incesti che possono comportare alcuni inconvenienti genetici quali trasmissioni di malattie ereditarie e difetti genetici e scarsa differenziazione. Con l’avvicendarsi delle generazioni è evidente che le comunità abbiano cominciato a porre degli ostacoli allo sviluppo di questi inconvenienti regolando i rapporti riproduttivi. Il primo rapporto proibito fu quello tra fratelli e sorelle e questa separazione, sulla base della linea materna secondo la quale i figli erano della sola madre, nacquero le gentes matriarcali.
I membri delle suddette gentes potevano accoppiarsi con quelli di altre ma non con quelli della propria, così essendo ognuno membro della gens materna vi era maggior sicurezza che si evitassero rapporti altamente incestuosi. I meccanismi biologici che comportano il rafforzamento genetico degli individui nati da genitori quanto meno imparentati è possibile, non sono molto noti ma pare, comunque, abbastanza dimostrato che individui nascenti da incroci siano più forti.
Rafforzate geneticamente, le tribù gentilizie conquistarono il mondo portando la gens in tutti gli angoli del pianeta come nuova unità sociale.
Escludendo ulteriori livelli d’incesto si arriva alla famiglia di coppia, caratterizzata dal fatto che un uomo e una donna si uniscono in una sorta di matrimonio, ma l’unione è larga e spontanea, non comprende gelosie e, soprattutto, può sciogliersi spontaneamente senza alcuna formalità.
All’interno delle tribù si realizza una organica distinzione dei ruoli sociali a seconda delle condizioni fisiche e, quindi, delle abilità: le donne si dedicano alla raccolta e alla custodia dei bambini, gli uomini alla caccia, alla pesca e, in seguito alla pastorizia e alle prime forme di agricoltura. I giovani apprendono gli adulti educano, gli anziani consigliano e il capo, spesso scelto tra i più valorosi o dai più anziani, qualcuno, che, insomma abbia le carte in regola per fare da coordinatore, decide il da farsi, ma non senza essere sicuro di fare gli interessi della comunità.
Con l’avvento della gens nasce il primo embrione di nucleo amministrativo, questo perché suddividendo la comunità in due, in quanto le gentes dovevano per forza di cose essere almeno due, e successivamente, con l’incremento dei membri, più "sezioni", nasceva il bisogno di coordinare le attività che precedentemente si svolgevano spontaneamente e si amministravano svolgendosi. La gens elegge un capo, il sachem degli Irochesi, il kuning dei germani, il rex dei romani e l’arconte dei greci, che può essere revocato in qualsiasi momento, veni va eletto dall’assemblea della gens composta da tutti i membri. Vi era anche un capo militare che comandava le spedizioni di guerra contro le altre tribù. Le decisioni venivano prese in modo per noi molto singolare: con i mormorii per il no e con le acclamazioni per il sì, forse è in questa fase storica che viene inventato l’applauso! La gens ha un fondo territoriale comune in cui vi sono i luoghi sacri e le tombe dei membri defunti. Tra i membri della gens vi era il senso di unità: ogni offesa arrecata ad un componente era rivolta a tutta la gens e tutti i membri reclamavano o la vendetta o il guidrigildo, l’ammenda di espiazione. L’alternativa tra ammenda o vendetta veniva decisa in assemblea ed era irrevocabile.
Con la gemmazione della gens, dovuta alla crescita della comunità, le gens figlie si riuniscono in fratrie, le fratrie compongono la tribù. Queste avevano una loro assemblea, il consiglio di tribù, composta dai capi delle gentes che decidevano, ma alla presenza di tutti che indirizzavano la decisione. Il consiglio di tribù insediava i capi gentes e i rispettivi capi militari, in quanto questi venivano sì eletti dalla gens, ma dovevano essere confermati dalle altre gentes, e poteva revocarli anche contro la volontà della gens, decideva sugli affari comuni, soprattutto nei rapporti con tribù straniere. In linea di principio la tribù era in stato di guerra con tutte le tribù con cui non aveva concluso un trattato di pace.
Le comunità tribali stanziate su un territorio si moltiplicano o per gemmazione, quando una tribù, troppo grande si divide, o per immigrazione di altri popoli. Entrate in contatto tra loro e raggiunto un certo livello delle forze produttive, le tribù si uniscono in organizzazioni sociali più ampie.
Le cause che spingono all’unione e alla federazione delle tribù in organismi più vasti e complessi che richiedono modalità di gestione, coordinazione e controllo più perfezionati, sono diverse a seconda della regione, del popolo e, pertanto dalle circostanze storiche che si vedranno in seguito: difesa da nemici esterni, realizzazione di opere di sfruttamento delle risorse, sottomissione e inglobazione di comunità più deboli militarmente ad opera di una più forte, eccetera.
Le tribù che si univano, davano luogo ad una federazione di tribù con propri organi che rispecchiavano quelli della tribù: un consiglio federale, composto dai capogentes, che insediava i suoi membri e decideva alla presenza del popolo. In genere le decisioni venivano prese all’unanimità, non molto difficile da raggiungere visto che gli antagonismi tra i diversi interessi erano minimi se non assenti.
Con l’imponente aumento di ricchezze prodotte, s’insinuò nella gens ciò che portò al suo dissolvimento: il patriarcato e la proprietà privata che resero necessario l’ausilio della forza non solo a difesa, ma anche contro lo stesso popolo, forza coordinata da quel nucleo amministrativo che fa uso della forza per imporre al volontà della costituita classe dominante perché non capace di soddisfare gli interessi globali, di raggiungere l’unanimità: lo Stato.

 

I POPOLI NOMADI DELLE STEPPE ASIATICHE

L’emigrazione dal sud est africano iniziata 100.000 anni or sono portò i nostri progenitori a spargersi su quasi tutta la crosta terrestre e molte tribù s’insediarono lungo i bacini idrici di zone temperate inaugurando le prime civiltà stanziali. Da questo processo di sedentarizzazione rimasero escluse tutte le tribù nomadi delle fasce continentali. Ora una volta che le civiltà agrarie furono "sature" ossia dal momento in cui la crescita delle risorse seguiva a filo di ruota la crescita demografica, esse non potevano più accogliere sul proprio territorio altre tribù straniere le quali, ormai fuori dai territorio agricoli, si dedicarono alle più disparate attività: quelle situate lungo territorio di collegamento tra grandi civiltà si dettero al commercio come i tuareg o tutte quelle popolazioni tra la Cina, l’India e Roma, quelli situati in territori propizi all’allevamento si specializzarono quasi esclusivamente a tale attività dandosi un’organizzazione militare per la difesa degli armenti, come gli alani, gli zingari ed altre. Ma tra queste tribù, che tutte erano bene o male pastorizie, ve ne erano alcune che, rimasugli dei rimasugli, furono emarginate in territori ostili come le steppe asiatiche. Queste, trovatesi in territori di tale ostilità, non poterono fare altro che darsi alle razzie e a questo scopo si dettero un’organizzazione altamente militarizzata.
I nomadi si portavano in primavera sulle sedi estive dei monti dove pascolavano gli armenti e in autunno scendevano nella steppa. Tra questi nomadi vi era un insieme di popoli che raccolse con se parti di popoli anche più civili reietti ed esclusi dai loro territori per vari motivi e che trovarono accoglienza e solidarietà in un popolo di emarginati che si andava formando, gli Unni.
Crescendo , gli Unni ampliarono le loro scorribande e per questo divennero sempre più militarizzati, all’interno del loro ordinamento sparirono i legami consanguinei e i maschi presero il sopravvento, così le donne, assieme agli armenti e i beni, venivano ereditate, le cognate ai fratelli del defunto e le matrigne ai figli. Essi si organizzarono in una aristocrazia militare governata dagli anziani dei clan patriarcali basati sulla milizia popolare. Presso le tribù pastorali nomadi la comunità è sempre unita nel lavoro, è una società di compagni di strada, la carovana, l’orda, e le forme di subordinazione si sviluppano dalle condizioni di questo genere di vita, si forma un embrione di Stato, in ogni società di questo tipo esistono fin dall’inizio certi interessi sociali, la cui protezione conviene affidare a particolari membri, sia pure sotto il controllo della società. Essi sono investiti di certi poteri inappellabili e rappresentano l’embrione del potere statale.
Gli unni erano divisi in 24 clan, a capo dei clan vi erano 24 anziani e capo di tutti vi era lo Shan Yu, "il più grande". Gli anziani comandavano ognuno una compagnia d’armati. Lo Shan Yu era a capo del culto del Sole e della Luna. Ma i clan non erano pari tra loro, tra essi si distinguevano quelli nobili da cui provenivano gli anziani, dal clan Siui-pu, per esempio, veniva nominato il giudice supremo. Il clan dello Shan Yu non era, però, tra i clan nobili, esso era il Clan chiamato Si Liuan-ti e lo Shan Yu poteva prendere le sue mogli solo da questo clan. Ai tempi della fondazione del primo regno unno, sotto lo Shan Yun Mao-tun, i clan nobili erano tre: Huyang, Lan e Siui-pu, da quest’ultimo, come sopra detto, proveniva il giudice supremo.
I funzionari erano ordinati in gradi, ma la rispettiva funzione, oltre che variare col tempo, non è ben conosciuta; al primo grado vi erano i principi dei clan o gli anziani che erano i capi ordinari, distinti dai capi di guerra nominati per le spedizioni militari, al secondo i principi "minori" detti lu-li, al terzo i generalissimi, al quarto i tuyu e al quinto i tang-hu. Tutti questi funzionari erano addetti ad ogni clan ma provenivano dal clan dello Shan Yu e ricevevano l’ufficio in base alla parentela con questo. Era questa l’aristocrazia di sangue, che aveva scopo solo di riscuotere l’autorità necessaria a tenere compatto il popolo, ad essa si affiancavano i veri funzionari, l’aristocrazia del talento, erano i funzionari detti aiutanti, ma in realtà erano essi a svolgere tutto il lavoro amministrativo e rispondevano non ai clan ma al "governo centrale". Tutti i funzionari avevano una propria compagnia armata il cui numero di membri dipendeva dal grado.
Il diritto degli unni si basava sulla disciplina militare e le pene corporali, data la scarsità di ricchezze. Per i piccoli reati si praticavano tagli sulla faccia, per il furto venivano confiscati, oltre agli averi, anche i familiari e per l’insubordinazione, ovviamente, la decapitazione.
A differenza di quanto si creda, gli unni non combattevano corpo a corpo, essi utilizzavano le frecce tirate con l’arco per intimorire i nemici e li circondavano per tanto tempo che questi, stremati, cadevano per il sonno, venivano, quindi, legati e fatti schiavi. Spesso gli unni effettuavano una finta ritirata per poi tendere un’imboscata. I cavalieri unni, si disperdevano davanti ai nemici, per poi riunirsi e continuare la lotta con abilità inaudita.
Sotto Mao-tun gli unni riuscirono a fondare un regno che era in realtà un territorio su cui pascolare il bestiame su cui riuscirono ad avere una sorta di "esclusiva". Le entrate per mantenere i funzionari provenivano dai tributi imposti ai popoli soggetti e dalle prede di guerra.
Dopo alterne vicende col vicino cinese, il regno unno si suddivise in due tronconi, a sud il cui territori era più propizio all’agricoltura, si attuò un processo di "cinesizzazione", a nord, nel pieno delle impervie steppe, esso si andò sempre più militarizzandosi. Durante questa crisi e decadenza del regno unno, quando era sulla via della scissione, si formarono nel suo seno due partiti, quello dei Vecchi Unni del nord, conservatori e continuatori delle vecchie glorie del popolo e quello filocinese del sud fautori del processo di civilizzazione e sedentarizzazione.
La Cina riuscì ad inglobare il regno unno del sud e scacciò gli unni del nord. Questi si organizzarono in orda vagante nella steppa e nella loro mente, percependo la loro natura di reietti, emarginati, rinnegati da tutti e abbandonati ai biechi capricci di una sorte di miseria in una terra misera, si cristallizzò un senso di missione: fondare un impero mondiale che schiacci tutte le civiltà dei vizi e della lussuria.
Le differenze tra i partiti unni si acuirono, ovviamente, con lo spezzarsi del regno portando alla nascita delle orde mongole. Tutto il loro vagabondare completerà il processo di trasformazione degli unni-mogoli da tribù gentilizie patriarcali e guerriere in orde di predoni in cui i legami di clan vengono aboliti e l’aristocrazia sostituita dalla democrazia militare.
Vagando gli unni si fusero con popoli incontrati lungo il cammino, tra cui alcuni popoli nomadi e seminomadi dei Carpazi, degli Urali e di altre catene montuose e si divisero in quattro tronconi principali. Una di queste stirpi generò i mongoli, dal nome degli ufficiali a capo di una variopinta truppa formata da varie etnie tra cui la maggiore di numero era quella dei tatari chiamati anche dagli europei tartari, dal nome degli inferi greci. Queste orde tataro-mongole invadendo ad ovest i territori della Russia e del principato di Kiev, fondarono le basi dell’ascendente potenza russa, mentre ad est invasero la Cina oltrepassando la Grande Muraglia, ma l’impero da esse fondato si disgregò, infine, assorbito dagli stati da essi conquistati.
I mongoli sostituirono, come detto l’aristocrazia guerriera con la democrazia oligarchica militare: ogni uomo era un soldato e poteva, a differenza degli unni le cui cariche erano ereditarie, divenire un comandante, l’assemblea popolare venne sostituita dall’assemblea dei principi che si riuniva due volte l’anno. Nel comando dell’esercito si andò affermando una gerarchia fondata sul sistema decimale, l’unità maggiore era la miriarchia comandata da un noyan.
Gli ultimi invasori di stirpe mongola furono i Calmucchi, si dividevano in 4 orde, i Khosciuti, Torguti, Durbiti e Zungari. Nel 17° secolo furono sottomessi dai Russi, poi si trasferirono in Cina e nel 1924 fondarono la Repubblica Sovietica Mongola distaccatasi dalla Russia soviettista.
Una considerazione generale dei popoli barbari è che i loro periodi di prosperità non furono affatto dovuti, come spesso si crede, dalla loro temerarietà, ma bensì dalla loro abilità ad approfittare delle crisi interiori e dei processi di decomposizione dei popoli civili!

 

GLI ZINGARI, UN RESIDUO DEGENERE DEI POPOLI NOMADI

Il popolo nomade che ancor oggi sopravvive, seppure in via di assorbimento nei vari stati, è costituito dagli zingari. Originari del Pakistan nord occidentale nella regione del Pundjab alle pendici del Pamir. Ad essi si assimilano spesso altre tribù nomadi che esercitano le stesse attività ed hanno all’incirca i medesimi costumi, ma che sono invece popoli slavi, probabilmente discendenti di antiche tribù pastorizie della Scizia a nord della Grecia, come gli antichi alani.
Gli zingari erano pastori nomadi piuttosto pacifici datosi la non eccessiva aridità della regione. Vennero forse dispersi dai regni indiani o forse dall’avanzare delle orde mongoliche. Essendo molto primitivi, come attesta la loro successione ancora in linea materna, non riuscirono ad organizzarsi militarmente.
Si specializzarono nell’allevamento di cavalli, lovava vengono chiamati gli addetti a tale ruolo che va declinandosi con l’uso di veicoli più moderni, mentre i kolderash sono gli addetti ai fuochi, alle caldaie e spesso anche fabbri. Molto avanzata è infatti la lavorazione del ferro.
La legge e i tribunali zingari sono detti kris e il rispetto del codice è affidato al consiglio degli anziani che tiene conto del consiglio di una donna anziana, la phuri dej, la vecchia madre la quale ha grande autorità morale. L’ultima parola spetta spesso ad una sorta di consiglio dei più giovani i quali hanno peso perché sono il futuro della comunità.
Le famiglie hanno un capo , il phuredereri, l’anziano che dispone la direzione dei peregrinaggi, il campo di spostamento e i luoghi di stanziamento. Il kako, il "vecchio zio", è il rappresentante della tribù che risponde verso l’esterno, mentre gli anziani, i veri capi, sono conosciuti solo dagli zingari.
La famiglia zingara si divide nel nucleo o piccola famiglia, che è patrilineare e non dura più di tre o quattro generazioni, e la famiglia allargata, polinucleare, che è matrilineare e dura più generazioni. Durante il movimento più famiglie allargate apparentate costituiscono una unità di movimento detta kumpania che è la prosecuzione delle antiche gentes ed ha un capo eletto per le sue capacità. Spesso gli zingari stabiliscono, come gli antichi popoli mongoli, legami sociali basati non su legami consanguinei ma su una comunanza di interessi.

 

IL PROBLEMA DEGLI INCAS

L’esempio più imponente di federazione di tribù che sfocia in un vero e proprio impero tribale è l’Impero Incas che riunì svariate comunità dislocate lungo la costa nordoccidentale del sud America a livelli sempre più ampi fino all’unità centrale imperiale. Le tribù incariche attuarono una forma di comunanza di lavoro che si formalizzava nella centralità dell’impero. Ma qui vi è però un punto oscuro, una questione ancora aperta: se gli inca avevano una forma produttiva di tipo tribale oppure asiatica. Se ne "Le forme di produzione successive nella teoria marxista" si afferma che questo popolo era a comunismo primitivo, un certo Wilfried Westphal, sulla base di studi archeologici, afferma che essi avevano una struttura sociale centralizzata e gerarchica, al vertice vi era il Sapa Inca affiancato da un consiglio di quattro apu, sotto di lui vi erano i curaca che comandavano le province ed erano a capo dei camayoc, i capidistretto che avevano come subordinati gruppi di famiglie con un rappresentante comune nominato dai capifamiglia.
Gli inca avevano "rubato" questo modello sociale alle civiltà che li avevano preceduti sul dominio territoriale, quali i moche che erano una potenza regionale che furono conquistati ed inglobati dai chavin, che allargarono il dominio a tutto il Perù fino al Cile, poi vennero sconfitti dagli Huari che sconfinarono sino al Messico e infine vennero gli inca col loro dominio di tutta la costa occidentale del sud America e una vasta porzione di entroterra andino con capitale Cuzco che venne riempita di templi e magazzini reali.
Per consolidare il loro potere gli inca si dedicarono ad attività di deportazione di massa, nominarono capi regionali individui provenienti da ogni parte dell’impero che non fossero la regione che dovevano comandare, la classe inca, dei dominatori era divisa in due livelli, quelli di sangue reali preposti all’alta amministrazione, quindi, al comando di vaste porzioni di territorio, addetti alla politica militare e religiosa; poi vi erano gli amministratori che erano addetti alla politica locale e in caso di trasferimento, venivano deportati in blocco.
Gli inca dirigevano i reparti speciali dell’esercito mentre i popoli sottomessi fornivano tutta la leva semplice, anche gli alleati vennero dichiarati inca e si attuò in tutto il territorio una politica di distribuzione demografica: laddove vi era bassa densità abitativa vennero importati esseri umani da dove ve ne erano troppi.
Al massimo della potenza inca, Topa Inca ordinò l’impero per unità amministrative controllate da funzionari e governatori, ma non si capisce qui il rapporto che intercorre tra queste due figure, se l’una è sottoposta o affiancata all’altra o se corrispondono, essi erano comunque sottoposti ad un curaca.
Chi metteva su famiglia riceveva una porzione adeguata di terra e doveva prestare lavoro allo Stato. Era inoltre vincolato al luogo di residenza e poteva allontanarsi solo per incarichi governativi quali ad esempio il servizio di corriere, prestato dal popolo che continuamente veniva rinnovato. Vi erano, per rendere possibile tale servizio, posti di ristoro localizzati laddove il territorio era particolarmente vasto ed ostile.
Ma qui sorge il dubbio se gli inca adottavano una produzione comunista oppure asiatica. La massima riportata da Westphal secondo cui gli inca consideravano il lavoro oltre che come fonte di ricchezza anche come terapia contro tentativi di rivolta, farebbe pensare ad un sistema produttivo classista in quanto la rivolta è tipica delle società di classe, ma il sistema scritturale costituito da sole cordicelle che riportavano nodi attestanti i dati contabili dell’impero quali gli abitanti, l’estensione, il raccolto, eccetera, senza una vera e propria scrittura con relativi testi di filosofia trattanti i problemi della vita tipici della società classista, farebbero propendere sul comunismo tribale, la divisione gerarchica del territorio, ricorda, poi, la forma germanica. Westphal è certo ben documentato sull’argomento, ma il fatto che riporti battute "new age" di Ernesto Guevara secondo cui i misteriosi disegni di Nazca sarebbero stati fatti seguendo istruzioni impartite da un aeroplano, 20.000 anni fa i cui rottami non si troverebbero perché il metallo si sarebbe corroso e che questi disegni sarebbero stati effettuati per comunicare con degli e.t.. e la battuta finale dell’autore secondo cui lo Stato inca sarebbe una sintesi tra socialismo sovietico, "socialismo democratico scandinavo" e capitalismo, minerebbe pesantemente la credibilità di questo studioso. Rimane comunque l’esigenza di approfondire l’argomento e chiarire i rapporti di produzione inca. In base alle caratteristiche del territorio che è un misto tra nord Europa e subcontinente indiano, verrebbe da pensare che le probabilità che tale popolo abbia attuato una forma che è tra la variabile asiatica di tipo indiano e variante germanica non sarebbero poche.


B) Lo Stato antico

2. Lo Stato ingegnere e militare asiatico

Le svariate sfumature prese dalla forma produttiva asiatica si riflettono nelle diverse conformazioni che il relativo stato prende. Ma seppur vari sono i colori e le forme, la struttura portante assunta da questo tipo di stato presso i popoli che hanno dovuto adottare la forma produttiva asiatica è pressoché identica.
Le vaste distese della Cina, le vallate fluviali dell’India e dell’Egitto, sono lo scenario di successivi stanziamenti di popolazioni che, una volta stabilitesi, danno il via alle necessarie opere di sfruttamento delle risorse.
Le prime tribù a comunismo primitivo, quelle di più antico stanziamento, vedono l’insediamento di popolazioni che vanno a stratificare e a comprimere la struttura demografica esistente. Basti ricordare gli ariani dell’India, i quali si sovrappongono agli indigeni primitivi dravidi costituendo le famose caste. Nella Cina e in Egitto le tribù indigene e quelle immigrate formano, non senza lotte, federazioni da cui si emerge una tribù dominante che partorirà una dinastia di regnanti in cui il sovrano è la sintesi dell’organizzazione territoriale raggiunta, proprietario di tutte le terre che concede in godimento terreni da coltivare. In Egitto questo processo raggiunge il culmine con l’unificazione dei regni del nord e del sud sotto Narmer.
La spinta propulsiva della variante asiatica è la scarsità di acqua: i territori del medio oriente e dell’oriente sono vaste distese desertiche e altopiani, dove la piovosità è minima. Si rendono necessari per far fronte ai bisogni alimentari di una popolazione che preme, opere di irrigazione la cui costruzione e controllo fa nascere caste preposte alla pianificazione dei lavori e delle coltivazioni. L’accresciuta produttività dei terreni così irrigati rende necessaria la formazione di piccoli appezzamenti di terreni dove l’utilizzo di schiavi non è ne necessario ne produttivo. Gli schiavi sono un lusso legato al sovraprodotto utilizzati in campo domestico ed artigianale.
La chiave di sviluppo di questa variante è lo Stato despota che ingloba tutto per meglio dirigere e coordinare. Ma per la minaccia delle popolazioni nomadi e militari che tentano d’appropriarsi dei terreni colti, lo Stato, per difendere la continuità della produzione, deve organizzare anche una forza d’urto militare. Il prodotto eccedente va allo Stato perché possa garantire le condizioni di esistenza generali, mentre il rimanente viene consumato dalle comunità locali per la propria sopravvivenza. Le città sono appendici delle campagne da cui assorbono il sovraprodotto e svolgono le funzioni di avamposti delle Stato. L’artigianato è domestico ed unito profondamente all’agricoltura, le caste e le corporazioni di mestiere da ereditarie per tradizione lo diventano per legge.

 

LA CINA

È la Cina degli Shang e degli Chou l’esempio di variante asiatica pura, così pura ed evidente che gli storici borghesi la confondono col "feudalesimo". È nell’antica Cina che la produzione si basa sul lavoro dei contadini mentre gli schiavi sono l’eccezione e semplici servi di qualche riccone, un po’ come una colf odierna! Il vasto ed alquanto omogeneo territorio della Cina sfavorisce la separazione e differenziazione dei gruppi umani e le unità tribali sono simili tra loro favorendo uno sviluppo alquanto pacifico, mentre l’aridità del suolo porta alla federazione delle tribù allo scopo di realizzare grandi opere di irrigazione artificiale che portassero l’acqua, dall’alveo dei pochi fiumi, ai terreni da coltivare. Dette opere necessitano di una coordinazione centrale che è data dallo stato cinese, incarnato e personificato nel sovrano, esecutore della divina volontà benigna che in Cina è identificata col Cielo.
Non vi è da stupirsi se nei vasti territori orientali, dove grandi distese omogenee si alternavano ad altrettante vaste distese omogenee e poco diversificate, si instaurarono civiltà specializzate: troviamo, così, una civiltà di navigatori, una di allevatori di cavalli o di lama, un’altra di coltivatori di riso od altro, eccetera. La fusione di queste civiltà portò alla nascita della civiltà cinese.
È così che la variante asiatica della forma fondiaria di produzione prende corpo da primitive federazioni di tribù che, sempre più vaste, sfociarono in un’unità centrale sovrapposta alle comunità primitive, prima su regioni limitate, poi su vaste regioni.
La mescolanza della civiltà nomade dei pastori guerrieri e della civiltà dei piantatori di riso produsse la prima civiltà cittadina sotto la dinastia regnante dello stato asiatico Shang. Ma un sistema produttivo in affermazione non ha ancora lottizzato tutti i territori, così popoli che adottano tale sistema più recentemente possono svilupparsi forti e più forti dei più vecchi sovrastandoli e ampliando così il sistema sociale in organismi politici più vasti. Così lo staterello Chou, giovane e pimpante, facendo da Roma e U.S.A. della variante asiatica, conquisto l’impero Shang unificando la Cina.
È l’impero Chou che vide l’epoca delle Primavere e degli Autunni, forse, corrispondente all’epoca imperiale romana. Dopo tale epoca seguì quella degli stati combattenti, in cui i governatori locali si ribellarono all’imperatore nominandosi, agli occhi scandalizzati di un Confucio conservatore, sovrani. È in questo periodo che si sgretola l’unità imperiale, i nomadi mongoli, un po’ germani dell’Oriente, fecero da elemento di ulteriore disgregazione occupando territori cinesi approfittando della debolezza politica della Cina. Ma essi non portarono, a quanto pare, elementi feudalizzatori come i germani, perché mere tribù nomadi organizzate militarmente ma non territorialmente. Ma avvenne, però, qualcosa in seno alla società cinese: i contadini caddero in rovina in quanto non riuscirono più a estrarre dai loro terreni quanto c’era bisogno per campare, abbandonarono in massa la terra che divenne oggetto di speculazione commerciale, i commercianti arricchitisi iniziarono a cristallizzare la proprietà terriera dandola in fitto a coloni che s’installarono in cambio di parte del raccolto e prestazioni lavorative. Riunificatosi l’impero sotto gli Han, il sovrano nominò ufficiosamente i proprietari terrieri come esattori imperiali e a poco a poco vennero inseriti nella gerarchia statale. Questi proprietari, nominarono un loro seguito che a sua volta ne nominava uno proprio fino ai contadini, ormai vincolati alla terra.
Durante l’era degli stati combattenti sorsero diverse scuole di pensiero tra queste il confucianesimo, che divenne la dottrina dei funzionari governativi, il legalismo, vero e proprio partito reazionario, auspicava il ritorno alla vecchia centralità del sovrano riconoscendo solo in esso un soggetto di diritto, il taoismo che divenne religione popolare assorbendo superstizioni antiche, si diffuse, fuggendo dall’India, il buddismo arrivando in Giappone nella sua variante Zen.
Se tutto questo processo che ha caratterizzato una lunga epoca della storia cinese rappresenti il passaggio della Cina dalla forma secondaria alla terziaria in un modo non militare come a Roma, ma bensì "commerciale", sarebbe molto utile, che in questa sede è impossibile, appurare!

 

L’INDIA

Vaghe sono le frontiere dell’antica civiltà indiana e ciò non deve stupirci se si pensa che la mania di delimitare confini è caratteristica principale della società capitalistica nella sua frenetica corsa alla lottizzazione e monopolizzazione del mondo. I primi avamposti delle più antiche società indiane sono situati nel nord ovest del paese, furono le valli alpine a far da rifugio ai primi insediamenti civili indiani, forse perché incapaci di domare il corso impetuoso dei fiumi con le loro inondazioni periodiche.
La crescita delle comunità portò gruppi di individui a colonizzare i bacini fluviali a sud est sviluppando la capacità di controllare e dominare i corsi dei fiumi. Dalla federazione di tribù per il lavoro comune nascono i presupposti della forma asiatica di produzione: si forma un’unità centrale o attraverso la nomina dal basso o attraverso la vittoria di una tribù sulle altre, e questa diviene classe di governo.
L’aumento della densità della popolazione rende impossibile l’assegnazione periodica dei campi che vengono così appropriati dalle famiglie contadine le quali rimangono, così vincolati al loro pezzo di terra.
Tra le prime civiltà celebre è la civiltà di Harappa, i ritrovamenti archeologici in questa zona rivelano l’esistenza di una civiltà asiatica in piccola scala. Questa verrà spazzata via dall’invasione di un popolo nomade e non si sa se fossero gli ari oppure un altro popolo predecessore degli ari. Furono comunque gli ari a fondare la civiltà indoeuropea dell’India del nord retta dai maharajà. La cronaca finemente miticizzata di questa invasione che ereditò e confermò la suddivisione della società indiana in caste, è descritta dalla mahabbarata, il lunghissimo romanzo epico indiano di cui la celeberrima bahagavadgita ne è il cuore centrale. Si descrive qui lo scontro tra popoli indigeni di pelle scura ed invasori di pelle chiara.
L’India presenta, invece, forti persistenze tribali dravide e, anche se l’opera degli ariani contribuirà a trasformare le tribù in stati locali, la base produttiva sarà caratterizzata, grosso modo, dalle antiche comunità di villaggio sottomesse ad un potere superiore, locale e centrale, che si materializza con il prelievo di tributi e la disponibilità dei villici alla prestazione di opere pubbliche collettive e le guerre.
In una vecchia relazione parlamentare inglese sugli affari indiani ai tempi del colonialismo britannico, così descrive il villaggio indiano: "geograficamente, un villaggio è un’estensione di terra abbracciante alcune centinaia o migliaia di acri di terreni arativi ed incolti; politicamente, è paragonabile a un comune o un municipio. Il suo corpo di funzionari grandi e piccoli consiste dei seguenti personaggi:
1) il potail, una specie di primo-cittadino o capovillaggio, che in genere sovrintende agli affari locali, appiana le divergenze fra abitanti, si occupa della polizia e provvede alla riscossione dei balzelli, compito al quale lo predispongono in particolare la sua influenza personale e la sua conoscenza diretta della situazione e dei problemi della gente;
2) il kurnum, che tiene la contabilità agricola, e registra tutto ciò che riguarda le colture;
3) il tallier, il primo incaricato di indagare sui delitti e sui reati, e scortare e proteggere i viaggiatori in transito;
4) il totì investito di mansioni che sembrano più direttamente circoscritte al villaggio, e consistono, fra l’altro, nel custodire i raccolti e assistere alle operazioni di peso e misura;
5) una specie di guardiaconfini, che tutela i limiti territoriali del villaggio o ne dà testimonianza in caso di controversie;
6) il sovrintendente ai serbatoi e canali, che distribuisce acqua a scopi agricoli;
7) il brahmino, che provvede alle pratiche di culto;
8) il maestro, che insegna a leggere e scrivere nella sabbia;
9) il brahmino del calendario o astrologo, ecc.
Questi funzionari grandi e piccoli formano in genere l’apparato amministrativo del villaggio; ma in certe località esso è meno esteso, perché alcuni fra i compiti e le mansioni suddescritte si uniscono nella stessa persona, e in altre supera il numero di individui che abbiamo elencato. Sotto questa forma semplice di governo gli indiani vivono da tempi immemorabili. I confini dei villaggi non sono quasi mai cambiati e, sebbene i villaggi stessi siano stato a volte danneggiati o devastati dalla guerra, dalle carestie, dalle pestilenze, lo stesso nome, gli stessi confini, gli stessi interessi, ed anche le stesse famiglie, si sono mantenuti per secoli. Del crollo e delle divisioni dei regni, gli abitanti non si curano; finché il villaggio rimane intatto, essi si danno pensiero a quale autorità sia trasferito, a quale sovrano devoluto; la sua economia interna non muta. Il potail è sempre il primo abitante, e funge, come sempre, da giudice o magistrato superiore e da esattore o tesoriere del villaggio." Da questa relazione emergono chiaramente i rapporti di vero e proprio innesto della forma secondaria sulle primitive comunità locali.
A queste funzioni se ne aggiungono altre di alcuni funzionari come quelle dell’astrologo che fissa i tempi del raccolto e della semina, e le ore buone e cattive per tutti i lavori agricoli; poi aggiunge altri piccoli funzionari a quelli menzionati nella vecchia relazione parlamentare; vi è, quindi, "un fabbro e un falegname che fabbricano e riparano tutti gli strumenti; il vasaio, che rifornisce di vasellame tutto il villaggio; il barbiere, il lavandaio, l’orefice, e qua e là il poeta, che in certe comunità sostituisce l’orefice in altre il maestro. Questa dozzina di persone sono mantenute a spese della comunità. Se la popolazione cresce, nuove comunità si fondano sui terreni incolti secondo il modello dell’antica." Vi è, quindi, all’interno delle comunità, una divisione organica e pianificata del lavoro.
È chiaro che l’India conservò la variante asiatica fino all’arrivo degli inglesi, ma un punto oscuro sarebbe ben utile chiarire: la funzione del buddismo nella storia indiana. Questa religione presente molti punti di analogia col cristianesimo non solo sul piano dottrinale, ma anche della propria storia e parrebbe, pertanto, prestarsi ad una presumibile instaurazione del regime feudale in questo paese. Ma non risulta che l’India abbia visto ergersi alcun feudo sul suo territorio.
La nascita del buddismo si collega ad un movimento di contestazione sorto in reazione alla decadenza di molti regni locali, sorsero in protesta alle smodatezze delle classi dominanti di vari regni, movimenti religiosi, tra cui i veda, che predicavano austeri costumi: rinuncia totale ai beni mondani, digiuni estenuanti, eccetera. Molti asceti di queste scuole erano figli di famiglie benestanti sensibili alle sofferenze della società di quell’epoca.
Il buddismo sorse come contestazione a tali movimenti contestatori, la leggenda di Siddharta è molto significativa: visto che l’uomo non è felice per se stesso ma la sua felicita è strettamente dipendente a quella dei propri simili, il padre del futuro Buddha, un sovrano di un regno regionale di tipo asiatico, probabilmente di quelli chiamati maharaja, isolò il proprio figliolo tra gli agi di corte affinché non conoscesse la verità, che il popolo viveva nella più squallida miseria! Sapeva il saggio sovrano che ciò avrebbe scosso l’animo del giovane figlio. E infatti scoperta la verità Siddharta si fa asceta di quelle scuole presenti ai suoi tempi, ma poi crea una propria religione che contesta gli eccessi delle preesistenti.
Ora anche il cristianesimo è nato in contestazione non tanto dell’Impero Romano quanto delle religioni nazionaliste israelitiche, tutte le dottrine rivoluzionarie, infatti, nascono in contestazione non tanto del sistema vigente ma delle dottrine che lo contestano: la vera scuola rivoluzionaria è quella che predica la negazione della negazione dell’ordine costituito, è quella che non si schiera coi "ribelli", ma che si ribella alla ribellione che è di per sé vuota e più conformista del conformismo!
Ma, tornando al buddismo in India, notiamo che esso, come il feudalesimo, non ha mai preso piede tranne che sotto l’impero di Asoka che rappresenta l’apice dell’indipendenza indiana. L’India, infatti, ha visto solo tre grandi imperi indipendenti: quello di Asoka risalente al 250 a.C. circa e quello Gupta del 4° secolo d.C., per il resto della sua storia essa è stata o divisa in piccoli regni dinastici locali o sotto la dominazione di greci, persiani, islamici, prima che degli olandesi, francesi e inglesi.
Può darsi che il buddismo sia stata l’ideologia dell’affermarsi della forma asiatica sulle primitive comunità di villaggio, esso come il cristianesimo è una religione nata per i contadini e la variante asiatica si fonda sul lavoro di contadini. Poi è "volato" in alcune regioni della Cina feudale di quei tempi, per diffondersi nel feudalissimo Giappone nella sua versione zen.
Gettando poi uno sguardo all’induismo, vediamo che esso è la restaurazione del bahamanesimo, la primitiva religione di casta delle comunità tribali conquistate dagli ariani nella economia di tipo asiatico, si è affermato con l’avvento dei grandi imperi di Asoka e Gupta. Esso potrebbe rappresentare una sorta di rinculo rispetto alle dottrine buddiste, un ripiegamento dovuto alla restaurazione della vecchia società asiatica la quale, però, si riaffermò su una più vasta scala territoriale. La fondazione di un vasto impero è il trionfo di una forma produttiva su vasta scala e un’unità politica che domina un vasto territorio può usufruire e sfruttare meglio le risorse che tale territorio offre e può effettuare una sorta di economia di scala ossia produrre più con -meno sacrifici e usufruire della curva di apprendimento, cioè una migliore conoscenza dei processi e degli espedienti tecnici della produzione quanto più è vasta la scala di produzione.
Ecco che una comunità quanto più si estende più il proprio territorio può essere densamente popolato, la popolazione cresce più velocemente dello spazio della comunità occupando non solo nuovi spazi ma sfruttando meglio quelli già abitati. Tutto questo per dire che anche l’affermarsi di un sistema produttivo su più vasta scala può essere un evento innovativo che può comportare un fiorire del pensiero e la nascita di svariate nuove dottrine tra cui, in India, il buddismo e l’induismo.

 

LE ALTRE POTENZE PIU’ O MENO ASIATICHE E L’IMPERO ARABO, L’ULTIMO STATO ASIATICO DEL VECCHIO CONTINENTE

L’Egitto e la Persia, tra i popoli a variante asiatica tra i più produttivi, presentano, sia per le influenze occidentali, ma soprattutto per la conformazione del suolo, la convivenza, nel loro cuore "asiatico", di manovalanza schiavista, i piccoli fondi sono certo la base principale dell’economia egizia e persiana, ma vi è la presenza di numerosi latifondi schiavistici.
Un’altra potenza che si affermerà più tardi è l’Arabia, l’ultimo dei popoli a variante asiatica costituiti sul vecchio continente. La penisola araba era un territorio deserto popolato da sparute tribù nomadi beduine di pastori. Già nell’odierno Yemen era sorta una civiltà preislamica di tipo asiatico-commerciale che era poi decaduta per motivi sconosciuti. Ai tempi di Maometto le uniche città erano la Mecca e Medina, rette da aristocrazie mercantili. Lo scontro tra la classe dirigente della Mecca e Maometto e il suo rifugio a Medina con la relativa alleanza con la classe al potere di questa città e la conquista della Mecca ci rivela che l’islam fosse una religione tipica di una città-stato con aspirazioni imperialiste che si realizzarono con la conquista la Mecca ed altri immensi territori. Per curiosità, esso nacque dalla fusione di nozioni giudaiche e di sette eretiche cristiane come i monofisti e i nestoriani.
Maometto a capo della città di Medina conquistò la Mecca e ne fa un centro commerciale e religioso. Egli fondò il primo stato maggiore del neonato stato arabo: i Compagni del Profeta furono il quadro degli ufficiali a capo della milizia composta dai beduini del deserto. Nell’impero arabo gli arabi erano la classe dirigente e gli ufficiali, i beduini e i popoli sottomessi il popolo e la truppa. Il fatto che il nome del popolo corrisponda a quello dell’élite di potere non è fatto raro nelle varie civiltà antiche, perché non raro era il fatto che la classe produttiva era spesso costituita da popoli conquistati da un’etnia dominatrice che ne diventa classe dominante.
Dopo i quattro califfi "ortodossi", i successori di Maometto al potere, iniziò la dinastia degli Omayyadi. Una questione che un califfo di questa dinastia, Omar II, risolse egregiamente fu quella relativa il gettito fiscale: le imposte personali e fondiarie erano dovute solo dai non musulmani mentre i musulmani versavano solo la coranica elemosina legale, la zakàt. Ma convertendosi i contadini e i proprietari fondiari esigevano l’esonero dell’onere tributario che l’impero invece tendeva a conservare per mantenere le entrate. Omar II esonerò tutti dalle imposte personali ma obbligò tutti al pagamento di quelle fondiarie.
La dinastia che usurpò il trono degli Omayyadi fu quella degli Abbasidi. Essi assimilarono l’apparato amministrativo persiano, più consono al territorio e alle esigenze dell’epoca. Comparve la figura del visir, capo dell’amministrazione e, sottoposti ad egli, i segretari che erano gli organi esecutivi. La capitale si trasferì a Baghdad.
Il fiorire di ogni civiltà si basa sul suo stabilirsi su un territorio come popolo ben definito, sarebbe utile approfondire come ogni civiltà storica conosciuta abbia potuto fiorire, quali fossero gli elementi favorevoli al suo sviluppo. In questa sede possiamo limitarci col dire che generalmente una civiltà fiorisce quando si stanzia su un territorio vergine e lo "mette a coltura", cioè la propria popolazione le consente di attuare un livello produttivo adeguato ad una civiltà stanziale, oppure quando, approfittando del momento di debolezza organica dovuta alla decadenza di una civiltà vicina, ne invade il territorio e lo fa suo. La decadenza è in genere dovuta all’impossibilità di una civiltà di estendersi assecondando il proprio accresciuto bisogno di terra, impossibilità dovuta, sempre generalmente, dal contatto con un’altra potente civiltà. Questo per dire come la civiltà araba crebbe sulle rovine dell’impero romano ad ovest e persiano ad est.
L’enorme estensione dell’impero che troneggiava su territori diversi tra loro e spesso separati e con diverse varianti produttive, portò all’impossibilità del suo apparato politico di attuare una gestione unitaria. Dalle opposizioni al centralismo di Damasco, la prima capitale imperiale, che nacquero dalla Spagna e dai territori iranici, emerge lampante la corrispondenza tra i territori dove sorsero queste le prime spinte scissioniste e le rispettive differenze regionali, e questa corrispondenza può fare ipotizzare che i vari territori si svilupparono diversamente tra loro portando l’esigenza di diverse modalità gestionali e ciò si ripercosse nelle separazioni religiose. La Spagna araba ereditò, molto probabilmente, la forma schiavista, ciò lo attesterebbe il fatto che, nonostante la schiavitù cadde in disuso nell’Europa medievale, soppiantata dalla servitù della gleba, il commercio degli schiavi rimase prospero e la sciagurata merce umana era diretta nei territori arabi soprattutto europei. Una volta rafforzatosi il sistema feudale europeo, gli arabi furono cacciati dalla penisola iberica e ciò gettò le premesse per la nascita di uno dei primi stati mercantili nazionali del mondo: la Spagna.
Forse il successivo sfaldamento dell’impero, dovuto più che a rivolte a concessioni d’indipendenza, corrispose con ciò che rese il Sacro Romano Impero incapace di essere più che un simbolo perché non adatto a gestire un apparato produttivo parcellizzato e spezzettato, un apparato ingestibile da uno stato centralizzato: l’avvento del feudalesimo. Sta di fatto che il califfo divenne una figura simbolica come il sacro romano imperatore.
Importante, in questo processo di decomposizione, fu la pressione dei turchi che vennero immessi nella gestione di alcuni territori e molti nell’apparato amministrativo statale. Ma la scossa finale all’impero arabo venne dal terremoto mongolo. I mongoli invasero la Persia fondando un regno con capitale Tabriz a nord ovest della regione iranica. Ma essi s’islamizzarono e il regno si divise sulla scia dei predecessori arabi dando luogo a regni locali, i sultanati. Una stirpe del troncone turco dei mongoli, la stirpe degli Osman o Ottomani, nel 14° secolo conquistò l’Anatolia fondando il sultanato di Brussa, una città ai piedi del monte dell’Olimpo di Bitinia fondando l’impero ottomano che sopravviverà fino all’alba del 20° secolo!

 

CONSIDERAZIONI GENERALI SULLO STATO ASIATICO

I tratti salienti e comuni di tutti gli stati asiatici sono la stratificazione del potere centrale e i poteri locali e l’imponente apparato burocratico e teocratico di cui il sovrano ne è capo supremo. I conflitti tra potere centrale e poteri locali caratterizzano la storia degli stati asiatici in cui si alternano fasi di massima centralizzazione, tipica dei periodi floridi e fasi di decomposizione dovuta a crisi economiche e sociali.
Non è difficile dedurre che tale gestione si materializzava, sul territorio, in palazzi di corte con vari funzionari circondati di sbirri e soldataglia di cui il più grosso era il palazzo di governo centrale. Quanto più alta era la carica, più rare erano le occasioni per il popolo di avere il piacere di vedere colui che la occupava, in molti paesi il sovrano usciva dal proprio palazzo solo in occasione di grandi cerimonie che saldavano l’unione della comunità.
Le funzioni dello stato centrale sono la riscossione dei tributi, la difesa dei confini, la costruzione, la manutenzione e sorveglianza delle opere pubbliche e dei sistemi di irrigazione, la direzione dei traffici commerciali e la guerra di conquista di nuovi territori. Gli stati locali hanno il compito di tutelare l’ordine interno attraverso leggi, tribunali e polizia e fornire manovalanza e soldati allo stato centrale.
I poteri locali sono ripartiti a seconda della fase storica e del popolo a cui ci si riferisce, ma ciò che principalmente muta, tra i vari stati della varante asiatica, sono i nomi dei governatori locali: i satrapi in Persia, i nomarchi in Egitto e, spesso usato più in generale per molti popoli, i visir in altri imperi.
La struttura statale è costituita dal sovrano che è a capo del personale clericale (sovrano-sacerdote) e i funzionari laici che compongono l’apparato di potere centrale, sono ad esso sottoposti la nobiltà, composta dai potentati locali sotto la quale vi sono i liberi, in genere commercianti ed esercenti altre professioni collaterali, e i contadini, la base produttiva sociale dell’epoca.
Fa eccezione non grande lo stato israelita in cui il clero non è sottoposto al sovrano ma gli è parallelo, è questo, infatti uno stato teocratico in cui l’elemento religioso fa da collante ideologico di tribù federate, tanto che spesso i sovrani sono nominati, attraverso la sacra unzione, dai sacerdoti o dai cosiddetti profeti. Ma anche in tutti gli altri stati asiatici, soprattutto in Egitto e nell’Asia minore, il sovrano ha bisogno, per governare, dell’appoggio di una potente casta sacerdotale.
Le città si formano accanto ai villaggi nei punti favorevoli ai flussi commerciali cioè laddove lo Stato centrale e locale scambia la propria rendita contro lavoro.


3. Lo Stato "mobile" germanico

Tutto ciò che sappiamo dei germani deriva dalle opere di Giulio Cesare, "La guerra Gallica" e di Tacito "Germania". Nella prima opera i germani erano un popolo da poco insediatosi nell’Europa del centro-nord e da poco avevano abbandonato la vita nomade, nella seconda opera essi erano ormai stabilizzati sul territorio occupato e la loro sedentarietà si era oramai consolidata, inoltre avevano attuato un sistema di produzione basato sulla proprietà fondiaria e, pertanto, una variante della forma secondaria.
Il ceppo ariano insediatosi nell’Europa centrale trovò un territorio costituito da estese zone forestali e boschive e da un clima continentale freddo. Queste caratteristiche formarono il presupposto per lo sviluppo di una società complessamente gerarchizzata ma con poche potenzialità di progresso.
Le distanze che separavano i vari insediamenti, dovute alle zone boschive non coltivabili, favorirono, infatti, la suddivisione federale del popolo germanico, mentre la pressione dei popoli estranei, la relativa difficoltà del terreno ad essere coltivato e la conseguente esigenza di espandersi per assecondare l’aumento delle necessità, sfavoriscono la divisione di questo popolo che continuò, pertanto, ad essere unito e, quindi, a condividere una comunanza di interessi espressa nell’organizzazione gerarchica.
La gerarchia germanica era in diretta dipendenza con la suddivisione ed il grado di estensione della proprietà terriera: vi erano le famiglie, legate dal vincolo di sangue, a cui veniva affidato un terreno, più famiglie costituivano una stirpe che unitamente ad altre formavano, nella zona, un villaggio, più villaggi imparentati e, quindi, vicini costituivano una catena e tutte le catene formavano il popolo. Ogni grado possedeva una porzione di terra in comune costituita da boschi e foreste che fungeva da collante. La terra comune di tutto il popolo era sotto il controllo del Sovrano.
La proprietà degli armenti, come già detto, comportò il passaggio dal diritto matriarcale a quello patriarcale, ma ancora ai tempi di Tacito il ricordo del matriarcato era vivido e molte usanze dell’era matriarcale erano in pieno vigore accavallandosi sulle nuove istituzioni patriarcali.
Se un membro di una gens dava come pegno di una promessa il proprio figlio non rispondeva personalmente della vita del figlio, ma se dava il figlio della sorella, la gens lo considerava responsabile della vita del nipote.
Il matrimonio di coppia si avviava alla monogamia, ai nobili era concessa la poligamia, l’unico motivo di divorzio era l’adulterio femminile.
L’aumentato numero degli abitanti aveva smembrato le gentes in comunità familiari domestiche comprendenti parecchie generazioni che coltivavano un tratto adeguato di terreno e insieme ai vicini utilizzavano il terreno incolto circostante come marca comune. Con l’ulteriore aumento demografico queste comunità domestiche si addensano in comunità di villaggio, raggruppamenti stanziati in un’area circoscritta di terra con terreni ed organizzazione comune. Successivamente, quando la terra disponibile divenne rara, i terreni furono assegnati definitivamente alle famiglie senza più distribuzioni periodiche.
La società germanica era, inoltre, molto militarizzata, data l’importanza della conquista e l’accaparramento di terre, ed anche sul campo di battaglia si dava importanza alla parentela: i vari raggruppamenti militari erano organizzati affinché i parenti più stretti combattessero fianco a fianco.
Il germano non era cittadino di uno Stato datosi la mancanza, in territorio germanico, di città e, quindi, di una sfera politica distinta dalla vita della comunità. Egli era membro della comunità in base alla parentela, all’appartenenza ad una famiglia germanica e come tale aveva diritto di far parte delle assemblee locali o del popolo.
La Thing, l’assemblea popolare germanica eleggeva i suoi rappresentanti in base alle capacità militari. Le assemblee erano di diversi livelli: di villaggio, i cui rappresentanti erano i capifamiglia, distrettuali, capeggiate dai principi, fino a quella confederale, a capo della quale vi era il Re. All’inizio queste assemblee erano convocate in occasioni di guerre, di culto, per arbitrare conflitti in seno alla comunità, ecc..., successivamente, con la pressione dell’Impero Romano, divennero permanenti e ai loro membri venivano elargite prestazioni in prodotti agricoli.
Esisteva un consiglio dei principi che decideva degli affari meno importanti e preparava quelli più importanti da presentare all’assemblea popolare. I principi che sono capi civili, si distinguono dai duci, capi militari. Il passaggio al patriarcato aveva favorito l’ereditarietà delle cariche e l’avvento della nobiltà. I duci, invece, erano eletti in base al valore militare mentre i sacerdoti disciplinavano il popolo e l’esercito.
L’assemblea popolare era anche un tribunale a cui si sporgevano le querele e decideva le pene, mentre il capo dell’assemblea poteva solo dirigere il dibattito e porre domande.
Ciò che favorì l’avvento della monarchia fu, inoltre, la formazione di compagnie di spedizioni militari formate da guerrieri fedeli al proprio capo. Il bottino di guerra apparteneva al capo che lo distribuiva ai suoi fedeli.
I tedeschi profittarono, come profitta ogni civiltà, della debolezza dell’Impero Romano in decadenza per far sfogare la loro valvola demografica: essi invasero tutto il territorio imperiale, s’impadronirono delle terre e i principi le distribuirono ai loro seguiti fedeli gettando la base della nobiltà feudale. Ciò porterà alla fine delle varianti romana e germanica che si fonderanno nella forma terziaria feudale.

 

4. Gli slavi, più "germani" o più "asiatici"?

L’area che va dall’Altaj al mar Nero era popolata ai tempi degli antichi greci da una popolazione iranica chiamata Sciti. Essi si dividevano in lusaziani ad oriente e sarmatici ad occidente degli Urali.
In Europa dalle montagne greche al Baltico si estende una vasta pianura in cui le popolazioni nomadi provenienti dall’Asia confluivano prima di proseguire verso occidente. È chiaro che con l’affermarsi delle grandi civiltà stanziali il flusso verso occidente era impedito e molti di questi popoli si insediarono instaurando un’economia agricola sedentaria, tra questi a nord dell’Ellesponto, gli Sciti.
È qui che i romani prelevavano gli schiavi seppur in misura contenuta integrando i principali approvvigionamenti nelle terre germaniche. Ma è soprattutto nel medioevo che s’intensificò il prelievo di schiavi in questa regione ad opera dei mercanti bizantini e occidentali per venderli agli arabi europei e da qui l’appellativo "schiavo" derivante dal termine "slavo"!
Le migrazioni di barbari indoeuropei furono accompagnate, nell’Europa orientale ma anche in grossa misura fino in occidente, dalle invasioni dei popoli mongoli. I primi mongoli furono gli Unni che razziarono i territori orientali fino all’Italia, poi i discendenti tataromongoli, che s’insediarono in gran parte dei territori russi, gli ultimi, i calmucchi furono cacciati dai russi e confinati nella Mongolia.
Dopo l’invasione degli unni, gli slavi si mossero verso nord, sud ed ovest, dove s’insediarono fondando comunità agrarie. Una volta installati sul territori gli slavi lo mettevano a coltura, essi instaurarono un sistema produttivo che era un intermezzo tra forma asiatica e forma germanica: la gerarchia era di tipo germanico con utilizzo di relative assemblee e comunità di villaggio, ma queste facevano capo ad una autorità centrale che ne aveva la rappresentanza verso l’esterno, riscuoteva i tributi, organizzava l’esercito in tempi di guerra e i lavori pubblici in tempi di pace, ma le divisioni territoriali impedivano l’unione completa del popolo. Spesso l’autorità centrale, come in India, veniva sostituita da una potenza straniera come Bisanzio oppure popoli provenienti dall’est che occupando il territorio fondavano potenti regni. Essi utilizzavano una forma leggera di schiavitù: gli schiavi, che erano prigionieri di guerra e debitori insolventi, avevano periodicamente la facoltà di riscattare la propria libertà e tornare in patria o integrarsi nella comunità, in caso essi fossero stranieri, oppure di ritornare come liberi membri della comunità in caso di debitori insolventi. Da ciò si evince una schiavitù a tempo determinato prorogabile che lasciava allo schiavo la facoltà di possedere e accumulare qualche porzione di ricchezza.
Per difendersi dal giovane potere feudale tedesco, gli slavi rafforzarono la propria gerarchia militare fondando degli stati retti da Diete. Il loro territorio si popolò di fortezze che raggiunsero una densità elevata. In molti stati le diete erano rette da sacerdoti, le città erano rette da patriarchi, i capi delle famiglie più facoltose. In tempi di guerra si chiedeva ad un principe di organizzare le spedizioni militari. Nel mondo slavo ogni decesso del maggiore di età di una famiglia di principi garantiva un passaggio di "carriera" ad un principe che passava così al comando di un principato di maggiore importanza. Le cronache slave sono piene di rivendicazioni successorie di principi che ambivano a mettersi alla testa di migliori territori. Gli slavi adottavano una democrazia militare, i membri delle diete erano militari e spesso, come detto, sacerdoti anche molto influenti e il principe rappresentava il popolo. I principi si circondavano di guerrieri professionisti che costituivano il corpo degli ufficiali, la druzina. Diversamente all’arruolamento in massa del popolo in cui si ricorreva in tempi di guerra che era gratuito, la druzina veniva pagata ed era spesso di composizione plurietnica.
Per capire meglio la comunità di villaggio slava è meglio sapere alcune nozioni della loro agricoltura. Pare che le terre dell’Europa orientale non fossero propizie all’utilizzo del vomere di ferro, un ambasciatore di un principe riferì, in una sua cronaca, che il suo sovrano aveva tentato d’imporlo perché non gradiva l’eccessiva fatica che la tecnica agricola usata procurava ai contadini. L’ambasciatore riferiva nella sua cronaca, però, che questo utensile non dette dei buoni risultati e i contadini protestarono, il principe allora lasciò loro la libertà di scegliere il vomere che più gradivano. Il contadino slavo si costruiva un vomere con un robusto ramo biforcuto o col tronco di un albero da cui fuoriuscivano due radici.
L’agricoltura slava presentava svariate alternative: si seminava due volte l’anno, in primavera e a fine estate e se in maggio il tempo era piovoso si raccoglieva segale, se era freddo si raccoglieva grano. Per fertilizzare il terreno a gennaio si abbattevano alcuni alberi e li si mettevano a seccare, a marzo/aprile, una volta seccati, si bruciavano e a maggio si mescolavano le ceneri al terreno.
La società slava si articolava in famiglie allargate, clan, tribù, villaggi e stati. La famiglia allargata era una cellula a più nuclei familiari, comprendeva diverse generazioni, parenti collaterali e affini. Seguiva il clan, che era la gens slava, poi la tribù di diversi clan e il villaggio, spesso con diverse tribù. La comunità di villaggio era la zupa al capo della quale vi era uno zupan, appellativo che verrà dato poi ai grandi nobili feudali slavi. In alcune regioni prendeva il nome di kmet, egli si occupava della giustizia in caso di crimini gravi e riscuoteva le imposte.
Il diritto penale era competenza della famiglia, del clan, della tribù o del villaggio a seconda la gravità ed era ben radicato nella mentalità slava; la giustizia degli stati nazionali s’imporrà molto lentamente.
La proprietà slava era collettiva per i suoli e familiare per gli orti, il villaggio era costituito da capanne indipendenti attorniate da orti familiari circondati dalla terra comunale. La comunità familiare, la zadruga, era amministrata da uno starechima scelto per le sue capacità amministrative e i compiti si ripartivano in base al sesso e ruotavano settimanalmente. La reducha, donna di turno a casa, badava ai piccoli e preparava il cibo per tutti. Il capo della famiglia, il domacin, decideva delle cose di ordinaria amministrazione, mentre il consiglio di famiglia, che si teneva la sera perché fossero tutti presenti, decideva sulle questioni di maggior peso come la compravendita di terra, la richiesta di prestiti, eccetera. Il domacin poteva essere rimosso in caso che minacciasse l’unità, l’ordine e la pace familiare e se opponeva resistenza veniva spesso allontanato dalla comunità. Lo stesso anche il kmet.
Con l’avvento del feudalesimo le comunità villiche vennero sottoposte al dominio dei feudatari che riscuotevano le imposte fondiarie e procuravano oltre che protezione, anche attrezzature, terreni e mezzi finanziari. Le comunità furono articolate nei mir, unità amministrative fiscali, che potevano articolarsi in diversi villaggi ognuno con amministrazione economica autonoma ma con amministrazione civile e poliziesca comune.
Quando l’agricoltura slava si svilupperà a pieno, le forze produttive spazzeranno via le antiche divisioni tribali e i capi militari autonomi a favore di uno spietato accentramento statale seguito spesso da veri espropri forzati a scapito delle primitive comunità.

 

5. Lo stato "mediterraneo"

Mentre in oriente e nelle Americhe la vastità e maggiore omogeneità del territorio spinge le comunità umane a svilupparsi in maniera poco differenziata e, quindi, più pacifica, sfavorendo il progresso delle forze produttive, nell’Europa sud-occidentale e nel bacino del mediterraneo, la complessità del territorio e le barriere naturali, favoriscono la separazione e differenziazione dei gruppi umani e la formazione di svariate etnie che, crescendo, si spingono oltre i primitivi confini, entrano in contatto e, talvolta, in collisione tra loro.
I conflitti tribali generano oltre che morte, anche la fusione e la sottomissione di intere tribù ad altre che diventano così più forti ed estese. Inoltre, anziché uccidere i nemici vinti, le tribù vittoriose iniziano ad utilizzarli come schiavi. Questo perché, a differenza dei territori dove si stanziarono le comunità di tipo asiatico, la piovosità dei territori europei è maggiore e ciò favorisce lo sfruttamento di vasti appezzamenti di terreno, ciò portò il fatto che le operazioni di lavoro agrario erano smisuratamente maggiori e più ripetitive ed anche per certi versi più rudimentali, rispetto ai lavori agricoli dei piccoli appezzamenti asiatici, era quindi impossibile che la famiglia del latifondista potesse coltivare da sola tali spropositati terreni come era impossibile, dato la bassa produttività e quindi la scarsità degli scambi con relativa scarsità di merci da scambiare, e delle monete, utilizzare manodopera salariata la quale poteva ridursi solo a delle mansioni eccezionali e specifiche.
Successivamente le terre furono lottizzate, intere squadre di schiavi furono assegnati a famiglie. L’invenzione del vomere tirato da bestie rese possibile la coltivazione di campi molto più estesi e, di conseguenza, un notevole aumento di mezzi di sussistenza e la trasformazione di foreste in campi coltivabili che, prima di allora, senza l’ascia e la vanga di ferro, non era possibile effettuare su larga scala. Ciò favorì un rapido incremento della popolazione addensata su una piccola area.
Fino allo stadio inferiore della barbarie la ricchezza stabile era consistita quasi unicamente nella casa, nelle vesti, in rozzi ornamenti, negli strumenti per procacciarsi e preparare alimenti: canoa, armi e suppellettili domestiche. Gli alimenti dovevano essere procacciati giorno per giorno. L’addomesticamento degli animali e l’allevamento di armenti svilupparono una fonte di ricchezza fino ad allora sconosciuta, per fornire gli alimenti più ricchi, latte e carne, avendo inoltre soltanto il bisogno di essere sorvegliati. Tutti i mezzi usati fino ad allora per procacciarsi da mangiare passarono in secondo piano: la caccia, ad esempio, passò da necessità a lusso.
Ma la successione in linea femminile comportava il fatto che tali ricchezze appartenessero alla gens materna, ciò era una contraddizione che si faceva più stridente quanto più cresceva l’importanza di queste risorse e, conseguentemente, l’importanza sociale delle attività maschili mentre quelle femminili venivano relegate nelle mura domestiche e "celate" agli occhi della società.
Alla morte del possessore di armenti, questi sarebbero, quindi, passati ai suoi fratelli e sorelle e ai figli delle sue sorelle o ai discendenti delle sorelle della madre, i figli suoi ne erano però diseredati. Questa contraddizione si risolse con la monogamia che sancì il concetto, che giunse successivamente, nel profondo della coscienza dell’uomo, maschio e femmina che sia, che i figli sono la continuità genetica dell’individuo, concetto questo che accompagnerà l’umanità nelle fasi storiche successive trasformando l’interesse per i propri figli in una vera e propria "ossessione genitiva", i genitori, cioè, si fanno sorveglianti e custodi della vita dei propri figli controllandoli con insistenza ed ossessione per salvaguardarli dai mali della società di classe.
La nuova struttura sociale che emerge da questo processo di lottizzazione e schiavizzazione genera una spinta propulsiva alle forze produttive tanto che i beni prodotti, superano i bisogni principali e l’eccedente può essere scambiato o consumato da quella parte della popolazione che non deve lavorare ma ha compiti di dirigenza, la nascente classe schiavista.
Le comunità tribali si gerarchizzano, si suddivide il lavoro e si formano caste. La casta dei guerrieri, guerrieri che sono membri delle maggiori famiglie latifondiste, viene posta al vertice ed ha il compito di proteggere e dirigere la comunità. Con la crescita della popolazione, dovuta alla maggiore produttività, la comunità si estende, la casta dirigente nomina un corpo direttivo con poteri ancora maggiori, si hanno le prime operazioni amministrative delegate a personale specializzato. È nata la città-Stato.
Agli scontri tribali si sostituiscono così gli scontri tra città-Stato organizzate sul lavoro schiavistico e sul commercio che porterà alla fusione di questi organismi ed alla formazione delle prime civiltà.
Dopo secoli di lotte, la civiltà che assorbirono e monopolizzarono la terra del Mediterraneo fu la Grecia ellenista che venne poi inghiottita dall’Impero Romano.
Questo processo venne accelerato dallo stanziarsi di tribù ariane in Europa originarie dell’Asia centrale le quali, durante la loro migrazione, assunsero un assetto sociale atto alla lottizzazione, e quindi all’appropriazione individuale, dei beni principali delle famiglie, quali le capanne e parte del bestiame.
Queste tribù già avevano in origine, nella loro terra di partenza una struttura sociale predisposta ad assumere la conformazione che con la migrazione in Europa si accentuerà: si dividevano, infatti in comunità di villaggio, anche se le terre e le capanne venivano assegnate a turno ad una famiglia.
Stanziatesi nell’Europa centrale e meridionale, dando origine alle civiltà romanica, greca e germanica, fonderanno città-Stato di contadini uguali e indipendenti, ognuno proprietario di un lotto di terra, che, con la crescita del numero delle famiglie e dei componenti di ogni famiglia, e lo sviluppo dei commerci, si differenzieranno in ricchi e poveri, questi ultimi non ce la faranno a sfamare se e la famiglia col frutto della propria terra e s’indebitarono con i patrizi, i ricchi, fino a giungere alla perdita della proprietà e quindi della cittadinanza. A questa perdita seguirono la schiavitù o il cosiddetto "seguito" cioè alcuni plebei trovarono protezione presso un patrizio che ne assumeva la rappresentanza nella gestione della cosa pubblica.

LA GRECIA

Il primo popolo che s’insediò nella penisola balcanica fu quello miceneo, successivamente gli ioni che si stabilirono nell’Attica, poi gli eoli nella Grecia meridionale e nel Peloponneso e infine i dori che occuparono l’Argolide e la Laconia. Sarà Atene a soggiogare tutte le altre città-stato e a fondare la nazione greca.
La genesi dello Stato assume la forma più pura in Atene. Qui il popolo in armi per proteggere se stesso dagli attacchi esterni, trasformò le istituzioni gentilizie e istituì nuovi organi, l’apparato di amministrazione venne appropriato dalle classi detentrici di ricchezza ed usato anche contro lo stesso popolo per mantenere l’ordine costituito.
Qui la nascita dello stato non segue un grande sconvolgimento sociale preceduto dalla formazioni di organismi parastatali perché lo Stato si stabilisce su un "terreno" vergine, su cui non vi è alcuno Stato ma solo organi prestatali.
L’aumento della produzione aveva incrementato gli scambi commerciali e ciò portò alla perdita del controllo dei valori d’uso dei prodotti. La merce, infatti, è quell’insieme di prodotti che, venendo scambiati, escono dal controllo del produttore andando nelle mani dell’acquirente. Questo fenomeno fece sorgere il famoso dualismo filosofico tra le due massime visioni del concreto che animarono la disputa filosofica ellenistica: se cioè la realtà è un continuo divenire, come suggeriva l’instabilità dovuto allo sviluppo degli scambi mercantili, o eterna e immutabile, come suggerito dalla base economica fondata sulla proprietà fondiaria. La prima visione prenderà il sopravvento solo coll’avvento dell’industria, nelle teorie di Hegel, questo perché la produzione su scala industriale consentirà di tramutare ogni cosa in mercanzia.
Tornando alla formazione dello Stato in Atene vi è da dire che nell’età eroica, quando le tribù erano già passate al diritto patriarcale e si contendevano i territori dell’estremità meridionale della penisola balcanica, le quattro tribù ateniesi erano ancora separate, le dodici fratrie che le componevano dimoravano nelle dodici città di Cecrope. Gli organi erano quelli gentilizi: assemblea popolare o agorà composta dai maschi adulti con poteri consultivi sulle decisioni della bulè, il consiglio popolare, composto prima dai capi delle gentes, poi dai capi delle famiglie più facoltose, cioè con maggiori possessi fondiari, che aveva poteri decisionali. Quest’ultima convocava l’agorà che ne influiva le decisioni intervenendo ordinatamente con alzata di mano. L’agorà eleggeva il capo militare, il basileus che aveva anche mansioni sacerdotali e giudiziarie. Il basileus era in genere il parente più prossimo del suo predecessore a meno che non si presentassero valide ragioni per scavalcare la stirpe dei vecchi capi. Accanto al basileus vi era l’arconte che amministrava la proprietà comune.
Con la progressiva divisione del lavoro tra agricoltura e artigianato, commercio e navigazione i componenti delle varie gentes, fratrie e tribù si mescolarono generando confusione in quanto chi abitava in un territorio di un raggruppamento non facendone parte non aveva diritto di partecipare all’amministrazione del territorio. Ciò era una contraddizione bella e buona in quanto se un individuo abita in un luogo vuol dire che i suoi interessi risiedono in quel luogo, ma escludendolo dalla gestione del territorio da lui abitato egli non può tutelare i suoi interessi. Questo fenomeno era dovuto al fatto che le forze produttive erano maturate al punto che sempre più persone vedevano trasferire i propri interessi economici al di fuori del proprio gruppo consanguineo, ma non abbastanza da istituire un’organizzazione amministrativa che provvedesse ad adattare la gestione del territorio alle rinnovate esigenze.
La forza dissolutrice del denaro si faceva sempre più pressante, dappertutto la moneta s’insinuava nella vita quotidiana favorendo la concentrazione di ricchezza. Nella forma secondaria il commercio è perfettamente integrale alla proprietà fondiaria, questa è la base dell’economia e il mercato fa da sbocco e da collante tra i popoli e nei popoli per i prodotti eccessivi alle esigenze della comunità.
L’avvento della costituzione attribuita a Teseo definì gli affari pubblici che dovettero essere di competenza di un consiglio residente in Atene fondendo le tribù in un unico popolo. Il cittadino ateniese riceveva dei diritto non più come membro di un gruppo consanguineo, ma come abitante di un territorio. Ed è proprio lo spostamento della base gestionale dalla consanguineità alla territorialità che sancisce uno e forse il pilastro principale dello Stato, base che è il riflesso politico della proprietà fondiaria e commerciale che ha un centro di interessi economici in un dato territorio. In Atene furono i contrasti sociali a spingere i pubblici funzionari a fondare la legge scritta così come i disordini nei momenti più alti degli scontri tra le varie formazioni sociali comportarono l’avvento delle tirannidi ordinatrici.
La costituzione di Teseo, inoltre, distinse gli abitanti in tre classi: i nobili, eupatridi, gli agricoltori o geomori e gli artigiani o demiurghi. Questa distinzione è un ulteriore passo verso la dissoluzione delle gentes. Solo i nobili potevano accedere alle cariche pubbliche. Queste famiglie di nobili si erano concentrate in una classe privilegiata che il nascente Stato consacrò.
L’arconte era il capo del governo della classe degli eupatridi, inizialmente a vita, divenne, poi, carica decennale e il numero di arconti fu portato a nove: il primo comandava l’amministrazione civile, il secondo il culto, il terzo l’esercito e gli altri sei a capo della giustizia.
Nell’epoca tra Teseo e Solone l’ufficio di basileus venne scavalcato da quello degli arconti eletti dal Senato, l’assemblea dei nobili e il commercio marittimo attrasse la nobiltà fondiaria nelle aree urbane ateniesi dove si concentrava la ricchezza monetaria. I piccoli contadini s’indebitarono perché non riuscivano a reggere la concorrenza dei vasti latifondi nobiliari. Nacque l’ipoteca che portò a diverse soluzioni:
* I contadini rimanevano sul terreno come fittavoli versando i cinque sesti del proprio prodotto;
* Se ciò non soddisfaceva il nobile creditore, il contadino cedeva tutto il terreno e diveniva nullatenente, lui e la famiglia e si trasferiva nei sobborghi cittadini a fare lo straccione;
* Il creditore poteva esigere i figli del contadino come schiavi o questi poteva venderli al mercato degli schiavi e pagare il debito col ricavato;
* Se nemmeno ciò soddisfaceva il credito, lo stesso contadino diveniva schiavo, soluzione, questa che divenne sempre più diffusa allargando la classe degli schiavi non solo attraverso i prigionieri di guerra, ma anche con gli stessi cittadini dello Stato schiavista.
La divisione del lavoro tra i diversi rami di produzione, agricoltura, artigianato , innumerevoli sottospecie dell’artigianato, commercio, navigazione, ecc., si era sviluppata con i progressi dell’industria e dello scambio in maniera sempre più completa. La popolazione si divideva ora secondo le sue occupazioni in gruppi abbastanza saldi, ciascuno dei quali aveva una serie di interessi comuni per i quali non vi era posto alcuno nella gens e nella fratria, e che rendevano necessari nuovi uffici per la loro cura. Il numero degli schiavi era notevolmente aumentato e doveva aver superato di molto quello degli ateniesi liberi.
Sorsero così nuovi uffici di ogni genere per la tutela dei moltiplicati interessi, furono istituite le cosiddette naucrarie, piccoli distretti territoriali di dodici per tribù, ognuna doveva fornire ed equipaggiare una nave da guerra più due cavalieri.
Nel 594 a.c. Solone ebbe pieni poteri per intervenire nei gravi conflitti sociali in Atene. Egli legiferò in favore dei debitori: invalidò gran parte dei debiti, estinse i cippi ipotecari, fece rimpatriare e liberare molte vittime di schiavitù per debiti, pose limiti alla proprietà fondiaria e limitò decisamente molti privilegi nobiliari. Introdusse, inoltre la libertà di testare per chi non aveva figli. In seguito fu proibita la garanzia personale del debitore.
Successivamente il consiglio fu portato a 400 membri, cento per tribù, i cittadini furono divisi in quattro classi in base al reddito; gli uffici pubblici più alti come l’arcontato potevano essere occupati dai membri della prima classe, gli altri come quello di giudice anche dai membri della seconda e terza classe, la quarta aveva solo il diritto d’intervento e di voto nell’assemblea popolare. Inoltre i membri delle due prime classi fornivano la cavalleria, la terza la fanteria pesante e la quarta la fanteria leggera.
Ma la commisurazione dei diritti politici in base al patrimonio e alla classe di appartenenza vale solo per la nascita di uno stato di classe e non è indispensabile, dopo la fase giovanile lo Stato perde questo suo elitarismo ed diviene aperto a tutti i cittadini di tutti i redditi e di tutte le classi sociali, anzi, con il suo invecchiamento, esso è sempre più composto da elementi delle classi inferiori venduti agli interessi delle classi dominanti e solo in alcune fasi la classe al potere intrufola i propri componenti nella propria macchina statale per dei fini particolari. Anche ad Atene l’elitarismo statale fu una fase transitoria; successivamente i pubblici uffici divennero accessibili a tutti i cittadini liberi.
Successivamente Clistene divise l’Attica in cento demi ognuno eleggeva un capo, il democrate, il tesoriere e trenta giudici per le controversie minori e i loro sacerdoti, l’organo deliberativo era l’assemblea dei demoti. Dieci demi formavano una tribù locale, una mera divisione territoriale che eleggeva il filarco, comandante di fanteria e lo stratega, comandante delle truppe reclutate nel territorio tribale. La tribù locale forniva, inoltre, cinque navi da guerra con equipaggio ed eleggeva 50 consiglieri del consiglio di Stato ad Atene.
Lo Stato ateniese era, quindi, composto da un consiglio dei 500 membri delle dieci tribù locali, dall’assemblea popolare a democrazia diretta a suffragio maschile adulto e gli arconti e funzionari occupanti i vari rami dell’amministrazione statale. A questo punto lo Stato aveva del tutto sostituito le istituzioni gentilizie che avevano adesso mera funzione religiosa e di sodalizi privati che si tramandarono ancora per molto tempo.
La gendarmeria ateniese era composto da schiavi che facevano da arcieri appiedati e a cavallo, nessun libero cittadino era disposto a fare lo sbirro perché era visto un mestiere troppo degradante! Ciò dimostra che lo Stato ancora giovinetto non aveva ancora la forza morale per far gradire l’istituzione di polizia ai suoi sudditi.
L’altra importante città-stato greca era Sparta. La società spartana aveva una struttura complessa e stratificata: alla base vi erano gli iloti che erano gli schiavi, sorvegliati da reparti segreti di spartiati, liberi cittadini sopra i perieci, abitanti dei territori confinanti sottomessi che godevano dei diritti civili ma non politici ed avevano l’obbligo di milizia in tempo di guerra.
Agli iloti veniva dichiarata ogni anno una guerra simbolica, retaggio evidente della lotta che aveva portato alla loro sottomissione. Essi non potevano alienare la terra e dovevano consegnare metà del raccolto.
Gli spartiati erano i cittadini, costituivano l’assemblea popolare e l’esercito permanente, erano divisi per età in tre file: i giovani educati da maestri governativi; coloro che avevano tra i venti e i trent’anni che vivevano in comunità militari e gli anziani coloro con oltre trent’anni che conducevano vita comunitaria.
Gli organi statali erano l’apella, l’assemblea popolare che eleggeva cinque supervisori, gli efori; la gherusia, consiglio di 28 anziani che era l’organo consultivo dei due capi dell’esercito, i diarchi, probabilmente i capi militari della precedente federazione tribale; i quadri sotto i diarchi erano i cinque lochi.

Qualche spunto bibliografico:

- K. Marx, Il Capitale;
- K. Marx, India, Cina e Russia.
- K. Marx, Sistemi precedenti la forma capitalistica;
- F. Engels, L’AntiDuhring;
- L’ORIGINE DELLA FAMIGLIA, DELLA PROPRIETA’ PRIVATA E DELLO STATO, F. ENGELS;
- INDIA, CINA E RUSSIA, K. MARX;
- ELEANOR VON ERDBERG CONTEN, L’ANTICA CINA, EDITRICE PRIMATO ROMA;
- WILFRIED WESTPHAL, GLI INCA, SURGARCA EDIZIONI;
- HEINZE MODE, L’ANTICA INDIA, EDITRICE PRIMATO ROMA;
- FRANCIS CONTE, GLI SLAVI, EINAUDI EDITORE;
- L. M. GUMILEV, GLI UNNI, EINAUDI EDITORE;
- G. SCOTTI. ZINGARO, CHI SEI?, FERRARO;
- B. NICOLINI, FAMIGLIA ZINGARA, MORCELLIANA;
- F. GABRIELLI, LINEAMENTI DELLA CIVILTA’ ARABO-ISLAMICA, EDIZIONI RAI.

 

Giuseppe Bizzarro 2002