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L'ottavo re di Roma, «La bestia che era e non è più» (Ap. 17,11)
Gaetano Barbella
martedì 14 agosto 2007
Piazza Augusto Imperatore
Roma Piazza Augusto Imperatore. Un insospettato terzo guerriero, celato da un coccodrillo, seduto sul palazzo di Montecitorio.
L’0ttavo re di Roma, «La bestia che era e non è più» dell’Apocalisse di Giovanni (Ap. 17,11), sembra rivelarsi attraverso una surrealtà olografica che mi è parso di intravedere nella topografia romana di Piazza Augusto Imperatore.
Ma è solo una mia idea, piuttosto balzana, partorita dalla mia fervida fantasia, direbbero i lettori, pur disposti, magari, a curiosare sulle mie riflessioni in proposito, avezzi a simili cose presentate in precedenza nel sito.
Ma se si fa capo alla profezia, la forza di spicco delle manifestazioni esoteriche, immaginando che l’argomento in allestimento, vi possa riguardare, c’è la possibilità che lo scetticismo si traduca in più che curiosità.
E, naturalmente chi se non Michel Nostradamus , famoso astrologo e veggente francese del 1500, può essere coinvolto in proposito, considerato che di «bestie» ve ne sono a iosa nelle sue profezie e presagi?
Assurdità viene da dire, protestando, ma... intanto, come nel caso dei “due” armati di Piazza Augusto Imperatore dell’illustrazione, fa tremare le gambe immaginare che una certa quartina vi si possa riferire veramente. Non solo, ma qui si tratta di un avvento che nessuno vorrebbe mai far emergere dal profondo dell’abisso, trattandosi del dio delle tenebre, la temuta «bestia» dell’Apocalisse di Giovanni.
Perciò, esaminiamo insieme una delle profezie nostradamiche, fra le diverse sulla «bestia» in discussione che meglio si addice alla mia cartografia romana in questione.
Si tratta della quartina XI-19 (tratta dal libro «Centurie e Presagi di Nostradamus» a cura di Renucio Boscolo – Ediz. MEB) che è questa:
«Seicentocinque, seicentosette
A noi si mostrerà all’anno diciassette
dal Buttafuoco, l’ira, l’odio e invidia
Sotto l’Ulvio seduto lungo tempo nascosto
Il cocodrillo sopra la Terra l’ha nascosto
Quello che stava morto, sarà per allora in Vita».
Per accostare questa quartina al mio disegno cartografico suddetto occorre capire bene la parola «Ulvio», usata dall’autore della traduzione dal francese nostradamico originale che è «Oliver». Tutto lascia intendere che si tratta di un allegorico Olivo con l’iniziale maiuscola della relativa parola. Di qui, trattandosi di cose romane e particolarmente vaticane, poiché i “due” armati accanto alla ipotetica «bestia» meccanica sono i dirimpettai della zona vaticanense, il mio pensiero si impernia sul passo dell’Apocalisse della descrizione dei «due Testimoni vestiti di sacco» predisposti da Dio perché «compiano la loro missione di profeti per milleduecentosessanta giorni» (Ap.11,3). Dio dice in particolare che «Questi sono i due olivi e le due lampade che stanno davanti al Signore della terra» (Ap.11,4).
Certo non ci si aspetta realmente la rappresentazione allegorica di due piante di olive, ma della «lampada» comune ai “due” sì. Infatti i cimieri dei due elmi dei “due” di Piazza del Popolo sono eloquenti.
Però resta da capire com’è che il potere nefasto della «bestia» «va in perdizione», secondo la citazione dell’Apocalisse.
Dunque, come prima cosa ci tocca di sapere sul fantomatico «re» celato nel ventre del coccodrillo della cartografia (la bestia) da «ridurre in polvere nera», una frase che ricorre nelle operazioni alchemiche, che può sembrare mortificante, ma è un modo di dire intrigato per concepire la fase di perfezionamento della materia da far evolvere, che poi si traduce in una sorta di “involo”, come dare le «ali». Ecco che quel «va in perdizione» della «bestia», su cui si era posta l’interrogazione, assume un’altra fisionomia. Ora si capisce anche la risposta dell’angelo dell’Apocalisse a Giovanni che fu «preso da grande stupore» all’impatto con la grande prostituta «ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù» (Ap. 17, 6-7). Gli disse infatti: «Perché ti meravigli? Io ti spiegherò il mistero della donna e della bestia che lo porta...».
Ed ancora altri interrogativi: com’è che questo «re» è «l’ottavo re»?
L’angelo spiega a Giovanni la storia dei sette re, emblematizzati con i termini di teste e poi di colli (quest’ultimi sono presenti nella topografia romana), «sui quali è seduta la donna; e sono anche i sette re». Questi faranno la loro storia, infine «Quanto alla bestia che era e non è più. È ad un tempo l’ottavo re e uno dei sette, ma va in perdizione» (Ap. 17,11).
Ma adesso veniamo ai fatti: chi potrà fare la parte terrena del «re» «in perdizione» insieme alla «bestia»? Più coerentemente «ridotti in polvere nera»? Naturalmente non c’è atto spirituale che avvenga in cielo se non attraverso la mediazione carnale umana in terra.
Avete notato la spada brandeggiata dall’armato di sinistra? Innanzitutto egli la solleva in alto, ma non è blasfemo quest’atto che sembra di sfida al cielo. Direi che fa parte del copione ampiamente trattato in merito al potere in atto e che poi decade.
Sorprenderà non poco capire che si tratta di un personaggio del passato che ha dovuto subire il martirio del rogo proprio lì a Roma e le sue ceneri furono disperse nel Tevere.
Ravviso in lui, infatti, Arnaldo da Brescia, mercè l’indicazione del “fodero” della spada sguainata (la via Arnaldo da Brescia a margine del Tevere), “giustamente” contro la Chiesa, dall’armato munito dello scudo cesaresco.
E qui cominciano a delinearsi personaggi e cose provenienti dalla città di Brescia e dintorni ove io risiedo sin dal 1969.

Arnaldo da Brescia

Arnaldo da Brescia
Brescia, Piazzale Arnaldo, monumento ad Arnaldo da Brescia.
Il primo personaggio è Arnaldo da Brescia (Brescia fine XI-inizi XII secolo - Roma 1155) che fu uno dei principali esponenti del movimento di riforma religiosa del secolo XII. Allievo di Abelardo a Parigi, a Brescia era divenuto canonico regolare. La predicazione contro la corruzione del clero ne fece un protagonista della incipiente vita comunale e della lotta dei cittadini contro il vescovo Manfredo. Condannato da Innocenzo II ad abbandonare la diocesi bresciana, passò in Francia, dove partecipò allo scontro fra san Bernardo e Abelardo nel concilio di Sens (1140). Colpito da nuove condanne papali ispirate da san Bernardo, nel 1145 si presentò a Eugenio III, che gli permise di recarsi in pellegrinaggio a Roma. Qui si trovò nel pieno dello scontro fra il pontefice, che aveva lasciato la città, e il popolo romano, proteso verso l’autogoverno sul modello dell’antica repubblica. Riprese a predicare i suoi temi ascetici e di condanna della temporalità e mondanità della Chiesa, e finì per diventare simbolo della autonomia comunale. Nel 1155 lasciò la città, che aveva trovato un accordo col papa Adriano IV, ma fu preso in val d’Orcia e consegnato a Federico Barbarossa, diretto a Roma. Processato, fu messo al rogo e le ceneri vennero sparse nel Tevere, per evitare che il corpo divenisse oggetto di culto popolare.
Ma il reale capo d’accusa non fu la predicazione contro l’abuso delle ricchezze da parte del clero, contro il quale aveva combattuto ferocemente anche il suo nemico Bernardo di Chiaravalle, bensì il rifiuto assoluto del potere temporale del Papa e della Chiesa; San Bernardo e gli altri avversari di Arnaldo consideravano tale rifiuto come «eresia».
È chiaro come il sole che questa presunta «eresia» non poteva stare bene all’«IO» cesaresco, che fa capo al Principe della Terra, il dio delle Tenebre, Satana, la Bestia e detto in altri modi. Di qui la predisposizione storica da parte dell’«IO» in questione per attuare l’accomodamento alchemico che sappiamo attraverso le ceneri di Arnaldo da Brescia disperse nel Tevere. Si può allora interpretare anche la parola «cocodrillo» della quartina suddetta di Nostradamus (così interpretata dal suo traduttore, mentre originalmente è «Crocodil»), riferendola ironicamente al clero romano che fu portato (dal fato) a condannare Arnaldo da Brescia al rogo e credette di far bene ad impedire che le sue ceneri diventassero reliquie da venerare .

Il masso di Botticino per la dea Roma

Masso di Botticino
Trasporto del «Masso di Botticino» di oltre 35 mc per la «Dea Roma» destinata alla tomba del Milite Ignoto, monumento a Vittorio Emanuele II. Roma.
Nulla che possa dunque stupire, se si dà retta all’angelo dell’Apocalisse che chiarisce ogni cosa a Giovanni, nell’intravedere nella dea Roma al centro del Sacrario dei Caduti del Campidoglio romano, ovvero il monumento al re Vittorio Emanuele II, il padre della Patria. La dea Roma di un fulgido passato pagano che, pur superata dal fatto che Roma è cristiana, è elevata agli altari patriottici per dar prestigio ai caduti ignoti della nostra Italia. La dea Roma, resta il marmo come quand’era in seno al monte ove fu estratto, ma in modo traslato è legato alla «polvere nera» dei morti della patria italica del Sacrario e con essa si è “involata” nel cielo mentale dei vivi a perenne ricordo commemorativo.
Dea Roma
Roma, Vittoriano, effige marmorea della Dea Roma.
Può sembrare marginale sapere che la “madre” marmorea di questa dea è di Botticino, una località poco distante da Brescia. Ma per le “immaginarie” implicazioni dei fatti testè raccontati io credo che essi sono legati fra loro indissolubilmente. “Prova” ne è che la società marmifera che ne curò l’estrazione e la fornitura, insieme al resto del marmo occorrente per il monumento funerario del Campidoglio, forse per una concepibile relativa “privazione” a “monte”, non ebbe buona sorte in un successivo seguito (circa un decennio fa) che si tradusse in un fallimento aziendale. Io che sono stato l’ultimo dei direttori tecnici di questa azienda marmifera di grande prestigio internazionale, la ditta «Fratelli Lombardi Marmi», sono stato portato a raccoglierne almeno il “resti” spirituali. È stata una cosa buona? Ma la mia sorte è stata altrettanto avversa, poiché ho dovuto sopportare la disoccupazione con le privazioni che ne sono derivate.
Ho esposto per l’occasione la foto di quel masso che servì per la dea Roma in partenza per Roma, non senza l’immagine della dea in seno al Sacrario che da essa fu ricavata.

La Pietra scartata dai costruttori

S. Michele
Roma, Castel Sant’Angelo. Statua bronzea di S. Michele.
Della quartina nostradamica in esame, però i lettori, indisposti a fare da sé, chiederanno lumi sui due numeri iniziali e poi su quello successivo riferito ad un certo «anno».
In verità se si cerca fra le mie opere presentate in questo sito, si trova la spiegazione di molte cose sull’argomento profetico di Nostradamus in causa: particolarmente sulla questione suddetta dei numeri misteriosi che ricorrono con frequenza in diverse Centurie.
«Elementary, my dear reader»! Esclamerebbe Sherlock Holmes, l’investigatore inventato dal famoso scrittore di romanzi polizieschi A. Conan Doyle, di fronte a questo interrogativo. E con compiacimento risponderebbe in questo modo:
«Seicentocinque» e «seicentosette» vogliono indicare semplicemente che si trovano altri chiarimenti nella sesta Centuria, quartina 5 e 7. Tutto quì!
In quanto poi «all’anno diciassette», ognuno potrà darvi il significato che crede, in base alla propria indole e cultura. Molti sono concordi nel considerarlo un numero che porta male.
Però quel che è stato detto da Nostradamus in ogni sua Centuria e Presagio, essendo estremamente succinto, di certo ha un particolare riferimento al «fatto bellico» celate in esse.
Su questa cosa, Nostradamus ha coniato una specifica quartina, la III-94, come fondamentale e basilare chiarimento, ed è questa:
«La grande pista incisa avvolta né mostrerà
forse che alla metà la maggior parte della storia
Cacciato dal Regno, Longo aspro apparirà
Che al fatto bellico ciascuno lo vorrà credere».
Ma come può essere interpretato «Sotto l’Ulvio lungo tempo nascosto», posto che si riferisca all’apocalittica «lampada» di doppia natura nella sembianza allegorica di Piazza del Popolo?
Prima d’altro occorre ricordarsi che questa piazza, che insieme ad un’altra, Piazza di Spagna, fa parte di una delle zone antiche di Roma, Campo Marzio (Campus Martis), inizialmente esterna ai confini cittadini. Campo Marzio prese il nome dall’ara dedicata a Marte, dio della guerra, innalzata dopo la caduta di Tarquinio il Superbo.
E questo ci porta alla memoria un particolare storico di poca importanza, quasi da “dimenticare” perché per niente onorevole ai fini storici da tramandare ai posteri. Si tratta di una cosa incerta in base alla quale il nome del luogo deriva dal fatto che vi venivano scaricati i materiali di risulta della bonifica del vicino Campo Marzio: di quì “mons acceptorius”.
Ed il saggio suggerisce che per i veri tesori non c’è posto migliore che fra gli “scarti”, perché restino celati e protetti nel tempo. Questi “tesori” sono come l’oro che è incorruttibile e quindi incontaminabili dal pessimo ambiente in cui si trovano ad essere collocati dal destino.
Allora se così può spiegarsi il mistero nostradamico del personaggio «Sotto L’Ulvio», nulla che possa sfigurare se posto in relazione al concetto evangelico che ritroviamo in Matteo, 21,42, considerato che si sta parlando di cose della sacra «lampada» riferita a quella dell’Apocalisse:
«La pietra che hanno scartato i costruttori,
questa è diventata capo d’angolo.
Questa è l’opera del Signore,
ed è meravigliosa agli occhi nostri».
Come pure, con analoghe parole, in Marco (12, 10), Luca (20, 17) e negli Atti (4,11):
«Egli è la pietra, disprezzata da voi costruttori, diventata capo d’angolo».
Portando avanti questo genere di interpretazione è interessante quest’altra visione romana che ci conduce alla pietra scartata dai costruttori.
Ho messo in evidenza che il tutto dei due armati ed il resto di Piazza Augusto Imperatore, attraverso l’ipotizzata «lampada» apocalittica, è davanti al «Signore della terra» da intravedersi nella Chiesa di S.Pietro che troneggia nel Vaticano. Ma più da vicino svetta in alto sul mausoleo di Castel Sant’Angelo, che può identificarsi al Signore in questione, l’Arcangelo Michele sulla cui storia importa entrare in taluni dettagli per ravvisarvi dei nessi in merito alla pietra scartata dai costruttori, nientemeno che alla lettera appunto.
Sappiamo che al suo inizio fu l’imperatore Adriano a far costruire Castel S.Angelo nel 135 d.C. sull’area degli Horti Domiziani affinché servisse da tomba imperiale per sé ed i suoi successori. Ma nell’VIII secolo la Mole Adriana diventò il perno di una cittadella fortificata e scomparvero molti ornamenti che la caratterizzavano come monumento funerario di Adriano. E così il mauseleo augusteo si trasformò per sempre in Castello inglobandolo nelle mura vaticane fatte costruire da papa Leone IV per difendere la tomba di S.Pietro. Il fatto saliente che ci interessa sapere è che nel IX-X secolo sorse una leggenda secondo la quale, nel 590 d.C., mentre papa Gregorio Magno attraversava Ponte Elio (ora Sant’Angelo) durante una processione penitenziale, ebbe la visione dell’arcangelo Michele che sulla sommità della Mole Adriana l’Arcangelo Michele rinfoderava la spada, a significare la fine della pestilenza che affliggeva Roma. Perciò a ragione di ciò venne collocata una statua dell’arcangelo in cima al Castello omonimo almeno dalla fine dell’XI secolo. L’angelo attuale è opera dello scultore fiammingo Pieter von Verschaffelt, è di bronzo e sarebbe il sesto angelo della serie, dopo quelli lignei, marmorei e bronzei del passato, una sorta di “scarti” progressivi messi da parte dai “costruttori” nel tempo fino ad oggi. Da allora la denominazione Sant’Angelo si estese al Castello e al Ponte e la funzione funeraria fu dimenticata.

L’Arcangelo Michele del Moretto

Incoronazione della Vergine
Alessandro Bonvicini detto il Moretto (1498-1554). L’incoronazione della Vergine coi Santi Francesco, Nicola e l’Arcangelo Michele. Dipinto olio su tavola del 1534 esposto nella Chiesa dei Santi Nazaro e Celso di Brescia.
Dunque, tutto ci porterebbe a intravedere nel celato “guerriero”, seduto sul palazzo di Montecitorio della mia cartografia romana in esame, una evoluta visione della «bestia», «il dragone» – «cioè il diavolo, satana» – incatenato «per mille anni» nell’«Abisso», «in attesa di essere sciolto per un po’ di tempo» (Ap. 20,2-3).
Ho detto che il “fodero” relativo alla spada del guerriero di Piazza Augusto Imperatore si riferisce alla Via Arnaldo da Brescia lungo il Tevere: di qui anche la possibile interpretazione che la spada è “rinfoderata”, in aderenza al vecchio sogno di Papa Gregorio del 590 d.C.
Ma, com’è stato per questa strana “spada” riferentesi ad Arnaldo da Brescia, c’è modo di trovare la giustapposizione all’Arcangelo Michele romano con un’opera artistica bresciana attribuita ad Alessandro Bonvicini detto il Moretto (1498-1554). Si tratta dell’«Incoronazione della Vergine coi Santi Francesco, Nicola e l’Arcangelo Michele», dipinto olio su tavola del 1534 esposto nella Chiesa dei Santi Nazaro e Celso di Brescia.
Ma è un argomento che ho presentato in questo sito, per cui basta cliccare sul titolo dell’articolo relativo che è «L’Arcangelo Michele del Moretto».

I Santi martiri Giovita e Faustino protettori di Brescia

All’Arcangelo Michele del Moretto si aggiunge, poi, un significativo riferimento monumentale bresciano ai due guerrieri di Piazza Augusto Imperatore.
Si tratta del monumento dedicato ai santi Faustino e Giovita che si trova in fregio alla Via Brigida Avogadro (dove abito da pochi anni), l’arteria cittadina che da piazzale Arnaldo porta al Castello (illustrazione qui accanto). Su questo lato del monumento insiste un prezioso bassorilievo che raffigura i due Santi patroni della città. Sul lato opposto del monumento, quello che guarda verso la frequentatissima via Turati, insiste un secondo bassorilievo, grosso modo della stessa grandezza del precedente, anch’esso realizzato su una lastra di marmo di Botticino, raffigurante i due Santi patroni in armi.
Entrambi i monumenti furono eretti per volontà della cittadinanza, per ricordare l’ostensione che molti bresciani fecero delle immagini dei due Santi protettori, a difesa delle proprie case, durante le Dieci Giornate contro gli austriaci del generale Haynau (1849).
Le reliquie dei due martiri sono oggi conservate in una basilica bresciana a loro dedicata. Di storico vi è l’esistenza dei due giovani cavalieri, convertitosi al cristianesimo, tra i primi evangelizzatori delle terre bresciane e morti martiri tra il 120 e il 134 al tempo di Adriano. La storia popolare attribuisce a questo imperatore la persecuzione ed il martirio. Ma questi fatti non sembrano sussistere e molto probabilmente Adriano non li conobbe mai. Però se è vero che egli non ordinò mai direttamente una tale persecuzione, tuttavia non intervenne mai per impedire quelle che nascevano nei vari angoli dell’impero. Il loro culto si diffuse verso l’VIII secolo, periodo in cui fu scritta la leggenda, prima a Brescia e poi per mezzo dei longobardi in tutta la penisola ed in particolare a Viterbo. Il loro patronato su Brescia fu confermato anche a causa di una visione dei due santi che combattevano a fianco dei bresciani contro i milanesi nello scontro decisivo che fece togliere l’assedio alla città, il 13 dicembre 1438. Ora se quest’ultimo angelo della serie è il “sesto”, si conferma l’idea che le sette teste, o i sette colli (romani), legati alla bestia secondo l’Apocalisse di Giovanni, abbiano a che fare con l’Arcangelo Michele in progressiva “evoluzione”. Viene detto infatti da Giovanni: «I primi cinque sono caduti, ne resta uno ancora in vita, l’altro non è ancora venuto e quando sarà venuto, dovrà rimanere per poco» (Ap. 17,10).
E qui ora sono portato a far emergere dei particolari fatti che sembrano far luce sul “sesto” angelo «ancora in vita».
Santi Faustino e Giovita
Brescia, via Brigida Avogradro, il monumento che ricorda l’apparizione dei Santi Faustino e Giovita durante l’assedio del Piccinino (tratto da «Brescia nella storia e nell’arte» di Livia Vannini. Edizione Vannini).
Vado a memoria incerta, che però risponde a verità. Il nostro “sesto” angelo, il bronzeo in questione, non troppo tempo addietro è stato oggetto di restauro e per questo fu tolto temporaneamente dal sito ove era collocato e sostituito temporaneamente da una sua “copia”. Per questa operazione, piuttosto delicata e assai rischiosa, fu impiegato un grosso elicottero dell’Esercito, se non vado errato.
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