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L'angolo di
GIUBIZZA
Verso Antropia

 

Una giornata come le altre

Il sole bombardava coi suoi raggi il suolo inerme che riscaldatosi donava la sua energia termica ai gas atmosferici portando la calura estiva in ogni direzione, su tra i palazzi, nelle finestre, nelle case. Entrando in una stanza sorprese l’aria interna, un po’ più fresca, attraversata da innumerevoli tic-tic dei tasti di un computer martoriati dalle dita tormentate di G.. "Mannaggia" diceva G. mentre batteva furiosamente la povera tastiera, "vorrei sapere perché cavolo batto sempre un tasto diverso da quello che voglio!". Come un lampo nel silenzio della notte, un altro rumore squarciò l’aria accavallandosi al tic tic dei tasti del computer di G., era la suoneria dell’apparecchio telefonico situato nell’ingresso della casa che rimbombava sul pannello di legno della porta della camera di G., "vai tu G.?" si sentì urlare dalla cucina confinante con la camera, "eh, vado io, vado io, mà!" sbraitò G. con fare scherzosamente incazzato.
Dopo un breve litigio coi tasti del telefono G. accostò l’altoparlante all’orecchio, "pronto, dottore, sono E., tutto a posto?", rispose una voce familiare.
"Uè, dottò, tutto a posto e lei, tutto a post?" rispose G..
E.: "Tutto a posto, tutto a posto! Posso permettermi di invitarla ad una passeggiata culturale?".
G.: "ma certo, quando ce verimme?".
E.: "vogliamo fare tra un ora? Vieni tu a citofonarmi?"
G.: eh, vengo io. Ci vediamo tra un’ora! Arrivederla dott., comm., arch., ing., ecc..
E: ma tu che stavi a fà?
G: me stavo appiccicando col computer: batto una cosa e ne scrivo un’altra. Che caspito!
E: ma che stai a combinà cù stù sfaccimme e’ compiutèr? Prima o poi pure lo fondi e lo mandi al creatore!
G: da Bill Gates?
E: (risata) eh dal caro vecchio Bill! Oh, ce verimme tra n’ora, va buò?
G: và buò, và buò! arrivederla, arrivederla!
Attaccato il telefono G. tornò in camera sua a finire di battere al computer le sue cretinate poi si vestì un po’ alla volta per far asciugare il fastidioso sudore che colava ad ogni indumento che si metteva addosso. Maglietta, pantalone, scarpe e via!
Lungo quella via i pensieri ed i ricordi abituali assalivano la povera mente di G. turbinando vorticosamente in cerca di qualcosa di indefinito: quante volte aveva percorso quella strada, con quanti umori diversi, quanti periodi, quel periodo, quel periodo di cui ancora portava dentro le scorie.
Giunto al portone del palazzo dove abitava E., G. bussò al citofono, gli rispose una voce femminile, G. chiese se vi era E., glielo passarono e gli disse che stava per scendere. G. si appoggiò al muro aspettando, dopo alcuni minuti scese E.: buona sera dottore, tutto a posto?
G: tutto a posto commendatore, andiamo a prendere un caffettino a nocciola al bar Margherita?
E: si, si andiamo!
Avviandosi verso la piazza circolare omonima del bar E. e G. parlarono del più e del meno, delle esperienze fatte insieme e separatamente, del corso di formazione in cui si erano conosciuti, del lavoro interinale che E. aveva svolto per sei mesi al nord, di un altro corso di formazione seguito sempre da E. in un’altra località del nord Italia con la vana speranza di essere assunto, degli studi universitari sospesi per problemi economici di G. e della sua ricerca di un’occupazione così rara e difficile da trovare, dei noglobal e della globalizzazione, dell’economia e della storia, e di una vita fatta di speranze vane e illusioni spezzate che tengono col fiato sospeso come una funicolare alla fune che poi precipita nel baratro della solitudine, di una vita sempre più amara che val sempre la pena di essere vissuta seppur con un grande senso di sconforto.
Seduti al tavolino del bar davanti alle due tazzine di caffè a nocciola, tra i pochi momenti di dolcezza che dai magici tempi dell’infanzia e dell’adolescenza, dai tempi della scuola in cui il mondo è ancora un libro da leggere e scoprire, in cui ogni illusione è lecita, ogni sogno sembra possibile, si facevano sempre più radi, il tempo trascorreva senza accorgersene. I due, si alzarono, pagarono, fecero qualche commentino tra loro sul prezzo e si avviarono presso i giardini del palazzo reale, mostrarono le carte di identità al custode ed entrarono.
E: come si respira bene qui. Questo è tra i pochi posti che hanno un’aria magica, in cui mi sento tranquillo.
G: si pur’io, si sta tranquilli e si può meditare.
Girarono, si sedevano di tanto in tanto su qualche panchina e parlavano.
G: io a F. (una ragazza del corso in cui si erano conosciuti) ma la sarei scopata, era una tappa ma era carina ed aveva un bel culetto anche se mi piaceva più A. (un’altra ragazza).
E: e a cchi o’ dice! Chella era proprie bona! Ce la portavamo giù al garage e...
G: ti ricordi S. la culona? Con quel vocione!
E: uà! Chella era n’omme!
G: per me il più cretino del corso era L.!
E: si, era scemo ma almeno non scassava il cavolo come G. M.!
Uscirono dai giardini e girarono per la città sedendosi di tanto in tanto sulle panchine che incontravano lungo i randomatici percorsi.
Cominciarono a parlare di computer, di internet, come regolarsi coi programmi e coi servizi in rete, poi E. incontrò un suo amico, lo salutò ed iniziò a parlare mentre G. rimase annoiato ad aspettare sperando che quella conversazione fosse la più breve possibile e che quel tipo non proponesse ad E. qualcosa lo avrebbe interessato al momento distaccandosi da lui e rubandogli per quella giornata l’unico amico che gli era rimasto.
La conversazione finì e i due ricominciarono a vorticare furiosamente per la città come due particelle in un acceleratore sincrotonico fino a che anche G. incontrò un suo conoscente e s’intrattenne un po’ a parlare mentre E. attendeva annoiato e con la speranza che aveva animato precedentemente G. il quale riuscì finalmente a liberarsi del rompiscatole per dedicarsi di nuovo a turbinare per la deliziosa ma alienante cittadella.
G: non sopporto il fatto che quando cerchi un lavoro sembra che chi ti debba assumere ti faccia quasi un atto di carità! Come se mi mandasse la paga a casa senza che io butti il sudore ad arricchirlo!
E: e che vuoi fa! In questo mondo di merda c’è troppa concorrenza tra i lavoratori, spesso ti fanno "l’intelligente" domanda: perché dovremmo assumere lei? A questa domanda ci sarebbe solo da sputarli in faccia!
G: ben detto! Sono degli stronzi!
E: a me all’esame del corso mi chiesero come arrangiarmi se mi trovassi senza attrezzatura e con una richiesta urgente da soddisfare!
G: già! Perché poi i tuoi superiori che prendono dieci volte la tua paga non debbono pensarci loro a fornirti del necessario per lavorare! Devi accollarti anche le loro incombenze e fare il Mac Giver della situation!
E: perché non ci facciamo una birretella ai campetti della reggia?
G: si, si andiamo! Come ai vecchi tempi!
Così si fornirono di una peroni grande e si andarono a sedere su una panchina di fronte la reggia! Il monumento si stagliava di fronte a loro in tutta la sua imponenza sotto la luce dei riflettori che combatteva contro le incalzanti tenebre dell’imbrunire! Quella settecentesca facciata lasciava intravedere i ricordi delle scene di vita passate, delle passeggiate regali, degli incontri aristocratici prima che divenisse la sede dell’intendenza dei beni culturali e dell’aeronautica militare.
Versarono la birra nei bicchieri di plastica e cominciarono a sorseggiare la spumosa bevanda il cui alcol si sentiva sciogliere nel sangue ed affluire alla testa dando la sensazione che ruotasse leggermente soprattutto a G. non abituato a bere alcolici.
E: hai più rivisto la tua "lady M"?
G: beh, ci incontriamo per strada a volte ci salutiamo, a volte io non riconosco lei a volte lei non riconosce me. È passato n’anne e miezze ormai che vuoie più ricordà?
E: ti ricordi quando la incontrammo per strada e tu le gridasti : scostumata?
G: eh! Bei tempi! Sembra passato un secolo!
Poi alcuni minuti di silenzio! "Sembra passato un secolo!" Era passato un secolo! Un secolo non temporale ma un secolo di differenza abissale, una tonnellata di diversità tra l’aria che egli respirava allora e quella che stava respirando in quell’istante a stento addolcito dalla compagnia dell’amico! Nella mente di G. passarono scene ed emozioni, sensazioni e ricordi ormai spenti che lasciavano ammirare desolatamente il segno del fuoco. Qualcosa ancora bruciava dentro, ma cosa? Due grandi occhi neri, lunghi capelli color di castagna, quella voce seriosa e tenebrosa, quell’aria magica e misteriosa, quella voglia di abbracci e di vicinanza!
Mentre l’occhio sinistro di G. si fece lucido e bruciava trattenendo con doloroso successo la fuoriuscita del liquido, il suo sgangherato elaboratore neuronale scandagliava tutte le emozioni provate in "quel periodo", esercizio a cui si era ormai abituato, e le raffrontava all’apatico periodo che ora viveva! Davanti ai suoi occhi nascevano e morivano spettri dal nulla e nel nulla tornavano: spettri del passato e del futuro, di un futuro oscillante tra la solitudine ed un vile ripiego emotivo! E seppure tornasse la sua lady M? come recuperare il tempo perduto? Forse l’ansia di riscattare il vuoto accumulatosi in un anno e mezzo e più avrebbe provocato più sofferenza di un secco e deciso addio definitivo! Persino la grande rabbia provata negli ultimi tempi gli mancava, per lo meno era una pulsione che lo animava, lo faceva sentire vivo! Aveva un grande bisogno di confidarsi con E. come ai bei vecchi tempi, ma tante volte lo aveva fatto e rischiava di annoiare più se stesso che non l’amico il quale, anzi, aveva un’aria delusa dall’interruzione di G..
Poi ripresero a parlare, a sfottere le persone conoscenti, a fare commenti sul mondo. Si alzarono dalla pietrosa panchina, gettarono i bicchieri di plastica e la bottiglia svuotata come le loro anime afflitte in un cestino sfondato e si avviarono pian piano lungo la strada di casa.
Arrivarono alla via situata tra la casa di E. e quella di G., dove vi è una fontanella pubblica, bevvero si sciacquarono i polsi per rinfrescare il sangue accaldato dalla calda cappa umida che scendeva accompagnando la sera e si appoggiarono al muretto che costeggiava la via separandola dalla flora della reggia.
E: io mò stà settimana devo andare un’altra volta su, per fare un concorso!
G: eh! Non parliamo di concorsi, io devo farne tre al comune, voglio sapere come la mettiamo nome!
E: ma stì sciem comm’è che hanno organizzato i concorsi un giorno dopo l’altro?
G: per rompere le palle!
E: tu comunque falli che è sempre un tentativo, non si sa mai!
G: lo so! Speriamo! Un posticino al comune mi farebbe piacere, tranne un po’ il vigile: stè cose in divisa non è che mi piacciono tanto!
E: che te ne fotte! Tu ti fai le tue sei ore quotidiane a cazzià à gente e te ne vai a casa. A fine mese ti buschi un bello stipendiuccio!
S’intrattennero per un altro po’ a parlare, fino a che uno dei due esclamò: "s’è fatto tarduccio, ie dicesse di andà a casa a pappà e poi a fa bebbè!" e l’altro: "eh sì, se no cà facimme a’ nuttata!"
Dopo il saluto: "ce verimme nei prossimi giorni, o ce sentimme via e-mail!" si avviarono ognuno presso la propria abitazione con gli stomaci rombanti di fame.
Il sole era già tramontato da un pezzo crollando dietro ai monti privando la vallata della sua luce vitale e la luna, come l’altro piatto della bilancia spuntava all’orizzonte facendo da specchio alla vanitosa stella la quale emanava i suoi raggi sul satellite che li rifletteva impallidendoli con la propria superficie grigia. Un manto di luce argentata trapanava la calda coltre acquosa dell’umido ammasso nuvoloso del cielo, vestendo il paesaggio di un aspetto spettrale. Si chiudeva un altro ciclo luminoso su quella vallata circondata di monti, monti che fino a mezzo secolo prima avevano visto giornaliere scene agresti per poi essere bucati e corrosi dai cementifici industriali i quali, dopo alcuni decenni di attività distruttiva di sventramento, dopo aver denudato la terra montana facendo affiorare la bianca roccia nuda, ora chiudevano i battenti soffocati dalla crisi di sovrapproduzione che soffocava l’economia mondiale!
Si chiudeva un altro dì in quella cittadella dove i complessi e le frustrazioni erano di casa dietro la maschera di una falsa emancipazione e sicurezza di se. Si chiudeva una giornata su quella piccola città dove l’ostentazione di beni di lusso e ricchezza erano costume quotidiano celando un senso di vuoto disperato, dove i problemi di un mondo decadente si erano precocemente accavallati, per effetto di un’industrializzazione disperatamente veloce e frenetica, ai pregiudizi rupestri, lì dove chi non era "in regola" chi non era standardizzato, chi non era prodotto in serie, chi osava girare per le strade senza il marchio di fabbrica, rischiava di essere reietto e rinnegato da una gretta comunità immarcita dal consumismo più becero e stupido! Lì dove si faceva tutto senza concludere nulla!

 

Giuseppe Bizzarro 2002