LE ORIGINI DELLA LINGUA
La linguistica storico-comparativa ci informa che l'indoeuropeo è un insieme di parlate dialettali che avevano, e continuano ad avere (sebbene oggi più differenziati), una radice comune, appartenenti a popolazioni stanziate già tra il IV e il III millennio a. C. tra l'Europa centro-orientale e i confini dell'Asia centrale. Tra questa varietà dialettale comune dell'Indoeuropeo abbiamo l'italico (latino-falisco e osco-umbro), il celtico (gallico, bretone, gaelico, ecc...), il germanico (inglese, tedesco), lo slavo (russo, polacco, ceco, bulgaro, serbo-croato, ecc.), il baltico (lituano, lettone), il macedone, il greco, l'ario. Sono comunque tutte lingue (tranne l'ario possibilmente) che in un modo o nell'altro, chi più e chi meno, hanno incrementato (nel corso del tempo) il lessico e strutturato la base linguistica delle genti italiche. Cosa sia rimasto del sostrato linguistico pre-italico o pre-indoeuropeo è difficile dirlo, certamente molto poco. Forse in pochi vocaboli ne sarà rimasta qualche traccia e forse un po' di più nell'inflessione dialettale.
Verso il II millennio a. C. avvenne l'espansione indoeuropea verso il resto dell'Europa.
La popolazione mondiale ha avuto certamente una crescita, decisamente superiore, quando l'uomo cominciò a diventare da preda a predatore e si mise al vertice della catena alimentare. Già nel neolitico e ancor più nel calcolitico, non avendo rivali al mondo se non i propri simili, comincia ad aumentare vistosamente di numero, ma la terra è ancora tanto grande e gli uomini in proporzioni ancora pochi; fino a che arriva il giorno in cui la popolazione raggiunge il numero critico e iniziarono le grandi migrazioni. Un po' come è successo qualche millennio dopo con le invasioni barbariche.
Certamente la base da cui partire per parlare delle origini del sanmartinese è il dialetto italico (latino-falisco e osco-umbro). Il primo perché ha dato avvio all'espansione del latino in tutto mondo di allora, dalle Colonne d'Ercole fino alle remote regioni della Persia, dell'Arabia; dall'Inghilterra a tutta l'Africa affacciata sulle coste del Mediterraneo. Dal latino poi si evolveranno le lingue romanze. L'osco-umbro invece segna il sostrato pre-romano e quindi sarà l'origine e l'originalità della parlata locale, alquanto frazionata. Le popolazioni italiche (dei due gruppi di dialetti anzidetti) non avevano il senso dello stato accentratore e quindi una lingua ufficiale comune, sebbene fra loro non era difficile comprendersi. D'altronde è facile edurre come le distanze di allora influissero non poco sulla diversificazione, e non solo dialettale.
I sanniti come si sa occupavano l'antica regione appeninica denominata sannio, una vasta area divisa fra il Molise, l'Abruzzo, la Campania, la Basilicata e vi si potevano identificare almeno quattro gruppi: carecini, pentri, irpini e caudini.
La stessa territorializazione dei dialetti centro-meridionali tradisce un sostrato precedente al latino. Il pugliese si interrompe verso il territorio salentino che parla dialetti molto vicini al calabro-siciliano. Così come la toscana interrompe la catena dei dialetti laziali e centrali con un suo proprio idioma: il toscano [certamente avente un sostrato etrusco]. A sua volta la catena dell'appennino tosco-emiliano e l'appenino ligure interromperanno questa parlata per dare vita ad una varietà dialettale, rispettivamente: il ligure e il celtico nella padania. Le imponenti Alpi racchiudevano così tutte le genti italiche in un ben definito territorio. Protetto a Nord dalle alpi e aperto da pochi passi obbligati a Est ed ad Ovest ma il resto dell'Italia era esposto al mare. Roma era obbligata alla conquista e non a torto si dice che, almeno inizialmente, l'espansione romana era dettata dalla sopravvivenza: vincere o soccombere. Vinse, e per secoli il latino fu la lingua ufficiale, anche con e dopo le invasioni barbariche. Con la caduta di Roma non si estinse il latino che ebbe le filiazioni nel suo volgare e nelle note lingue romanze.
L'italia pre-romana inoltre esposta al mare subì la colonizzazione greca delle coste. Non sembra che questa civiltà abbia toccato, almeno non con scambi intensi, le nostre zone, popolate da gente di lingua osca: i frentani, la cui città più importante era Larinum.
L’osco era parlato da un gran numero di popolazioni: Sabini, Brutii, Lucani, Umbri, Piceni, Aurunci, Equi, Volsci, Messapi, Vestini, Campani, Alfaterni, Sidicini, Hernici . Più vicini al nostro territorio lo parlavano i marsi (nel fucino inferiore), i marrucini, i peligni (nella marsica), e gli Apuli o Dauni.
I Frentani erano una popolazione,
probabilmente illirica, stanziatasi nel Molise e nell' Abruzzo,
in una zona che costeggia il mare adriatico. Altri centri importanti furono: Lanciano (Anxanum) e le città marittime di
Ortona (Epineion), Vasto (Histonium).
Si allearono spesso con i sanniti. Popolo bellicosissimo,
questi fieri guerrieri opposero una strenua resistenza alla conquista romana. La loro indole
del resto rispecchiava il loro tempo (forse tutti i tempi): combattere per sopravvivere. Si
dedicavano inoltre alla pesca, all'allevamento e all'agricoltura.
Ancora oggi nella toponomastica molisana
riecheggia il loro nome: Montorio nei Frentani, Monti dei Frentani (la
serie di rilievi che dal Nord del Molise proseguono verso il Nord-Ovest
dell'Abruzzo, compresi tra il Biferno e il Sangro).
Probabilmente il territorio
tra il Biferno e il Fortore (nel Basso Molise) già in età preromana avrà
avuto alterne vicende. Fatto sta che poteva benissimo essere conteso tra apuli,
frentani e sanniti. Una zona
franca insomma, come succede spesso ai confini, specialmente se non hanno una
limitazione geofisica naturale. Ed è proprio ai confini che succedono delle
cose molto peculiari. Ci possono essere scambi culturali, lotte per il possesso
o la difesa, e, per quello che a noi interessa, compresenza linguistica di
diversi dialetti.
San martino in Pensilis doveva comunque nascere dopo la caduta dell'Impero Romano in questa zona dialettale osco-latinizzata.
Elaborazione personale di carta Geografica del Regno di Napoli di G. A. Rizzi Zannoni
A quanto pare due o tre secoli fa c'erano veramente vaste aree boscive: Bosco Pontone, Bosco di Ramitelli, La Petriera, addirittura il Bosco delle Scosse. Anche il Biferno era circondato da una discreta vegetazione. All'arrivo degli albanesi la vegetazione selvatica e boschiva sarà stata certamente ancora molto più estesa, e, andando ancora più a ritroso nel tempo, in pieno medioevo, splendidamente lussureggiante... È facile intuire che i boschi di Ramitelli, Petriera e Pontone in passato non costituivano una soluzione di continuità, ma facevano parte di un unicum che arrivava fino a Rotello.
Da notare Campomarino, quasi a strapiombo sul mare (con dei laghetti nelle sue vicinanze), che attualmente dista più di un paio di chilometri. Certamente il paese è nato proprio sul mare. Il Tria scrive: « Stimiamo, che questo nome di Campomarino le fusse posto, per esser situata in un campo vasto alla riviera del mare , dal quale è distante circa cinquanta passi » [700 m. circa],
Termoli era costituita quasi soltanto dal paese vecchio e soltanto nel 1847 le sarà poi consentito l'espansione fuori-mura (extra moenia). Contrariamente a Campomarino non ha subito questo progressivo insabbiamento. Il Biferno ha giocato un ruolo importante in ciò, con il suo continuo e incessante trasporto e sedimentazione di detriti alla foce.
ALCUNE IPOTESI
Il Tria, riportando quando scrive l'abate Giambattista Polidori, ci segnala che i Goti distrussero Cliternia (ubicata vicino al torrente Saccione) e che alcuni abitanti, sottrattisi alla furia distruttrice dei barbari, trovarono rifugio sopra un colle ove avrebbero edificato una chiesetta votiva a San Martino, vescovo di Tour,
venerato in tutta Europa. La data della distruzione di Cliternia, sempre secondo il Tria, è il 495 d. C. e trova conferma anche in altri storici che fanno risalire l'insediamento del colle tra la fine del V e l'inizio VI sec. d. C. Dopo l'anno mille il
paese non era ancora definito, non era un unità, un centro abitato unitario,
era qua e là, con i centri più grandi magari sul colle sanmartinese e quello della
Pincera. San Martino era un contado la
cui maggioranza delle abitazioni erano case di campagna, oltre ai conventi e al
palazzo (o palazzi) del signorotto.
Questo frazionamento, con l'arrivo degli
albanesi,
fece avvertire la sua fragilità e gli abitanti sentirono il forte bisogno
di crearsi davvero una città; così nacque (o si ingrandì
vistosamente) il paese vecchio: Mezzaterra.
Evidentemente il nome indicherebbe una spartizione territoriale e gli abitanti
si videro costretti a creare un luogo definito per evitare fastidi da questi stranieri
in terra loro. Le carte le giocavano gli uomini di potere, i
grandi di allora, e i sanmartinesi da soli non avrebbero potuto far niente
contro le decisioni venute dall'alto. Quindi, i primi anni (o secoli che dir si
voglia) sarebbero stati intrisi di rancore verso questo abuso ed espropriazione
territoriale.
Nella mia modesta e breve esperienza terrena, da infante e
adolescente, ricordo le botte che i giovani sanmartinesi, irruenti, si
scambiavano con gli albanesi di Chieuti, solo per il fatto di essere albanesi o per delle
quisquilie. Il forestiero, il diverso, sembra che non abbia avuto
buona accoglienza e attecchito nel cuore sincero del sanmartinese. Un'atavica insofferenza per il torto anzidetto
subito. La spartizione territoriale di allora, facendola i padroni,
per questi era completamente indifferente che il servo fosse albanese oppure
sanmartinese; cosa che per quest'ultimo invece faceva eccome la differenza. La
Corsa
dei Carri stranamente, oltre che a San Martino, viene fatta anche nei vicini
paesi albanesi limitrofi: Portocannone, Ururi, Chieuti.
Ma non la si fa a Campomarino (paese della stessa origine
albanese) che sta
più in là di Portocannone e più vicino al mare e al circondario di
Termoli. La corsa non c'è nemmeno a Montecilfone che è troppo distante
territorialmente e dunque lontanissimo dalle vicende della spartizione
territoriale anzidetta. Guglionesi, oltre il Biferno, sebbene non
sia albanese, nemmeno pratica la corsa dei carri. Allo stesso modo Larino,
sebbene ci siano delle feste con sfilate di carri trainati da buoi. Evidentemente la
Corsa dei Carri propriamente detta, come appare oggi, ha qualcosa a che fare
con la venuta degli albanesi nel nostro territorio e, poiché sembra alquanto
improbabile farla risalire a un importazione oltremare, possiamo pensare
giustamente che essa rappresenti un compromesso, un accettazione reciproca. [Un
po' come avviene oggi nelle manifestazioni da parata fra India e Pakistan]. La
corsa dei carri rappresentò un vincolo ai patti della spartizione
territoriale.
Penso che il carattere duro, a volte spietato, del sanmartinese si sia forgiato
proprio in base a quell'evento. È ovvio che oggi la questione è irrilevante,
come può esserlo una goccia d'acqua in un bicchiere d'acqua, ma nei tempi andati
doveva essere qualcosa di veramente importante, determinante. La corsa
è apparsa in quel periodo su una tradizione precedente del luogo,
forse simile a quella larinese. La gara subentra con l'arrivo degli albanesi.
Precedentemente è probabile che ci potesse essere soltanto una processione di carri trainati da buoi,
oppure una corsa senza gara. E come tutte le cose tradizionali (dialetto
soprattutto) si perde, evolvendosi a ritroso, nel tempo,
nell'immaginario religioso osco-sannitico.
Il medioevo come si sa è caratterizzato dalla prolifica costruzione di rocche, castelli, conventi e la chiesa giocava un ruolo determinate nei conflitti di allora. La nostra zona, oltre ad essere stata invasa dai goti, passò poi ai longobardi, ai normanni, agli svevi, vide passare le orde degli ungari, scorrerie saracene, ecc... insomma era una zona abbastanza movimentata. Verso il mille doveva apparire come un pullulare di case di campagna, boschi, monasteri, rocche, palazzi di signorotti locali. Sebbene non ci fu, come al Nord, la formazione di una vita comunale vera e propria, si deve considerare la vita medioevale che continuava dopo il mille, con al centro il palazzo del signorotto, o il monastero, cardine di tutta l'attività che ivi si svolgeva.
Nel periodo appena seguente le invasioni barbariche di certo il colle doveva apparire all'occasionale viaggiatore come un territorio per lo più boschivo e incolto, i cui abitanti sparsi nel circondario forse, soltanto per necessità, si erano dedicati all'agricoltura. Di certo non erano tutti cliterniani. Le poche capanne formarono nel tempo un piccolo villaggio e così, solo dopo il mille e rotti, si inizia a parlare un luogo chiamato San Martino in P. Luogo però non vuol dire paese.
La civiltà contadina sanmartinese
rimase certamente scossa, colta alla sprovvista dall'arrivo degli arbresh.
Del resto la popolazione, proprio perché dedita alla vita rurale, viveva
dispersa per le campagne e non sentiva ancora il bisogno di un agglomerato
urbano che la contenesse o la proteggesse. In caso di pericolo c'era sempre la
possibilità di rifugiarsi nei conventi o nei palazzi dei signorotti.
Probabilmente il colle poteva avere soltanto qualche bottega: da falegname,
da fabbro-maniscalco, un mulino, mentre per la fabbrica di mattoni
e coppi c'era la Pincera. L'economia curtense ancora
regnava nella zona e gli scambi avvenivano sempre al suo interno, una comunità
autosufficiente, tutto ciò di cui si aveva bisogno si produceva e si consumava
in campagna. Del resto vi immaginate a quei tempi i contadini, sparsi per un
vasto territorio, come quello sanmartinese, avessero voglia di ritornare, dopo
il loro duro lavoro giornaliero, al paese, con i mezzi (e strade sterrate) che c'erano allora!
San Martino si può dire che sia nata proprio con l'arrivo degli albanesi, come
se di colpo ci si è accorti di avere un identità, se non altro una necessità
di colpo avvertita: quella di difendersi dallo straniero. Almeno così l'animo
popolare avvertiva questa intrusione.
La nascita del paese verso il XV-XVI sec. è
anche avallata dal fatto che, nei documenti o nelle cronache di
allora, le catastrofi naturali, come i terremoti, antecedenti a questo periodo (per
es. quello che distrusse completamente Ururi, Portocanduni,
Magliano, Maglianello, Campomarino,... nel 1456), accaduti nella
zona, non registrano la distruzione, o la menomazione strutturale di un paese
che stesse sopra il nostro colle. Se il suo circondario, compresi i diversi paesi,
erano stati distrutti perché non è stata riferita la distruzione o
almeno il danneggiamento di un centro che si chiamasse San Martino?...
Semplicemente perché non esisteva e, ciò che non esiste, non può essere
danneggiato o distrutto. Elementare Watson!...

Elaborazione personale di carta Geografica del Regno di Napoli di G. A. Rizzi Zannoni
ALTRE IPOTESI
[1] Esisteva un insediamento medioevale sul colle (anche se non ci sono attualmente fonti che lo confermano) che fu distrutto (o seriamente danneggiato) dal terremoto del 1456 oppure da quello precedente. San Martino poteva essere un piccolissimo feudo rustico come quello ove era situata la chiesetta di Santa Maria in Auròle costruita verso il 945 e poi distrutta, intorno al quale ebbe origine l'abitato di Ururi.
[2] È possibile che San Martino fosse soltanto il palazzo ducale (baronale), il cui colle sembra sia l'unico posto (per ubicazione topografica) ove si poteva controllare l'intero territorio circostante. Bisogna considerare anche il fatto che i confini di un territorio possano mutare nel tempo e, certamente, per quel che riguarda il periodo medioevale è difficile stabilirli a priori. L'attuale contado sanmartinese, in passato, era molto più vasto e magari sarà stato diviso tra vassalli minori. Ci potevano essere due, tre palazzi (o castelli), alcuni conventi. Casale Aurio, Portocandesium e San Martino potevano essere i tre feudi minori e sul colle primeggiava il palazzo principale. Il terremoto del 1456 distrusse così le abitazioni popolari (costruite male e con materiale scadente) del circondario sanmartinese ma non il castello (palazzo baronale), con le sue mura possenti, costruite a regola d'arte.
[3] - Dato l'enorme lasso di tempo (circa un millennio) tra la caduta di Cliternia (495 dell'Era Volgare) e le prime scarne notizie (a cavallo tra il XV e XVI secolo), si può supporre la presenza dinamica di un agglomerato urbano; ovvero un centro (posto sul colle) che esisteva a seconda delle vicende storiche, geopolitiche o geofisiche (terremoti e pestilenze). Una pestilenza può distruggere un paese e spingere gli abitanti superstiti ad andarsene via ma, ancor più, i terremoti (secondo le statistiche, ogni cinquantina di anni ce n'è uno importante). Può darsi che il paese abbia avuto veramente origini medioevali ma nel corso del millennio (dianzi precisato) la possibilità che il colle fosse stato (diverse volte) scosso da un terremoto è un ipotesi accettabile. È facile pensare che se alcune volte si ricostruiva, può darsi che altre volte (anche per periodi abbastanza lunghi) si evitava di farlo. Ci sarebbe stato insomma sul colle, un aggregamento e uno disgregamento continuato nel corso del tempo, con la gente che comunque rimaneva sempre nel suo contado circostante. Quando accadde il terremoto del 1456 il paese non esisteva o non era ancora stato ricostruito.

Elaborazione personale di carta Geografica del Regno di Napoli di G.
A. Rizzi Zannoni
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