PREFAZIONE DELL'AUTORE
L'italiano come arma di d-istruzione di massa.
La differenza tra il rapporto che noi abbiamo col dialetto e quello che costruiamo con l'italiano è, rispettivamente, come il legame che sussiste con i propri familiari e il legame che si istituisce con un estraneo oppure una persona che si conosce da un certo tempo. Il legame familiare può essere viscerale, conflittuale, impossibile; un rapporto estraneo può essere buono, intrigante, corretto, ecc.
Scrivere in dialetto è come ricostruire un mosaico di cui si possiedono tutte le tessere; ma esse sono sparpagliate dappertutto, qua e là, nei luoghi della mente, ma, nonostante tutto, facili da trovare perché sono parte di noi, come noi.
È un'idea che da diversi anni mi frullava in
mente: quella di scrivere una grammatica del dialetto sanmartinese. Il nostro dialetto,
un po' come tutti gli altri (in special modo quelli minori), si sta perdendo.
Si è già perso. È un male? È un bene? Sensazione nostalgica forse?... Le nuove generazioni
s'illudono - beata gioventù! - in buona mala-fede, di parlare meglio in
italiano, con un inflessione falsata e un intercalare privo di un
anima(lità), cosa che invece possiede un qualsiasi dialetto. Esso nasce(va)
come la vegetazione spontanea, è come le pietre e le piante del luogo; ha un passato, una
storia, una legenda... un mito... e... mi ritrovo così ad affrontare la
problematica che già Pier Paolo Pasolini cercava di risolvere, se non
altro poneva sul tavolo una spinosa questione, una critica sacrosanta; l'abbandono dei dialetti a favore di una lingua, letteraria (d'elite
se vogliamo) quale è appunto l'italiano; nato come un evento letterario. Letterario
e non popolare.
Se è giusto imparare l'italiano, possibilmente al
meglio, altrettanto giusto mi sembrerebbe riconoscere questa vasta pluralità
dialettale insulare-peninsulare. Si parla di crisi di valori ma la perdita di
un dialetto non è forse la perdita del valore più importante?... Perdendo
il dialetto vengono a mancare anche tanti altri valori ad esso connessi.
È un processo di disintegrazione storica già in atto da tempo, da sempre. Fino a trenta anni fa ancora aveva un
senso parlarlo. Imprevidente per il futuro che lo avrebbe dismesso. Quel
piccolo mondo antico che raccontava, si raccontava, si è disintegrato. Il dialetto
non ha quasi più un senso, sembrerebbe... Fra non molto sarà una ri-scoperta
archeo-filologica-linguistica che farà assegnamento (ormai svanita la persona che lo
parlava) soltanto a qualche reperto-documento lasciato in eredità ai
posteri: le poesie di Sassi, il vocabolarietto di Zurro,
....
Il dialetto ci ha forgiati un esistenza
alla quale si è inesplicabilmente legato. Ci ha accompagnati negli anni, nel bene e nel male, e fa
parte di noi stessi che inevitabilmente ci confrontiamo, perdenti, con la selvaggia
globalizzazione.
Delle tradizioni, l'ho sempre detto, si prende il lato peggiore e
si butta via quello migliore. Prossimamente, in un futuro mica tanto lontano, ci
saranno le esequie dei dialetti minori, poi toccheranno a quelli maggiori: napoletano,
siciliano, sardo, romano, veneziano, genovese,
milanese, friulano, ecc...
È un processo globale, poiché l'unica cosa che conta sono ora le
leggi economiche. E secondo questa filosofia ugualitaria-massificante vengono
implicitamente poste delle domande essenziali: a cosa serve il dialetto?... a
cosa serve l'arte?... a cosa servono le tradizioni?... a cosa serve la
religione?... a cosa serve Dio?... ecc... Le risposte ovvie che ne derivano possono
essere riassunte nella massima di Andy Warhol che sentenzia: "un buon
affare è il massimo di tutte le arti". Se c'è bisogno che Dio esista,
ci deve essere una convenienza, ci deve essere un buon affare, altrimenti...
perché farlo esistere.
Il dialetto (per quelli della mia generazione in giù) ci
appartiene o, cosa molto più veritiera: apparteniamo al dialetto. Fa parte della
nostra fisiologia, del nostro immaginario, nel bene e nel male, così come ci è
difficile rinunciare al proprio modo di pensare, al proprio modo d'essere e di
avvertire lo spazio circostante, pena l'artificiosità, l'affettazione.
Perché dunque il dialetto?... Perché ci
ha accompagnato, formattato, per così dire, fin dalla nostra nascita e forse
ancora prima nella nostra vita prenatale. Quindi esso rappresenta il sostrato più
profondo di noi, la base del nostro linguaggio più vero, il nostro immediato
[non-mediato] rapporto con il mondo. Non è nostalgia (un ricordar
passato, malinconico, uno scavare-scavarsi che va cercando un mondo perduto)
ma un senso di giustizia, di verità, di obiettività, il senso d'essere noi
stessi, di lealtà innanzi tutto. Finché viviamo [almeno per noi
della ultima generazione dialettale], volenti o nolenti, il dialetto
sarà la base di ogni nostra iniziativa, proposito... Il linguaggio
dialettale ci ha forgiati, istruiti, richiamati, ammoniti, gratificati,
ecc... Dal primo vagito, alla prima parola "mamma!...", alle
prime parole familiari e dense di significato che ci hanno caratterizzato
indelebilmente... la nostra vita futura.
Si nota talvolta persone italianizzate al massimo grado, in momenti
cruciali, di difficoltà, imprecano in dialetto... Chissà mai perché! E non è cosa da
poco!...
Carmelo Bene parla dell'italiano come di una lingua che non esiste
se non nella sua frantumazione insulare e peninsulare, un vasto crogiuolo di
dialetti quindi che va da quelli settentrionali (ligure, piemontese,
milanese, veneto, veneziano, friulano, ladino, ...) al toscano, ai dialetti
centro-meridionali (romanesco, marchigiano, napoletano,
calabro-salentino-siciliano, sardo, ...). Possiamo paragonare questa smisurata
ricchezza dialettale italiana alla
bio-diversità e l'italiano come agli OGM, all'omologazione.
Può darsi che l'italiano sarà parlato. dalle future generazioni
in tutta Italia abbastanza spontaneamente, quasi fosse un dialetto. Ho dei forti
dubbi, sulla spontaneità... A noi invece tocca l'impresa di navigare questo passato
vissuto perché è presente. Il dialetto è anche la nostra tana.
La nuova generazione paesana [senza nessuna smania di atteggiarmi
al fatidico sentimento di chi declama "ai miei tempi"]
non ha una base linguistica nostrana. L'inflessione dialettale resta, anche se
non sempre nella dizione.
Il dialetto nasceva, si costituiva ed evolveva nell'ambito della
civiltà contadina e ogni parola, ogni gesto, ogni inflessione rispecchiava
appieno lo spirito del luogo. Se si ascoltano le intonazioni delle frasi ci si
accorge di come sia difficile tradurle se non artificiosamente per mezzo di
un'altra qualsiasi lingua (scritta o orale che sia) come ad esempio può essere quella italiana.
Ciò che viene tradotto è quindi la frase astratta e avulsa dal contesto della
tradizione, dalla sua storia, dal suo paralinguismo. Anche scrivere in dialetto è una
sottrazione a quella realtà immediata, spontaneamente intonata,
significativa, che è ,e soprattutto era, la lingua parlata. Dico lingua
e non dialetto definizione alquanto riduttiva. Cosa manca dunque all'italiano
bastardo della nuova generazione?... Un anima, un animalità, la spontaneità,
l'immediatezza. Una volta il linguaggio dialettale si sviluppava e si svolgeva
nell'ambito di una realtà effettiva, fatta di lavoro, di impegni, di sacrifici
ecc. ed era un identità. Nel linguaggio ci si identificava; ed esso ci
identificava, dava nome alle cose, riconoscendo-ci il mondo circostante che lo esprimeva pienamente.
L'esempio era dato e legato a quella realtà che
condizionava e si faceva condizionare dal suo linguaggio. Adesso l'esempio lo
danno i mass-midia, un linguaggio informativo, tecnologizzato, astratto, ormai
avulso dal contesto paesano-dialettale.
Quiz, telenovelas, telegiornali,
tele-invasioni... Se si parla allora di globalizzazione, bisogna considerare
seriamente, tra la perdita dei valori, il valore del dialetto e del suo
linguaggio che è il più importante. Il luogo effettivo, reale, viene a sostituirsi
con quello immaginario mass-mediatico. Sparendo la civiltà contadina sparisce
anche il suo linguaggio, la sua anima.
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Se diamo un occhiata alle singole parole ci
accorgiamo di quando sono più sensate e colorite quelle dialettali.
Es: Bbomme e Bomba. C'e nel dialetto il raddoppiamento della
labiale-esplosiva iniziale [bb] e il raddoppiamento della m [mm] che ci fa
sentire l'esplosione onomatopeicamente più che il termine italiano di bomba.
Il dialetto è molto ellittico ed efficace, sfrondando la
struttura linguistica fino all'essenziale, senza fronzoli.
Come si sa, il sanmartinese è un dialetto molto chiuso a causa dell'enorme
utilizzo delle vocali contratte: ê, î, â, û, ô. C'è un risparmio,
diciamo così di fiato, come avviene per la lingua araba e un po' meno per
l'inglese (le cui sillabe atone perdono molto dell'apertura vocalica).
Inoltre nel dialetto parlato si raddoppiano spesso le consonanti
iniziali, si fa un largo uso dell'aferesi, dell'elisione, della sincope, della
modifica della vocale finale e/o iniziale della parola successiva. Cosa che
capitano minimamente nella lingua italiana se non nello specifico della poesia
classica.
Questo fa sì che il dialetto si colori di un'espressività, di una
scioltezza, di una fluidità, ignota all'italiano (costretto per giunta a
scandire tutta, l'apertuta e la chiusura delle vocali). Il dialetto
dunque è una lingua soprattutto parlata che si può anche scrivere conservando
così molta della sua freschezza e colore. Mentre l'italiano, possiamo dire, è
come se fosse partito da un processo inverso: la sua letterarietà si è cercata
di istituzionalizzarla in lingua parlata. Si nota vistosamente lo sforzo. Sebbene il dialetto
scritto è certamente più povero di quello parlato (poiché non si può
trascrivere l'intonazione, il modo di parlare, l'innalzamento e l'abbassamento
di tono) esso è certamente ammirevole per questo:
A Primmavere ce rennove 'u monne
de sciure ce reveste la cambagne.
Il dialetto è più poetico poiché nasce da ciò che si parla e non da ciò che si scrive. Uno lampo di quella civiltà contadina c'illumina. Qualcosa che sembra perduto. Ora, per rinnovamento si intende qualcosa di ben diverso. È un rinnovo spirituale, interiore, che appartiene all'anima, alla gente del luogo. Così Federico García Lorca faceva nascere il suo cante jondo dal popolare, che non è espressamente tradizione popolare, ma da essa scaturisce e si alimenta, là dove sgorga la sua anima(lità).
Il dialetto dunque è una lingua minore,
nell'accezione che Gilles Deleuze dà al termine: "essere stranieri nella propria
lingua". Una siffatta lingua ci permette di sfuggire alla
omologazione di una lingua generalista, arrogante, inconsistente... ecc...
Allo stesso modo Carmelo Bene dà un sonoro ceffone [vedi nel
'L mal de' fiori] all'italiano disindividuandolo nella sua pluralità
dialettale. Un pluriliguismo essenziale, fatto di vagabondaggio
letterario-linguistico, in un idiolessi che tutto include (sebbene escluso da un
processo di riconoscimento pre-istituito), appartenente ormai alle cose che
mai furono.
Pochi sono coloro che parlano italiano e lo parlano male, non perché non lo sappiano parlare ma proprio perché non è possibile parlare italiano (non ha un sostrato di tradizione, un processo individuale, filogenetico, di appartenenza biunivoca innata linguaggio-essere parlante).
Non è ammissibile che ai vati Dante, Petrarca
e Boccaccio venga arrogato il diritto (postumo) stabilente
che in quel modo si deve parlare, appropriandosi essi di una lingua frammentaria,
la quale un bel giorno pensano (a torto) di avere inventato
(rubando quà e là) . [Non è una critica la mia
ai grandi summenzionati]. Ben venga allora messer Lionardo da Vinci che
definisce se stesso omo sanza lettere. Magnifico! Una qualsiasi lingua
viene elaborata, sviluppata, setacciata istintivamente (fino all'osso) dal popolo e, in quanto
essenzialmente frammentato [territorialmente], non può
far altro che produrre dialetto, linguaggio dialettale, gergo, idioletti, e non una lingua generalista
ma semmai una lingua minore.
Allo stesso modo Pino Daniele è frequentato dal napoletano
(una lingua
minore, forse la più importante, vasta, per tradizione, di quelle
italiane). Non esiste la lingua italiana ma semmai le lingue italiane. È
un po' come andare a ritroso dal generale al a particolare, dal collettivo,
all'individuo e al suo ambiente, dal maggiore al minore.
Ci si ritrova così con i bisogni essenziali dell'uomo, gli oggetti
quotidiani, mangiare, dormire, comunicare nel proprio mondo familiare, ecc...
L'italiano è una necessità che proviene e viene imposta dall'esterno [dal
parlamento, maledetto!] mentre il
dialetto, e tutto ciò che è minore, proviene dall'interno, dai recessi più
antichi, in una parola: anima. Anima, animale, animalità, animismo,
ecco... si comincia sempre da qui.
Una cosa curiosa è questa: tutte le persone di un luogo specificato sanno parlare il loro dialetto correttamente e se sapesserlo anche scriverlo (come lo parlano) sarebbe già una lingua a sé stante alla portata di tutti i locali... L'italiano invece è difficile impararlo, e, se non si va a scuola, spesso si commettono errori grammaticali (morfologici, fonematici, sintattici, pragmatici, ecc...) cosa che il parlare dialettale non ha: poiché già sa, nasce, per così dire, imparato... Sì, direi imbarato.
L'horror vacui che attanagliava Pier Paolo Pasolini riguardo al processo ineluttabile della consunzione, lenta e inesorabile, di questa molteplicità di idiomi, gerghi, è anche il nostro.
Parole, parole, parole!.. Le parole ci condizionano a tal punto...
C'è un temporale, ma noi non sentiamo i tuoni bensì i vummete...
vummete e selustre, e l'acqua a mmene come Dî chemmanne.
Ricordiamo il fatto che il termine dialettale vummete è
più onomatopeico dell'italiano tuono. Ecco, ci stiamo spingendo
nel nostro i-dialetto, idioletto [fuoco, fuochino] che è il nostro
linguaggio interiore, impastato della forma dialettale, fatto di carne ed ossa
come noi, di silenzi, ricordi, sogni, paure, angosce, amori, affetti ...
Sentiamo di dover recuperare il valore senza cui non ci potrebbero essere valori.
Il suono primordiale, la prima risata, il primo sorriso, la prima parola, ecc...
tutto ciò che è prima sarà anche dopo.
Se inciampo, î 'ngepolle ma, anche se cado, non vado
a terra perché casch'a
n' derre e, quando me reàveze, non mi sento indolenzito ma tutte
žghjequelate. Se qualcuno ci fa arrabbiare noi non siamo arrabbiati ma 'rrajâte
e s'u 'nghiappâme, l'autore della nostra incazzatura, 'i facéme 'nu
cûle tande; e se... quando in futuro lo rivedremo, gli diremo (magari
soltanto
mentalmente) un
bel vaffangûle e non vaffanculo.
Se stiamo attenti a ciò che sentiamo e a ciò che diciamo,
ci accorgiamo che l'italiano è già un tradurre dal dialetto. Sende ca me
ggir 'a còcce ma devo tradurre la sensazione [questa è l'imposizione
sociale-collettiva] se voglio farmi capire, essere accettato... e non finire per fare la
figura dell'analfabeta [?]. Cazzo!... m' a mme me ggire pruopej' a còcce.
Com' ejja fa?... Me stejènghe zzitt' e bbaste!...
Il dialetto è immediato e non mediato, è spontaneo, è ellittico, essenziale
ed efficace... Nasciamo col dialetto e ogni nostra esperienza di vita è ad esso
legata indissolubilmente.
Madonne che pahure!... me sejènghe jjettecâte dénd 'u sònne. Non ci si
aspetta di certo che chi sia stato svegliato improvvisamente da un rumore o
da un incubo, dica: " Mamma mia
che paura!... mi sono [ecco, non riesco nemmeno a trovare un termine che
sostituisca jjettecàte] sbigottito... no, meglio
dire... svegliato di soprassalto... dal sonno... no... dal
sonno è pleonastico. Si è perso per strada il dormiente! Ma in fondo io
me sejènghe soltanto sbauttîte dénd 'u sònne.
Non si tratta di nostalgia ma di ciò che noi siamo... veramente. Parafrasando
Bene il dialetto sgambetta l'italiano... e così noi a dispetto della
d-istruzione scolastisca...
Teném 'i requòrde de quande javâme na' scóle... ce stâv 'u
majéstre
Ciambrône 'na prim' elemendâre... dòppe na' tèrze (se me recorde bbone) ce
stâve Musacchie e na' quinde âme tenût 'u majéstre Bevilacque. Pu n'i scóle
mèdeje ce stâv 'u
prefessóre Tanghe che ce facév' italejâne, stori' e ggeografî...
Dialetto e linguaggio stranamente si intersecano fino a confondersi; la nostra
storia è stata forgiata da tutto ciò: dal passato e noi siamo soltanto il
nostro passato, apparteniamo alle cose che mai furono. Siamo fatti
di esperienze, di circostanze dunque, di passato e di presente che lo
incrementa. È ovvio che qui si sta parlando del dialetto
interiore, interiorizzato,
fin dalla nostra vita prenatale, sebbene di essa non abbiamo nessun ricordo
definito e/o definibile. Bisogna vivere il presente!... è un'astuta menzogna. Il
presente è costituito dal passato. Bisogna togliere! Diciamolo bene: bisogna vivere.
Ancora meglio: vivere. VIVERE. Ma è già passato!... Non
si parte mai da adesso ma, semmai dal nulla; da dove?... non c'è mai un punto da cui
si parte e un punto ove s'arriva. "Ci è tutto inflitto dalle circostanze!"
Subiamo la vita e, allo stesso modo, il significante del linguaggio
dialettale. Il senso di ciò è inesplicabile a parole ma parla di sé come
quando si "fischietta una canzone senza conoscerne il motivo".
Poiché non è ontogeneticamente
generata, l'italiano è una lingua senza futuro come lo è una qualsiasi altra
lingua che si voglia imporre come istituzione. Bisognerebbe impararlo dalla
nascita, ma chi è che ce lo potrebbe insegnare se nessuno lo riesce a parlare; e
quando dico parlare mi riferisco al comunicare, sentire, pensare in lingua
ovvero: fusione di lingua e linguaggio. L'affettazione, la non
spontaneità fa si che si creino delle mostruosità linguistiche, inflessioni da
incubo. L'italiano non ha se non la comunicatività orripilante di massa.
Ecco la Lega che ci sega in due. Giustamente. Bisogna che l'Italia resta
frantumata per tenerla unita. Cosa che i politici non comprendono e non
comprenderanno mai. Unità non vuol dire omologazione ma federazione
di unità, di frammenti come può esserlo un corpo che è unito da un
infinità di cellule diversificate secondo la loro funzione. Così possiamo
vedere il mondo come una biodiversità perfettamente armonica e non
centralizzata. Il mondo non ha centralità. Dio, per chi crede, oppure
possiamo dire: la natura ha un suo ordine naturale che noi possiamo solo
intuire percependolo ma non modificare manipolandolo. Così ci insegna il
taoismo.
La Lega, e altre tendenze autonomistiche, non sono forse il segno che qualcosa non va nell'omologazione? Un sanmartinese, che vive ora a Milano, mi diceva della frustrazione di non sentire più parlare in dialetto milanese, come si faceva una volta, è terribile... E lui è sanmartinese!... Cosa gliene dovrebbe importare del dialetto milanese! È ovvio che il dialetto è un sintomo che esprime ben altro. È una spersonalizzazione. La lingua-linguaggio del dialetto è il valore più importante rispetto agli altri valori, come noi la prima cosa che percepiamo è il suono, la voce materna. Il suono, come direbbe Carmelo Bene, precede l'immagine a dispetto della velocità della luce che verrà sempre dopo. In principio era il suono. Si nasce ciechi del resto.
Togliendo il dialetto, si ottiene la possibilità di condizionare meglio, come possono venire condizionati i senza-tetto [e Pavlov l'aveva capito già da tempo] ma col risultato di ottenere una società dilacerata, in preda all'anarchia in-civile dei [dis] valori.
Se si impara a studiare bene il dialetto, si impara anche meglio a parlare la lingua italiana poiché imparare è specialmente un processo di confronto ove vengono vagliate le differenze, le similitudini, e il già acquisito. Una rivisitazione-scoperta.
Allo stesso modo, come accade in [quasi ?] tutte le regioni italiane, il dialetto ha perduto gran parte della propria arcaica fisionomia e si avvicina sempre più all’italiano. Anche per me è difficoltoso parlarlo e mi riesce a volte assai strano intendere la differenza peculiare del fatto che si dovrebbe dire tembe e non tempe; pajesce e non paese; tonne e non tonde; bbomme e non bombe; candà e non cantà... Da ciò capiamo che il dialetto è già agonizzante, in estremissima unzione, poiché sta perdendo già la sua caratteristica dialettale che lo contraddistingue... e non avrebbe allora più senso parlarlo?...
Una remota possibilità [forse l'unica] per far rivivere un
dialetto, sarebbe quello di renderlo vivo, ridandogli la sua implicita forza
creativa linguistica tramite l'invenzione, l'adattamento, non rimanendo nello
stato pensoso e nostalgico di chi guardando al passato in esso vi si
smarrisce.
SUPPOSIZIONI SULLE ORIGINI DEL DIALETTO >>>>
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IDENTITÀ E INDIFFERENZA
Nel dialetto c'è tutta la tradizione, gli
usi e costumi di un popolo, e non è banale! Mentre la lingua ufficiale è fatta
per l'organizzazione, la divulgazione della filosofia di regime, l'omologazione,
ecc...
La tradizione tende fortemente a conservarsi, a non cambiare, ad evitare e
contrastare le influenze creative che la possano modificare, nel bene e nel male.
È il rovescio della medaglia. La cosa inquietante è che della tradizione, però,
si conservino soltanto i valori che possano essere consoni alla filosofia
social-globalista attuale. L'arroganza delle radici si innesta così
all'albero, già rigogliosissimo, del consumismo e dell'omologazione talché
il sistema ne trae forza ancor più. È un riciclaggio della tradizione.
Della tradizione non è nemmeno
scontata la bontà. Ricordiamo i fenici [come altri popoli] che
usavano ritualmente sacrificare bambini innocenti. Allo stesso modo in essa ci
può essere una violenza gratuita. Del folclore nostrano non è scontata nemmeno
la giustizia e la storia ce lo dimostra. Nella tradizione vi è un
alone esoterico, un misto di pagano e religioso, un quid di
esaltazione mistica, un sentirsi sregolare...
Di tale spirito di esaltazione pagano-mistica è per es. il carnevale
storico eporediése con la tradizionale "Battaglia delle Arance", la
"Corsa dei Ceri" eugubina [15 Maggio], Il "Palio di Siena"
[2 Luglio e 16 Agosto], e tante altre manifestazioni locali compresa ovviamente
la "Corsa dei Carri" sanmartinese. Probabilmente, andando indietro nel
tempo, tutte queste attività ricreative dello spirito umano saranno
state senz'altro più violente. Sono, insomma, la restituzione dell'ineffabile soffio
vitale dell'anima[le] che si veste di religione forse per non parere tale.
Gli animalisti protestano, pigolano per le atrocità
commesse ai danni delle bestie. Ma gli animalisti sono i più atroci
animali del creato, secondi soltanto ai politici. Non si rendono conto
che l'anima[le] dell'uomo vuole la sua parte di sangue: togliendoli questa
libertà si apre uno scenario alquanto apocalittico; da predatore diventa preda
e pronto a immolarsi a un qualsiasi Dio che gli faccia l'offertà migliore.
Nazismo, Comunismo, catafascismo [sic]. In questo modo abbiamo un pullulare di
congreghe sataniche [? bambini o bestie che siano ?], neonazismo, antisionismo,
ecc. che trovano terreno fertile nel suolo concimato, composto di sostanze
organiche, create appunto dalla putrefazione delle tradizioni locali. Non
riconoscersi in queste, presuppone uno spostamento d'attenzione, di dedizione,
verso l'esterno, creando così una forte richiesta che, per la spietata
legge di mercato, avrà una sua (anche se non esplicita e definita) offerta.
Se la tradizione è criticabile [e presenta le sue inevitabili
magagne] non può essere però estirpata e se è durata nel corso dei secoli,
sopravvivendo addirittura ai grandi sommovimenti storici, ci sarà pur sempre un
motivo, non logico ma intuibile.
Adesso siamo a un bivio e lo spirito della tradizione si dirama in
due tronconi principali: quello del passato [ormai non più presente a sé
stesso] facente parte del processo storico. Quello acquisito e modificato per
l'uso attuale e futuribile. Ma un conto è la genuinità della ritualità
e un altro la sua applicazione pratica, studiata a tavolino per uno scopo che
non sia la tradizione stessa [che non ha un fine]. La tradizione è,
innanzi tutto, un bisogno fisiologico dei gruppi sociali, come può esserlo un
bisogno fisico per l'essere umano. Il bisogno va espletato e non ci si chiede se
è giusto farlo o meno. Lo si fa. Tutto ciò va in barba allo spirito critico,
al senso individuale, e all'eguaglianza sociale.
La perdita dell'identità [tradizione] è una mancata
possibilità di sublimare, processare, uno status di violenza latente, che
sfocia per questo in una indeterminata forma di razzismo, a priori,
[apparentemente non motivato] verso tutto ciò che diverge. La crisi
d'identità, in siffatto frangente, presuppone la paura per qualcosa
che si è perso [o si ha sentore che si sta perdendo ineluttabilmente]
identificandolo [identificandoci] nella tradizione. Ecco che la fisiologia
locale si è deteriorata e sta deteriorando a favore della centralità
corruttrice.
TRADIZIONE E CREATIVITÀ
La tradizione di per sé non crea ma stabilisce, comanda e non accetta confronti. L'individuo, in quanto tale, crea disuguaglianza, disparità, mina lo status quo della tradizione.
Lo schema della tradizione e la liberalità
della creatività sono due scogli da affrontare e, in effetti, l'uso
locale che se ne fa, pecca per mancanza di rigenerazione creativa, la
sola cosa che potrebbe salvarla dal disastro attuale. Ciò che è folclore,
tende a contrastare e a sopprimere qualsiasi azione creativa anche se
avesse origine dal suo interno, rivolgendosi sempre al passato e mai al
presente. La tradizione per definizione è popolare, di massa dunque [anche se
localizzata], suscettibile di essere omologata dal generale che già
la ingloba.
La tradizione ha due volti, possiamo dire, uno intimo,
non definibile ma intuibile; L'altro è quello della prassi esteriore,
del rito sacrificale (poiché si sacrifica sempre qualcosa, se non altro
l'individualità). Dal cambiamento esteriore si potrebbe capire quali
mutamenti avvengono o sono avvenuti al suo interno. Ciò farebbe supporre,
falsamente, una creatività occulta, insita nel folclore nostrano. Niente
di tutto ciò. Ciò che la modifica è soltanto il generale in cui essa è
(volente o nolente) inclusa. Una creatività, diciamo, subìta. Il
che è un controsenso. La creatività non si subisce ma si attua in direzione
interno-esterno, nasce dallo stimolo fino ad arrivare alla sua probabile
realizzazione.
LA TRADIZIONE VIRA AL GLOBALE
[...] Il marxismo presiede a un giudizio della storia o a un tribunale del popolo che risultano anche più inquietanti degli altri. (Gilles Deleuze)
L'assunto che si vuole proporre è questo: la tradizione [manipolata dal generale] crea globalizzazione. In altri termini: le tradizioni sono i mattoni fondanti con la quale quest'ultima si costruisce e si espande. Può sembrare un paradosso, ma i due termini, tradizionale e globale, non sono così equidistanti. Il globale è la somma delle tradizioni. Facciamo un esempio pratico.
Qualcuno vuole dedicarsi al mestiere di pasticciere, facendo però dolci tradizionali, con metodi antichi e quindi ormai superati. Inizia a farlo ma, come di prassi, la gente comincia a pensare la cosa... e che il tizio nostalgico (fuori luogo e fuori tempo) abbia qualche rotella fuori posto... e comincia a interessarsi del suo caso. Cercano poi in qualche modo di fargli capire l'assurdità di quel mestiere che insiste a fare. Poi la famiglia fa il resto, magari soltanto per non essere svergognata. Prime silurate e non ultime. Se il pasticciere incriminato non smette il suo lavoro (mettesse la testa a posto!) farà molto probabilmente una brutta fine, almeno economica; sarà bandito più o meno in modo esplicito, con vari cavilli, sotterfugi, ecc... Non rende!
Questo è un esempio della tradizione sdoppiata in due piani, diciamo, che si volge contro se stessa, bandisce il piano del passato nostrano però ne accetta pienamente un altro, quello a livello economico. Se lo stesso pasticciere, ad esempio, si iniziasse a una produttività meno artigianale (e non all'antica) sarebbe visto di buon occhio e la situazione precedente si ribalterebbe. In questo caso rende!... Cosa è successo allora?... La mentalità locale, arrogante e presuntuosa, milita tra le file del capitale, lì dove c'è maggior guadagno e interesse. Un lato folclorico tipico dell'umana specie, il più disumano del resto. Della tradizione permane ciò che è utile al capitale, al progresso diciamo, il denominatore comune. Cosa accomuna meglio del denaro... quando si sa che c'è gente poverissima, pronta a prostituirsi e far prostrituire i propri cari, pur di avere un miglioramento economico, pronta a vendersi al migliore offerente. Tra tradizione e necessità prevale quest'ultima. Andiamo oltre: lo stato di necessità è il più grande business per il processo di globalizzazione. Lì dove c'è necessità ci sarà mano d'opera a buon prezzo, è possibile ricattare, piegare la tradizione, diciamo così, dal lato più consono ...
Nella nostra zona (e complessivamente nel Sud) il boom economico è iniziato da poco, appena qualche decennio fa; e si può dire che, per la maggioranza della popolazione (contadina), le cose non siano cambiate granché per secoli (e per certi versi anche per millenni). Se una volta sussisteva una tradizione, essa si conservava pienamente, senza ripensamenti o cambiamenti significativi. L'arroganza faceva parte, positivamente, di una ritualità locale, prima di venire utilizzata per altri scopi meno attinenti. Con ciò, non si vuole difenderla a spada tratta ma certamente si vuole significare una sua funzione fisiologica-tradizionale.
Allo stesso modo la ritualità locale
soggiace a una qualsiasi struttura di sistema, come può essere quella
psichiatrica. Non molti decenni addietro, bastava indicare a dito una persona
per farla ricoverare, addirittura alienarla per sempre. È un perfetto esempio
di simbiosi; se prima una persona veniva relegata, bandita dal (nel) paese,
adesso essa è globalmente assente, non riconosciuta. Il globale dà un
arma (di d'istruzione di massa) alla tradizione affinché questa
si suicidi o suicidi una parte di sé, non indispensabile a... ecc... Ovvero si
suicidi! Diremmo di più: la tradizione viene avvertita come protagonista di sé
stessa ma in effetti è soltanto plagiata. Cosa si conserva dunque?...
La tradizione non è (dovrebbe essere) il lato esteriore ma semmai attraverso di
esso si manifesta. Diamole un volto, o meglio, una maschera, per tenerla a bada
e poterla utilizzare.
Il denaro non ha odore. Nel bene. Nel male. Questa moneta che sto scambiando, proprio adesso ... chissà a cosa sarà servita, forse a finanziare il commercio d'armi, a uccidere, ecc... La globalizzazione, dunque, è somma delle tradizioni prese però dal loro lato che tutte le accomuna: l'interesse. Dal locale al globale. È l'arroganza qui diventa cinismo, menefreghismo, perversità, ecc. invece di essere fisiologica. La bestia umana così dilaniata cercherà una rivincita.
Turn and run!
Nothing can stop them,
Around every river and canal their power is growing.
Stamp them out! We must destroy them,
They infiltrate each city with their thick dark warning odour.They are invincible,
They seem immune to all our herbicidal battering. (Genesis)
ESSERE, AVERE ED ESSERE POSSEDUTI
La tradizione possiede diritto di prelazione sull'individualità, nolenti o volenti. La mentalità comune deve comunque rapportarsi al non-accomunabile, identificarlo, giudicarlo e, quindi, trovare una soluzione adeguata, ovverro: isolarlo, emarginarlo, recuperarlo [?], reinserirlo [?], recluderlo, distruggerlo, ecc ... Ciò che è comune, è norma e chi non si adegua... ahi ahi!... ecc... Il sogno della norma diventa incubo per la divergenza, poiché anche questa passa attraverso quell'occhio indagatore ed omologante. Nino, per esempio, non ha trovato la sua linea di fuga dal carcere di attenzioni che gli si creava attorno e sbagliò nell'intento, che ebbe un deprecabile esito: invece di uccidere [in senso figurato: le figure] si uccise. Ne uccide più la tradizione che la spada. Questa è la tragedia: tutto ciò che c'è di pessimo in essa lo si conserva ed usa [l'arroganza, la violenza, l'interesse, la mafia ...].