Lo spettacolo che si offre agli occhi di chi giunge nelle “terre del silenzio” non è ricco solo dei paesaggi inaugurati dalle bianche argille dei calanchi, dai paesi come nidi d’uomini sui colli, degli arbusti sempreverdi, e che si svolge poi tra ruderi e reperti delle origini remote nella Siritide di popoli italioti e genti della Grecia. Ben è vero che dei primi non sappiamo quasi nulla e tuttavia, nelle parole che ogni giorno pronunciamo, si ripetono moltissimi fonemi che soltanto nei linguaggi antichi hanno ancora un loro senso originario. Molti dei nostri modi di pensare, e perfino dei gesti e delle posture, sono tramandati a noi da quegli uomini e da quelle donne che non hanno per noi più voce. Degli Enotri, per esempio, detti anche Ausoni, non abbiamo che scarsissime notizie riferite dallo storico greco Antioco di Siracusa che di loro parla come del primo popolo civile a vivere in Italia. Eppure abitarono per secoli le terre a noi ben note con i nomi di Calabria, di Lucania e di Campania più di tremila anni or sono, fino a scomparire nel miscuglio di migranti e colonizzatori provenienti da più paesi d’oltremare e poi dalle conquiste degli eserciti di Roma. In particolare, tra le stirpi enotrie, va ricordata quella dei Coni che s’insediò nella Siritide affacciata sullo Ionio dalla bella Metaponto fino alla leggiadra Policoro.
Di tutto ciò perfino gli etimi dei nomi etnici e dei luoghi sono stati tutti riferiti a una pretesa derivazione dal greco o dal latino, invece di chiarire col sumero e con l’accadico i segreti custoditi nelle sillabe ancora oggi molto spesso risonanti prive di ogni senso. Se si prende per esempio il nome proprio di Montalbano, se ne è supposto come origine il biancore dei calanchi, postulandone in tal modo un cromatismo permanente nei millenni e usando la linguistica per fare un umorismo involontario. Albano, invece, è da mettere in rapporto sia con Albione, il primitivo nome della terra dei Britanni, sia con i latini Albium e Albis, rispettivi antichi nomi di Albenga e del fiume Elba, la cui base è certamente idronimica e corrisponde al sumero halbia e all’accadico halpium (sorgente, specchio d’acqua). E a questa fonte occorre forse ritornare, perché sgorga per qualcuno ancora, rinnovando il miracolo del vivere, sia pure in mezzo alle macerie della storia.
Su questa sua sorgente primitiva ho inteso costruire un mito originario della fondazione a noi non pervenuto. Inoltre, poiché un mito è tale solo se funziona in molteplici scritture e si offre a più livelli interpretativi, il testo drammaturgico si è svolto senza nulla di naturalistico, ma solo con l’intento di mostrare eventi senza raccontarli, proponendo una messa in scena simbolica e allusiva. Il pubblico è chiamato, più che a comprendere una trama, a condividere emozioni. Ricondurre il teatro alle sue origini nel rito qui significa tornare alla funzione di un linguaggio dove alle parole è data una sovranità remota, una genealogia come strumento retrospettivo di passioni pubbliche e private condivise. Una teatralità di cerimonia collettiva, alla ricerca del “comune” che ci fa liberi perché ci unisce nella diversità. Il testo svolge anche un suo tema ben preciso nella storia in filigrana del teatro. Una delle sue funzioni è infatti quella di fornir parola al mito, agli eroi esemplari, ai gesti nobili e creativi della tradizione. Per noi che siamo partecipi e stranieri alla nostra stessa storia, gli antenati sono muti eppure in mezzo a noi viventi in terre perciò stesso sempre silenziose.
Nella trama sviluppata ne Le terre del silenzio ho infine trattenuto il senso originario di una tessitura e, al tempo stesso, quello di manovra occulta, con lo scopo di sorprendere gli attenti spettatori. La sorpresa sta nel fatto che le terre italiche da sempre sono state approdo a quanti dall’est e dal sud fuggono la fame o l’oppressione. Di contro, e stranamente, dal nord e dall’ovest sono sempre giunti i tentativi di conquista. L’Italia è dunque, da più di tremila anni, patria di accoglienza, dell’incontro con l’estraneo, del dialogo con l’altro, dello scambio culturale, della laboriosa convivenza.