VENITE E VEDRETE
COMMENTO AL VANGELO

L’amore, il peccato, il dolore.

 

Il peccato e la salvezza.

Non è possibile dare nessuna risposta al mistero della vita, né spiegare la presenza del male nel mondo, né comprendere la Bibbia e la volontà di Dio se non accettiamo la realtà del peccato originale da essa stessa rivelata. La storia del peccato di Adamo ed Eva è simbolica, ma nei fatti racconta la sintesi dei primi rapporti fra l’uomo e Dio. La natura umana, creata da Dio pura e incontaminata, è stata deturpata dal peccato delle origini, dalla zizzania che il maligno ha interrato nel cuore dell’uomo attraverso l’inganno. Così racconta Gesù: “Mentre tutti dormivano venne il suo nemico, il diavolo, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò” (Mat 13,25). Ogni essere umano eredita, dalla nascita, l’abito del peccato originale e tutti i suoi condizionamenti. Non ci viene imputato come castigo, perché è stato espiato da Gesù, ma ci rende tutti inclini al peccato e tutti peccatori: “Non c'è nessun giusto, nemmeno uno” (Rm 3, 10). Non solo. Il peccato originale ha introdotto nel mondo la terribile realtà del dolore e della morte: “Poiché … hai mangiato dell'albero… maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo …tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!” (Gen 3,17).

Tutti i nostri peccati formano un unico male che ricade su tutta l’umanità in quanto unica famiglia di cui Cristo è il capo. Su di lui si è scaricato il maggior peso in termini di sofferenza, ma lo ha vinto ed eliminato per chi eredita la vita eterna e ha chiamato i credenti ad accettare la croce per completare la sua Passione. Gesù ci fa notare che se il male ha colpito lui, che è innocente, non deve meravigliarci che colpisca anche noi che siamo peccatori, con malattie o altro: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20). Il peccato, infangando la nostra anima, rende necessaria la nostra purificazione. Gesù, con la sua morte e risurrezione, ha trovato il modo per realizzarla trasformando il dolore, che è frutto del male, in uno strumento di bene, di purificazione, di salvezza.

Chi è veramente pentito e graziato dalla misericordia di Dio, diventa giusto. Il suo dolore si associa a quello di Gesù, diventa salvifico, riceve l’eredità dei figli di Dio, partecipa alla redenzione del mondo e quindi alla gloria di Dio, come conferma S. Paolo: “Se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria” (Rm 8,17). Nella logica divina, quindi, i giusti e gli innocenti non soffrono invano, perché essi, più di altri, partecipano alle sofferenze di Cristo e alla redenzione. Il loro dolore costituisce un tesoro di grazie per se stessi e per la chiesa.

I nostri peccati spiegano la ragione dell’esistenza del male e del dolore nel mondo e che il responsabile non è Dio, ma è l’uomo. Il peccato è al di sopra delle nostre forze, tuttavia possiamo essere salvati da Gesù, se collaboriamo con la sua grazia: “senza di me non potete far nulla”.

Quando viene a mancare la vigilanza, come mancò ai primi uomini, ci ricorda Gesù, cadiamo in uno stato di sordità al Vangelo e ai richiami della coscienza, di confusione nel riconoscere la volontà di Dio, di incapacità di fare persino il bene che desideriamo.” Nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo” (Rm 7,18). Il male, dice Gesù, nasce e si sviluppa nel nostro cuore: “Dal cuore provengono i propositi malvagi” (Mt 15,19). Non risparmia nessuno, semina il peccato e ci rende suoi complici.

Dio è assolutamente contrario al peccato, ma lo permette per rispetto della nostra libertà, sperando che noi, dopo aver sperimentato il disagio e la paura che esso crea, possiamo correggere la nostra condotta: “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto” (Gen 3, 10). Incontriamo enormi difficoltà a vincere il peccato, perché i nostri istinti sono molto forti, noi siamo molto deboli e commettiamo l’errore di non chiedere aiuto a Dio.

Il male, purtroppo, è in continuo aumento. Lo testimonia la crescita delle corruzioni, della droga, degli omicidi, del numero delle vittime delle attuali guerre, dei genocidi, etc. Tutto questo accade di pari passo con il calo della fede e della moralità, favorito dalle correnti moderne del pensiero ateo, per esempio del relativismo religioso secondo cui una religione vale l’altra e nessuna possiede la verità assoluta; dai mass media che diffondono ogni genere di oscenità e violenza; dai falsi amici della Chiesa che negano le verità essenziali della nostra fede; dalla Massoneria satanica che nega l’esistenza del diavolo, che invece è una verità del Vangelo; dalla teoria dei gender per la quale il sesso non esiste come tale, ma è il frutto della nostra scelta e quindi squalifica il valore del matrimonio e della famiglia creati da Dio. Dietro a questi attacchi ai valori cristiani, si nasconde Satana, l’astuto menzognero, l’omicida che vuole indurci nel suo stesso peccato d’orgoglio e precipitarci nello stesso inferno in cui egli vive. Non dimentichiamo che “La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo” (Sap 2,24).

Egli, con le sue menzogne, ci inganna facilmente quando non viviamo nella luce di Dio. Ci incita a cercare la felicità negli idoli del mondo, assicurandoci che per essi diventeremo felici e potenti come Dio: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio” (Gen 3,4). Ma, nel coltivare quelle passioni, ne rimaniamo intrappolati, immersi nel peccato e incapaci di uscirne: “chi pecca è schiavo del peccato.

Il male si manifesta anche attraverso la natura, resa ribelle dopo il peccato del mondo: immani catastrofi, terremoti, maremoti, alluvioni, uragani. Facciamo bene a pregare, ma non basta. Per non rendere vana la nostra preghiera, è necessario fare la volontà di Dio, fare un cammino di santificazione e questo è il nostro punto debole, perché amiamo più il peccato che il nostro bene.

Di fronte a tante sventure, ci poniamo l’eterna domanda: forse Dio ci ha abbandonati?  Questo è impossibile, perché Dio ci assicura che non abbandona i suoi figli: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15). Sorge l’altra domanda: se egli ci ama, perché non interviene per fermare la mano assassina dei malvagi? Gesù, nel Padre Nostro, ha dichiarato che siamo tutti fratelli. Buoni e cattivi devono convivere per la reciproca salvezza. I malvagi, un giorno, potrebbero convertirsi e i giusti sono chiamati ad aiutarli usando pazienza amore verso di loro e in tal modo si santificano.

Anche se sembra assente, Dio, afferma Gesù, è sempre in mezzo a noi e dentro di noi, ci protegge, ci difende, ci aiuta. E questa è la controprova: se fosse il contrario, moriremmo tutti all’istante. A volte, però, quando imbocchiamo una strada pericolosa per noi, egli, che è nostro Padre e ci ama fino a morire per noi, per evitarci un’eternità di dolore permette che il male, unico responsabile delle nostre sofferenze, faccia il suo corso e non interviene: “È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre?” (Eb 12,7).

Egli ci esorta a non farci trovare impreparati alla sua venuta, perché il peccato ci tenterà sino all’ultimo giorno. Gesù indica nella conversione l’unico modo per sfuggire alla pena eterna: “O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13,2). In mancanza di conversione, e quindi in mancanza di amore, dunque, rischiamo di morire in modo violento e improvviso. Per questo Gesù ci chiama ad amarci gli uni gli altri, ad esercitare la pazienza e la carità, a condividere i beni ricevuti da lui, ad amare i poveri, a perdonare i nemici e pregare per loro.

Il male ci tiene sotto pressione, ma l’ultima parola spetta a Gesù Salvatore, perché, risorgendo, ha vinto il peccato e la morte e trasmette   la sua vittoria a tutti i credenti. Un giorno ristabilirà la pace e la giustizia: “Ecco, soccombe (muore) colui che non ha l'animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede” (Ab 2,4). Il giusto vivrà perché si fida e si affida alla giustizia di Dio. Sa che egli è infinita sapienza e infinito amore e crede in lui anche quando permette il male e le sofferenze, perché è certo che tutto ciò che Dio permette rientra in un progetto di misericordia. Riguardo ai malvagi impenitenti, dovranno rispondere del loro operato.
Gesù ci ha assicurati che, se anche lo estromettiamo dal nostro cuore con i nostri peccati, egli sta sempre dietro la porta e bussa. Se lo facciamo entrare, egli resterà con noi come amico, aiuto e alleato. Ma continuerà sempre a chiedere la fede nel suo amore e per essa ci darà la giusta ricompensa: “
In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna” (Gv 6,47). Credere al Vangelo è una necessità vitale. Non possiamo negare l’esistenza e l’amore di Gesù solo perché non lo vediamo e non interviene a fermare il male. Un giorno egli si manifesterà in pienezza, ma solo a quanti lo avranno amato in questa vita.

Facciamo tesoro dell’esperienza dei discepoli di Emmaus, ma non dobbiamo imitare il loro primo errore. Infatti essi, dopo la morte di Gesù, non credevano più in lui e nella sua resurrezione. Ma dovettero ravvedersi quando, dopo essere stati profondamente toccati dalle sue parole, insistettero perché entrasse nella loro casa e qui Gesù si fece riconoscere nello spezzare il pane, inondandoli di fede e di energia al punto da diventare zelanti annunciatori della resurrezione, proprio loro che poco prima la negavano: è il miracolo dell’ascolto attento della parola di Dio e dell’Eucaristia.

 

Gesù interviene nel nostro cammino di fede.

Gesù non ci lascia soli nelle nostre difficoltà. Egli, che è l’unico maestro di sapienza (Mt 23,10), ci insegna ad essere umili, a frenare e riparare il peccato di superbia, a lasciarci formare e guidare da lui. Ci vuole miti come lui, mansueti, comprensivi, capaci di dominare la nostra natura, le nostre reazioni, le nostre passioni, per evitare di perdere la pace e la grazia di Dio. Le virtù dell’umiltà e della mitezza sono il frutto dell’amore e ci guadagneranno il regno di Dio: “Chi ama, tutto comprende, è paziente, non si vanta, non si gonfia, non cerca il suo interesse, tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Cor 13, 4).

Gesù, se ci accostiamo a lui, ci offre ristoro, sapienza, forze fresche per affrontare le nostre fatiche, per accendere e accrescere la fede e la carità, per donarci la forza della conversione e dell’offerta della nostra vita a Dio e al prossimo. Ci aiuta e ci conforta nelle umiliazioni, nelle ingiustizie, nelle persecuzioni, nelle disgrazie, nella povertà, nelle malattie, nella morte. Non ci toglie questi mali terreni, ma ci offre la sua gioia su questa terra e il premio eterno nell’altra vita: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,28).

Il giogo di cui parla Gesù è la legge di Dio, sono i suoi comandamenti, e questi sono molto pesanti per chi non crede in lui, ma dolci e pieni di speranza per chi lo ama. È la croce dell’amore di chi si sacrifica per il suo amato fino a dare la sua vita per lui. L’amore che chiede Gesù deve essere costante e ricco di opere buone, sempre, anche nelle fatiche, nel dolore, nella lunga attesa della sua venuta, senza lasciarsi terrorizzare dai propri peccati, per quanto gravi possano essere, perché Dio, se ci convertiamo, se invochiamo il nome di Gesù e il suo perdono, egli non ne tiene conto. Ma ci raccomanda: “Va' e d'ora in poi non peccare più” (Gv 8,11) e in altra occasione: “perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio” (Gv 5,14). Queste parole confermano che il peccato sconvolge la vita del peccatore ed è causa della sua sofferenza.

Nella parabola delle dieci Vergini, tanto le stolte che le sagge accusavano il disagio del lungo ritardo dello sposo, Gesù. Ma le sagge non si scoraggiarono come le stolte. Queste finirono per annoiarsi e impigrirsi. Le sagge, invece, lo attesero con pazienza, perseveranza e speranza. Lo tennero sempre vivo nel cuore, ricordavano e vivevano le sue promesse attraverso la meditazione della sua Parola e mettendola in pratica con le opere di carità. Quando lo sposo arrivò, le trovò innamorate di lui come il primo giorno, si compiacque di loro e le prese con sé nella sua casa, nel Paradiso.

Se abbandoniamo Dio, commettiamo una follia. Guadagniamo le gioie terrene, ma rinunciamo alla pace e alla felicità, affondiamo nel mare della solitudine, dell’angoscia e del terrore della morte.

                                                           

                                                             Giovanni Ciattoni

 

 

 

 

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Fede e malattia

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Fede e salvezza

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La peccatrice perdonata

La preghiera del sofferente

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